Il ciclismo dei secondi. E non chiamateli perdenti

di Ernesto Galigani

Chi arriva secondo è il primo dei perdenti. Da un punto di vista puramente concettuale, la massima attribuita ad Enzo Ferrari non fa una grinza. Nello sport (ma non solo) arrivare alle spalle del vincitore, significa certificare la propria sconfitta. E’ un fatto, insomma, ormai consolidato dalla cultura nella quale siamo immersi sin dalle scuole elementari. Basta un piccolo esperimento per dimostrarlo: provate a chiedervi chi si è classificato secondo, ad esempio, al Giro d’Italia del 2025. Tolti gli addetti ai lavori e i maniaci delle statistiche, nessuno farà il nome di Isaac Del Toro, per non parlare di Richard Carapaz che salì sul terzo gradino del podio. Eroi di tre settimane, subito dimenticati, affogati nell’oblio della quotidianità, quasi che l’aver lasciato alle spalle altri 160 colleghi valga meno di essere finiti dietro uno solo di loro, che nella circostanza risponde al nome di Simon Yates.

E’ istruttivo, di conseguenza, ribaltare il secondo della perentoria affermazione del Drake. O, meglio, sarebbe formativo metterci almeno un punto di domanda. Davvero chi arriva secondo è il primo dei perdenti?

Bisognerebbe essere dei filosofi, e non un semplice scribacchino di provincia, per arrivare alla conclusione che no, non può essere così. Perché la vittoria finale non è l’unica cosa che conta (ricorda qualcosa?) e non può rappresentare un valore assoluto. Rispondete: un ciclista che vince una tappa del Giro d’Italia e poi finisce centesimo nella classifica generale è davvero un perdente? E uno che ne vince quattro, come ad esempio l’ecuadoregno Jhonatan Narváez ed è poi costretto a ritirarsi alla penultima tappa dopo aver tamponato un bus mentre tornava in albergo, merita di essere inserito nella lista degli sconfitti? E, ancora, se vogliamo andare avanti lungo questa tortuosa strada, Matteo Malucelli –   velocista della XDS Astana Team, 151° nella generale con un distacco di 6 ore, 13 minuti e 45 secondi da Jonas Vingegaard – è davvero l’ultimo dei perdenti?

La risposta, in una società tanto competitiva da non vedere neppure più i valori essenziali, sarebbe affermativa: certo che sì, ha vinto solo il “re pescatore” venuto dalla Danimarca a dimostrare che si può essere insuperabili in montagna anche se nasci in un paese tre metri sopra il livello del mare. Ma è una risposta parziale, se non addirittura fuorviante. Tra i lettori di questo articolo, chi non metterebbe la firma per essere al posto di Malucelli e poter dire di aver cominciato e concluso un Giro d’Italia dei professionisti, restando nel tempo massimo per tutte le 21 tappe in programma e dopo 3.500 chilometri a 40 all’ora? Chi non vorrebbe provare – almeno una volta nella vita – l’ebbrezza di alzare le braccia al cielo tra due ali di folla plaudenti e in diretta tivù semiplanetaria. Davvero è questo il volto della sconfitta?

Pensieri ad alta voce, certo, che possono essere traslati a tutti gli sport. Qualcuno ricorderà la polemica dopo il quarto posto olimpico della nuotatrice Benedetta Pilato, intervistata con una certa sufficienza dal giornalistone di turno, pronto a rimproverarle la mancata medaglia. Come se– su una platea mondiale di pretendenti – ottenere il tempo di qualificazione, superare le batterie, arrivare in finale e poi sfiorare una medaglia non fosse di per sé un risultato eccezionale.

Si dirà, ma qui stiamo parlando di professionismo, di atleti che partono per vincere e che non ce la fanno e che, di conseguenza, hanno tutte le ragioni per considerarsi dei perdenti. Ma anche questa è una conseguenza del nostro approccio sbagliato alla competizione (e fors’anche alla vita). Un ciclista amatore – e ogni riferimento non è esattamente casuale – non si sentirà mai un perdente se conclude una gran fondo alla posizione numero 547. Perché, magari, il suo sogno era semplicemente quello di riuscire ad arrivare al traguardo, al netto di età, capacità, talento e applicazione. Conosco molto bene, ahimè, un ciclista della domenica che all’ultimo rettilineo della Maratona delle Dolomiti – qualunque sia stato l’andamento della gara – leva le braccia al cielo, proprio a sottolineare la sua personalissima vittoria. Quasi a dire: perdente sarà lei, caro il mio Catone.

