di Ernesto Galigani
Non è mai bello correre il rischio di ergersi a “professorino de noantri”, soprattutto se nelle redazioni dei giornali ci hai navigato per qualche decennio e certe dinamiche ti sono ben chiare. Quindi, prendete queste note per quelle che sono: pensieri in libertà o divagazioni sentimentali, tipiche di chi pratica uno sport e vorrebbe che anche gli altri provassero lo stesso sentimento.

Non può comunque sfuggire che, alle nostre latitudini, il Tour de France più bello, emozionante e tecnicamente eccelso degli ultimi decenni sia andato in archivio come una gran fondo qualsiasi. Il mondo dei giornali ha preso le clamorose imprese di Tadej Pogacar e Mathieu Van Der Poel, di Isaac Del Toro e di Davide Piganzoli (sì, il ragazzino arrivato dalla Valtellina dopo un Giro d’Italia da protagonista), le ha accartocciate come si fa con la carta straccia e le ha malamente infilate nel bidone dell’oblio. Arrivederci e senza neppure grazie, che noi abbiamo altro cui pensare.

Ebbene, cosa c’era sulle prime pagine dei giornali di oggi di così clamorosamente importante da oscurare il massimo evento planetario a due ruote? L’acquisto di Messi, forse? Guardiola nuovo commissario tecnico dell’Italia del calcio? Sinner che rivince Wimbledon a distanza di un mese? Le Ferrari che sfrecciano vittoriose sulla pista di Budapest? La risposta a queste domande retoriche è il vuoto assoluto. Per dare l’idea, soltanto uno dei tre grandi giornali sportivi ha scelto di dedicare un francobollo a “Pogacar mito del Tour”. Gli altri, manco un richiamino, così tanto per dire che era andato in scena l’ultimo atto di una gara seguita da 12 milioni di spettatori sulle strade e da tre miliardi di persone in tv. Il titolo più rilevante, invece, era dedicato al nulla. In un caso a “Maldini pronto a lasciare” per le polemiche sul caso Pirlo (capirai….), nell’altro alla madre di tutte le domande “Quale Juve? Spalletti mette fretta” e nel terzo a “Stones, la Juve ci riprova”, dove Stones sarebbe un difensore di 32 anni, cui il Manchester City non ha rinnovato il contratto perché il meglio di sé lo ha già dato da un pezzo.



Non servono parole a contorno e neppure ci piace l’idea di fare il censore delle scelte altrui. Ma un po’ di tristezza rimane, perché non è comunque salutare – per il cuore – vedere un sacco pieno di perle luccicanti buttate nel guano di un porcile. E, per dirla tutta, non siamo neppure del tutto convinti che il pubblico, questo fantomatico pubblico in nome del quale si fa e si disfa a piacimento, volesse questo. Ci risulta difficile pensarlo, soprattutto dopo aver visto quell’entusiasmante muro umano arrampicarsi a Montmartre per assistere al passaggio della corsa, tra una viking row improvvisata, bandiere al vento e applausi per tutti. Per non parlare della tappa di venerdì dell’Alpe d’Huez – il Maracanà del ciclismo – con oltre 600mila persone distribuite sui tredici chilometri della salita. Compresi tanti tifosi arrivati dall’Italia e inseguiti, microfoni alla mano, da una squadra Rai finalmente all’altezza della situazione (chapeau, da Pancani a Cassani).
Inutile aggiungere che, al di là delle Alpi, il mondo va alla rovescia (o siamo noi a ragionare al contrario?) e le prime pagine sono tutte dedicate al Tour de France. Il magnifico sprint di Van Der Poel sui Campi Elisi o l’assolo di Tadej sull’Alpe più famosa delle due ruote, comunque restano scolpite nella storia perché non sono il frutto (soltanto) del talento dispensato da chissà chi, ma di allenamenti feroci, di ore e ore trascorse in balia della pioggia e del caldo, diete che fanno impallidire il più severo dei “mi piace così”, di controlli antidoping nel cuore della notte, quando altri protagonisti delle italiche gazzette fanno bisboccia nei locali cool della Milano da bere. E sarebbe bene che talvolta – tra uno Stones che arriva e un Leao che se ne va – ci pensassero anche gli amanti dello sport, rifiutando l’omerico fior di loto della consuetudine per qualcosa di assai più adrenalinico. Ricordandosi, ça va sans dire, che il ciclismo è l’unico sport dove i campioni vengono a casa tua. E senza neppure chiederti un biglietto.







