di Ernesto Galigani
La sensazione è che ci stiano facendo fuori uno dopo l’altro. Non passa giorno senza che si verifichi un incidente che coinvolga un ciclista. E il tutto in un clima di routinaria indifferenza, di chiara (e malata) origine culturale.
Funziona così: alla tragedia, solitamente segue un titolo di giornale, quasi sempre intriso di quei luoghi comuni che tanto infastidiscono i direttori ma davanti ai quali tutti si piegano con la patetica scusa che i lettori non debbano sforzare i pochi neuroni in circolo. E poi, improvvisamente, cala il silenzio. La tragedia – perché di questo stiamo parlando – viene rapidamente archiviata. Al punto che quello stesso lettore – inizialmente così turbato dalla fotografia particolarmente cruda della scena o dal viso della vittima che magari gli ricorda il figlio adolescente – il giorno dopo tira dritto. Non gli passa neppure per idea di andare a cercare un seguito della vicenda anche perché, più spesso, ha già resettato l’accaduto. Avete presente, per fare un paragone, il film “Sbatti il mostro in prima pagina” e la cinica (ma neppure troppo) lezione di giornalismo del direttore Gian Maria Volontè al suo giovane redattore, per un titolo troppo esplicito su una morte suicida? Lo correggeva con queste parole: “Cosa vogliamo farne di questo pover’uomo di lettore? Un nevrotico? Gli ha forse dato fuoco lui? La sintesi, caro mio… il lettore apre il giornale, guarda, se gli va legge, se non gli va tira via, ma senza sentirsi lui responsabile di tutti i morti che ci sono tutti i giorni nel mondo”. Ecco, appunto, si volta pagina e non soltanto metaforicamente.

I giornali locali, a onor del vero, sono soliti fare una sorta di approfondimento di maniera. Vanno ad ascoltare gli amici, tracciano il solito ritratto della vittima, inevitabilmente dipinto come un bravo ragazzo o un grande lavoratore, pieno di amici e di interessi nel mondo del volontariato. Quasi che, per inquietante proprietà transitiva, l’investimento sarebbe “accettabile” se la vittima fosse un bad boy o uno scansafatiche. In rarissimi casi, invece, ci si sofferma sulla dinamica dell’incidente e, ancor meno, sulle responsabilità dell’uno o dell’altro protagonista, quasi che fosse un dettaglio, un inevitabile dazio da pagare al destino. Chi scrive è stato particolarmente colpito da un terribile incidente avvenuto a Barzana, in provincia di Bergamo: un giovane ciclista alle soglie del professionismo, è stato travolto ed ucciso da un’automobile che proveniva in senso opposto e che aveva invaso la corsia opposta per effettuare un sorpasso, oltretutto vietato dalla doppia riga continua di mezzeria. Impatto violentissimo e morte sul colpo, in un tratto di strada tutt’altro che pericoloso. Ebbene, nei giorni successivi alla tragedia – accanto ai ricordi, alle omelie e alle recriminazioni per una vita spezzata agli albori – non c’era neppure un filo di indignazione per sottolineare che all’origine della tragedia c’era una terribile negligenza, una sorta di atto di superbia motoristica lungo una strada che pure viene legittimamente percorsa da ciclisti e pedoni. Ovviamente, passata l’onda emozionale non è rimasto che lo strazio dei genitori, una maglietta e un mazzo di fiori posti sul guardrail a imperitura memoria. Ennesima croce laica di una strage impunita e che, se non fosse una pietosa bugia, si potrebbe dire che sembra senza soluzione.
Dietro tutto ciò, invece, c’è una questione sostanzialmente culturale. Ed è proprio questo che inquieta e sgomenta. In altre parole, l’incidente che coinvolge un ciclista (ma lo stesso discorso vale anche per un pedone) viene inconsapevolmente rubricato come un incerto del mestiere, quasi che loro – gli amanti delle due ruote – fossero degli occupanti abusivi delle strade, patrimonio e pertinenza esclusiva delle autovetture.

Da L’Eco di Bergamo 
Il Giornale di Brescia 
La Provincia di Cremona 
La Gazzetta dello Sport 
La Gazzetta dello Sport
Un’esagerazione? Non proprio. Basta uno sguardo distratto ai social, terribile contenitore delle più indicibili bassezze umane, quando un amministratore pubblico prova anche soltanto ad immaginare una pista ciclabile oppure, peggio ancora, le cosiddette corsie ciclabili, una sorta di nuova frontiera della mobilità dolce di cui quasi tutti sono all’oscuro e che, proprio per questo, si cerca di far abortire nella culla. Come tutte le cose che non si conoscono. Ebbene, appaiono critiche feroci e piene di livore che non di rado sfociano nell’insulto gratuito, in una sorta di rabbia ancestrale che ha il suo culmine in alcune pagine social dai titoli espliciti e minacciosi. Eppure ampiamente tollerati dall’algoritmo del social.
Una persona mediamente dotata di materia grigia, sa benissimo chi ha la peggio nello scontro tra un mezzo di una tonnellata e uno di sette-otto chili (e ci sono fiori di studi di cui parleremo nelle prossime puntate). Di conseguenza, visto che entrambi i mezzi hanno il diritto di circolare liberamente, delle due l’una. O si impedisce a una delle due categorie di circolare. Oppure si trova il modo per una convivenza il più possibile pacifica. Ed è su questo banalissima osservazione che si schianta, per rimanere in tema, il ragionamento dell’uomo comune. Quello che non vuole le piste ciclabili, non vuole i ciclisti affiancati, si arrabbia per le corsie dedicate, si infuria quando la bicicletta non sta perfettamente sul ciglio della strada, si aggrappa al clacson quando incrocia una squadra di ragazzini che si allena, pretende che il Giro d’Italia passi dappertutto tranne che nella sua vita perché proprio quel pomeriggio deve andare ad acquistare l’insalata… ma poi è il primo ad imbastire tavole rotonde sui ragazzini che non fanno sport preferendo i telefonini e sulle strade che sono diventate un’interminabile catena di lamiera al momento di andare e tornare dal lavoro.
Tutto e il suo contrario, secondo italica tradizione. E poi ci si offende se Tadej Pogacar (il gran visir di tutti i ciclisti, direbbero Aldo Giovanni e Giacomo) intervistato a bruciapelo da un cronista e complice un vocabolario non proprio esteso come quello di Dante, confessa angelicamente che “ogni volta che mi alleno in Italia rischio la vita. Sulle strade sono criminali”.