E di censori, il mondo del giornalismo è pieno. Tutti bravi con il deretano ben appoggiato sul divano, tutti pronti a spendere una parola – quasi sempre cattiva – per il ciclista che si stacca in salita, loro che quando sentono parlare di dieci per cento, al massimo possono pensare all’aliquota fiscale del compenso pattuito, tutti capaci di indicare la strategia vincente per la volata perfetta, scordando che l’unica nella quale eccellono è la corsa al buffet dello sponsor di turno, tutti pronti – per sintetizzare – a calare la scure della censura su chi non ce l’ha fatta.

Eppure Dante, davanti al quale – giusto per restare in tema – siamo tutti sconfitti in partenza, ce lo aveva insegnato. Nella Divina Commedia, compendio delle nefandezze umane a tutto tondo, c’è tutto, proprio tutto. Ma non c’è un “girone dei perdenti”. La suddivisione delle anime nell’Oltretomba non si basa sul successo o sull’insuccesso, ma esclusivamente sulla natura dei peccati commessi in vita e sul modo in cui sono stati espiati. Vorrà mica dire qualche cosa?

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Addio Alex, l’uomo scelto dal destino

di Ernesto Galigani

Chissà perché è stato scelto proprio lui per dimostrare come il destino possa essere generoso e crudele nell’arco di una stessa vita. Alex Zanardi, nei 59 anni terminati proprio ieri, ha avuto in dono un grande talento per lo sport, culminato in una serie infinita di trionfi, un carattere di ferro, una bontà d’animo che si taglia con un grissino, un’insopprimibile voglia di vivere, una moglie coraggiosa almeno quanto lui. Ma, in cambio, quello stesso destino ha preteso quello che tutti sappiamo: due gambe spazzate via durante una corsa automobilistica, una cinquantina di operazioni chirurgiche, un corpo a prova di metal detector e, infine, il terribile scontro con un camion mentre partecipava a una manifestazione di handbike.

Tanto, troppo dolore per una persona normale. Ma non per Alex Zanardi, che ho conosciuto durante la sua seconda vita, quella dedicata al ciclismo che gli ha consentito di vincere anche una manciata di medaglie alle Olimpiadi. A una platea di cicloamatori riuniti a La Villa in occasione della Maratona dles Dolomites 2015, ospite di quel Michil Costa che della corsa ne è il patron e vede sempre le cose un po’ prima degli altri, aveva chiarito: «Io non sono superman, sono solo un tipo ottimista che ha avuto una vita meravigliosa e che continua ad averla. Ma, in ogni caso, non prendetemi troppo sul serio». E appoggiandosi alle sue stampelle aveva illustrato il suo progetto chiamato Bimbingamba, finalizzato all’acquisto di protesi destinati ai bimbi africani che avevano lasciato gambe e braccia non su un circuito automobilistico, ma su una mina antiuomo. A tante persone, quella sera, una lacrimuccia era caduta furtiva.

L’anno successivo, sempre ospite della Maratona, aveva nuovamente dispensato perle di saggezza, magicamente mixate alla simpatia emiliana che simboleggiava sin dalla cadenza. “Mia moglie dice sempre che ho più gambe che testa”, era una sua frase cult. Ma di testa ne aveva, altroché se ne aveva. Almeno quanto il cuore, gonfio di un ottimismo e di una voglia di vivere che non avrebbe avuto ragion d’essere, in un’ipotetica bilancia di pro e contro. Solare ed umile, si prestava a tutto: alle interviste con il più sconosciuto degli scribacchini, sino alle foto con gli affetti del cronista.

