Il ciclismo d’inverno

Un po’ di invidia, per i “colleghi grandi” (ma sarebbe meglio dire i grandi colleghi), la proviamo un po’ tutti. Quando il tempo volge al brutto e andiamo a frugare nell’armadio a caccia di body pesante, berrette calde, guanti termici e passamontagna supertecnologico, loro prendono armi e bagagli e se la filano in Versilia. O, ancora meglio, salgono su un aereo e sbarcano in Spagna o nei deserti degli Emirati Arabi e dintorni a scofanarsi centinaia di chilometri.

E invece noi restiamo qui. Di giorno al lavoro, e il sabato e la domenica con il naso incollato alla finestra nella speranza che il freddo conceda un po’ di tregua (mica tutti possono mettersi in strada a mezzogiorno, c’è chi alle 9 è già in ritardo sulla tabella di marcia) o, come in questi giorni, che la neve la smetta una volta per tutte, che ormai la siccità l’abbiamo scongiurata e, per dirla con un francesismo, ci ha rotto i maroni.

Qualche amico cui ho confessato la debolezza, mi ha spiegato che è un sentimento comune e allora posso anche dirlo a voce alta. Rimanere tappati in casa, con la fidata Bianchi relegata in garage, suscita sensi di colpa e botte di frustrazione che sono difficili persino da spiegare. Perché nella testa di un ciclista, lo sapete anche voi, di razionale c’è proprio poco.

Pensare che gennaio era cominciato bene. Un freddo becco, d’accordo, ma non così pungente da impedire qualche puntata, con tanto di salite d’ordinanza per far girare la

Quando si esce d’inverno

gamba. Per arrivare alla conclusione, un po’ narcisa, che “se va avanti così ad aprile siamo già in piena forma”. Ecco, appunto… se va avanti così. E così, invece, non è andata avanti. Tutti fermi a guardare le strade ricoperte di neve che, al solo pensiero di non potervi affondare tutto l’acido lattico di cui disponiamo, viene il magone.

 

Non resta che affidarsi speranzosi al meteo – che non l’azzecca mai ma è pur sempre rassicurante nella sua genericità previsionale – e fare il punto su quello che verrà. Noi vecchietti con la passione delle Gran Fondo non abbiamo che l’imbarazzo della scelta. Chi scrive, sia pure nella consapevolezza che importa a pochi, ha già le idee chiare e molte altre ancora da chiarire. Di sicuro non mancherò alla Gran Fondo Gimondi del 6 maggio a Bergamo: gli amici dell’organizzazione mi hanno già fatto sapere che sarò dei loro e, squisita gentilezza orobica a parte, rimane il gusto irrinunciabile di un percorso spettacoloso e duro il giusto. Sarò sicuramente al via anche della Gran Fondo di Lecco del 27 maggio che, tra Ghisallo, Sormano e Colle Brianza, è il non plus ultra del ciclismo lombardo: 130 chilometri o giù di lì che metteranno a dura prova più di un appassionato. Confido anche sull’invito della Maratona Dles Dolomites dell’1 luglio (sarebbe la quarta consecutiva) che, ai miei occhi e alle mie gambe, è la notte dell’Oscar delle biciclette. E ancora, in ordine sparso, la Gran Fondo degli Squali di Cattolica, la Gran Fondo di Milano che ho visto ricomparire in calendario e, chissà, magari anche la Gran Fondo Santini Bormio-Passo Stelvio di inizio giugno. Roba da stomaci forti che ho sempre guardato con ammirazione e un pizzico di timore. Ma questa è un ‘altra storia. Adesso c’è solo una finestra chiusa e la neve – tanta, troppa e da troppo tempo – che continua a scendere, accidenti a lei.

e.galigani@laprovincia.it

 

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La (mia) classifica delle Gran Fondo

di Ernesto Galigani

Non è il caffè a renderci nervosi. Piuttosto, la mancanza di quelle belle pedalate da 5-6 ore con il sole che picchia in testa e il sudore che scende a rivoli dalla fronte. Adesso che siamo costretti – i temerari che osano, e io modestamente oso – a rientrare precipitosamente dopo neppure tre ore perché le mani non rispondono ad alcun comando, i piedi sono intirizziti nonostante calzari antivento e tre paia di calzettoni, il contenuto della borraccia lo puoi usare per qualche aperitivo on the rocks e la maglietta termica fa il suo dovere, certo, ma a tutto c’è un limite… beh, alzi la mano chi non rimpiange il tepore di quelle belle mattine d’estate. Un body leggero, la maglietta con la lampo aperta sul torace, le gambe abbronzate in stile muratore, la bandana a detergere il sudore e via nel vento. Altro che gli omini-Michelin che – sì, siamo noi – incontriamo sul tragitto, bene attenti a non lasciare il manubrio perché le strade sono scivolose (oltre che perennemente rotte).

Vabbè, lasciamo stare. Consoliamoci con il guardare a quello che è stato. Il (modesto) ciclista che è in me chiude la stagione con cinque Gran Fondo (e una cronoscalata) al suo attivo. Poche, pochissime rispetto a quelle che il panorama ciclistico propone e che, con una adeguata vincita al Superenalotto, si potrebbero infilare l’una dietro l’altra come una perenne vacanza. Ma sufficienti (forse) per consentire un banalissimo giochetto di fine anno. Seguendo la moda di certi mappazzoni culinari che ammorbano i palinsesti televisivi da mane a sera, mi piace l’idea di condividere qualche osservazione sulle corse che conosco. Ma, a differenza di tanti criticoni da poltrona in similpelle, raccontando impressioni che arrivano dall’interno della corsa perché se è pur vero che per scrivere di ippica non bisogna essere stati dei cavalli in un’altra vita, è altresì fuori di dubbio che conoscere il ciclismo pedalato è sicuramente meglio che guardarlo alla televisione. Avanti tutta.

GRAN FONDO MARATONA DLES DOLOMITES

Poche storie, è il top di gamma. Ho partecipato per tre volte consecutive a questa maratona (e confido vivamente in un ulteriore invito per il prossimo 1 luglio, a essere sfacciato) e ogni volta, se mi passate la similitudine, mi sembra di capire che cosa prova un giocatore di calcio di serie C a giocare in uno stadio di serie A. Tipo Inter-Pordenone, se mi passate la similitudine. Lo scenario delle Dolomiti è unico al mondo (d’accordo, non è esattamente una scoperta delle ultime 24 ore), le salite proposte (dal Pordoi al Sella al Gardena al Giau) sono da storia del ciclismo e ci si sente quasi dei profanatori al solo nominarle. L’organizzazione va al di là di ogni immaginazione e meriterebbe cinque stelle per il solo fatto di impedire alle automobili (di ogni ordine e grado, si direbbe) di circolare per l’intera giornata. Fa quasi sorridere il sottolinearlo, ma pedalare nel silenzio è un lusso che sono in pochi a poter offrire. Tutto è grande, alla Maratona Dles Dolomites: i punti di ristoro, il numero dei partecipanti, i grandi nomi dello sport che vi partecipano (i lettori del mio blog lo sanno bene), il “pacco gara”, gli elicotteri che riprendono in diretta tv la corsa, persino i chilometri di transenne che vengono sistemate e rimosse in 24 ore el’entusiasmo trascinante del patron Michil Costa oltre che il sorriso sincero (chissà come faranno con novemila concorrenti) delle ragazze che, a fine corsa, ti infilano la medaglia di partecipazione al collo. Il difetto? Forse, ma sottolineo il forse e già mi pento, la sua unicità che gonfia i costi del dormire e del mangiare. LOCATION: 5 ruote, ORGANIZZAZIONE: 5 ruote,PERCORSO: 5 ruote, SICUREZZA: 5 RUOTE

