Il ciclismo di carta. Aspettando la Maratona

Faccio parte delle generazioni di mezzo, quelle che non hanno vissuto la guerra ma neppure il boom economico, che non sono “nativi digitali” ma che nel computer si sono tuffati con l’entusiasmo della loro adolescenza, che alla parola Sessantotto associano soltanto capelli lunghi e unti e maglioni di lana grossa ma che pure hanno visto la violenza di piazza nascondersi dietro la politica, che oggi mangiano pane e social tutti i giorni saltabeccando compulsivamente tra una strage in Afghanistan e il cambio di taglia di Rihanna, sullo stesso rigo della home page perché va così e le gerarchie, fossero pure quelle delle notizie, non ci sono più.

Sono pensieri un po’ alla rinfusa, me ne rendo conto ma che mulinavo l’altro giorno mentre salivo (per l’ennesima volta, e ogni volta è sempre la più bella) sul mio amato Ghisallo incendiato da un caldo fuori stagione. Ripensavo a certe cronache di Indro Montanelli, catapultato al Giro d’Italia del 1947 e del 1948, meritoriamente raccolte in un libro di qualche tempo fa da Rizzoli e che per una manciata di giorni ha costituito la mia lettura cancella-tossine.

Per quelli della mia generazione che si affacciavano al giornalismo, per l’appunto, Montanelli era una specie di Messi del giorno d’oggi. Lo avevo scoperto giovanissimo, appuntamento fisso sulla scrivania di lavoro di mio zio che a “lui non fregava niente di tutte quelle pagine che facevano un giornale”, voleva solo l’articolo di Montanelli. Su qualunque testata scrivesse, foss’anche “La Voce” come capitò nell’ultima fase della vita di entrambi. A mio padre, toscanaccio come l’Indro ma di una manciata di chilometri più su di Fucecchio, il conterraneo non piaceva per nulla e, nella mente contorta di un adolescente, non c’è nulla di più inebriante della ribellione (composta) all’autorità paterna. Lui con “Il Giorno” di papà Zucconi, io con “Il Giornale” di Montanelli con una sorta di terreno neutro rappresentato da Enzo Biagi, troppo buono per lui e troppo buono pure per me.

Dolomiti in bicicletta. What’s else?

Per tornare all’argomento, mi tornavano in mente questi bellissimi articoli che in 70-80 righe raccontavano la vita con la scusa dello sport. E lo sport con la scusa della vita. Pagine in libertà, tra critiche dure e feroci nei confronti di Bartali e Coppi quando si trascinavano mollemente (si fa per dire, a pensarci oggi) su strade polverose in sella a ferrivecchi pesantissimi a 30 all’ora.

E pagine di lirismo autentico nel descrivere i due che si passano il testimone (“si è alla fine lasciato azzannare alla gola del giovane lupo Coppi che aspira al comando”) e nel raccontare le ascese al Falzarego e al Passo del Pordoi: “…Coppi vi transitava solitario, scavalcava la groppa e si tuffava nella discesa, lo vedemmo volare leggero e zigzagante come una rondine giù per la verde serpentina e poi perdersi in un nuvolo di polvere dietro una risacca di abeti. Era fresco, giovane ed elegante nel moto alterno delle cosce nervose”.

Ma anche pagina di cronaca autentica nel raccontare con il dettaglio la composizione dell’indispensabile “bomba” (simpamina, caffeina e stricnina, ignoro in che dosi) o l’ammontare dei premi per i traguardi volanti che spesso costituivano l’unica fonte di sostentamento dei gregari. E poi l’Italia dalle strade senza asfalto, delle salite impossibili nella neve e nelle discese ardite che ogni giorno qualcuno ci lasciava un pezzo di sé, dallo zigomo al gomito. E via di nuovo in bici che gli aiuti non erano possibili e che uomini di quella tempra lì mica di ritirano per un ginocchio gonfiatosi come e più di un melone. E i personaggi, i tifosi che stravedevano per tutti e, capitando la carovana rosa nel bel mezzo di un funerale, si piantarono tutti lì sul ciglio della strada perché buonanima, a ben guardare, impegni urgenti non ne aveva. “Viva i corridori, urlavano su un tono e con gesti assolutamente disdicevoli alla compostezza dei loro vestiti neri e alla maestra dei ceri che tenevano in mano. E viva anche il morto, rispose qualcuno della carovana”.

Editore Rizzoli

Pagine che restano ovviamente uniche e che solo noi ciclisti possiamo capire. Perché, una volta fatta la tara all’immenso genio di cui Montanelli era dotato e del quale – io in testa-  non abbiamo avuto neppure un briciolo d’avanzo, sono le parole che ci diciamo ogni domenica mentre scavalliamo montagne con le nostre biciclette fiammeggianti, il body colorato e la barretta nel taschino. Gli stessi pensieri che affronteremo tra qui a un mese sulle quelle stesse rampe millenarie del Pordoi e del Falzarego per la “Maratona delle Dolomiti” – strade di un asfalto come il culetto di un neonato – ma che fanno pur sempre un male boia ai garretti di noi principianti.

Lo stesso amore per la natura – in un filo unico che passa dalla bicicletta e finisce al pianeta intero – che potete leggere nel blog del mio amico Michil Costa.(https://michilcosta.wordpress.com/) Quest’uomo fa l’albergatore a Corvara ed è l’organizzatore della Maratona delle Dolomiti. Ma, non bastasse questo a consegnargli tout court la patente di “benefattore dell’umanità che va a pedali”, compone un blog pieno di sentimento e di pensieri. Di quelli che, con i dovuti paragoni, rimandano alle sempiterne cronache  di colui che, per noi braccianti del computer, resta pur sempre il Pordoi del giornalismo. E papà, da lassù, mi farà sconto.

Ernesto Galigani

e.galigani@laprovincia.it

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Lo Squalo (dell’Adriatico)

D’accordo, battezzarmi “giornalista pedalante” è stato un peccato di vanità (per il pedalante, è ovvio). Ma a tutto c’è un limite. E nella settimana finale del Giro d’Italia bisogna accontentarsi di qualche manciata di chilometri della Valdengo-Bergamo (che spettacolo di percorso, ragazzi) facendo contemporaneamente un salto all’indietro, al weekend che l’ha preceduta.

