Che cosa ci resta del Giro di Lombardia

di Ernesto Galigani

Atterrati gli elicotteri, spente le telecamere, archiviati i resoconti dei giornali (tutti uguali, mio Dio, che noia il copia-incolla dall’unica agenzia di stampa), resta la domanda principale, almeno per chi pensa che il ciclismo sia lo spunto più bello per parlare del mondo e della vita: che cosa ci resta di questo Giro di Lombardia 2026?

Il passaggio sul ponte San Michele di Paderno, in primo piano la Uae del grande assente Pogacar

Non servono pipponi post-filosofici, stavolta è sufficiente una bella pedalata di metà mattina e qualche flash in ordine sparso. A chi scrive, per esempio, resta l’immagine di un “collega” con la maglietta di una società di Varese, incrociato all’imbocco della salita di Cagliano-Giovenzana, un tratto inedito nella storia della classica monumento: 3 chilometri e mezzo con una pendenza media di oltre il 9 per cento e un picco del 20% proprio all’ingresso di Cagliano. Ebbene, mentre i denti del pignone si abbassavano prudentemente tornante dopo tornante, quel ciclista incontrato per caso spiegava che era rimasto colpito dalle immagini di quelle rampe – cui la prospettiva televisiva non rende onore – e di essersi sciroppato un’ottantina di chilometri solo per verificare se facevano davvero male ai polpacci. O, come diceva lui, per togliersi lo sfizio. Uno sfizio dispendioso, bisogna dirlo, visto che siamo arrivati in cima con la lingua fuori e i polmoni infuocati che imploravano pietà. Altro che i passi di danza che avevamo visto qualche giorno prima, come se quei formidabili ragazzi stessero percorrendo una pista ciclabile chiacchierando del futuro impegno champions dell’Inter.

L’attesa al ponte di Paderno
Tanti tifosi che attendono i corridori

E resta, altrettanto casualmente e pochi chilometri più avanti, la curiosità di un piccolo gruppo di pensionati milanesi in cerca delle ultime castagne nei boschi di Giovenzana che, al passaggio al trotto del cronista sul tratto meno ripido, lo hanno circondato per chiedere se su quella strada era davvero passato il Giro di Lombardia di due giorni prima. Alla risposta positiva, un misto di soddisfazione e qualche sfottò reciproco: “Visto che era questa, te l’avevo detto”. E, per finire, un indomito ciclista di 80 anni suonati che, azionando il suo veicolo elettrico, malediceva l’anagrafe e il suo medico, colpevole di non firmargli il certificato agonistico necessario per accedere alle Gran Fondo. “Non capisce – borbottava tra una disquisizione sul ciclismo che fu e quello che sarà – che se proprio devo morire, preferirei farlo in bicicletta piuttosto che su un lettino dentro un ospizio”. Vai a dargli torto.

Sabato mattina, poche ore prima della gara – scusatemi, ma la salita è un richiamo irresistibile – il “vostro” era salito ancora sul Cagliano. E c’erano già decine e decine di appassionati: chi con la sdraio da spiaggia abilmente posizionata, chi con il campanone strappato a chissà quale mucca dei dintorni, chi con lo striscione di incoraggiamento sistemato nello zaino insieme a salamelle e pane fresco. Il tutto per un minuto uno di entusiasmo, per vedere a distanza di braccio se quei fenomeni in body e bicicletta erano robot o ragazzi come tuo figlio.

Piccole e forse insignificanti storielle, ma assolutamente autentiche, che testimoniano quanto questo nostro sport sia ancora oggi così attraente e così foriero del più sano degli spiriti di emulazione. E che rimandano al dispiacere per un territorio che, nelle sue espressioni di rappresentanza, non capisce quanto questi eventi possano rappresentare un traino formidabile nella “costruzione” di un’immagine. Faticano a capire, lor signori, che soltanto il ciclismo ti porta i campioni direttamente sull’uscio di casa. Insomma, quello che amaramente commentavamo nell’articolo precedente.

A distanza di una settimana dalla “grande corsa” sulle sempre malefiche (e benedette) rampe del Ghisallo c’erano decine di ciclisti impegnati a scarnificare i pignoni, eppure non c’era neppure un cartello, una scritta, un’immagine che rimandasse alle leggende che su quell’asfalto sono state scritte. E che rimandasse alla magia, una volta arrivati in cima, di un piazzale rimesso a nuovo, di un santuario gonfio di storia e di ricordi e, perché no, di un museo del ciclismo che più bello non c’è.

Questo è tutto quello che ci lascia il Giro di Lombardia e, più in generale, ogni corsa in bicicletta. Insieme, purtroppo, a quell’impietosa e tristissima sequela di improperi di chi ha costruito il proprio mondo intorno a quattro lamiere colorate e che non accetta che gli si levi la strada da sotto gli pneumatici. Sia mai che arrivi tardi all’apericena.

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Brianzashire e ciclismo, un matrimonio (im)perfetto

di Ernesto Galigani

Mi perdoneranno i lettori se, questa volta, parlerò del giardino di casa, ovvero della Brianza – quella vera, miracolosamente sopravvissuta agli scempi edilizi – che in questa settimana è stata il cuore del ciclismo internazionale. Sabato 3 il Piccolo Giro di Lombardia con partenza da Oggiono, domenica 4 la Coppa Agostoni con il circuito del Lissolo e Colle Brianza (sia pure in discutibile concomitanza con i campionati europei di Slovenia). E sabato 10 ottobre il piatto forte del Giro di Lombardia che, partendo da Bergamo e arrivando a Como, ne attraverserà una larga fetta.

La partenza del Piccolo Giro di Lombardia da Barzago (Galy foto)

Una serie di appuntamenti che, se fossimo in Francia, farebbero di questo territorio una sorta di altare laico delle due ruote. E invece, manco a dirlo, sono eventi che – nella migliore delle ipotesi – vengono sopportati e non supportati.