GRAN FONDO GIRO DI LOMBARDIA

Lo ammetto: ho fatto di tutto per essere al via soprattutto per soddisfare un peccato di vanità. Quel nome – Giro di Lombardia – è un pezzo di storia e il poterlo condividere è un privilegio senza prezzo. Rcs l’ha proposta il giorno successivo al “Lombardia” dei professionisti, ricalcandone la seconda e ultima parte del percorso (quello con le salite) e anche questo è un valore aggiunto a una manifestazione dalla potenzialità infinite, per quanto non sfruttate. La location è spettacolare: basta guardare il vero “Lombardia” in televisione per rendersi conto di quanto è bella la nostra terra quando è bella. Il percorso è difficilissimo e il mitico Ghisallo – con la chiesetta dedicata alla Madonna protettrice dei c

Le ultime pedalate sul Muro di Sormano, fino al 27% di pendenza

iclisti – alla fine forse è la salita meno aspra. C’è il Sormano, c’è soprattutto il terribile Muro al 25 per cento (lo confesso, in alcuni tratti sono sceso), c’è la terrificante discesa verso Nesso che il giorno prima aveva mandato all’ospedale tre colleghi famosi, c’è il Civiglio che sale, sale e non finisce mai a dispetto dall’altimetria. E poi c’è il lungolago di Como con il traguardo in piazza Cavour che, oggettivamente, ti fa sentire quello che non sei stato mai, che non sei e che non potrai mai essere. Ma, in quegli infiniti secondi, chissenefrega del bagno di umiltà. Gli organizzatori, va premesso, hanno fatto tutto il possibile e forse anche di più. La sensazione è che i comaschi (non tutti, ovviamente) non amino questa corsa dedicata ai faticatori della domenica. O, se vogliamo essere buoni, non si sono accorti dei problemi che avrebbe inevitabilmente creato (in cambio di una invasione di massa di turisti spendaccioni, si capisce). E così le transenne in città sono state spazzate via subito o quasi, i clacson hanno cominciato ad ammorbare l’aria e il fondoschiena di chi stava correndo e il pericolo è aumentato esponenzialmente. Riproponendo l’eterna battaglia domenicale tra chi vuole correre (con il culo su un sedile e la mano sul clacson) e chi soltanto pedalare. LOCATION: 5 ruote, ORGANIZZAZIONE: 3 ruote, PERCORSO: 5 ruote, SICUREZZA: 1 ruota.

GRAN FONDO DON GUANELLA LECCO

La notizia bella è che nel 2018 si disputerà il 27 maggio. Già, perché lo scorso anno era stata programmata per lo stesso giorno (l’8 ottobre) della Gran Fondo Giro di Lombardia. E su un percorso per larga parte simile. Un vero e proprio pasticcio che aveva indotto fratel Agostino del Don Guanella (che aveva tutte le ragioni del mondo, visto che era partito in largo anticipo) a modificare all’ultimo momento il percorso, rinunciando a quel Ghisallo che era ovviamente l’attrattiva principale e a spostare i ciclisti sul versante

Il Museo del ciclismo del Ghisallo

lecchese del lago. Ad aggiungere problemi a problemi, inoltre, la stucchevole protesta dei sindaci di due paesini della Valvarrone, a causa – pensate un po’ – del blocco del traffico per una mezza mattinata. Manco ci fossero state frotte di turisti in attesa di inerpicarsi verso quei paesini sconosciuti… La presenza di Cadle Evans e Gianni Bugno ha certamente reso prestigiosa la corsa, salvando il salvabile. Il prossimo anno sarà tutt’altra cosa: nessuna concomitanza, una data indovinata e il percorso ripristinato come Dio comanda. Fratel Agostino, ciclista vero con il cuore in mano, avrà certamente modo di rifarsi e di contribuire a portare avanti i suoi progetti di solidarietà con i soldi delle iscrizioni. LOCATION: 5 ruote, ORGANIZZAZIONE: 5 ruote (per la fatica e la beffa finale), PERCORSO: 3 ruote, SICUREZZA: 2 ruote.

GRAN FONDO INTERNAZIONALE FELICE GIMONDI

Il nome è una garanzia e, dopo due esperienze consecutive, il giudizio non può che essere altamente positivo. Percorso bellissimo con montagne vere, a cominciare dall’ascesa non impossibile ma altamente suggestiva al Selvino e, ancor di più, il falsopiano (molto falso) della Val Taleggio che porta da San Giovanni Bianco fino a Vedeseta e al passo di Costa d’Olda. Quasi un canyon che sa molto di selvaggio se avrete la (s)fortuna di imbroccare una domenica di pioggia. Un regalo della natura. L’unica nota stonata, per così dire,

Ultima curva prima del traguardo

sembrerebbe il tratto finale di una quindicina di chilometri da Zogno (per chi fa il medio) fino all’arrivo, al Lazzaretto di Bergamo: una strada molto trafficata, infarcita di rotonde e semafori. Ed è qui che entra in gioco l’aspetto migliore di questa gran fondo, ovvero l’organizzazione e la sicurezza. Credetemi sulla parola, per quanto possa apparire inverosimile: non c’era incrocio, negli ultimi cinque pericolosissimi chilometri, che non fosse presidiato. Da un agente di polizia locale, da un carabiniere, da un volontario della Protezione civile, da un incaricato dell’organizzazione. Non è cosa da poco se si pensa che la corsa di svolge agli inizi di maggio e che la maggior parte dei concorrenti attraversa una città come Bergamo (la seconda della Lombardia per numero di abitanti, per capirci) intorno a mezzogiorno o poco prima…. Quanto alla logistica, organizzazione molto light e senza fronzoli e forse proprio per questo, assai efficiente. La ciliegina sulla torta è rappresentata dai primi chilometri da percorrere accanto a Felice Gimondi, leggenda del ciclismo e campione di simpatia. LOCATION: 5 ruote, ORGANIZZAZIONE 5 ruote, PERCORSO 4 ruote, SICUREZZA: 5 ruote.