Già, perché mi piace raccontarvi della “Gran Fondo degli Squali” (www.granfondosquali.it)  splendida granfondo arrivata alla terza edizione, con partenza dall’Acquario di Cattolica (da cui il nome) e arrivo a Gabicce Monte (quindi in salita). Ci sono andato per tanti motivi e Nibali, lo squalo dello stretto, non c’entra. Provo ad elencarli in ordine assai sparso:

  • volevo scoprire se, sette giorni dopo la Gf Gimondi, sarei stato in grado di affrontare un’altra Gran Fondo.
  • La Nove Colli l’ho già fatta due volte e, a dirla tutta, ho l’impressione che se la tirino un po’. Meglio saltare un paio di turni.
  • Era un’ottima preparazione in vista della Maratona dles Dolomites, dove invece, non se la tirano per niente e non mi stancherò mai di farla (a gamba piacendo)
  • Mi piaceva l’idea di trascorrere un lungo fine settimana coccolato dal mio amico Stefano nel suo Hotel Dory di Riccione (il paradiso dei ciclisti, provare per credere)
  • Al via saremmo stati soltanto in 2.400 e, per di più, con una partenza più “umana” fissata alle 8 del mattino.
  • Conoscevo alla perfezione il percorso, che mastico ogni estate che Dio manda in terra da vent’anni a questa parte.
  • E proprio perché conoscevo i luoghi, volevo testare le mie gambe su strade che, per l’appunto, le gambe le stroncano. Un “mangia e bevi” continuo per 145 chilometri, tra salite brevi ma con pendenze al 15 per cento e discese altrettanto brevi e a rotta di collo.

Ce ne era a sufficienza, dunque, per dare un senso compiuto a una Gran Fondo che è andata ad impreziosire il mio personalissimo (sia pur modesto) palmares, ritagliandosi un posto di primo piano. Il risultato, come al solito, è l’ultima cosa che conta (non è vero, ma fa figo dirlo): 6 ore e una manciata di minuti a 23 chilometri e rotti di media. Che, per le mie gambe, va benissimo così. Al netto delle buche, era invece da ciucciarsi le dita come quello delle patatine, invece, lo spettacolare percorso,

Ritrovo in griglia a Cattolica

immerso nel verde dell’entroterra romagnolo. Gradara, Morciano di Romagna, Mercatino Conca. E poi le salite, a partire da quella del Monte Altavelio, con pendenze importanti e interamente esposta al sole. Poi, ancora, la risalita verso Urbino (11 chilometri nel bosco al 5 per cento medio di pendenza) e poi i continui su e giù fino al chilometro cento. Lì, con le gambe ormai ingolfate e tanti amici alle prese con i crampi, la salita più insidiosa, cui non rende onore il gentile nome di Belvedere Fogliense. Perché di gentile, manco a dirlo, non c’è nulla: 2 chilometri e mezzo con pendenze costantemente superiori al 10-12 per cento. Con tutto quello che ciò significa dopo aver percorso così tanti chilometri. Ed è stato proprio lì, a dirla tutta, che ho incontrato tanti “colleghi” appiedati, nascosti dietro le scuse più improbabili. Dal classico salto di catena al giramento di testa, dalla borraccia vuota non-è-che-ne-hai-una-di-avanzo? fino al moscerino nell’occhio e chissà come avrà fatto ad infilarsi se hai gli occhiali da sole. Oddio, il cinguettio degli uccellini l’ho sentito anch’io, dentro quel bosco, ma qualche collega di cordata mi ha poi assicurato che non era il frutto allucinogeno dell’acido lattico nelle gambe.

 

Il villaggio di partenza

Poi il passaggio a Mondaino, con il pavè a scorticare quello che hai di più prezioso e quindi Tavullia e il Monte Luro, a casa di Valentino Rossi per scivolare fino a Pesaro, tra località dai nomi che – in altre circostanze – farebbero pure ridere: da Babbucce a Cattabrighe. Ma da ridere non c’è voglia e tempo: cominciano gli ultimi quindici chilometri della strada panoramica del San Bartolo. Un angolo di Puglia selvaggia con la strada che – tutta in salita, ovviamente – costeggia una scogliera meravigliosa che si butta nel mare, teatro due anni fa di una splendida cronometro del Giro d’Italia. E’ un’area protetta che ha come capitale Fiorenzuola di Focara, dei cui abitanti non sia sa se siano più orgogliosi di comparire nella Divina Commedia di Dante Aligheri oppure di avere un baretto strategicamente sistemato in piazza e nel quale Marco Pantani si fermava sempre per un caffè (e una foto) di ritorno dal Carpegna.

Acquario di Cattolica

Infine il traguardo di Gabicce Monte che a ben guardare, senza dirlo troppo in giro, ne avresti ancora un po’ nelle gambe e forse avresti potuto spingere qualche dente più duro.

Ma importa poco davanti al rituale di sempre. Fatto di maglie sudate, di piadine e sarde che vanno via molto più del pane (ma a me, senza offesa, solo l’idea mi faceva venir voglia di rimettere tutti i gel di giornata), di applausi per tutti, di medaglie e di miss, di biciclette e di resurrezioni improvvise come quello che hai superato dieci chilometri prima con una faccia che neppure Lazzaro in agonia e che ora gigioneggia al telefono con la moglie fingendo che sia stata una passeggiata. Passando per l’amatore-professionista che non conosce gli ossimori ma, in compenso, ha già fatto la doccia e sta cercando con lo sguardo altezzoso dove è finito il pullmino della sua squadra.

Una gran fondo che merita di essere frequentata, in ogni caso. Perché, a dispetto delle strade davvero malmesse e che gridavano vendetta al cielo, alla fine si è pur sempre in Romagna. Dove anche la fatica – vuoi per il sole, vuoi per la gente – ha un sapore diverso.