Prendiamo il Piccolo Giro di Lombardia, per fare un esempio, scattato alle 12.30 da Barzago con il chilometro zero e dopo la passerella di Oggiono. Dieci-minuti-dieci di chiusura al traffico e, immancabili come la neve di ottobre al Passo dello Stelvio, ecco rimbalzare in rete le solite lamentele degli automobilisti costretti a una sosta imprevista (si fa per dire, visto che anche i sassi ne erano a conoscenza). Sul posto, invece, clacson timidamente premuti (sia mai, c’erano più forze dell’ordine che a un derby calcistico di Milano e l’arroganza è meglio tirarla fuori quando si è lontani da occhi indiscreti), contumelie assortite nei confronti dell’universo intero, patetici tentativi di superare i blocchi adducendo le più improbabili della avversità della vita, dalla suocera che sta male all’immancabile esame medico dell’ora di pranzo. Tutto già visto, certo, e tutto già digerito. Ma fa sempre un certo effetto.

Il ponte San Michele tra Paderno d’Adda e Calusco d’ in un’immagine del Fai (fondo per l’ambiente italiano)

Domenica è stata la volta della Coppa Agostoni, con transiti sempre in orari italianamente dedicati al desinare e, in linea teorica, sgombri di traffico. A lasciare interdetti, in questo caso, era lo stato delle strade attraversate, salite che il giornalista pedalante di cui sopra – così, giusto per dare un’idea – ha percorso almeno un centinaio di volte in meno di un anno solare. Buche sparse, asfalto sconnesso, delimitazioni di cantiere che giacciono ormai da anni senza che si noti il benché minimo avanzamento dei supposti lavori. In compenso, nelle settimane antecedenti la corsa, la segnaletica era stata pazientemente rifatta. Qualcuno chiederà il senso di strisce bianche nuove di pacca sopra asfalti pesantemente compromessi, ma qualcun altro – più sgamato – un giorno mi chiarì l’arcano: dalle telecamere montate sugli elicotteri per le riprese televisive, le buche non si vedono, mentre l’immacolata linea bianca resta bene impressa nella mente. Anche se non nelle parti meno nobili del corpo dei corridori, per quanto questo – agli occhi di molti – sia soltanto un trascurabile dettaglio.

Ma il clou, statene certi, lo toccheremo sabato quando il Giro di Lombardia – quello vero, sia pure orfano di Pogacar e con una lista di campioni da far tremare i polsi – varcherà il confine della provincia di Lecco poco prima delle 14. Accadrà a Paderno d’Adda, con l’attraversamento dello storico ponte di San Michele che, lo spiego ai “forestieri” è una sorta di Torre Eiffel in orizzontale che dal 1889 domina incontrastato sulla valle del fiume Adda e che, qualche secolo prima, incantò anche Leonardo da Vinci. Ponte stretto che si percorre in senso alternato – inizialmente pensato per pedoni e treni e poi adattato al traffico automobilistico – che in questi mesi è in estrema sofferenza per la geniale decisione (sì, c’è sarcasmo) di sottoporre l’alternativo ponte della vicina Brivio (che di valore ha soltanto il costo del cemento armato e forse neppure quello) a un intervento di restauro – sic -della durata di quindici mesi, con blocco totale della circolazione, pedoni e bici comprese. Ma questa è una “politicata”, firmata da quelli che una volta erano duri e puri e che adesso, una volta che hanno avuto il volante in mano, non riescono neppure a entrare in retro in un parcheggio. Pur continuando a pontificare, quasi che la colpa fosse del parcheggio e non già dell’autista.

L’avviso del passaggio del Lombardia
Il percorso del Lombardia 2026

Lasciamo stare visto che, come cantava Gaber, la politica è schifosa e fa male alla pelle. E torniamo al Lombardia. Sarà inevitabile qualche disagio (sia pure il mezzo sabato non sia un giorno di punta) e qualcuno ha già cominciato a mettere le mani avanti. Sui social locali, con un crescendo che di rossiniano non ha proprio nulla e che sembra più un requiem per cervelli, sono comparse le avanguardie dei protestatari che – anziché prendersela con chi ha blindato uno dei due passaggi dell’Adda – invocavano lo spostamento del percorso. Percorso che, per la cronaca, si snoderà poi verso Calco, Olgiate Molgora e il bellissimo scollinamento a Galbiate, passando attraverso la salita di Cagliano e Giovenzana che viene chiamata (non per caso) il Piccolo Stelvio, con tanto di vista panoramica che arriva fino ai grattacieli di Milano.

Sarebbe bello spiegare a questa gente che quel tanto contestato passaggio dei corridori, porterà le immagini di questo magnifico e poco conosciuto angolo di Brianza, in ogni angolo del mondo, grazie alla presenza di decine di brodcaster internazionali, dalla Sbs australiana alla Okko russa, dalla SuperSport del Sudafrica alla JSport del Giappone. Non proprio Tv Fontanelle, insomma, per una visibilità (gratuita) che non avrebbe pari neppure con un’infornata di spot sulla Rai a reti unificate. E sapete che cosa hanno fatto per promuovere l’evento? Nulla, assolutamente nulla. All’imbocco del ponte di Paderno – sul lato lecchese – c’è una sorta di cancellata divelta e un panettone sradicato per un qualche incidente, oltre a una bella rete rossa di cantiere a dare un definitivo pugno in un occhio. A meno di tre giorni dal passaggio della corsa, erano ancora lì, simbolo e testimonianza di una indifferenza che scivola nella sciatteria. Sulla salita di Cagliano – altro magnifico esempio di regalo del Padreterno – già nella giornata di mercoledì alcune squadre provavano le insidiosissime pendenze, muovendosi in un ambiente che di amichevole aveva ben poco. E che, in qualche atollo dei Caraibi, si godranno assai più di noi indigeni.

Del resto, a queste latitudini, quando si deve parlare di valorizzazione del territorio, si finisce soltanto per inventarsi qualche insulso comitato, che si affiderà ai soliti politici, che si affideranno ai soliti esperti, che si affideranno alle solite relazioni e che, manco a dirlo, non sposteranno un sasso… L’unico motivo di consolazione per evitare di infierire tafazzianamente sui gioielli di famiglia per l’ennesima occasione buttata al vento è rappresentata dagli appassionati. Sì, proprio noi, questi mal sopportati ciclisti, che andranno a riempire tutti i tornanti per applaudire il primo e l’ultimo, tra una birra e una salamella. Come avvenuto al Piccolo Lombardia di Oggiono, come avvenuto alla Coppa Agostoni sul Lissolo.