Alex Zanardi nel 2016 con tre fans speciali (per il cronista)

E il giorno successivo mi era pure capitata la fortuna di incrociarne i guantoni, durante la corsa. Zanardi, che azionava quella ingombrante hand bike con due bicipiti grandi come una mia coscia, aveva risalito il Pordoi con grinta e determinazione, quasi spinto dal saluto e dall’incoraggiamento di chiunque incontrava. Aveva sorpassato anche chi scrive: giusto il tempo di rispondere al saluto e poi si era tuffato in discesa verso l’imbocco del Sella: gli erano bastate tre curve, ma tre di numero, per lasciarmi alle spalle. Lui in handbike, io in bicicletta. E ho il nitido ricordo di aver compreso – io che tiravo il freno per paura di finire nel terrapieno a 60 all’ora – che cosa significhi vivere la vita in pienezza. Sempre al limite, certo, ma senza rimorsi e senza rimpianti.

Nel 2016, in occasione del suo cinquantesimo compleanno e del film celebrativo che la Enervit gli aveva dedicato, avevo provato a raccontarlo sul mio giornale. Una pagina – non l’unica che lo ha visto protagonista – della quale vado fiero e che vi ripropongo in questo giorno che dovrebbe essere di profonda tristezza. Ma che lui, a domanda, forse risponderebbe: “Ve l’avevo detto di non prendermi troppo sul serio”.

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Nel centro del mirino

di Ernesto Galigani

La sensazione è che ci stiano facendo fuori uno dopo l’altro. Non passa giorno senza che si verifichi un incidente che coinvolga un ciclista. E il tutto in un clima di routinaria indifferenza, di chiara (e malata) origine culturale.

Funziona così: alla tragedia, solitamente segue un titolo di giornale, quasi sempre intriso di quei luoghi comuni che tanto infastidiscono i direttori ma davanti ai quali tutti si piegano con la patetica scusa che i lettori non debbano sforzare i pochi neuroni in circolo. E poi, improvvisamente, cala il silenzio. La tragedia – perché di questo stiamo parlando – viene rapidamente archiviata. Al punto che quello stesso lettore – inizialmente così turbato dalla fotografia particolarmente cruda della scena o dal viso della vittima che magari gli ricorda il figlio adolescente – il giorno dopo tira dritto. Non gli passa neppure per idea di andare a cercare un seguito della vicenda anche perché, più spesso, ha già resettato l’accaduto. Avete presente, per fare un paragone, il film “Sbatti il mostro in prima pagina” e la cinica (ma neppure troppo) lezione di giornalismo del direttore Gian Maria Volontè al suo giovane redattore, per un titolo troppo esplicito su una morte suicida? Lo correggeva con queste parole: “Cosa vogliamo farne di questo pover’uomo di lettore? Un nevrotico? Gli ha forse dato fuoco lui? La sintesi, caro mio… il lettore apre il giornale, guarda, se gli va legge, se non gli va tira via, ma senza sentirsi lui responsabile di tutti i morti che ci sono tutti i giorni nel mondo”. Ecco, appunto, si volta pagina e non soltanto metaforicamente.

I giornali locali, a onor del vero, sono soliti fare una sorta di approfondimento di maniera. Vanno ad ascoltare gli amici, tracciano il solito ritratto della vittima, inevitabilmente dipinto come un bravo ragazzo o un grande lavoratore, pieno di amici e di interessi nel mondo del volontariato. Quasi che, per inquietante proprietà transitiva, l’investimento sarebbe “accettabile” se la vittima fosse un bad boy o uno scansafatiche. In rarissimi casi, invece, ci si sofferma sulla dinamica dell’incidente e, ancor meno, sulle responsabilità dell’uno o dell’altro protagonista, quasi che fosse un dettaglio, un inevitabile dazio da pagare al destino. Chi scrive è stato particolarmente colpito da un terribile incidente avvenuto a Barzana, in provincia di Bergamo: un giovane ciclista alle soglie del professionismo, è stato travolto ed ucciso da un’automobile che proveniva in senso opposto e che aveva invaso la corsia opposta per effettuare un sorpasso, oltretutto vietato dalla doppia riga continua di mezzeria. Impatto violentissimo e morte sul colpo, in un tratto di strada tutt’altro che pericoloso. Ebbene, nei giorni successivi alla tragedia – accanto ai ricordi, alle omelie e alle recriminazioni per una vita spezzata agli albori – non c’era neppure un filo di indignazione per sottolineare che all’origine della tragedia c’era una terribile negligenza, una sorta di atto di superbia motoristica lungo una strada che pure viene legittimamente percorsa da ciclisti e pedoni. Ovviamente, passata l’onda emozionale non è rimasto che lo strazio dei genitori, una maglietta e un mazzo di fiori posti sul guardrail a imperitura memoria. Ennesima croce laica di una strage impunita e che, se non fosse una pietosa bugia, si potrebbe dire che sembra senza soluzione.