Ernesto Galigani

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#Gimondi:anchequestaèfatta

Beh, anche questa è fatta. Quando l’età avanza – con vorticoso mulinare di pedivelle – appuntarsi una metaforica medaglia sul petto è inevitabilmente motivo di orgoglio. Quindi, portate pazienza: anche questa Gran Fondo Internazionale Gimondi di Bergamo – la seconda consecutiva – è fatta. E pure bene, se mi consentite il naufragare nel dolce mare della vanagloria. Ventisette minuti in meno rispetto all’edizione precedente non è mica roba da buttare ai porci.

Anche perché – e i colleghi pedalatori lo sanno bene – la seconda edizione è sempre più insidiosa di quella del debutto. Le “prime volte” portano con sé l’entusiasmo del neofita che qualcuno, un po’ meno elegantemente, chiama il “culo del principiante”. E tutto quello che arriva, comunque vada, è tutto guadagnato.

Ripetersi è sicuramente più difficile. E quest’anno lo è stato di più. Perché per tutta la giornata della vigilia ha piovuto da fare schifo. Perché in 130 chilometri di corsa non abbiamo visto un raggio di sole. Perché faceva un freddo becco (e ai mille metri del Selvino anche di più) a tal punto che quando ti buttavi in discesa, non potevi fare a meno di rimpiangere la fatica della salita. Perché l’umidità, me lo ha detto un tecnologicissimo compagno di avventura, superava addirittura l’80 per cento. Capirete fin troppo bene, di conseguenza, perché l’aver migliorato di 27 minuti il tempo dell’anno precedente è tanta roba. Al punto da farmi pensare (ma senza troppo dirlo in giro) che l’anno scorso ero stato proprio una pippa megagalattica.

La Gran Fondo Gimondi, per quanto mi riguarda, è seconda soltanto alla Maratona Delle Dolomiti dell’amico Michil Costa. Per fascino, percorso e organizzazione. Le salite verso il Colle del Gallo, Selvino, Costa d’Olda e Forcella di Bura sono pedalabili, certo, ma ti tirano il collo per la lunghezza. Il falsopiano (molto falso, poco piano) della Val Taleggio è

Il momento della partenza

una spettacolare immersione nella natura più selvaggia, con il fiume che scorre impetuoso accanto a te e la montagna che sembra debba caderti addosso ad ogni colpo di pedale. E poco importa se non c’erano i raggi del sole a infiltrarsi come lame in quei canyon naturali. La discesa che porta verso Brembilla – perché mica si vive di sole salite, perdinci – è una sfida al coraggio: larga, ben tenuta (quasi ovunque) ma molto tecnica, fatta di tornanti da prendere per il verso giusto se non si vuole correre il rischio di finire nel dirupo.

Il tratto meno affascinante, per quelli che hanno scelto la media di 130 chilometri, è forse quello che porta dall’abitato di Brembilla fino al traguardo di Bergamo passando per quella cintura periferica che risponde ai nomi di Almè, Ponteranica e compagnia bella. Eppure, per chi aveva già messo nelle gambe 111 chilometri di fatica, era bello pure quello, con i cartelli del -15, -10 e via via a scendere che rappresentavano comunque un’iniezione di entusiasmo.

L’organizzazione, poi, è spettacolosa. Solo chi si occupa di manifestazioni sportive – in questo mondo dove se non hai un Suv sotto il sedere e uno smartphone in mano non sei nessuno – conosce quante difficoltà deve affrontare un Comitato organizzatore, a cominciare dalla viabilità. Già, perché pare che solo l’idea di portare un po’ di pazienza per una mattina di maggio, sia una violazione ai dieci comandamenti scolpiti nella pietra. Dacci la nostra coda quotidiana, anche se soltanto per andare a prendere il giornale all’edicola un chilometro più sotto. Erano 800 i volontari e il personale delle Forze dell’Ordine schierati ad ogni incrocio, ad ogni punto pericoloso, ad ogni rotonda e, per quanto mi riguarda, il loro lavoro è stato splendido. Soprattutto nel tratto tra Almè e Bergamo (che è una città di 120 mila abitanti, mica un borgo rurale del Molise) quando li ho visti spalettare con grande severità sul muso dei soliti presuntuosetti che pretendevano di infilarsi ovunque. A dispetto degli avvisi che da settimane si potevano trovare ovunque. Beh, per noi che siamo soliti sentirsi suonare il clacson dietro le spalle ad ogni piè sospinto, queste sono piccole grandi soddisfazioni. E per tutto il resto, useremo quella famosa carta di credito.

E quello dell’arrivo

Resterebbe il protagonista, quel Felice Gimondi che ha vinto tutto, che dà il nome alla corsa e che ancora adesso, da bergamasco fino al midollo, un po’ si emoziona quando il gruppo gli scivola accanto e lo saluta con l’affetto che soltanto i grandi hanno saputo meritarsi. Per tutti un “ciao”, un “andate piano che è lunga”, una simbolica pacca sulle spalle. Ha pedalato per un bel po’ di chilometri, dicono le cronache, avvolto nella sua tuta Bianchi (come la mia fantastica bicicletta, peraltro) perché le gambe, fin che le hai, bisogna usarle.

Un po’ quello che mi sono detto sotto lo striscione d’arrivo, dopo essermi applaudito tutt’altro che metaforicamente per aver concluso la prova (i soli complimenti sinceri fino in fondo, se ci pensate). Per evitare gli imbarazzi della “seconda volta” non avevo posizionato il computer sul manubrio e non avevo neppure guardato l’orologio. Soltanto la app del telefonino, nella tasca posteriore della maglietta, aveva continuato a funzionare. E quando l’ho guardata, bloccata su un tempo migliore di quello che mi aspettassi, beh, è stato un bel momento. Avevo già pronte un sacco di scuse che, mal che vada, tirerò fuori l’anno prossimo. Perché io, qui, ci torno…

Ernesto Galigani

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In morte di un ciclista: la rabbia e l’orgoglio

Più che tristezza, lo confesso, provo un po’ di rabbia nel leggere le cronache seguite alla scomparsa di Michele Scarponi, il ciclista dell’Astana travolto e ucciso praticamente sull’uscio di casa da un automobilista disattento, uno di quelli che (sia pure al netto della sua autentica disperazione) manco gli passa per la testa che la strada è un poco anche degli altri e che se deve svoltare… beh, svolta e basta tanto-non-arriva-nessuno.