GRAN FONDO DI MILANO

Quella di metà settembre è stata la prima edizione, e già questo merita l’apprezzamento di tutti i ciclisti. Organizzare una manifestazione ciclistica in una città come Milano è come tentare di svuotare il mare con un bicchiere di Nutella: un’impresa ai confini dell’impossibile. Il percorso è certamente suggestivo, se si esclude il breve tratto iniziale.

Il Lissolo della Coppa Agostoni

Le colline della Brianzashire – Monte di Rovagnate, Lissolo di Perego, Colle Brianza, Sirtori, Beveretta, Cagliano – sono bellissime ed anche faticose, ricalcando il percorso della Coppa Agostoni. Nulla di realmente impossibile per un cicloamatore preparato anche se non è la lunghezza delle salite a preoccupare, quando le pendenze che si portano appresso in più di un caso: sul Lissolo si sfiora in alcuni tratti il 18 per cento, il tratto finale della salita di Cagliano (da Santa Maria Hoè) propone qualche decina di metri ad oltre il venti per cento di pendenza. L’organizzazione ha pagato lo scotto dell’inesperienza ed anche la sicurezza – soprattutto nel percorso lungo dopo la discesa da Santa Maria e all’altezza della svolta per Cagliano – meriterebbe qualche ritocco. Peccati di inesperienza su un terreno difficile, con troppi automobilisti dal clacson facile e dalla battuta (stupida) pronta. Come sanno fin troppo bene i ciclisti che vivono in questo territorio. LOCATION: 4 ruote, ORGANIZZAZIONE 3 ruote, PERCORSO 4 ruote, SICUREZZA 2 ruote.

GRAN FONDO SQUALI CATTOLICA-GABICCE

Anche questa è una corsa che ha pochi anni di vita. Ci sono arrivato su consiglio dell’amico Stefano Giuliodori, proprietario e direttore del Hotel Dory di Riccione. Uno che ha inventato dal nulla i tour per i clienti del suo albergo (e che oggi rappresentano una delle maggiori attrazioni di un po’ tutti gli alberghi della riviera romagnola) e che di ciclismo ne mastica. Si parte dall’Acquario di Cattolica e, in 144 chilometri, si scavalla di continuo tra Romagna e Marche (che alla fine sono la stessa cosa) con una puntata verso la città di Urbino, splendido gioiello protetto dalle mura medioevali. Chi conosce la Romagna, sa che

La partenza a Cattolica

cosa significa pedalare sulle colline che si trovano “al di là” dell’autostrada. Da Gradara a Monte Altavelio, da Belvedere Fogliense a Monte Gridolfo, da Saludecio a Tavullia sono strade “spacca gambe”: salite magari brevi ma con pendenze importanti e discese altrettanto ripide ma in un quadro davvero d’altri tempi. Il pregio è rappresentato dal traffico assai scarso che consente di godere della meraviglia del panorama, il difetto dalle terribili condizioni dell’asfalto, costellato ovunque da buche, interruzioni continue e ghia ietta fastidiosa e pericolosa. Valgono da soli il prezzo del biglietto, invece, gli ultimi quindici chilometri ovvero la Panoramica del San Bartolo, una striscia di asfalto a mezza costa e a picco sul mare, in un territorio incontaminato dove non è difficile (sarà mica la fatica, forse?) sentire un perenne concerto di grilli e cicale. L’arrivo a Gabicce Monte – in salita, ovviamente – è qualcosa di veramente impagabile. L’organizzazione è migliorabile in tanti piccoli dettagli ma la strada intrapresa è certamente quella giusta. LOCATION: 5 ruote, ORGANIZZAZIONE 3 ruote, PERCORSO 4 ruote, SICUREZZA 2 ruote.

GRAN FONDO NOVE COLLI DI CESENATICO

E’ la regina delle Gran Fondo. Se non per il percorso (nulla di paragonabile alla Maratona Dles Dolomites, per capirci) almeno per il numero di partecipanti, stabilmente fissato a 12 mila concorrenti. Proprio il gigantismo rischia di trasformare un pregio in un difetto. Il percorso – praticamente lo stesso dal 1971 ad oggi – è bellissimo e valgono le considerazioni fatte per la Gran Fondo degli Squali (siamo pur sempre in Romagna) ma il

Lo scollinamento del Barbotto

tratto iniziale da Cesenatico fino alla salite del Monte Polenta è fin troppo scorrevole. Al punto che la prima salita si trasforma in un ingorgo da Grande Raccordo Anulare, a meno di non essere stato inserito nelle prime due griglie o, in alternativa, di aver fatto medie da motociclista nei primi venti chilometri del tracciato. Per il resto tanto di cappello: l’organizzazione è asburgica per quanto macchinosa, la sicurezza garantita. Abbastanza insignificanti, ma inevitabili, gli ultimi chilometri di pianura che portano dalla salita finale all’arrivo sul lungomare di Cesenatico. In compenso il rettilineo finale è un inno alla gioia con tantissima gente che applaude convinta e fa sentire protagonista anche l’ultimo dei partecipanti, che non a caso gode di un premio speciale. Il pasta party finale, tra piadine e tortellini, è il massimo di categoria. Peccato per quelli che, come chi scrive, al termine della corsa non riuscirebbero ad ingoiare neppure un biscotto. LOCATION: 4 ruote, ORGANIZZAZIONE 5 ruote, PERCORSO 4 ruote, SICUREZZA 4 ruote.

GRAN FONDO STELVIO SANTINI. Non è tra quelle che ho fatto ma spero vivamente di poter colmare la lacuna nel 2018. Perché Bormio è una delle più belle località della Lombardia, perché il Mortirolo (mica l’ho scoperto io) non ha bisogno di parole e perché lo Stelvio è lo Stelvio. Serve altro?

La Argegno-Schignano

Una parola finale per la cronoscalata Argegno- Schignano, sul lago di Como. Non è il tipo di corsa che prediligo (l’età sul groppone ci spinge a prediligere il fondo alla velocità ed alla potenza) ma è davvero una chicca per trascorrere mezza giornata in grande allegria, con un panorama spettacolare tra lago e monti, accanto a gente appassionata e con il cuore in mano. A partire da Roberto Dotti, che fu campione del mondo di ciclismo su pista nel 1985 e che ad Argegno conduce un bar diventato inevitabile tappa dei ciclisti, da Nibali ad Aru fino a noi modesti pedalatori.

Forse vi ho annoiato con le mie osservazioni. O forse no, chissà. In ogni caso se volete suggerirmi gare, fare osservazioni, formulare critiche, aggiungere o togliere aggettivi, beh, ne sarei naturalmente lieto. Basta commentare su Facebook o scrivere alla mia mail: e.galigani@laprovincia.it

 

 

 

 

 

 

 

 

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Meno telefonini, più bicicletta

di Ernesto Galigani

Intendiamoci subito. Quando si parla di telefonino al volante (delle auto, of course) non c’è praticamente nessuno che possa evangelicamente permettersi di lanciare la prima pietra. Però è giusto che ciascuno di noi prenda coscienza della pericolosità di questo comportamento, al netto delle multe che dovrebbero essere elevate dalle forze dell’ordine.