Dietro tutto ciò, invece, c’è una questione sostanzialmente culturale. Ed è proprio questo che inquieta e sgomenta. In altre parole, l’incidente che coinvolge un ciclista (ma lo stesso discorso vale anche per un pedone) viene inconsapevolmente rubricato come un incerto del mestiere, quasi che loro – gli amanti delle due ruote – fossero degli occupanti abusivi delle strade, patrimonio e pertinenza esclusiva delle autovetture.

Un’esagerazione? Non proprio. Basta uno sguardo distratto ai social, terribile contenitore delle più indicibili bassezze umane, quando un amministratore pubblico prova anche soltanto ad immaginare una pista ciclabile oppure, peggio ancora, le cosiddette corsie ciclabili, una sorta di nuova frontiera della mobilità dolce di cui quasi tutti sono all’oscuro e che, proprio per questo, si cerca di far abortire nella culla. Come tutte le cose che non si conoscono. Ebbene, appaiono critiche feroci e piene di livore che non di rado sfociano nell’insulto gratuito, in una sorta di rabbia ancestrale che ha il suo culmine in alcune pagine social dai titoli espliciti e minacciosi. Eppure ampiamente tollerati dall’algoritmo del social.

Una persona mediamente dotata di materia grigia, sa benissimo chi ha la peggio nello scontro tra un mezzo di una tonnellata e uno di sette-otto chili (e ci sono fiori di studi di cui parleremo nelle prossime puntate). Di conseguenza, visto che entrambi i mezzi hanno il diritto di circolare liberamente, delle due l’una. O si impedisce a una delle due categorie di circolare. Oppure si trova il modo per una convivenza il più possibile pacifica. Ed è su questo banalissima osservazione che si schianta, per rimanere in tema, il ragionamento dell’uomo comune. Quello che non vuole le piste ciclabili, non vuole i ciclisti affiancati, si arrabbia per le corsie dedicate, si infuria quando la bicicletta non sta perfettamente sul ciglio della strada, si aggrappa al clacson quando incrocia una squadra di ragazzini che si allena, pretende che il Giro d’Italia passi dappertutto tranne che nella sua vita perché proprio quel pomeriggio deve andare ad acquistare l’insalata… ma poi è il primo ad imbastire tavole rotonde sui ragazzini che non fanno sport preferendo i telefonini e sulle strade che sono diventate un’interminabile catena di lamiera al momento di andare e tornare dal lavoro.

Tutto e il suo contrario, secondo italica tradizione. E poi ci si offende se Tadej Pogacar (il gran visir di tutti i ciclisti, direbbero Aldo Giovanni e Giacomo) intervistato a bruciapelo da un cronista e complice un vocabolario non proprio esteso come quello di Dante, confessa angelicamente che “ogni volta che mi alleno in Italia rischio la vita. Sulle strade sono criminali”.

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L’impresa di Pogacar: quando Sanremo non vale San Siro

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di Ernesto Galigani

L’asfalto è duro, credetemi. A dire il vero, quando cadi dalla bicicletta neppure avverti il dolore, almeno in quei primi minuti. Il primo pensiero – lo so, siamo malati incurabili – va alla “salute” della bicicletta che, non sia mai, per fortuna è intatta visto che sei caduto a sinistra, dalla parte opposta al deragliatore. Il secondo è quello di rimettersi in piedi, perché se stai in posizione eretta vuol dire che – al netto dell’adrenalina – non c’è niente di “troppo” rotto. Il terzo pensiero, invece, è dedicato alla sgambata bruscamente interrotta, perché adesso c’è da rientrare alla base, con una giornata irrimediabilmente rovinata.