Da un lato ci sono i giornalisti sportivi che provano a raccontare chi era questo esemplare professionista, già fuori a sudare alle 8 del mattino dopo essere rientrato la sera prima da una corsa a tappe. Dall’altra i quotidiani generalisti che per “andare oltre” – la frase cult che ogni caporedattore pronuncia al povero giornalista di turno – tolgono le ragnatele dai dati Istat, scavano nei meandri di Internet per poi tentare di sorprenderci con la sentenza che a Ragusa e Sassari ci sono 400 metri di piste ciclabili ogni cento chilometri. E a te, dall’altra parte del video, manco ti passa per la testa che la pista ciclabile non c’entra proprio nulla con la morte di Scarponi. Ma ve lo vedete un corridore professionista che fa fatica a rimanere nei limiti di velocità delle automobili mentre percorre una pista ciclabile, accanto al bimbo alle prime pedalate o alla nonna, che cerca faticosamente di provare a fare le ultime?

Michele Scarponi con Marina Romoli: abitavano a poche decine di chilometri di distanza. (Foto tratta da Sportfair.it)

Resisto alla tentazione del benaltrismo da salotto buono, ma è del tutto evidente che la questione, se si vuole imboccare questa strada, è mal posta. I quattro lettori di questo blog sanno benissimo che questo argomento è una costante, fino a rischiare – qualche volta l’ho pensato – di diventare pedante.

#savethecyclist è, per fare un esempio, il titolo di un articolo pubblicato su queste colonne di nulla nel settembre dell’anno scorso. Raccontava della morte di un ciclista comasco per colpa di una buca e della costernazione di facciata degli amministratori pubblici di quel territorio, secondo i quali l’asfaltatura di una strada pericolosa e più volte segnalata, non era in cima alle priorità. Altri pipponi di buon senso sono poi comparsi (compreso quello sui lampioni fulminati in due gallerie lecchesi che non vengono sostituiti e ‘fanculo i ciclisti) ma il concetto è sempre quello. Chi va in bicicletta viene considerato un utente, per così dire, “minore”. Uno di quelli i cui interessi possono essere messi tranquillamente in fondo ad un immaginario elenco di priorità. Prima di una strada da rattoppare, di un lampione da sostituire, di un viale da allargare, di un centro storico da chiudere c’è sempre , per l’appunto, “ ben altro”. Nell’effluvio di nulla che contraddistingue il “troppo parlare” spicca, perlomeno, l’intervista all’ex presidente del Consiglio, Romano Prodi che al Tg5 di domenica, invitato alla solita omelia che profuma di valium, ha invece sorpreso tutti. E il suo discorso può essere riassunto più o meno così: “Le strade fanno schifo, anche per questo i ciclisti muoiono”,

E poi c’è il capitolo automobilisti, nel senso più ampio del termine. Non tutti gli automobilisti (anzi, molto pochi) sono ciclisti mentre, a parti invertite, tutti i ciclisti sono anche automobilisti. E il problema di quelli che non conoscono la realtà della bicicletta è la mancanza di una vera educazione. Al buon senso prima ancora che all’intolleranza. Non ho alcuna voglia di tornare a discettare di arrapati ventenni con l’ormone incontrollabile che smanettano su what app mentre cercano di guidare. O di adulti paciarotti che “che saranno mai un paio di bicchieri di vino, ti ricordi quella volta che eravamo così bevuti da non ricordarci neppure la strada fatta…” e giù a ridere. O, ancora, di donne che infilano la rotonda con una mano sola sul volante e l’altra ben stretta sull’oggetto del comando… Credo che sia stato detto tutto, comprese le solite litanie sul ciclista che non sta al suo posto, che magari pedala affiancato ad un altro, che non si ferma ai semafori rossi, che gli puzzano i piedi e di certo non ha niente da fare perché se no mica andrebbe in giro a far fatica quando ci sono le piste di Madesimo che attendono…

Ecco, tutto questo mi ha un po’ stufato. Perché alla fine a morire sono sempre e solo i ciclisti: Scarponi era solo, stava nella sua corsia, non c’era un semaforo all’orizzonte e l’unica precedenza doveva essere data dall’autista di quel furgone. Il quale, pover’uomo anche lui, è stato tradito dalla mentalità che hanno messo in zucca a tutti noi insieme alla patente: “Non arrivano macchine dall’altra parte, vai pure”. Già, ma dall’altra parte arrivava un ciclista. Lo ha raccontato a chi scrive (trovate il suo racconto in questo blog) anche Marina Romoli che nel Lecchese venne fatta volare via da una macchina che ignorò la precedenza. Da allora è su una sedia a rotelle e, come rievocava su La Gazzetta dello Sport, lei lo Scarponi lo conosceva bene. Bisognerebbe proprio farlo capire a tutti che ogni domenica, su ogni incrocio, in ogni rotonda, ad ogni semaforo, in tutte le svolte, c’è sempre un ciclista che arriva.

Ernesto Galigani

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C’era Lecco e la Valcava. E non c’è più

C’è un dettaglio ciclistico importante – che poi tanto dettaglio non è – dietro la notizia de L’Eco di Bergamo che il comune di Torre de’ Busi, a distanza di 25 anni o poco meno, tornerà a far parte della Provincia di Bergamo, lasciando la cosiddetta “area vasta” di Lecco nella quale era stato inserito nel 1993 insieme agli altri cinque comuni della Valle San Martino, da Calolziocorte a Erve, passando a Vercurago, Carenno e Monte Marenzo.