Certo, neppure noi ciclisti, quando saliamo in macchina, siamo immuni da questo viziaccio che – in quanto tale – non ha alcuna spiegazione razionale. Tanto più che la tecnologia – dalle banalissime auricolari finendo ai sistemi di navigazione più complessi – consentirebbe di guidare in tutta sicurezza. Per sé e, soprattutto, per gli altri. Tuttavia, proprio perché stiamo spesso dall’altra parte della barricata, conosciamo perfettamente i pericoli legati a questo comportamento. Lo sperimentiamo ogni volta che usciamo: automobilisti che, tutti presi dal loro imperdibile colloquio, tirano verso il ciglio della strada rischiando di travolgerci; altri che neppure ci vedono – magari nel bel mezzo di una rotonda – perché impegnati a messaggiare. Altri ancora che, con la scusa che tanto siamo in coda e non si muove nessuno, riparte in automatico senza staccare l’occhio dal display del tutto ignaro che, magari, davanti a lui si è posizionato un ciclista. Insomma, la solita storia. Del resto, i quattro lettori di questo blog sanno fin troppo bene che la sicurezza è un argomento sul quale torniamo spesso e volentieri: dalle gallerie poco illuminate agli asfalti sconnessi, passando per la guida al telefono e la maleducazione corriamo il rischio di essere ripetitivi fino alla nausea.

Eppure, tanto scrivere non sembra essere finalmente fine a se stesso. Alex Zanardi – l’ex campione di automobilismo e icona della nostra categoria, più volte inconsapevole ospite di queste pagine – ha pubblicato un tweet diventato rapidamente virale e approdato sulle colonne web del Corriere della Sera proprio dedicato alla necessità di “rieducare gli automobilisti”. Ha sfondato una porta aperta, il mitico Alex, e i giornali si sono accorti che, forse, è davvero un problema. Lo stesso giornale ha ospitato una toccante lettera del fratello di Michele Scarponi, il mitico ciclista Astana scomparso qualche mese fa, travolto in allenamento dall’autista di un furgone. Senza avere alcuna colpa (si sa, i ciclisti sono sempre in mezzo alla strada e non si fermano ai semafori) se non quella di essere sceso in strada nel momento sbagliato e nel posto sbagliato. Un po’ poco per morire, a pensarci con raziocinio.

Ci piace quindi riproporvi di seguito questi articoli, rimandandovi ai due link. Più siamo e meglio è. Passiamo parola (ovviamente senza telefonino).

Zanardi

http://www.corriere.it/cronache/17_novembre_02/telefonini-auto-l-allarme-alex-zanardi-dobbiamo-rieducare-guidatori-ae508b64-bf4a-11e7-9a2b-0f2b2933b455.shtml

Scarponi

http://www.corriere.it/cronache/17_novembre_06/scarponi-distrazione-alcol-educhiamo-guida-non-uccidere-c8c1a55e-c270-11e7-bf97-8f2129f2dc8b.shtml

 

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Poveri amatori, più a (Gran) Fondo di così

di Ernesto Galigani

La domanda, per quanto retorica, è tutt’altro che banale: questo territorio – quello che fa riferimento al lago di Como e ai suoi due rami di manzoniana memoria – ama davvero il ciclismo? Non il ciclismo dei grandi, si capisce, che quello piace proprio a tutti per il semplice fatto che affonda nella cultura popolare, che non chiede biglietto di ingresso e che regala emozioni forti. E che, soprattutto, non conosce problemi di latitudine.

Le ultime pedalate sul Muro di Sormano, fino al 27% di pendenza

No, ci riferiamo al ciclismo amatoriale, a quello della domenica, a quello che un po’ pomposamente viene definito delle manifestazioni di “gran fondo” e che in questo blog siamo soliti raccontarvi visto direttamente dai pedali. Lo spunto arriva dalle due gran fondo, per l’appunto, che sono andate in scena l’8 ottobre: una a Como, organizzata da Gazzetta-Rcs il giorno successivo al Giro di Lombardia dei professionisti e l’altra a Lecco, voluta da fratel Agostino del Don Guanella, appassionato di due ruote come pochi. E già la coincidenza, senza neppure pensarci un attimo, induce qualche perplessità: due gran fondo, su due percorsi da urlo, nella stessa giornata a venti chilometri di distanza l’una dall’altra, quasi a dividersi il popolo del ciclismo della domenica? Chi scrive ha puntato su Como, ma – se non ci fosse stata questa incredibile sovrapposizione – avrebbe volentieri partecipato anche a quella di Lecco. Ne avrebbero guadagnato tutti, a partire dagli organizzatori che, anziché 1.500 partecipanti a testa, avrebbero potuto ragionevolmente puntare al raddoppio.

La partenza della Gran Fondo del Giro di Lombardia a Como

La meraviglia del lago di Como a Bellagio

Oddio, non siamo certo stati i soli a notare questo sgambettarsi a vicenda che, senza troppo dilungarci, è frutto di una situazione nata male e finita peggio. Con i “comaschi” che non potevano certo modificare il giorno del Giro di Lombardia (e della relativa corsa per gli amatori) e i “lecchesi” che – con altrettante buone ragioni – avevano fissato la data della loro corsa con largo anticipo, già nel mese di gennaio. Il compromesso ha portato al rispetto della contemporaneità (inevitabile per ovvie ragioni di programmazione e organizzative) con due percorsi diversi e senza sovrapposizioni (già, perché inizialmente il Ghisallo era l’attrazione principale di entrambe le corse). Ma è ovvio che nessuno ha potuto gioire fino in fondo di questa soluzione, a cominciare proprio dagli amatori.

Se si volesse infierire bisognerebbe parlare anche dell’accoglienza che le due città – un termine volutamente generico per includere forze dell’ordine, amministratori comunali e provinciali – hanno riservato a questi appuntamenti. E che sono stati vissuti – almeno, questa è l’impressione di chi ha corso – quasi con fastidio, lo stesso che si prova quando si deve andare dal dentista anche se si vorrebbe essere a mille miglia di distanza. Entrambi i percorsi sono stati modificati per le pressioni dei sindaci: a Como è stata tolta l’ultima salita del San Fermo perché avrebbe creato problemi alla circolazione (sic), a Lecco si è scelta una via alternativa per raggiungere la Valsassina a causa di una frana sulla strada che da Bellano portava in Valvarrone. E, ancora, al Giro di Lombardia per amatori gli organizzatori sono stati costretti a costringere i partecipanti a correre in mezzo alle auto, slalomeggiando tra gli scalmanati turisti della domenica. Dei pericoli sul tratto tra Nesso e Como, sulla salita e la discesa di Civiglio e, soprattutto, sul tratto cittadino con le transenne rimosse e le auto del tutto incuranti di ogni prudenza (con tanto di incidente a 500 metri dal traguardo) abbiamo già raccontato nell’articolo apparso su “La Provincia” e che potete rileggere su questo blog. Lo stesso, tuttavia, raccontano coloro che hanno partecipato alla Gran Fondo lecchese, con analoghe testimonianze di pericoli scampati.

