di Ernesto Galigani
Controverso fin che si vuole, cattivo quanto può esserlo un bambino cresciuto sotto le bombe, aspro come una spremuta di limone maturato nelle stive degli aerei. Ma, in ogni caso, mai banale.
E’ oltremodo istruttivo, per chi vuole andare al di là delle apparenze, leggere l’intervista che il tennista Novak Djokovic ha rilasciato nei giorni scorsi. A chi gli chiedeva paragoni con Lionel Messi – il più fenomenale calciatore dai tempi di Maradona – rispondeva pacato: “Magari fossi come lui, gioca solo 90 minuti”. E dietro questa battuta, così banale da diventare rivoluzionaria, c’è l’intera filosofia dello sport.
Il punto è che tutti gli sportivi da endurance – che siano sciatori di fondo o nuotatori, per non parlare di tennisti e di ciclisti – rappresentano l’essenza stessa della fatica, intesa nella sua accezione più nobile. Ricorderete il libro di Andrè Agassi e i terribili allenamenti cui era sottoposto dal padre-allenatore-aguzzino nell’età in cui al decimo palleggio viene voglia di un gelato. Ecco, proprio quella cosa lì. Per rimanere al nostro ambito, poi, non c’è cicloamatore che faccia un’uscita da 90 minuti senza provare quella strana sensazione di inadeguatezza di chi conosce il vero volto della fatica. Quasi un nodo allo stomaco, tipico di chi sa di non aver fatto fino in fondo il proprio dovere. I credenti – e perdonate l’irriverenza – lo chiamano “rimorso di coscienza”.


Questo non c’entra nulla, naturalmente, con i compensi che vengono corrisposti ai calciatori e che – ad un’analisi semplice e semplicistica – appaiono ovviamente del tutto spropositati. Un modesto mediano di serie C, per dirla tutta, guadagna quanto – e se non di più – un ottimo gregario di una squadra professionistica di ciclismo. E un Pogacar, per ribaltare il discorso, si porta a casa una borsa annuale che non è probabilmente neppure un terzo del suo omologo che gioca a golf nel circuito professionistico. Non c’entra nulla, si diceva, perché la logica del mercato è diversa dalla logica del sudore e ci sono mille componenti (appeal generalista, sponsor, interessi economici) che determinano la consistenza di uno stipendio. Se così non fosse, un medico d’urgenza dovrebbe guadagnare dieci volte tanto un politico di seconda fascia, uno di quelli che stanno a Montecitorio – quando ci sta – ad alzare la manina a comando.
Ecco, Djokovic ha semplicemente messo in evidenza un dato di fatto. E questa verità inoppugnabile spiega tante cose. Spiega, per esempio, perché in molti casi un calciatore fatichi persino ad allacciarsi le stringhe da solo, mentre un mezzofondista magari si è coltivato pure una professione parallela. Spiega, generalizzando quanto basta, perché raramente un ciclista finisce nelle inchieste sulle notti brave in discoteche compiacenti. E, infine, ci racconta perché l’idea di trasgressione di una nuotatrice che ha appena fatto due record del mondo in due giorni, è quella di infilare i denti dentro un hamburger untuosamente accattivante con tanto di patatine e non quella di andarsi a farsi scorticare la pelle con qualche frase da cioccolatino Perugina.
Certo, il mondo dello sport – calcio incluso – è pieno di eccezioni. Ma la regola, per l’appunto, sta dalla parte di Djokovic e di tutti quelli come lui, che consumano tempo, scarpe e cuore massacrandosi su un campo da tennis, in una piscina marcia di cloro o su una salita esposta al sole di agosto. Magari, mangiandosi pure il fegato per discutere con l’automobilista di turno che vuole la strada tutta per sé e per il suo immancabile telefonino.






