Il passo di Valcava a Torre de Busi e, sullo sfondo, alcuni dei ripetitori televisivi

Nulla da obiettare, del resto. Come sa benissimo chi ha leggiucchiato “I Promessi Sposi” – senza cioè essere necessariamente fini intenditori della frastagliata storia di questo lembo di Lombardia – l’Adda ha sempre segnato il confine tra Bergamo e Lecco, tra spagnoli, francesi e longobardi e la Serenissima Repubblica di San Marco, naturale linea di demarcazione di mondi lontani e opposti. E Torre de Busi, paesino arrampicato sulla montagna, ancor più degli altri è stato parte integrante di quel mondo: vi si parla bergamasco, si “va all’Atalanta” (anche a Lecco, ma questa storia è più recente) e quando si vuole andare in città si punta verso le mura medioevali di Berghem de Ora. Il “dettaglio che dettaglio non è”, si chiama Valcava e, in particolare, quella stretta striscia di asfalto che parte da San Gottardo di Torre de Busi e che sale su fino a 1.340 metri, per poi tuffarsi a perdifiato – con una discesa di 4 chilometri – a Costa Imagna e di lì a Valsecca, Sant’Omobono Terme, Berbenno.

I ciclisti non mancano mai sulla Valcava

Terre di ciclisti e terra di ciclismo prima ancora che terra di turismo. Non foss’altro perché proprio sulla piana che prelude allo scollinamento c’è una giungla di ripetitori televisivi che da un lato ci permette di vivere a tutto tondo la tecnologia applicata dal piccolo schermo ma che, dall’altro, ha trasformato prati e pascoli in una squallida periferia di acciaio, dove le radiazioni emesse – secondo la vulgata popolare – sono capaci di accendere e spegnere la luce di casa senza neppure il fastidio di premere l’interruttore.

Ebbene, da venti e più anni a questa parte, quella meravigliosa strada di 12 chilometri scarsi è la salita più importante della Provincia di Lecco. Un’occhiata sui siti specializzati – a partire da salite.ch – ed ecco che in cima alle difficoltà di questa terra viene indicata proprio lei, la Valcava, rigorosamente declinata al femminile. Salita dura, durissima, ben più del Ghisallo con pendenze che negli ultimi tre chilometri e mezzo raggiungono punte del 18-20 per cento e con una media complessiva che sfiora la doppia cifra. Roba da Alpi vere, da Dolomiti, da Tour de France. Non a caso una salita che fa parte integrante (ma solo da qualche anno a questa parte per ragioni che vi dirò) del percorso del Giro di Lombardia. E, nel 2012, è stata anche l’anima di una meravigliosa tappa del Giro d’Italia, quella da Busto Arsizio a Lecco Pian dei Resinelli, una delle pagine più belle del ciclismo moderno con l’arrivo in volata di Rabottini contro Purito Rodriguez dopo 154 chilometri sotto il diluvio.

Una salita così impegnativa – per la sua costante ricerca dell’ascesa, prima ancora che per le pendenze assolute – da essere stata cancellata per molti anni dai programmi delle gare più famose. Si dice, ma forse è soltanto una leggenda, che gli organizzatori del Lombardia furono costretti a toglierla pena lo “sciopero bianco” dei ciclisti dopo che nel 1990 Lauren Fignon – mica un pinco palla qualsiasi – fu costretto a mettere il piede per terra al chilometro 9 e qualche cosa, proprio dopo una curva a gomito a destra che – senza avvisaglie – immette sulla rampa più terribile, oltre il 18 per cento di pendenza. Vera o no che sia questa storia, adesso, prima della curva c’è un cartello altimetrico che mette in guardia i neofiti e che suona come una moderna trasposizione del verso dantesco: “Lasciate ogni speranza, o voi che salite”.

Lo avrete capito da questa descrizione. E’ una salita sulla quale mi diletto  almeno tre o quattro volte l’anno, consapevole della mia pippaggine ma altrettanto convinto che, senza cercare il record della pista, posso ancora domarla. Una salita che, a dispetto della sua cattiveria, non si può non amare. Per ragioni sportive (chi può fare la Valcava può seriamente pensare di immolarsi anche sul Mortirolo) ma anche per ragioni più romantiche, come i meravigliosi panorami della Bassa e dei laghi lecchesi di cui si gode salendo. Roba che vale il prezzo del biglietto.

Ebbene, se Torre de’ Busi tornerà ad essere bergamasca, il Lecchese perderà la sua salita più bella, quella più romantica, quella più faticosa. Intendiamoci, le alternative non mancheranno (Resinelli su tutti) e il mondo continuerà ad andare avanti come da qualche milione di anni a questa parte ma… un po’ di magone dovrebbe esserci tra quanti si identificano orgogliosamente con la terra in cui vivono.

Ad essere sinceri fino in fondo – e lo dico da ciclista della domenica – non tutti i mali verranno per nuocere. Nel nostro ambiente è ben nota la maggiore cura che la Provincia di Bergamo riserva alle proprie strade rispetto a quella di Lecco, la stessa – per capirci – che vieta il passaggio in galleria ai ciclisti perché le lampade sono rotte senza neppure pensare di sostituirle. La stessa provincia, per rigirare il coltello nella piaga, che davanti a un ciclista ferito mortalmente dopo una caduta provocata da una buca sostiene di non avere soldi per asfaltare quella che non è una priorità viabilistica, salvo poi cedere davanti alla campagna di stampa de La Provincia di Como (che Dio l’abbia in gloria). Non è politica, sia chiaro, Più banalmente, Bergamo è terra di ciclismo e le strade senza buche, per chi va in bicicletta, rappresentano un basilare punto di partenza. E se non ci credete, prendete la Valcava dal versante bergamasco: sembra una tavola di biliardo o quasi (esperienza di due giorni fa, fidatevi) e poi paragonatela con quello lecchese. Lo scorso anno, per dirne una, la neve aveva scavato voragini nell’asfalto. Ebbene, i lavori di ripristino (rattoppi, mica altro) sono stati fatti a giugno, quando migliaia di ciclisti incazzati avevano già lasciato la camera d’aria dentro quelle buche, oltre a qualche natica dolorante.

e.galigani@laprovincia.it

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E la luce (non) fu

Sarà anche uno sfacciato conflitto di interessi ma il titolo del quotidiano “La Provincia di Como” (I ponti crollano, lo Stato non c’è) fotografava con rara efficacia e sintesi la situazione delle nostre strade. Da Annone ad Ancona, parlano i fatti. E tutto il resto (le responsabilità, i tavoli, la concertazione) è soltanto politica. E quindi noia.