Ma poi i dolori arrivano. Prima i lividi dalle improbabili colorazioni in  uno spettro di tonalità variabile dal giallo ocra al viola, poi la spalla che continua a pulsare a distanza di settimane, infine il bozzo sul caschetto rabbiosamente gettato nell’angolo che poi  – ti accorgi con orrore – ha salvato quel poco di testa che ancora conservi.

Anche per questo, o forse solo per questo, l’impresa di Tadej Pogacar all’ultima edizione della Milano-Sanremo (beh, Milano, facciamo Pavia-Sanremo perché si sa le corse piacciono soltanto quando non passano sulla strada che porta al tuo supermercato) assume il significato più autentico dell’impresa sportiva. Altro che scivolata, altro che una squadra forte che ti riporta in gruppo, altro che il sostegno psicologico dell’ammiraglia e del direttore sportivo che ti incita con la radiolina. Qui c’è una coscia passata sulla grattuggia, un gruppo di avversari che viaggia a cinquanta all’ora e appena trenta chilometri che ti separano da quello striscione d’arrivo diventato un’ossessione perché, nonostante il tuo formidabile bagaglio di monumenti e di grandi giri, lì non ci sei passato mai a mani alzate.

Anche per questo, o forse solo per questo, la vittoria conquistata da velocista puro anche se velocista puro non lo sei, avrebbe meritato un doveroso saccheggio della borsa degli aggettivi, sempre così strabordante nel bagaglio dei giornalisti sportivi. Chissà quanti di noi – ciclisti improvvisati o professionisti di rutto e birra sul divano, poco importa – si sono esaltati davanti alla televisione. Magari non come il prode Magrini ma, vivaddio, quando mai si sono viste cose del genere dai tempi di Pantani ad Oropa ad oggi?

E chissà quanti, il giorno successivo, si sono presentati in edicola (a trovarle, maledette) per godersi il resoconto dell’impresa. Trovandosi davanti – giusto per rimanere al più importante dei giornali sportivi italiani – un bel titolone che suonava così: “Il diavolo esiste”. Dove il diavolo, però, non era né Pogacar né lo spiritello che lo aveva fatto finire per le terre, bensì – udite udite- la squadra di calcio allenata da Massimiliano Allegri che – impegnata nell’anticipo del più scalcagnato campionato di serie A degli ultimi decenni – aveva superato 3 a 2 il Torino, squadra che naviga appena sopra la zona retrocessione. Non propriamente un’impresa, insomma. Il “mostro di Sanremo”, con le sue ossa doloranti e l’undicesima monumento in saccoccia, era relegato in un palchetto sotto il titolo: “Milano-Sanremo da leggenda, Pogacar sei un mito”… Ma se è stata una corsa da leggenda,  perché era così poco evidente rispetto a un ininfluente Milan-Torino? E per fortuna, chiosava qualcuno sui social, che quel giornale era pure l’organizzatore dell’evento. Altrimenti, sarebbe finito in chissà quale pagina, a contendere un paio di colonnine al baseball e al kite surf…

A riconciliarci con il giornalismo, ci ha pensato l’Equipe. Le balle, ai francesi, ancor gli girano da quei lontani anni Cinquanta ma, perlomeno, sanno riconoscere le imprese vere da quelle farlocche. E a Pogacar hanno dedicato una bellissima prima pagina con l’immagine dello strepitoso sprint sul piccolo-grande Pidcock e un titolo che recita più o meno così: “Sopravvissuto a tutto”, con riferimento alla caduta e alla prodigiosa rimonta. Fossimo un po’ saccentelli, commenteremmo con il ditino alzato: “Così si fa, per la miseria”. Per la cronaca, il Psg – che non è il Torino e neppure il Milan – era relegato, quello sì, a un anonimo palchetto.

