Faccio parte delle generazioni di mezzo, quelle che non hanno vissuto la guerra ma neppure il boom economico, che non sono “nativi digitali” ma che nel computer si sono tuffati con l’entusiasmo della loro adolescenza, che alla parola Sessantotto associano soltanto capelli lunghi e unti e maglioni di lana grossa ma che pure hanno visto la violenza di piazza nascondersi dietro la politica, che oggi mangiano pane e social tutti i giorni saltabeccando compulsivamente tra una strage in Afghanistan e il cambio di taglia di Rihanna, sullo stesso rigo della home page perché va così e le gerarchie, fossero pure quelle delle notizie, non ci sono più.
Sono pensieri un po’ alla rinfusa, me ne rendo conto ma che mulinavo l’altro giorno mentre salivo (per l’ennesima volta, e ogni volta è sempre la più bella) sul mio amato Ghisallo incendiato da un caldo fuori stagione. Ripensavo a certe cronache di Indro Montanelli, catapultato al Giro d’Italia del 1947 e del 1948, meritoriamente raccolte in un libro di qualche tempo fa da Rizzoli e che per una manciata di giorni ha costituito la mia lettura cancella-tossine.
Per quelli della mia generazione che si affacciavano al giornalismo, per l’appunto, Montanelli era una specie di Messi del giorno d’oggi. Lo avevo scoperto giovanissimo, appuntamento fisso sulla scrivania di lavoro di mio zio che a “lui non fregava niente di tutte quelle pagine che facevano un giornale”, voleva solo l’articolo di Montanelli. Su qualunque testata scrivesse, foss’anche “La Voce” come capitò nell’ultima fase della vita di entrambi. A mio padre, toscanaccio come l’Indro ma di una manciata di chilometri più su di Fucecchio, il conterraneo non piaceva per nulla e, nella mente contorta di un adolescente, non c’è nulla di più inebriante della ribellione (composta) all’autorità paterna. Lui con “Il Giorno” di papà Zucconi, io con “Il Giornale” di Montanelli con una sorta di terreno neutro rappresentato da Enzo Biagi, troppo buono per lui e troppo buono pure per me.

Dolomiti in bicicletta. What’s else?
Per tornare all’argomento, mi tornavano in mente questi bellissimi articoli che in 70-80 righe raccontavano la vita con la scusa dello sport. E lo sport con la scusa della vita. Pagine in libertà, tra critiche dure e feroci nei confronti di Bartali e Coppi quando si trascinavano mollemente (si fa per dire, a pensarci oggi) su strade polverose in sella a ferrivecchi pesantissimi a 30 all’ora.
E pagine di lirismo autentico nel descrivere i due che si passano il testimone (“si è alla fine lasciato azzannare alla gola del giovane lupo Coppi che aspira al comando”) e nel raccontare le ascese al Falzarego e al Passo del Pordoi: “…Coppi vi transitava solitario, scavalcava la groppa e si tuffava nella discesa, lo vedemmo volare leggero e zigzagante come una rondine giù per la verde serpentina e poi perdersi in un nuvolo di polvere dietro una risacca di abeti. Era fresco, giovane ed elegante nel moto alterno delle cosce nervose”.
Ma anche pagina di cronaca autentica nel raccontare con il dettaglio la composizione dell’indispensabile “bomba” (simpamina, caffeina e stricnina, ignoro in che dosi) o l’ammontare dei premi per i traguardi volanti che spesso costituivano l’unica fonte di sostentamento dei gregari. E poi l’Italia dalle strade senza asfalto, delle salite impossibili nella neve e nelle discese ardite che ogni giorno qualcuno ci lasciava un pezzo di sé, dallo zigomo al gomito. E via di nuovo in bici che gli aiuti non erano possibili e che uomini di quella tempra lì mica di ritirano per un ginocchio gonfiatosi come e più di un melone. E i personaggi, i tifosi che stravedevano per tutti e, capitando la carovana rosa nel bel mezzo di un funerale, si piantarono tutti lì sul ciglio della strada perché buonanima, a ben guardare, impegni urgenti non ne aveva. “Viva i corridori, urlavano su un tono e con gesti assolutamente disdicevoli alla compostezza dei loro vestiti neri e alla maestra dei ceri che tenevano in mano. E viva anche il morto, rispose qualcuno della carovana”.