Visto che su questo blog ci si occupa di ciclismo, è doveroso aggiungere che non solo i ponti crollano ma che anche le strade fanno schifo, piene di buche e di insidie per noi che andiamo in bicicletta e che mettiamo in cima ai nostri sogni un bell’asfalto liscio e levigato, di quelli che non senti neppure il rumore della ruota. La realtà, invece, è che siamo costretti a fare “strade bianche” ogni giorno che il Padre eterno manda in terra, trasformandoci da amatori della domenica ad “eroici” quotidiani.

L’imbocco della galleria Parè a Valmadrera

Un esempio, quindi, a dare l’idea del punto al quale siamo arrivati. In provincia di Lecco, lungo la Statale che porta da Valmadrera a Bellagio (una meraviglia della natura, con il lago da una parte e la montagna dall’altro) ci sono due gallerie: Parè e Moregallo, lunghe rispettivamente 2 chilometri e 2 chilometri e 200 metri. Da qualche mese queste gallerie sono interdette al passaggio delle biciclette attraverso un cartello posto all’imbocco della prima galleria: essendo però l’unica strada per arrivare a Bellagio, i ciclisti se ne infischiano bellamente. A cominciare dal sottoscritto che, per l’occorrenza, ha sulla propria Bianchi la luce bianca anteriore, quella rossa posteriore, il casco d’ordinanza e finanche il giubbino catarifrangente modello terza maglia dell’Inter.

La ragione di questo divieto è che alcune delle lampade che illuminano queste gallerie (con carreggiata ampia e del tutto sicure, va detto) sono “bruciate” e nessuno le ha mai sostituite. E così la galleria Parè – la prima che si incrocia – sembra un cimitero, rischiarato di tanto in tanto da qualche luce incerta mentre la seconda, la Moregallo, per ora sembrerebbe reggere meglio all’urto del degrado. Ma, ovviamente, è questione di tempo.

Anche una persona che sta appena un gradino più in alto della stupidità, non farebbe fatica a chiedersi: perché non sostituiscono le lampade bruciate? Già, perché? Colpa della spending review: la manutenzione delle gallerie era sempre stata affidata alle Province che se ne occupava come un qualsiasi padre di famiglia dotato di buon senso. Quando la lampadina bruciava, se ne metteva un’altra funzionante. Un po’ come facciamo tutti a casa.

La scopa del “via il bambino con l’acqua sporca” ha scombinato le carte. Le Province esistono ancora dal punto di vista formale ma non hanno più una lira per i bisogni più elementari: dall’imbiancatura delle scuole superiore fino, per tornare a Canossa, alle lampade delle gallerie. Per non parlare dell’asfaltatura delle strade piene di buche. Il tutto in omaggio a chi vedeva in questo ente di secondo livello la pancia di ogni nefandezza amministrativa e che adesso, per le stesse ragioni di prima, si lamenta del fatto che nessuno ascolta i lamenti dei cittadini.

Se ci pensate, la sintesi di questa vicenda suona come una barzelletta: le lampade bruciano ma anziché sostituirle si chiude la strada. Roba da manicomio.

A pagarne le spese siamo (tra gli altri) noi ciclisti, costretti a rischiare più di quanto sia lecito. Gli organizzatori di una corsa amatoriale molto nota del territorio, per darvi l’idea, hanno dovuto incredibilmente perdere ore e ore del proprio tempo per risolvere l’arcano. Il compromesso raggiunto non è stato, come sarebbe stato appena normale attendersi, quello di procedere alla sostituzione delle lampadine bruciate. Troppo banale. No, l’Amministrazione provinciale di Lecco senza una lira ha accettato di concedere una deroga di un paio d’ore al divieto. Se l’indignazione non fosse al livello di guardia, verrebbe voglia di farsi una bella risata. E poi magari dar vita a una bella colletta. Che dite, 5 euro a testa basteranno per cambiare una manciata di lampadine?

Ernesto Galigani

e.galigani@laprovincia.it

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Se il ciclismo è davvero amatoriale

Beh, è fin troppo chiaro che ne parlo in evidente conflitto di interessi. Ma credo che siano in molti – tra gli amatori – a farsi quella che è una domanda senza risposta: fino a che punto è lecito spingersi nella ricerca della prestazione? E non mi riferisco affatto al doping che, considerata età, curriculum e prospettive, sarebbe una pratica a metà tra il ridicolo ed il patetico.

No, assai più prosaicamente mi riferisco a quello che tanti chiamano allenamento ma che per il sottoscritto – e spero per molti altri – rappresentgran-fondoa solo un’uscita in bicicletta. Lo chiedo ai miei quattro lettori perché ogni giorno, da inevitabile frequentatore di blog e siti per appassionati di ciclismo, vengono raggiunto – o mi imbatto, cambia poco – in tantissimi guru della pedalata, esperti dell’allenamento, ex professionisti che sono pronti a dispensare (spesso a pagamento, come ovvio) consigli, strategie e tabelle. Senza contare quello che si trova nel mare magnum della rete: basta cliccare “allenamento ciclismo amatoriale” su un qualsiasi motore di ricerca per trovare centinaia e migliaia di rispondenze.

E’ chiaro che un atleta giovane ha bisogno di una preparazione mirata e scientificamente collaudata. Ma è pur vero che solitamente è inserito in una squadra agonistica e quindi non ha certo bisogno di andare a scandagliare le risorse del web. Dunque, questo tipo di proposte sono destinate proprio a noi vecchietti, a ciclisti della domenica (e di ogni altro giorno possibile) che si illudono di poter barattare la propria feroce determinazione con qualche risultato agonisticamente accettabile. Quasi che quelle micidiali ricette (20 ripetute, trenta chilometri agili, dieci con il 53) fossero la piscina di Cocoon, quel fantastico film di qualche anno fa nel quale un gruppo di ospiti di una casa di riposo scopre la fontana della giovinezza salvo poi accorgersi che non basta saltare staccionate a 90 anni per sentirsi felici.