Loro, i politici – quelli che dovrebbero avere a cuore il territorio e il suo sviluppo economico, perché l’eco del ciclismo porta pure quello – saranno probabilmente sulle tribunette rigorosamente riservate del lungolago di Como, appena dopo lo striscione d’arrivo. A protestare perché il finger food dell’hospitality è meno ricco dell’anno precedente. Sic transit gloria mundi.

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Elogio degli ultimi (che sono i primi)

di Ernesto Galigani

L’uno si chiama Ivo, l’altro Mats. Sono i miei nuovi idoli, da piazzare accanto a Tadej, a Giulio, a Remco, a Brendon e a tutti quelli che trovate (quasi sempre) in cima agli ordini d’arrivo delle corse. Ivo, per la cronaca, porta il cognome Oliveira ed è un ragazzone portoghese di 30 anni appena compiuti (e con curriculum importante, sia chiaro) che ai campionati del mondo di Montreal è stato l’ultimo corridore a transitare sotto lo striscione d’arrivo, con un ritardo di 15 minuti e 35 secondi dal vincitore McNulty, peraltro suo compagno di squadra nella Uae. Mats Wenzel, invece, è un corridore lussemburghese di 24 anni, l’ultimo dei ciclisti arrivati alla fine del campionato europeo andato in scena in Slovenia: 66esimo al traguardo con un ritardo di 18 minuti e 8 secondi rispetto al vincitore Evenepoel.

Ivo Oliveira (foto dal profilo Instagram)
Mats Wenzel (foto dal profilo Instagram)

Una provocazione, direte voi. E invece no, perché a dispetto di una montagna di novelli commissari tecnici che pontificano sui social con la verità in tasca e una pancia che fa provincia, provo una sincera ammirazione nei loro confronti. Oltre che una smisurata dose di invidia, manco a dirlo. Vilipesi dai trombettisti secondo i quali già arrivare secondo è una “beffa atroce” (così si leggeva a proposito di Ciccone, argento agli Europei per 2,8 millimetri), Ivo e Mats sono invece la dimostrazione plastica di che cosa è il ciclismo e di quanto si possa fare con dignità il proprio lavoro, anche se mica tutti – suvvia – sono Pogacar e Pantani.

C’è infatti qualcosa di magicamente imperscrutabile – e di estremamente affascinante – nella scelta di questi due ragazzi che, nonostante alle loro spalle non ci fosse che la macchina del “fine corsa ciclistica”, non hanno pensato di infilare la prima piazzola e salire in ammiraglia. Non foss’altro, direbbero i soloni, per evitare l’umiliazione – o la beffa atroce – di arrivare al traguardo mentre gli addetti al circuito già smontavano le transenne. Del resto, diciamocelo, già 126 prima di loro lo avevano già fatto, stremati dalla fatica, magari doloranti per una caduta o, semplicemente, perché il compito loro assegnato era quello di tirarsi il collo per un capitano a costo di rientrare anzitempo in albergo con i polpacci che battevano la grancassa.

D’accordo, il ciclismo non è soltanto romanticismo di bassa lega, come sembra trasudare da queste quattro parole di un giornalista pedalante che pure conosce il bello della fatica fine a se stessa. E’ uno sport crudele, che ne premia uno per punirne cento, che le sceneggiate di certi stadi neanche sanno cosa siano perché l’asfalto è duro e fa male alle ossa e al cuore ed è uno sport che fa fatica – per colpa di una malintesa cultura sportiva di una società che sportiva non lo è affatto – a rendere merito persino a chi arriva nei quindici della distinta di arrivo. E allora, per quanto poco possa contare, viva gli Ivo e viva i Mats di turno che sotto lo striscione ci vogliono arrivare lo stesso, perché non bisogna mica passare per primi per essere dei numeri uno.

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Bike lane, non chiamatele piste ciclabili

di Ernesto Galigani

E’ drammaticamente surreale che basti la comparsa di qualche linea tratteggiata e il “disegno” di una bicicletta per scatenare i peggiori istinti social. Certo, il mondo del web non è esattamente quello frequentato dagli accademici della Crusca ma, suvvia, una licenza media al giorno d’oggi non la si nega a nessuno.

Pieno centro a Londra, spazio ai ciclisti

Questi segnali stradali si chiamano tecnicamente bike line – si sperava, forse, che l’uso dell’inglese ne ingentilisse l’introduzione – e si trovano in tutta Europa. Per quanto inutile sia l’esserne messi a conoscenza, chi scrive le ha viste per la prima volta in pieno centro a Londra almeno una quindicina di anni fa, con tanto di semafori dedicati e spazi di attesa al riparo dai tubi di scappamento. La bike lane, giusto per fugare qualche dubbio, non è una pista ciclabile e, soprattutto, non rappresenta un restringimento di carreggiata a danno degli automobilisti. Si tratta, banalmente, di un “percorso” segnalato sull’asfalto, che ha lo scopo di fungere da deterrente per chi non resiste alla tentazione di sentirsi Kimi Antonelli anche in pieno centro a Lecco. Una sorta di invito a una maggiore attenzione reciproca: quelle corsie, se così vogliamo chiamarle, non sono quindi precluse alle auto ma, piuttosto, spiegano ai guidatori che potrebbero incontrare delle persone in bicicletta e che sarebbe opportuno non passare loro sopra con i potenti Suv che hanno sotto il sedere. Avete presente quei display che compaiono sempre più frequentemente sulle nostre strade con l’indicazione della velocità e l’invito alla prudenza? Sappiamo tutti che non scatta la multa, eppure il gesto di alzare il piede dall’acceleratore diventa un automatismo, una risposta psicologica a un richiamo di buon senso. Ecco, le bike lane sono una cosa del genere.

Bergamo, la via che porta a Città Alta con le bike lane

Non basta però lo “spiegone” per entrare nella testa di quelli che la testa non ce l’hanno. O che, pur avendola, la utilizzano soltanto a fini elettorali perché dopo gli immigrati, i tifosi avversari, quelli che salgono sul treno e non pagano, sono i ciclisti ad essere i bersagli preferiti. Fino al primo palco in diretta televisiva quando arriva il Giro d’Italia, si capisce.