La sensazione, soprattutto per chi come chi scrive, ha partecipato ad altre gran fondo (dall’Emilia Romagna al Trentino Alto Adige passando per Bergamo, terra di ciclisti indomiti) è che siano state due occasioni sprecate. Perché i percorsi delle Gran Fondo lombarde – comasche e lecchesi, in particolare – non sono secondi a nessuno con salite entrate nella memoria di tutti, indipendentemente dall’amore per il ciclismo. Ghisallo, Sormano, Civiglio, Sormano sono nomi noti a livello internazionale ed è un vero peccato che vengano banalizzati in questo modo, vissute come un pedaggio quasi inevitabile da pagare anziché una grande opportunità economica e turistica. Come avviene, per esempio, a Corvara in occasione della Maratona Dles Dolomites, una corsa che è diventata un colossale giro d’affari per gli operatori turistici, in attesa della neve invernale e della riapertura degli impianti da sci. O sul Lago di Garda, dove queste manifestazioni si moltiplicano anno dopo anno e hanno come minimo le stesse mire turistiche di questo territorio. Tutti stupidi?

Se avessimo posto una domanda del genere agli organizzatori il giorno successivo alle due manifestazioni lariane avremmo sicuramente avuto una risposta più o meno così: “L’anno prossimo? Non se ne parla neppure”… C’è da sperare che il tempo stemperi la mortificazione delle tante persone che hanno lavorato per offrire un’alternativa allo shopping sul lungolago (dagli organizzatori ai volontari, dai vigili urbani alla protezione civile) e che gli amministratori – a tutti i i livelli – comprendano almeno un pochino che non si vive di sole automobili. E che si può pensare, allargando il discorso, non soltanto ai sensi unici da modificare, alle buche da chiudere (magari), al verde da sacrificare al cemento perché non basta mai. Ma anche alle corsie preferenziali per chi va in bicicletta (ci sono a Londra, potrebbero benissimo esistere anche a Como e Lecco, credeteci), ai blocchi dei centri storici, ai mezzi pubblici da incentivare per indurre i cittadini a lasciare l’auto in un bel parcheggio di interscambio a pedaggio ridotto. Discorsi che, su queste colonne e non solo, rappresentano la normalità e non certo un’eccezione. E che, chissà perché, trovano sempre ampi consensi e roboanti dichiarazioni di principio. Ma poi, quando finisce la conferenza stampa e si risale in auto, basta il primo ciclista sul proprio percorso per spingere la mano sul clacson. Dimenticando tutto, a cominciare dalla buone maniere.

e.galigani@laprovincia.it

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Noi della Gran Fondo Lombardia

Ci sarebbe molto da scrivere sulla Gran Fondo Lombardia organizzata da Rcs Sport tra mille difficoltà. E lo faremo nei prossimi giorni. Questa mattina su “La Provincia di Como” ho provato a mettere insieme qualche considerazione, sia sulla corsa alla quale ho avuto il piacere e l’onore di partecipare sia sui problemi di convivenza (quasi impossibile) con le automobili e, forse, con la stessa città di Como. Spero, in cuor mio, che Paolo Bellino – direttore generale di Rcs Sport – non si arrenda e riproponga la corsa anche il prossimo anno. Ma, come detto, ne riparleremo. In questa sede, mi permetto sottoporre l’articolo de La Provincia.

La pagina de “La Provincia di Como” con un grazie a Nicola Nenci

di Ernesto Galigani

C’è la ciclista che arriva dalla Spagna (o bisogna già chiamarla Catalogna?) e non sta più nella pelle alla sola idea di pedalare nella storia e che, sulle rampe finali del Ghisallo, si mette a cantare a squarciagola per farlo sapere a tutti, ma proprio a tutti. C’è la volontaria (carinissima) della Croce Rossa di Lipomo che sulle rampe impossibili del muro di Sormano – laddove almeno la metà dei partecipanti sceglie di salire a piedi – regala un sorriso giovane e innocente, quasi a dirti senza parole che c’è del bello anche nella sofferenza. C’è l’inglese di Londra che, insieme ai suoi amici, sgrana gli occhi davanti all’azzurro del cielo, al blu del lago ripetendo come un mantra che “it’s wonderful”. Difficile dargli torto, anche se si è nati a queste latitudini e le strade del Gran Fondo Lombardia le conosci buca per buca, come i nomi delle vie: lo sky line di queste terre non ha eguali.

E proprio per tutti questi motivi – che da soli valgono il prezzo del pettorale e ti fanno benedire la saggia decisione di essere uno dei protagonisti – sale la rabbia al pensiero dell’altra faccia della medaglia. Lo sappiamo, nella vulgata generale che fa di tutta l’erba un solo fascio, siamo il sassolino nella ruota di chi va di fretta, protetta dalle lamiere supersicure del suo Suv.; il “cantiere in movimento” che ti costringe a rallentare.

Però, sarebbe bello sapere che cosa avrà mai avuto tanto urgente da fare, l’automobilista che alle 7.45 di una domenica di ottobre cerca di intrufolarsi nel serpentone di duemila cicloamatori appena partito da Como e che si accinge a doppiare la rotonda di Tavernerio- Albese. E ci piacerebbe sapere che cosa aveva dimenticato sul fornello quell’altro che, una manciata di chilometri più avanti, non resiste alla tentazione zaloniana di calare i suoi palmi sul clacson, godendo di un suono tanto liberatorio (per chi lo provoca) quanto irritante (per chi lo subisce).

Il bello e il brutto, insomma, di una corsa che Como – ma forse è soltanto l’impressione di chi scrive – dà la sensazione di sopportare, come un’influenza qualsiasi che prima o poi passa da sola e magari neppure torna più. Ma non dà certo la sensazione di amare, coccolare e difendere con i denti come vorrebbe – se non proprio la passione – almeno il buon senso. Perché il Lombardia, quello dei professionisti del sabato e degli amatori della domenica, significa alberghi pieni (non ci crederete, ma i ciclisti dormono e qualche volta si portano appresso pure le famiglie), bar che faticano a tenere il ritmo dei caffè, ristoranti che si riempiono d’un botto. Per non parlare del fatto che uno “spottone” di due ore come quello di sabato – con l’elicottero a mostrare che Como è bella quando è bella – giustifica già in partenza ogni disagio.