Editore Rizzoli
Pagine che restano ovviamente uniche e che solo noi ciclisti possiamo capire. Perché, una volta fatta la tara all’immenso genio di cui Montanelli era dotato e del quale – io in testa- non abbiamo avuto neppure un briciolo d’avanzo, sono le parole che ci diciamo ogni domenica mentre scavalliamo montagne con le nostre biciclette fiammeggianti, il body colorato e la barretta nel taschino. Gli stessi pensieri che affronteremo tra qui a un mese sulle quelle stesse rampe millenarie del Pordoi e del Falzarego per la “Maratona delle Dolomiti” – strade di un asfalto come il culetto di un neonato – ma che fanno pur sempre un male boia ai garretti di noi principianti.
Lo stesso amore per la natura – in un filo unico che passa dalla bicicletta e finisce al pianeta intero – che potete leggere nel blog del mio amico Michil Costa.(https://michilcosta.wordpress.com/) Quest’uomo fa l’albergatore a Corvara ed è l’organizzatore della Maratona delle Dolomiti. Ma, non bastasse questo a consegnargli tout court la patente di “benefattore dell’umanità che va a pedali”, compone un blog pieno di sentimento e di pensieri. Di quelli che, con i dovuti paragoni, rimandano alle sempiterne cronache di colui che, per noi braccianti del computer, resta pur sempre il Pordoi del giornalismo. E papà, da lassù, mi farà sconto.
Ernesto Galigani
e.galigani@laprovincia.it









a solo un’uscita in bicicletta. Lo chiedo ai miei quattro lettori perché ogni giorno, da inevitabile frequentatore di blog e siti per appassionati di ciclismo, vengono raggiunto – o mi imbatto, cambia poco – in tantissimi guru della pedalata, esperti dell’allenamento, ex professionisti che sono pronti a dispensare (spesso a pagamento, come ovvio) consigli, strategie e tabelle. Senza contare quello che si trova nel mare magnum della rete: basta cliccare “allenamento ciclismo amatoriale” su un qualsiasi motore di ricerca per trovare centinaia e migliaia di rispondenze.

o e Marina non ci siamo mai incontrati di persona. Ma mi è piaciuta in meno di sette secondi di telefonata.
L’aver soltanto pensato un progetto di questo genere significa, in buona sostanza, aver preso coscienza del fatto che sulle strade ci sono (anche) i ciclisti. Non è una banalità ad alzo zero, se ci pensate un attimo. Perché, al di là dell’ovvietà dialettica, c’è la realtà sulla quale abbiamo speso molte parole in questo blog. Una realtà (e non un’ossessione) fatta di automobilisti insofferenti, di clacson pigiati a tradimento alle spalle, di auto che ti infilano sistematicamente ad ogni rotonda quasi che il Codice della strada non valesse, in quelle intersezioni moderne. Per non parlare, già che siamo in tema di educazione stradale, dei danni devastanti provocati dalla tecnologia. Personalmente, l’altra mattina mi sono divertito a fare di conto: otto automobilisti su dieci erano impegnati in importantissime (evidentemente) discussioni al telefonino, cinque di questi otto non avevano l’auricolare o uno dei tanti marchingegni in dotazione che consentirebbero, quantomeno, di non staccare le mani dal volante. Mi sarebbe piaciuto essere una mosca per ascoltare quelle conversazioni. Ora quasi sussurrate. Ora accompagnate dal tipico gesticolare italiano. Probabilmente – e lo dico per esperienza diretta – erano conversazioni che non avrebbero spostato gli equilibri del mondo nel caso fossero state posticipate di qualche manciata di minuti. Quello di noi amanti della bicicletta, del resto, è un osservatorio privilegiato. Tutti i ciclisti sono automobilisti mentre non tutti gli automobilisti sono ciclisti. E la differenza, se permettete, si nota.