Ed è quasi inutile aggiungere che iniziative di questo genere sono consuetudini in tutta Europa. Dalla Francia, fino alla Spagna, dove la legislazione pro-ciclisti è tra le più avanzate d’Europa. Per non parlare dei Paesi Bassi dove addirittura chi va al lavoro in bicicletta anziché con l’auto, viene addirittura pagato. Sì, pagato: 21 centesimi al chilometro esentasse direttamente in busta paga. E si stima che decina di chilometri al giorno per un anno, consentano di mettere in tasca un migliaio di euro. Un bel fine settimana in un hotel di categoria, insomma.

I sapientoni ci potrebbero rispondere con i soliti luoghi comuni, ovvero che lì c’è meno traffico, le strade sono per definizione in pianura, i mezzi pubblici funzionano bene e il solito campionario di alibi dietro i quali ci nascondiamo quando non abbiamo voglia di ragionare. La realtà, molto più banale, è che in Olanda il 27% degli spostamenti avviene in bicicletta (per ragioni di salute, risparmio e velocità) e che in provincia di Lecco non si va oltre l’1,5% come certificato da uno studio recente del Politecnico di Milano. Siamo in fondo alla lista, certo, ma neppure a Cremona, Mantova e Lodi (le province più pedalate della Lombardia) non si arriva al 10%.

Dobbiamo rassegnarci? Il cuore direbbe di sì, è evidente. Fa ormai parte della routine il battibecco con l’automobilista che non ha alcuna intenzione di lasciare la distanza di sicurezza di un metro e mezzo perché – riporto per testimonianza diretta – “non sei mica tu il padrone della strada”. Ed è curioso – mi scuserete per la parentesi – come sulla strada non venga neppure in mente di discutere utilizzando il “lei”, quasi che il gergale “tu” sia più adatto, per così dire, alla singolar tenzone appena avviata. Rappresenta la normalità il sistematico ricorso al telefonino cellulare (ma il mio amico Marcello Villani di radio Lecco Fm assicura di essersi imbattuto in un camionista che leggeva la Gazzetta ben stesa sul volante) così come, sull’altro fronte, non mancherà mai il collega incosciente che ignora il semaforo rosso perché tanto dall’altra parte non arriva nessuno.

Per fortuna, oltre al cuore, c’è la ragione. E bisogna plaudire a quelle associazioni nate dopo le tante, troppe tragedie e che cercano di introdurre tutti gli accorgimenti possibili ed immaginabili per rendere la convivenza più sostenibile. E ai pasdaran del piede pigiato e sgommata incorporata, bisognerebbe ricordare che ormai quasi tutti i ciclisti sono dotati di casco di protezione, luce bianca anteriore e rossa posteriore e qualcuno persino dello specchietto retrovisore applicato al manubrio. Perché l’attenzione, per l’appunto, dove viaggiare su entrambe le corsie.

Forse l’unica soluzione sta nelle disinvolte politiche di Trump che fa crescere il prezzo dei carburanti e nell’inconcludenza della classe politica (di destra e sinistra, senza soluzione)  che soltanto in campagna elettorale assicura di togliere tutte le accise nel giro di un mese, salvo poi non pensarci neppure. Sì, perché di questo passo, e a questi prezzi, presto saremo tutti ciclisti. E anche le bike lane non saranno più il quarto mistero di Fatima.

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Djokovic, Messi, la fatica. E quelli che pedalano

di Ernesto Galigani

Controverso fin che si vuole, cattivo quanto può esserlo un bambino cresciuto sotto le bombe, aspro come una spremuta di limone maturato nelle stive degli aerei. Ma, in ogni caso, mai banale.

E’ oltremodo istruttivo, per chi vuole andare al di là delle apparenze, leggere l’intervista che il tennista Novak Djokovic ha rilasciato nei giorni scorsi. A chi gli chiedeva paragoni con Lionel Messi – il più fenomenale calciatore dai tempi di Maradona – rispondeva pacato: “Magari fossi come lui, gioca solo 90 minuti”. E dietro questa battuta, così banale da diventare rivoluzionaria, c’è l’intera filosofia dello sport.

Il punto è che tutti gli sportivi da endurance – che siano sciatori di fondo o nuotatori, per non parlare di tennisti e di ciclisti – rappresentano l’essenza stessa della fatica, intesa nella sua accezione più nobile. Ricorderete il libro di Andrè Agassi e i terribili allenamenti cui era sottoposto dal padre-allenatore-aguzzino nell’età in cui al decimo palleggio viene voglia di un gelato. Ecco, proprio quella cosa lì. Per rimanere al nostro ambito, poi, non c’è cicloamatore che faccia un’uscita da 90 minuti senza provare quella strana sensazione di inadeguatezza di chi conosce il vero volto della fatica. Quasi un nodo allo stomaco, tipico di chi sa di non aver fatto fino in fondo il proprio dovere. I credenti – e perdonate l’irriverenza – lo chiamano “rimorso di coscienza”.

Questo non c’entra nulla, naturalmente, con i compensi che vengono corrisposti ai calciatori e che – ad un’analisi semplice e semplicistica – appaiono ovviamente del tutto spropositati. Un modesto mediano di serie C, per dirla tutta, guadagna quanto – e se non di più – un ottimo gregario di una squadra professionistica di ciclismo. E un Pogacar, per ribaltare il discorso, si porta a casa una borsa annuale che non è probabilmente neppure un terzo del suo omologo che gioca a golf nel circuito professionistico. Non c’entra nulla, si diceva, perché la logica del mercato è diversa dalla logica del sudore e ci sono mille componenti (appeal generalista, sponsor, interessi economici) che determinano la consistenza di uno stipendio. Se così non fosse, un medico d’urgenza dovrebbe guadagnare dieci volte tanto un politico di seconda fascia, uno di quelli che stanno a Montecitorio – quando ci sta – ad alzare la manina a comando.