La partenza dal lungolago: alba appena sorta

Vista da dentro, la corsa è un frullatore di emozioni, di fatica, di sorrisi, di divertimento e anche di paura. Quando la strada scende dal muro di Sormano e porta verso Nesso,tutti pensano che il più sia fatto. E invece no, perché quei venti chilometri su e giù che portano a Como (una banalità ciclistica) sono l’ostacolo più difficile da superare. Non c’è neppure il tempo di buttare l’occhio oltre il guard rail e illuminarsi d’immenso con lo show silenzioso del lago. C’è da evitare la macchina che vuole passare anche se non c’è spazio, c’è da maledire l’autista del furgone (che ci fa un furgone la domenica mattina?) che ha una fretta del diavolo ed è disposto a scarnificarti un polpaccio stringendoti sul muretto piuttosto che correre il rischio di graffiare la sua preziosa vernice bianca nell’incrocio con l’altro mezzo.

Così come fanno paura gli ultimi cinque comodi chilometri, inseguiti per una intera mattinata e che – una volta che ti ci trovi in mezzo – ti vien voglia di tornare nel bosco del triangolo Lariano ad ascoltare le strofe stonate dalla nostra amica spagnola. Auto che sbucano da ogni incrocio, transenne distrutte, pedoni che ti guardano male e gli organizzatori che, poverini, hanno sicuramente fatto il massimo viste le circostanze e le pressioni cui saranno stati sottoposti per finire più in fretta possibile. Solo una volta tagliato il traguardo, si finisce per capire il senso delle parole dello speaker che ha passato la mezzora prima delle partenza a metterti in guardia dal traffico e a ribadire che il tempo massimo era di sei ore e poi, raus, tutti in balìa delle lamiere. Era un messaggio in codice: probabilmente intendeva sei minuti.

e.galigani@laprovincia.it

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Sicuri in bicicletta, la storia tragicomica della Sp49 di Lecco

Lo so, è inutile che lo pensiate. Sono proprio fissato. La condizione delle strade, del resto, per noi che andiamo in bicicletta è un po’ come il terreno di gioco per un calciatore. Il principale strumento di lavoro, per dirla con l’allenatore del Napoli Sarri che si lamentava (giustamente) del manto erboso di Ferrara costato (forse) un crociato al suo centravanti.

Quella che raccontiamo oggi è una storia che è cominciata nel novembre del 2016, poco meno di un anno fa. Non solo all’orizzonte non c’è uno straccio di soluzione ma, ancor peggio, non è più degna neppure di due colonne in cronaca. Al punto che persino gli automobilisti, anziché incavolarsi come jene, hanno finito per farsene una ragione. Come se un disservizio protratto all’infinito, finisse per essere parte della normalità anziché una scandalosa eccezione.

Uno scandalo piccolo piccolo, a dire il vero, ma assolutamente illuminante circa il modo che i nostri amministratori(di ogni livello e partito) utilizzano quando si trovano di fronte a un problema. S’indignano, s’arrabbiano, si rimpallano le disponibilità e poi, per citare De Andrè, si arrendono con gran dignità. La strada provinciale numero 49 della Provincia di Lecco – perché è di questa che stiamo parlando – collega l’area industriale di Oggiono al confinante paese di Molteno, costeggiando la linea ferroviaria. Una strada a due corsie che definirla provinciale è persino eccessivo ma che comunque è strategica consentendo di evitare la più trafficata “La Santa” e dando uno sbocco alle moltissime industrie che ci sono nella zona.

Ebbene, nel novembre del 2016, si è verificato un piccolo smottamento della carreggiata, sulla parte destra per chi viaggia da Molteno verso Oggiono. Una trentina di metri per una cinquantina di centimetri di cedimento. Insomma, una banalità assoluta la cui soluzione sarebbe dovuta arrivare – accertamenti tecnici e progettuali compresi – in un paio di settimane. E a farla pure larga.

Lo smottamento aveva anche avuto una certa eco, sulla stampa perché arrivato a un mesetto di distanza dal ben più terribile crollo del ponte di Annone sulla statale Milano-Lecco. E, si sa, le coscienze si mettono in movimento appena sono scappati i buoi, con ponti malmessi e cedimenti assortiti che – d’improvviso – spuntano da ogni dove.

La strada provinciale 49 Molteno Oggiono fotografata il 26 settembre

Si capisce anche, di conseguenza, l’immediata e vibrante risposta (ebbene sì, sto ironizzando) della Amministrazione provinciale fantasma di Lecco. La strada venne subito trasformata a senso unico alternato, spuntò una foresta di orribili new jersey in cemento a protezione di pedoni e automobilisti e, poco dopo, comparve anche un bel semaforo mobile con tanto di centralina appiccicata come un magnete su un albero. Una soluzione temporanea, in teoria, in attesa della cosiddetta rimessa in pristino della carreggiata.

Ma questo tipo di storie non sono mai a lieto fine. Non a queste latitudini. La soluzione di fortuna è nel frattempo rimasta tale perché, come diceva quello, non c’è nulla di più definitivo del provvisorio. E, a distanza di così tanto tempo, il senso unico alternato continua ad essere una croce (senza delizia) per le migliaia di automobilisti(e soprattutto di camionisti delle aziende vicine) che vi devono fare i conti, magari due o tre volte al giorno. Ci passiamo anche noi ciclisti – reietti della mobilità – e, di settimana in settimana, la curiosità è diventata femmina. Anche perché a noi che andiamo a venti all’ora e all’aria aperta non poteva sfuggire che di lavori, in quel tratto di strada, neppure l’ombra. Non in inverno perché è inverno, non in primavera perché piove, non in estate perché fa caldo, non in autunno perché cadono le foglie.

E’ vero, qualche volonteroso aveva provveduto a tagliare i rovi che avevano cominciato a circumnavigare i jersey ma era finito tutto lì. E i lavori? Beh, a distanza di dieci mesi non è stato spostato neppure un sassolino. Il cedimento, se strutturale doveva essere, a questo punto avrebbe dovuto trascinare tutta la strada nel torrentello sottostante. Se casuale e quindi sistemabile con due carrettate di cemento, beh, non se lo fila più nessuno.

L’ultima notizia che abbiamo rintracciato è datata 7 giugno. Il quotidiano La Provincia di Lecco informava i suoi lettori che l’Amministrazione provinciale – evidentemente dopo aver scatenato geologi e ingegneri sul campo – aveva sentenziato che “potrebbe essere stato il torrente Gandaloglio a causare il cedimento”. Ma la Regione, al quale l’ente fantasma si era rivolto per avere i soldi e provvedere ai lavori aveva detto che era una tesi tutta da dimostrare e che si arrangiassero in posto. Peccato che la Provincia, smantellata pezzo per pezzo in favore del Pirellone sull’ondata populista degli anni precedenti, non abbia più neppure il denaro per piangere. Altro che rifare la strada.