Il discorso ci porterebbe lontano. Ci si potrebbe persino spingere a dire che il macinare tabelle di allenamento in qualche caso è addirittura il primo passo verso l’abbattimento di ogni barriera psicologica e deontologica. Ma non è il caso di avventurarsi in questo labirinto.

Per quanto mi riguarda credo che nella parola “amatoriale” ci sia già la risposta più semplice ed immediata alla nostra voglia di ciclismo. L’alimentazione è ovviamente importante – trascinare cento chili sulle rampe del Ghisallo sarebbe oggettivamente un gratuito esperimento di masochismo – così come la pratica costante della bicicletta è condizione essenziale per presentarsi al via delle gran fondo (io le pratico) con una qualche speranza di poterle terminare prima che il sole tramonti. Ma mi fermo lì. Davanti agli inviti a seguire le tabelle di allenamento, mi viene da sbadigliare. La fatica mi piace da morire, scollinare un passo alpino con la maglietta madida di sudore e il cuore gonfio di orgoglio regala sensazioni uniche, viaggiare a 40 di media in gruppo è adrenalina pura… Ma credo che per arrivare a tutto ciò non ci si debba trasformare in robot (pure vecchio modello, vista l’anagrafe). Basta scendere in garage, staccare la bicicletta dal chiodo, mettersi in strada e pedalare. Perché, come dice il ciclista allo strizzacervelli che lo tormenta alla ricerca delle turpi ragioni della sua infelicità, “a me non serve la terapia ma una bicicletta”. Appunto.

Ernesto Galigani

e.galigani@laprovincia.it

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Niente sbruffoni (al volante), siamo inglesi

D’accordo, mi prenderete per fissato. Eppure, ai miei occhi, la maleducazione sulle strade continua ad essere uno dei problemi più gravi per chi ama andare in bicicletta. Non passa giornata – comprese quelle invernali – in cui non si debba registrare un incidente occorso a un ciclista. Possibile che siano sempre tutti in doppia e tripla fila? Possibile che tutti passino il tempo giacolando del più e del meno? Possibile che tutti ignorino sempre segnali e precedenze? Possibile che neppure uno di loro si fermi al semaforo?

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Prima i ciclisti, Londra dicembre 2016

Ovviamente no… E quindi viene da chiedersi se anche dall’altra parte – quella degli automobilisti – non ci voglia un po’ di autocritica e, soprattutto, un po’ di rispetto quando si sta al volante. Discorso che su queste pagine abbiamo fatto decine e decine di volte. Se ci sono tornato sopra, è perché mi piaceva mostrarvi il significato di “rispetto” quando lo si vuole tradurre in fatti concreti. Queste fotografie

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Corsie dedicate per i ciclisti, Londra dicembre 2016

sono state scattate da chi scrive il 28 dicembre scorso a Londra, a due passi dalla cattedrale di San Paolo. Non esattamente su una stradina di periferia della verde Brianza, insomma. Eppure in quella metropoli di 13 milioni di abitanti (dove ci si indigna ferocemente quando si verificano incidenti che coinvolgono ciclisti) ci sono le corsie dedicate (non piste ciclabili, proprio corsie dedicate) e, quando si tratta di viaggiare in promiscuità, la segnaletica a terra indica chiaramente quale dei due mezzi debba essere maggiormente tutelato. Senza che a nessuno degli automobilisti venga la voglia – e neppure il gusto – di varcare la linea bianca.

 

Certo, bisognerebbe anche osservare che il traffico di Londra – sempre 13 milioni di abitanti – è certamente meno caotico di quello di Como e Lecco. Ma, evidentemente, questo è un altro (triste) discorso. Accontentatevi delle fotografie e forse vi sarà un po’ più chiaro perché in Inghilterra – che non è proprio terra dove  Stelvio e Dolomiti abbondino – ci siano sempre più persone in bicicletta. Io una mezza idea ce l’avrei…

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Il coraggio di Marina

Recenti studi dicono che alla mente umana sono sufficienti sette-secondi-sette per decidere (e spesso è una scelta definitiva) se una persona ci piace o no. Quello che arriva dopo, in altre parole, sono dettagli. Ebbene, imarina-7-gennaioo e Marina non ci siamo mai incontrati di persona. Ma mi è piaciuta in meno di sette secondi di telefonata.

La sua storia, che avevo sbirciato attraverso un post, mi aveva incuriosito. Per quanto nella mia vita professionale abbia incontrato e scritto di migliaia di persone, quel nome non mi suonava nuovo. E così ho scoperto che l’incidente stradale che l’aveva privata dell’uso delle gambe,  stroncandole una carriera assai più che promettente a soli 22 anni, era avvenuto ad Airuno, vicino a Lecco. E, di conseguenza, vicino a dove vivo e pratico anch’io il ciclismo (con risultati assai più modesti). L’ho raggiunta al telefono e mi sono fatto raccontare, con quella strana empatia che nasce tra due persone che non si sono mai sentite prima di allora, la sua bellissima storia. L’ho poi messa su carta e pubblicata sabato scorso sui quotidiani La Provincia di Como, La Provincia di Lecco e la Provincia di Sondrio.

E’ una ragazza che non s’arrende, Marina. Piena di vita, di speranza e di una strana serenità che, detto tra noi, io non credo riuscirei ad avere se fossi al suo posto. Marina combatte una battaglia che forse non potrà vincere. Ma se un giorno la ricerca trovasse una cura per ridare la mobilità a chi l’ha perduta, beh, un mattoncino porterà scolpito il suo nome.