Ecco, Djokovic ha semplicemente messo in evidenza un dato di fatto. E questa verità inoppugnabile spiega tante cose. Spiega, per esempio, perché in molti casi un calciatore fatichi persino ad allacciarsi le stringhe da solo, mentre un mezzofondista magari si è coltivato pure una professione parallela. Spiega, generalizzando quanto basta, perché raramente un ciclista finisce nelle inchieste sulle notti brave in discoteche compiacenti. E, infine, ci racconta perché l’idea di trasgressione di una nuotatrice che ha appena fatto due record del mondo in due giorni, è quella di infilare i denti dentro un hamburger untuosamente accattivante con tanto di patatine e non quella di andarsi a farsi scorticare la pelle con qualche frase da cioccolatino Perugina.

Certo, il mondo dello sport – calcio incluso – è pieno di eccezioni. Ma la regola, per l’appunto, sta dalla parte di Djokovic e di tutti quelli come lui, che consumano tempo, scarpe e cuore massacrandosi su un campo da tennis, in una piscina marcia di cloro o su una salita esposta al sole di agosto. Magari, mangiandosi pure il fegato per discutere con l’automobilista di turno che vuole la strada tutta per sé e per il suo immancabile telefonino.

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Quelli che snobbano il Tour più bello

di Ernesto Galigani

Non è mai bello correre il rischio di ergersi a “professorino de noantri”, soprattutto se nelle redazioni dei giornali ci hai navigato per qualche decennio e certe dinamiche ti sono ben chiare. Quindi, prendete queste note per quelle che sono: pensieri in libertà o divagazioni sentimentali, tipiche di chi pratica uno sport e vorrebbe che anche gli altri provassero lo stesso sentimento.

Le prime pagine dei giornali sportivi italiani di lunedì 27 luglio

Non può comunque sfuggire che, alle nostre latitudini, il Tour de France più bello, emozionante e tecnicamente eccelso degli ultimi decenni sia andato in archivio come una gran fondo qualsiasi. Il mondo dei giornali ha preso le clamorose imprese di Tadej Pogacar e Mathieu Van Der Poel, di Isaac Del Toro e di Davide Piganzoli (sì, il ragazzino arrivato dalla Valtellina dopo un Giro d’Italia da protagonista), le ha accartocciate come si fa con la carta straccia e le ha malamente infilate nel bidone dell’oblio. Arrivederci e senza neppure grazie, che noi abbiamo altro cui pensare.

Le prime pagine di alcuni giornali europei di lunedì 27 luglio

Ebbene, cosa c’era sulle prime pagine dei giornali di oggi di così clamorosamente importante da oscurare il massimo evento planetario a due ruote? L’acquisto di Messi, forse? Guardiola nuovo commissario tecnico dell’Italia del calcio? Sinner che rivince Wimbledon a distanza di un mese? Le Ferrari che sfrecciano vittoriose sulla pista di Budapest? La risposta a queste domande retoriche è il vuoto assoluto. Per dare l’idea, soltanto uno dei tre grandi giornali sportivi ha scelto di dedicare un francobollo a “Pogacar mito del Tour”. Gli altri, manco un richiamino, così tanto per dire che era andato in scena l’ultimo atto di una gara seguita da 12 milioni di spettatori sulle strade e da tre miliardi di persone in tv. Il titolo più rilevante, invece, era dedicato al nulla. In un caso a “Maldini pronto a lasciare” per le polemiche sul caso Pirlo (capirai….), nell’altro alla madre di tutte le domande “Quale Juve? Spalletti mette fretta” e nel terzo a “Stones, la Juve ci riprova”, dove Stones sarebbe un difensore di 32 anni, cui il Manchester City non ha rinnovato il contratto perché il meglio di sé lo ha già dato da un pezzo.

Pogacar sull’Alpe d’Huez durante la sua leggendaria cavalcata
Il muro dei tifosi a Montmartre
Sull’Alpe d’Huez

Non servono parole a contorno e neppure ci piace l’idea di fare il censore delle scelte altrui. Ma un po’ di tristezza rimane, perché non è comunque salutare – per il cuore – vedere un sacco pieno di perle luccicanti buttate nel guano di un porcile. E, per dirla tutta, non siamo neppure del tutto convinti che il pubblico, questo fantomatico pubblico in nome del quale si fa e si disfa a piacimento, volesse questo. Ci risulta difficile pensarlo, soprattutto dopo aver visto quell’entusiasmante muro umano arrampicarsi a Montmartre per assistere al passaggio della corsa, tra una viking row improvvisata, bandiere al vento e applausi per tutti. Per non parlare della tappa di venerdì dell’Alpe d’Huez – il Maracanà del ciclismo – con oltre 600mila persone distribuite sui tredici chilometri della salita. Compresi tanti tifosi arrivati dall’Italia e inseguiti, microfoni alla mano, da una squadra Rai finalmente all’altezza della situazione (chapeau, da Pancani a Cassani).

Inutile aggiungere che, al di là delle Alpi, il mondo va alla rovescia (o siamo noi a ragionare al contrario?) e le prime pagine sono tutte dedicate al Tour de France. Il magnifico sprint di Van Der Poel sui Campi Elisi o l’assolo di Tadej sull’Alpe più famosa delle due ruote, comunque restano scolpite nella storia perché non sono il frutto (soltanto) del talento dispensato da chissà chi, ma di allenamenti feroci, di ore e ore trascorse in balia della pioggia e del caldo, diete che fanno impallidire il più severo dei “mi piace così”, di controlli antidoping nel cuore della notte, quando altri protagonisti delle italiche gazzette fanno bisboccia nei locali cool della Milano da bere. E sarebbe bene che talvolta – tra uno Stones che arriva e un Leao che se ne va – ci pensassero anche gli amanti dello sport, rifiutando l’omerico fior di loto della consuetudine per qualcosa di assai più adrenalinico. Ricordandosi, ça va sans dire, che il ciclismo è l’unico sport dove i campioni vengono a casa tua. E senza neppure chiederti un biglietto.

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Maratona, il ritorno dei Monti Pallidi

di Ernesto Galigani

Su questo blog troverete molti articoli dedicati alla Maratona dles Dolomites, che va in scena domenica 5 luglio. E non è soltanto perché, per chi scrive, rappresenta la corsa del cuore. E neppure basta la spiegazione – che di per sé sarebbe già più che sufficiente – di un panorama mozzafiato, di un autentico inno alla natura, di un rincorrersi di colori meravigliosi e di silenzi appaganti. La Maratona dles Dolomites dimostra infatti come l’inevitabile gigantismo di una manifestazione fatta di ottomila ciclisti possa sposarsi senza contraddizioni in termini con la magìa di quella solitudine che soltanto una bicicletta può regalare.