Morale della storia? Ieri mattina, il vostro cronista si è piazzato per qualche minuto a lato dello sbarramento. Per scattare qualche fotografia e guardare in faccia i poveri automobilisti e camionisti in coda. Giusto per vedere l’effetto che fa. Ebbene, a differenza delle prime settimane – quando il rosso del semaforico mobile– provocava travasi di bile e improbabili laudi al Signore che sta nei cieli – adesso non si nota neppure un’alzata di occhi verso il cielo. E’ tempo di umana rassegnazione e divina pazienza, insomma. Come se quel piccolo stupido, insignificante, banalissimo cedimento non fosse un piccolo intervento di quelli che possono capitare ma una delle sette piaghe d’Egitto. Davanti alle quali non si può far altro che maledire la sfortuna.

Ma in questo caso di soprannaturale non c’è proprio nulla. E’ soltanto l’imbarazzante storia di una strada diventata stradina, per di più a senso alternato. In un contesto di menefreghismo e sciatteria che, ormai, neppure ci indigna più. Ed è forse questo che fa più male.

Ps: nel frattempo noi ciclisti continuiamo a passarci con disinvolta regolarità e qualche volta, bisognerà pure ammetterlo, ci capita pure da sorridere guardando l’occhio vitreo del camionista in coda. Tiè.

Ernesto Galigani

e.galigani@laprovincia.it

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Coppa Agostoni, le buche e le strisce

Se questo blog avesse come tema la politica, potremmo dedicare l’articolo a quanti hanno vagheggiato per anni l’abolizione delle Province, enti intermedi considerati come idrovore di fondi pubblici e simboli degli sprechi di questo povero Paese. In pratica, tutti i partiti politici.

La strada della Coppa Agostoni a Perego

Ma siccome a noi la politica interessa più o meno come il processo riproduttivo delle zanzare – e vorremmo limitare le nostre povere parole al mondo del ciclismo – osserviamo sommessamente che si stava molto meglio quando si stava peggio. I politici che guidavano le province (a costi bassissimi, tra l’altro) hanno trovato casa, nella maggior parte dei casi, in altri enti pubblici assai più generosi nel corrispondere indennità di servizio (alias, stipendi). I dipendenti continuano ad essere in servizio e, al più, vengono trasferiti in altre strutture statali e le strade – questo è il punto che ci interessa – fanno sempre più schifo. Nel senso che prima, bene o male, le lamentele arrivavano all’orecchio dei politici, i quali – essendo eletti direttamente da noi signori – di tanto in tanto una mano di asfalto la posavano, non foss’altro che per non pregiudicare la candidatura prossima ventura. Adesso, che le Province esistono solo sulla carta e sono guidate – senza il becco di un quattrino – da politici non eletti (e che quindi non devono rispondere ad alcuno) le strade sono diventate un percorso di guerra. E non solo quelle, se pensate per un attimo all’incredibile vicenda delle lampade non sostituite nella galleria del Moregallo (ne abbiamo parlato anche su questo blog) perché non ci sono soldi: la brillante soluzione trovata è stata quella di vietare il transito alle biciclette. Come quello, se ci si consente una scivolata linguistica, che si priva degli attributi per non ingravidare la moglie.

Da Colle Brianza giù verso Santa Maria

Questi pensieri, ai quali sono affezionato proprio perché rappresentano la prova provata dell’inutilità di certa politica, mi sono tornati in mente l’altro giorno, mentre percorrevo con il dovuto anticipo le strade che avrebbero fatto da corollario al Trofeo Ugo Agostoni, corsa internazionale per professionisti (mica una gran fondo per pippe come noi, si capisce) che aveva come clou un circuito di 24,5 chilometri sulle colline brianzole: il Sirtori, il Colle Brianza e il Lissolo, da ripetersi per quattro volte e fino alla nausea.

Corsa splendida e massacrante, come dimostra i 49 arrivati sui 200 partenti, splendidamente organizzata dalla storica società di Lissone. E corsa che ha dovuto fare i conti, per fortuna senza guai, con le condizioni delle strade. Un paio di foto, quelle che pubblico in questo articolo, danno l’idea delle situazione. La discesa da Sirtori fino a Rovagnate (incrocio con la Statale 342) era costellata di buche, soprattutto nel tratto di Perego che – guarda caso – era anche il più ripido. Per non parlare poi della discesa da Pie Castello a Santa Maria. Persino imbarazzante la situazione dell’asfalto, poi, all’uscita di una curva a gomito che, se il tempo non avesse dato una mano ai nostri eroi in bicicletta, avrebbe potuto provocare numerose cadute. E si potrebbe continuare all’infinito, pubblicando un’intera enciclopedia fotografica della situazione dei nostri asfalti, se solo si avesse voglia e pazienza di raccontare di altre strade, di altre discese ardite e delle risalite.

Il Lissolo della Coppa Agostoni

Non ci interessano, in questa sede, le giustificazioni. Sono sempre le solite e provocano soltanto una fastidiosa e diffusa sensazione di prurito alle mani. Le Amministrazioni provinciali dicono che non hanno più soldi , la Regione che non può arrivare dappertutto e che comunque la gestione delle strade è ancora controversa, i Comuni che sono rimasti sì e no con gli occhi per piangere. Tutto già sentito e debitamente digerito. Non siamo abili economisti. Ma se si considera che le nostre salatissime tasse dovrebbero servire per strade e trasporti, sanità e istruzione i conti sono presto fatti: qualcuno ciurla nel manico.

E lo fa fino a prenderci amabilmente per i fondelli. Vi raccontiamo l’ultima. Sulle strade della Coppa Agostoni c’erano un sacco di buche sulle strade. Tuttavia, all’alba delle 10 del mattino, due volenterosi e innocenti operai erano impegnati a tracciare le righe bianche per terra. Che è un po’ come mettere la giacca buona sopra una camicia con i buchi. Oppure, per fare un paragone più attinente alla materia, mettere un cicloamatore (magari pure scarso) sopra la bicicletta di Nibali. Fa una bella scena, certo. Ma in salita dovrà scendere lo stesso.

Portare pazienza e pedalare (l’abbiamo voluta noi, la bicicletta, no?) resta l’unica soluzione praticabile. Magari tenendo gli occhi aperti non solo sui rovi a ciglio strada che non vengono tagliati, sugli automobilisti che strombazzano, sui motociclisti che ti insultano e sui camionisti che ti depilano il polpaccio ad ogni sorpasso. No, ci tocca pure tenere gli occhi ben piantati per terra. Resta una domanda, per quanto pleonastica, da rivolgere ad amministratori e politici coinvolti in questo articolo, dalla Amministrazione provinciale di Lecco al comune di La Valletta, di Santa Maria, di Colle Brianza e chi più ne ha più ne metta: un pizzico, ma proprio un pizzico di vergogna, proprio no?

Ernesto Galigani

e.galigani@laprovincia.it

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La mia Maratona dell’Amore

di Ernesto Galigani

C’è un particolare che unisce tutti i 9.500 partecipanti alla Maratona dles Dolomites, la più importante Gran Fondo per amatori che giust’appunto una settimana fa ha celebrato la trentunesima edizione. Un filo sottile, certo banale per chi non mastica di pedivelle, ma che rende tutti i partecipanti uguali davanti alla nostra divinità pagana, ovvero la bicicletta.