Vi propongo la pagina in Pdf.  la_provincia_di_como_07-01-2017

Ernesto Galigani

e.galigani@laprovincia.it

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Una rotonda sull’autostrada

Oddio, magari loro hanno un tantinello  esagerato. Ma, al di là di ogni opinione sull’eccentricità del progetto, rimane il valore simbolico di questo incrocio sopraelevato realizzato appositamente per i ciclisti. Già, perché questa mega rotonda ciclabile spuntata in Olanda tra Eindhoven e Valdhoven per consentire a chi viaggia su due ruote di superare una strada particolarmente trafficata è un modo fin troppo chiaro di mostrare sensibilità a quella che i dottoroni delle ricerche chiamerebbero mobilità sostenibile. Ma che per molti, alle nostre latitudini, sono sempre e solo dei rompiballe su due ruote.

rampa-bici-olanda-400x250L’aver soltanto pensato un progetto di questo genere significa, in buona sostanza, aver preso coscienza del fatto che sulle strade ci sono (anche) i ciclisti. Non è una banalità ad alzo zero, se ci pensate un attimo. Perché, al di là dell’ovvietà dialettica, c’è la realtà sulla quale abbiamo speso molte parole in questo blog. Una realtà (e non un’ossessione) fatta di automobilisti insofferenti, di clacson pigiati a tradimento alle spalle, di auto che ti infilano sistematicamente ad ogni rotonda quasi che il Codice della strada non valesse, in quelle intersezioni moderne. Per non parlare, già che siamo in tema di educazione stradale, dei danni devastanti provocati dalla tecnologia. Personalmente, l’altra mattina mi sono divertito a fare di conto: otto automobilisti su dieci erano impegnati in importantissime (evidentemente) discussioni al telefonino, cinque di questi otto non avevano l’auricolare o uno dei tanti marchingegni in dotazione che consentirebbero, quantomeno, di non staccare le mani dal volante. Mi sarebbe piaciuto essere una mosca per ascoltare quelle conversazioni. Ora quasi sussurrate. Ora accompagnate dal tipico gesticolare italiano. Probabilmente – e lo dico per esperienza diretta – erano conversazioni che non avrebbero spostato gli equilibri del mondo nel caso fossero state posticipate di qualche manciata di minuti. Quello di noi amanti della bicicletta, del resto, è un osservatorio privilegiato. Tutti i ciclisti sono automobilisti mentre non tutti gli automobilisti sono ciclisti. E la differenza, se permettete, si nota.

Per tornare alla nostra maxi rotonda per biciclette, mi piace pensare di non essere un ortodosso della materia. Non amo particolarmente le piste ciclabili e ancor meno quelle che vengono definite pomposamente ciclo-pedonali. Ho l’impressione che moltiplichino i pericoli, piuttosto che limitarli: pensate a una mamma con carrozzina d’ordinanza su un percorso protetto, alla mercè di ciclisti che – nella peggiore delle ipotesi – vanno a venti all’ora. Non bisogna essere degli scienziati per capire che uno scontro avrebbe effetti devastanti, quasi come quello – fatte le debite proporzioni – tra un’auto e una moto. Per non parlare delle piste raffazzonate, quasi di risulta, definite tali solo per compiacere l’assessore di turno. A Casatenovo, nella Brianza lecchese, c’è una pista definita ciclo-pedonale fatta praticamente in quadrotti di porfido. Quasi un pavè, per capirci, e non c’è ciclista così stupido da volersi regalare una Parigi-Robaix del genere. O una mamma che voglia far provare l’ebbrezza del motocross al proprio pargolo. E il bello, magari, è che quel percorso (protetto da marciapiedi, con lampioni di ultima generazione) è sicuramente costato qualche centinaia di migliaia di euro, soldi che avrebbero potuto essere meglio impiegati con autentiche politiche di mobilità sostenibile. A Merate, sempre in provincia di Lecco, la pista se la sono addirittura inventata colorando di rosso un pezzo di asfalto di una strada di attraversamento ad altissima frequenza. Peccato che gli automobilisti possano continuare (giustamente) ad utilizzare i parcheggi a margine della carreggiata e che per farlo siano costretti ad attraversare la… pista ciclabile. Di esempi di sciatteria a due ruote ce ne sono moltissimi e vale la pena di fermarsi qui.

Eppure la soluzione è la più banale e la meno costosa. Qualche anno fa, l’Amministrazione provinciale di Lecco – uno di quegli enti che hanno voluto cancellare a fronte di non si sa bene quali risparmi – ha realizzato una serie di cartelli di colore azzurro disseminati un po’ ovunque. Raffigurano un’auto e una bicicletta, una freccia indica la distanza necessaria tra i due mezzi (un metro e mezzo, per la cronaca) e un banale slogan informa che “C’è spazio per tutti”. Già, proprio così. Ci deve essere spazio per il ciclista, che si prenderà premura di stare il più possibile sul ciglio della strada e c’è spazio anche per l’automobilista che potrebbe prendersi il gusto, una volta tanto, di aspettare una manciata di secondi prima di affondare il proprio destro sul pedale dell’acceleratore. Il mondo lo aspetterà.

All’ente pubblico tocca invece il compito di tenere le strade in ordine, asfaltate e pulite. E a questo proposito ricorderete uno dei post di questo blog: parlava di una strada di Galbiate dove un ciclista era morto (anche? o solo?) a causa del fondo stradale devastato da buche e incuria. L’Amministrazione provinciale (quella nuova, non quella dei cartelli intelligenti) aveva spiegato che non c’erano soldi per asfaltarla e che comunque non era una delle strade prioritarie. E’ certo una curiosa coincidenza ma dopo una serie di articoli de “La Provincia di Como” (e un paio assai più modesti apparsi su questo blog) qualche settimana più tardi sono arrivate le ruspe. E la strada è tornata in condizioni normali. Saremo vicini al traguardo quando asfaltare una strada piena di buche  – nell’ottica che la usano anche ciclisti, motociclisti e pedoni e non solo auto e camion – non sarà più il frutto di una campagna di stampa ma una banalissima priorità. Da non fare più nemmeno notizia.

e.galigani@laprovincia.it

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