L’aspetto agonistico, per così dire, viene (molto) dopo. Perché la vittoria nella corsa di domenica è questione che interessa un manipolo di cicloamatori. Il resto del plotone si è già riempito gli occhi di tante altre cose: le cime delle Dolomiti più belle, gli appuntamenti sparsi durante la settimana, i richiami alle tragedie del mondo e ai dibattiti sulla salvaguardia dei passi alpini, messi a repentaglio dalle variazioni climatiche ma anche dai motori rombanti di troppe auto e moto.

All’arrivo della mia prima Maratona, anno di grazia 2015

Michil Costa, che della Maratona è il presidente e l’inesauribile fonte di ispirazione, ha avuto la capacità in questi anni di far dialogare lo sport con l’economia estiva della sua Val Badia, non rimanendo imprigionato né in una casella né nell’altra. Alla Maratona dles Dolomites si parla tanto di solidarietà con una raffica di progetti che variano ogni anno e che magari non aiuteranno a risolvere i problemi dell’umanità con due pedalate ma, almeno, infilano un granello di consapevolezza nel mesto ingranaggio della nostra speedy società. E si parla anche di temi sociali, grazie alla geniale idea di abbinare una parola claim alla manifestazione: nel corso del tempo abbiamo avuto il “Domani” ma anche l’Equiliber (sempre rigorosamente in ladino), l’Humanitè e, questa volta, lo slogan sarà Pax. Tema presentato un anno fa (e quindi studiato ancor prima) con una preveggenza che la dice lunga sulla sensibilità di chi non si ferma a pedivelle e strudel.

Inutile tornare sui numeri della kermesse (basta il sito ufficiale https://www.maratona.it) o sulla presenza delle leggende dello sport, da Vincenzo Nibali a Elia Viviani, da Juri Chechi a Paolo Bettini, da Gianni Bugno a Daniele Bennati. Sarà pure questione di sponsor, ma l’impressione di chi ha avuto l’onore di pedalare accanto a loro (si fa per dire) è che la presenza alla Maratona vada ben oltre i doveri di rappresentanza. E’ il fascino delle Dolomiti che Dino Buzzati, nei suoi articoli al seguito del Giro d’Italia del 1949, diviso tra Coppi e Bartali, raccontava così: “Il sole è dileguato, ma in cima alla valle risplendono all’improvviso, striate di nevi bianchissime, le muraglie del Sassolungo, simile a un fantastico Duomo di Natale”. E allora forza, tutti sui pedali. Con un occhio a guardare la strada e l’altro dritto verso l’alto, a gustarsi la meraviglia di queste vette senza tempo.

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Il ciclismo dei secondi. E non chiamateli perdenti

di Ernesto Galigani

Chi arriva secondo è il primo dei perdenti. Da un punto di vista puramente concettuale, la massima attribuita ad Enzo Ferrari non fa una grinza. Nello sport (ma non solo) arrivare alle spalle del vincitore, significa certificare la propria sconfitta. E’ un fatto, insomma, ormai consolidato dalla cultura nella quale siamo immersi sin dalle scuole elementari. Basta un piccolo esperimento per dimostrarlo: provate a chiedervi chi si è classificato secondo, ad esempio, al Giro d’Italia del 2025. Tolti gli addetti ai lavori e i maniaci delle statistiche, nessuno farà il nome di Isaac Del Toro, per non parlare di Richard Carapaz che salì sul terzo gradino del podio. Eroi di tre settimane, subito dimenticati, affogati nell’oblio della quotidianità, quasi che l’aver lasciato alle spalle altri 160 colleghi valga meno di essere finiti dietro uno solo di loro, che nella circostanza risponde al nome di Simon Yates.

E’ istruttivo, di conseguenza, ribaltare il secondo della perentoria affermazione del Drake. O, meglio, sarebbe formativo metterci almeno un punto di domanda. Davvero chi arriva secondo è il primo dei perdenti?

Bisognerebbe essere dei filosofi, e non un semplice scribacchino di provincia, per arrivare alla conclusione che no, non può essere così. Perché la vittoria finale non è l’unica cosa che conta (ricorda qualcosa?) e non può rappresentare un valore assoluto. Rispondete: un ciclista che vince una tappa del Giro d’Italia e poi finisce centesimo nella classifica generale è davvero un perdente? E uno che ne vince quattro, come ad esempio l’ecuadoregno Jhonatan Narváez ed è poi costretto a ritirarsi alla penultima tappa dopo aver tamponato un bus mentre tornava in albergo, merita di essere inserito nella lista degli sconfitti? E, ancora, se vogliamo andare avanti lungo questa tortuosa strada, Matteo Malucelli –   velocista della XDS Astana Team, 151° nella generale con un distacco di 6 ore, 13 minuti e 45 secondi da Jonas Vingegaard – è davvero l’ultimo dei perdenti?

La risposta, in una società tanto competitiva da non vedere neppure più i valori essenziali, sarebbe affermativa: certo che sì, ha vinto solo il “re pescatore” venuto dalla Danimarca a dimostrare che si può essere insuperabili in montagna anche se nasci in un paese tre metri sopra il livello del mare. Ma è una risposta parziale, se non addirittura fuorviante. Tra i lettori di questo articolo, chi non metterebbe la firma per essere al posto di Malucelli e poter dire di aver cominciato e concluso un Giro d’Italia dei professionisti, restando nel tempo massimo per tutte le 21 tappe in programma e dopo 3.500 chilometri a 40 all’ora? Chi non vorrebbe provare – almeno una volta nella vita – l’ebbrezza di alzare le braccia al cielo tra due ali di folla plaudenti e in diretta tivù semiplanetaria. Davvero è questo il volto della sconfitta?

Pensieri ad alta voce, certo, che possono essere traslati a tutti gli sport. Qualcuno ricorderà la polemica dopo il quarto posto olimpico della nuotatrice Benedetta Pilato, intervistata con una certa sufficienza dal giornalistone di turno, pronto a rimproverarle la mancata medaglia. Come se– su una platea mondiale di pretendenti – ottenere il tempo di qualificazione, superare le batterie, arrivare in finale e poi sfiorare una medaglia non fosse di per sé un risultato eccezionale.