Alberto Sorbini di Enervit con Michil Costa

Complice la fortuna di essere alla terza esperienza consecutiva – Michil santo subito, mi viene da dire – ho avuto anche quest’anno la possibilità di toccarlo con mano e di farci un paio di pensieri sopra (non di più, sia mai…). Ma non mi riferisco solo al giorno della corsa, quando ogni barriera sociale e geografica si abbatte quasi naturalmente sulle rampe che portano alle cime più maestose del ciclismo, quanto piuttosto alla conferenza stampa che precede la competizione. A condurla, accanto all’organizzatore Michil Costa, ci sono sempre ospiti illustri, quelli che con la loro presenza certificano l’eccezionalità dell’evento.

 

 

Lo scorso anno, qualche frequentatore di questo blog lo

Fabrizio Ravanelli, dalla Juve alla bici

ricorderà, c’era Miguel Indurain. Quest’anno era la volta di Bradley Wiggins (uno che ha vinto il tour de France e ha fatto il record dell’ora, per capirci), di Fabrizio Ravanelli, l’idolo di noi juventini che da quel maggio del 1996 inseguiamo il sogno più ambito e più negato, di Paolo Bettini che proprio ad un Lombardia di Como colse una delle vittorie più belle della sua luminosa carriera. A colpirmi è stato però Paolo Kessisoglu, ex delle Iene, la metà alta della coppia comica Luca e Paolo che ha presentato il festival di Sanremo. A parte la singolarità dell’ uomo di spettacolo in bicicletta – senza offesa, ma le due ruote sono l’antitesi dell’effimero – sono state le sue parole a lasciare un segno. Illustrando la genesi dei suoi primi colpi di pedale, ha detto, parola più parola meno: “Un giorno un amico mi ha invitato a partecipare a una partita di golf.  Il giorno successivo, un altro mi ha portato in bicicletta. Alla fine delle due giornate, ho restituito mazza e palline. Sono salito in bicicletta e non sono più sceso. La fatica che ho provato non ha prezzo”.

 

Le stesse parole che, al netto del golf, potrei raccontare io. Le stesse parole che potrebbero pronunciare tutti quelli che vanno in bicicletta e che non trovano altro vocabolo a giustificazione del loro sconclusionato amore per le due

Paolo Kessisoglu con Michil Costa

ruote che non sia “fatica”. Ma è una fatica ben diversa da quella del posto di lavoro, del lavoro domestico “prestato” alla moglie (e viceversa, si capisce), dello stesso vivere. E’ una fatica che si potrebbe definire quasi trascendente, se non si temesse di sfiorare la blasfemia. Che riempie il cuore e l’anima, che aiuta ad affrontare la vita e la professione in modo diverso e certo migliore. Perché se sei un vip di quelli che si sono affermati nel mondo delle professioni, e scegli di passare cinque ore in sella ad una bicicletta a sputare l’anima anziché portare il “lato B” in qualche atollo delle Maldive, beh, un po’ deve essere vero.

 

Non è un caso che Michil Costa, l’organizzatore di questa Maratona, ogni anno decida di assegnare un “nome” alla corsa. Un giochino che non è affatto un giochino per catturare qualche risatina a buon mercato o per tirarsela un po’. Se si sceglie una parola come “Amore” – era lo

Le mani d”oro di Daniela per fissare il pettorale sulla maglietta di gara

slogan dell’edizione numero 31 – si comprende fin troppo bene che il marketing non centra niente. E se si approfondisce un pochino la storia di questa corsa nata come sfida estrema e ora diventata un evento da 6 ore di diretta Rai, si scopre che l’amore è per tutto quello che la bicicletta si porta dietro: la riscoperta di un’ecologia sana (lo sapete che in Alta Badia non si trova un cestino a pagarlo oro eppure non c’è un rifiuto per strada?), la lotta estrema e spesso faticosa per difendere le proprie radici e la propria terra, come dimostra la battaglia (vinta) per la chiusura una volta la settimana del passo Sella ai mezzi motorizzati. Se non fosse che ci ha già pensato uno scrittore francese, si potrebbe tranquillamente parlare di “ciclosofia”.

E poi ci sarebbe l’aspetto agonistico che

In griglia alle 5.45 del mattino: ci sono 4 gradi

agonistico, in realtà, non è. Alla Maratona dles Dolomites vincono tutti quelli che si presentano alle 5.30 del mattino alla partenza con una temperatura di quattro gradi quattro, quelli che scavallano i passi dolomitici posti tutti a oltre duemila metri, quelli che si buttano in discesa battendo i denti perché non hanno il tempo di fermarsi a mettere la mantellina che devono vincere la loro personale battaglia con se stessi. Quelli che maledicono gli organizzatori per aver posto a 4 chilometri dal traguardo un “muro” adatto soltanto ai gatti (e così si chiama, quella salita da 363 metri al 19 per cento fisso di pendenza) e accidenti che nessuno salta le transenne per darti una spinta.

 

Quelli che salgono gli undici chilometri e rotti del passo Falzarego con gli abeti da una parte e gli abeti dall’altra (ma saranno poi davvero abeti?) riempiendosi la testa di un silenzio che quasi stordisce; quelli che davanti al cartello di inizio salita del Pordoi non si spaventano mica delle frasi che ci stanno scritte sopra (a cominciare dall’indicazione dei 33 tornanti 33) e che anzi, in cuor loro, se lo dicono pure che qualche tempo fa, proprio come sta facendo ora lui, su quella stessa strada ci passarono anche Coppi e Bartali (magari ad altra velocità, ma che importa?). Quelli che iniziano il passo Sella (il più difficile, per me) rinunciando a pensare alle pendenze che stanno per arrivare e godendosi, al contrario, quei monti pallidi colorati di rosso “che una cosa così tu non l’hai vista mai”.

Quelli che, agli ultimi cinquecento metri di corsa, si stirano la maglietta con le mani come i ciclisti veri, sollevano la testa tronfi del loro essere arrivati e si riempiono il cuore dei battimani della gente che sta oltre le transenne. Non applaudono il tuo pettorale, certo, ma la tua fatica portata a termine. Eppure basta questo per far scivolare giù dagli occhi, opportunamente protetti dalle lenti da sole e dal sudore, una lacrimuccia di stupida ma sincera commozione. Che sconfina in un’insana ondata di effimero entusiasmo (questo concedetemelo) quando si scopre dal tabellone e dall’sms del servizio cronometrico che hai impiegato dieci minuti in meno dell’anno precedente. Qualche volta, bisognerebbe pur dirlo a quelli che fanno la “caccia al ciclista” sulle strade, ci si può essere tanto amore anche in un colpo di pedale. Grazie Michil. Anzi, giulan.

e.galigani@laprovincia.it

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