Si dirà, ma qui stiamo parlando di professionismo, di atleti che partono per vincere e che non ce la fanno e che, di conseguenza, hanno tutte le ragioni per considerarsi dei perdenti. Ma anche questa è una conseguenza del nostro approccio sbagliato alla competizione (e fors’anche alla vita). Un ciclista amatore – e ogni riferimento non è esattamente casuale – non si sentirà mai un perdente se conclude una gran fondo alla posizione numero 547. Perché, magari, il suo sogno era semplicemente quello di riuscire ad arrivare al traguardo, al netto di età, capacità, talento e applicazione. Conosco molto bene, ahimè, un ciclista della domenica che all’ultimo rettilineo della Maratona delle Dolomiti – qualunque sia stato l’andamento della gara – leva le braccia al cielo, proprio a sottolineare la sua personalissima vittoria. Quasi a dire: perdente sarà lei, caro il mio Catone.

E di censori, il mondo del giornalismo è pieno. Tutti bravi con il deretano ben appoggiato sul divano, tutti pronti a spendere una parola – quasi sempre cattiva – per il ciclista che si stacca in salita, loro che quando sentono parlare di dieci per cento, al massimo possono pensare all’aliquota fiscale del compenso pattuito, tutti capaci di indicare la strategia vincente per la volata perfetta, scordando che l’unica nella quale eccellono è la corsa al buffet dello sponsor di turno, tutti pronti – per sintetizzare – a calare la scure della censura su chi non ce l’ha fatta.

Eppure Dante, davanti al quale – giusto per restare in tema – siamo tutti sconfitti in partenza, ce lo aveva insegnato. Nella Divina Commedia, compendio delle nefandezze umane a tutto tondo, c’è tutto, proprio tutto. Ma non c’è un “girone dei perdenti”. La suddivisione delle anime nell’Oltretomba non si basa sul successo o sull’insuccesso, ma esclusivamente sulla natura dei peccati commessi in vita e sul modo in cui sono stati espiati. Vorrà mica dire qualche cosa?

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Addio Alex, l’uomo scelto dal destino

di Ernesto Galigani

Chissà perché è stato scelto proprio lui per dimostrare come il destino possa essere generoso e crudele nell’arco di una stessa vita. Alex Zanardi, nei 59 anni terminati proprio ieri, ha avuto in dono un grande talento per lo sport, culminato in una serie infinita di trionfi, un carattere di ferro, una bontà d’animo che si taglia con un grissino, un’insopprimibile voglia di vivere, una moglie coraggiosa almeno quanto lui. Ma, in cambio, quello stesso destino ha preteso quello che tutti sappiamo: due gambe spazzate via durante una corsa automobilistica, una cinquantina di operazioni chirurgiche, un corpo a prova di metal detector e, infine, il terribile scontro con un camion mentre partecipava a una manifestazione di handbike.

Tanto, troppo dolore per una persona normale. Ma non per Alex Zanardi, che ho conosciuto durante la sua seconda vita, quella dedicata al ciclismo che gli ha consentito di vincere anche una manciata di medaglie alle Olimpiadi. A una platea di cicloamatori riuniti a La Villa in occasione della Maratona dles Dolomites 2015, ospite di quel Michil Costa che della corsa ne è il patron e vede sempre le cose un po’ prima degli altri, aveva chiarito: «Io non sono superman, sono solo un tipo ottimista che ha avuto una vita meravigliosa e che continua ad averla. Ma, in ogni caso, non prendetemi troppo sul serio». E appoggiandosi alle sue stampelle aveva illustrato il suo progetto chiamato Bimbingamba, finalizzato all’acquisto di protesi destinati ai bimbi africani che avevano lasciato gambe e braccia non su un circuito automobilistico, ma su una mina antiuomo. A tante persone, quella sera, una lacrimuccia era caduta furtiva.

L’anno successivo, sempre ospite della Maratona, aveva nuovamente dispensato perle di saggezza, magicamente mixate alla simpatia emiliana che simboleggiava sin dalla cadenza. “Mia moglie dice sempre che ho più gambe che testa”, era una sua frase cult. Ma di testa ne aveva, altroché se ne aveva. Almeno quanto il cuore, gonfio di un ottimismo e di una voglia di vivere che non avrebbe avuto ragion d’essere, in un’ipotetica bilancia di pro e contro. Solare ed umile, si prestava a tutto: alle interviste con il più sconosciuto degli scribacchini, sino alle foto con gli affetti del cronista.

Alex Zanardi nel 2016 con tre fans speciali (per il cronista)

E il giorno successivo mi era pure capitata la fortuna di incrociarne i guantoni, durante la corsa. Zanardi, che azionava quella ingombrante hand bike con due bicipiti grandi come una mia coscia, aveva risalito il Pordoi con grinta e determinazione, quasi spinto dal saluto e dall’incoraggiamento di chiunque incontrava. Aveva sorpassato anche chi scrive: giusto il tempo di rispondere al saluto e poi si era tuffato in discesa verso l’imbocco del Sella: gli erano bastate tre curve, ma tre di numero, per lasciarmi alle spalle. Lui in handbike, io in bicicletta. E ho il nitido ricordo di aver compreso – io che tiravo il freno per paura di finire nel terrapieno a 60 all’ora – che cosa significhi vivere la vita in pienezza. Sempre al limite, certo, ma senza rimorsi e senza rimpianti.

Nel 2016, in occasione del suo cinquantesimo compleanno e del film celebrativo che la Enervit gli aveva dedicato, avevo provato a raccontarlo sul mio giornale. Una pagina – non l’unica che lo ha visto protagonista – della quale vado fiero e che vi ripropongo in questo giorno che dovrebbe essere di profonda tristezza. Ma che lui, a domanda, forse risponderebbe: “Ve l’avevo detto di non prendermi troppo sul serio”.

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Nel centro del mirino

di Ernesto Galigani

La sensazione è che ci stiano facendo fuori uno dopo l’altro. Non passa giorno senza che si verifichi un incidente che coinvolga un ciclista. E il tutto in un clima di routinaria indifferenza, di chiara (e malata) origine culturale.

Funziona così: alla tragedia, solitamente segue un titolo di giornale, quasi sempre intriso di quei luoghi comuni che tanto infastidiscono i direttori ma davanti ai quali tutti si piegano con la patetica scusa che i lettori non debbano sforzare i pochi neuroni in circolo. E poi, improvvisamente, cala il silenzio. La tragedia – perché di questo stiamo parlando – viene rapidamente archiviata. Al punto che quello stesso lettore – inizialmente così turbato dalla fotografia particolarmente cruda della scena o dal viso della vittima che magari gli ricorda il figlio adolescente – il giorno dopo tira dritto. Non gli passa neppure per idea di andare a cercare un seguito della vicenda anche perché, più spesso, ha già resettato l’accaduto. Avete presente, per fare un paragone, il film “Sbatti il mostro in prima pagina” e la cinica (ma neppure troppo) lezione di giornalismo del direttore Gian Maria Volontè al suo giovane redattore, per un titolo troppo esplicito su una morte suicida? Lo correggeva con queste parole: “Cosa vogliamo farne di questo pover’uomo di lettore? Un nevrotico? Gli ha forse dato fuoco lui? La sintesi, caro mio… il lettore apre il giornale, guarda, se gli va legge, se non gli va tira via, ma senza sentirsi lui responsabile di tutti i morti che ci sono tutti i giorni nel mondo”. Ecco, appunto, si volta pagina e non soltanto metaforicamente.

I giornali locali, a onor del vero, sono soliti fare una sorta di approfondimento di maniera. Vanno ad ascoltare gli amici, tracciano il solito ritratto della vittima, inevitabilmente dipinto come un bravo ragazzo o un grande lavoratore, pieno di amici e di interessi nel mondo del volontariato. Quasi che, per inquietante proprietà transitiva, l’investimento sarebbe “accettabile” se la vittima fosse un bad boy o uno scansafatiche. In rarissimi casi, invece, ci si sofferma sulla dinamica dell’incidente e, ancor meno, sulle responsabilità dell’uno o dell’altro protagonista, quasi che fosse un dettaglio, un inevitabile dazio da pagare al destino. Chi scrive è stato particolarmente colpito da un terribile incidente avvenuto a Barzana, in provincia di Bergamo: un giovane ciclista alle soglie del professionismo, è stato travolto ed ucciso da un’automobile che proveniva in senso opposto e che aveva invaso la corsia opposta per effettuare un sorpasso, oltretutto vietato dalla doppia riga continua di mezzeria. Impatto violentissimo e morte sul colpo, in un tratto di strada tutt’altro che pericoloso. Ebbene, nei giorni successivi alla tragedia – accanto ai ricordi, alle omelie e alle recriminazioni per una vita spezzata agli albori – non c’era neppure un filo di indignazione per sottolineare che all’origine della tragedia c’era una terribile negligenza, una sorta di atto di superbia motoristica lungo una strada che pure viene legittimamente percorsa da ciclisti e pedoni. Ovviamente, passata l’onda emozionale non è rimasto che lo strazio dei genitori, una maglietta e un mazzo di fiori posti sul guardrail a imperitura memoria. Ennesima croce laica di una strage impunita e che, se non fosse una pietosa bugia, si potrebbe dire che sembra senza soluzione.

Dietro tutto ciò, invece, c’è una questione sostanzialmente culturale. Ed è proprio questo che inquieta e sgomenta. In altre parole, l’incidente che coinvolge un ciclista (ma lo stesso discorso vale anche per un pedone) viene inconsapevolmente rubricato come un incerto del mestiere, quasi che loro – gli amanti delle due ruote – fossero degli occupanti abusivi delle strade, patrimonio e pertinenza esclusiva delle autovetture.

Un’esagerazione? Non proprio. Basta uno sguardo distratto ai social, terribile contenitore delle più indicibili bassezze umane, quando un amministratore pubblico prova anche soltanto ad immaginare una pista ciclabile oppure, peggio ancora, le cosiddette corsie ciclabili, una sorta di nuova frontiera della mobilità dolce di cui quasi tutti sono all’oscuro e che, proprio per questo, si cerca di far abortire nella culla. Come tutte le cose che non si conoscono. Ebbene, appaiono critiche feroci e piene di livore che non di rado sfociano nell’insulto gratuito, in una sorta di rabbia ancestrale che ha il suo culmine in alcune pagine social dai titoli espliciti e minacciosi. Eppure ampiamente tollerati dall’algoritmo del social.

Una persona mediamente dotata di materia grigia, sa benissimo chi ha la peggio nello scontro tra un mezzo di una tonnellata e uno di sette-otto chili (e ci sono fiori di studi di cui parleremo nelle prossime puntate). Di conseguenza, visto che entrambi i mezzi hanno il diritto di circolare liberamente, delle due l’una. O si impedisce a una delle due categorie di circolare. Oppure si trova il modo per una convivenza il più possibile pacifica. Ed è su questo banalissima osservazione che si schianta, per rimanere in tema, il ragionamento dell’uomo comune. Quello che non vuole le piste ciclabili, non vuole i ciclisti affiancati, si arrabbia per le corsie dedicate, si infuria quando la bicicletta non sta perfettamente sul ciglio della strada, si aggrappa al clacson quando incrocia una squadra di ragazzini che si allena, pretende che il Giro d’Italia passi dappertutto tranne che nella sua vita perché proprio quel pomeriggio deve andare ad acquistare l’insalata… ma poi è il primo ad imbastire tavole rotonde sui ragazzini che non fanno sport preferendo i telefonini e sulle strade che sono diventate un’interminabile catena di lamiera al momento di andare e tornare dal lavoro.

Tutto e il suo contrario, secondo italica tradizione. E poi ci si offende se Tadej Pogacar (il gran visir di tutti i ciclisti, direbbero Aldo Giovanni e Giacomo) intervistato a bruciapelo da un cronista e complice un vocabolario non proprio esteso come quello di Dante, confessa angelicamente che “ogni volta che mi alleno in Italia rischio la vita. Sulle strade sono criminali”.

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