Ma non siamo di quella risma. Ci limitiamo a prendere atto con una punta di disappunto che, a queste latitudini, non si capisce cosa si debba fare per avere il giusto riconoscimento mediatico. E, badate bene, non stiamo parlando del curling o di quelle improbabili discipline viste a Milano-Cortina finite assurdamente in prima pagina. Ma di ciclismo, lo sport più popolare – nel senso del popolo – che esista, l’unico per il quale non si paga un biglietto. E l’unico – un giorno ve lo racconterò – che ha visto cimentarsi i più grandi nomi del giornalismo e della letteratura. Compreso la penna deliziosa di quel Dino Buzzati che, inviato al Giro d’Italia del 1949, rintuzzava così a chi temeva che l’utilizzo di simili aggettivi andasse “utilizzato per guerre, rivoluzioni e tragedie e non per innocui fatterelli come il giro ciclistico d’italia”: “Ma stasera il Giro è tutt’altro che un fatterello. La cosa più importante della vita, ecco cos’è, nel piccolo mondo di cui siamo errabondi cittadini”. Con tanti complimenti a Massimiliano Allegri, si capisce. E a San Siro che, nell’alto dei Cieli, conta più di San Remo.

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Perché la Maratona Dles Dolomites funziona. E le altre faticano

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di Ernesto Galigani

Guardi gli occhi di Peter Sagan, funambolico ciclista con tre mondiali consecutivi a impreziosire un curriculum da spavento e concludi che si sta divertendo come un matto. Perché non basta un invito vip – soprattutto a uno che potrebbe girare il mondo senza mettere mai mano al portafoglio – a trasformare il “dovere” di esserci nel piacere di partecipare. E allora, inevitabilmente, finisci per renderti conto che esserci qui è una fortuna, fors’anche un privilegio.

L’edizione 38 della Maratona Dles Dolomites è andata in archivio anche quest’anno, con il suo esplosivo carico di entusiasmo e un’organizzazione che riesce a migliorarsi anche laddove occhio umano faticherebbe a vederci margini ulteriori. Non è un caso, si sussurrava nei back stage, che in un momento così particolare anche per il ciclismo amatoriale, sia ormai l’unica gran fondo che non solo continua a resistere – dura come quelle Dolomiti dove si sviluppa – ma che attira sempre più l’interesse degli appassionati, con 32.700 richieste di partecipazione a fronte di appena ottomila posti disponibili (di cui quattromila destinati agli stranieri). Basta una piccola sventagliata di domande su Google per rendersi conto – senza prendersi lo sgradevole compito di fare i conti in casa altrui – di come alcune celebri manifestazioni stiano attraversando un preoccupante periodo di involuzione. Vittime del gigantismo, forse. O dell’approssimazione gestionale, magari. O, ancora, dell’ossessiva rincorsa ai conti da quadrare a ogni costo, a scapito di tante altre cose.

Tutti problemi che, a Corvara e più in generale in Alta Badia, non devono affrontare. L’organizzazione messa in piedi da Michil Costa e Claudio Canins è una autentica macchina da guerra, collaudata nei minimi particolari, pronta a qualsiasi imprevisto. Lo si capisce – lasciatelo dire a un povero cronista di provincia con nove edizioni sulle spalle – da un’attenzione spasmodica ad ogni dettaglio. Che sia l’enorme spazio per la consegna dei pettorali o il divertente villaggio che anima i giorni precedenti alla gara. O, piuttosto, la qualità degli sponsor attentamente selezionati e nei cui stand un qualsiasi concorrente, senza perdere più tempo del necessario, può farsi controllare i pignoni della bicicletta e addirittura lavarla gratuitamente, con tanto di gadget per il disturbo.

Al netto di un panorama che è patrimonio mondiale dell’umanità e un motivo ci dovrà pur essere senza star troppo a dilungarsi, il vero elemento che fa la differenza è l’appassionata consapevolezza di una valle intera – l’Alta Badia – stretta attorno al suo gioiello estivo. Non è solo l’impegno, generoso, gratuito e sorridente di 1.550 volontari (Corvara ha meno residenti, giusto per dare l’idea) a dare il senso di tutto ciò. Sul piatto della bilancia va soprattutto messo il fatto di essere riusciti a garantire negli anni la chiusura al traffico di tutte le strade del comprensorio. Certo che è importante il ritorno economico assicurato da questo esercito di cicloamatori, ma provate a dire a un qualsiasi amministratore di un comune brianzolo di blindare una stupida via del centro per mezzo pomeriggio… spunterebbero comitati, raccolte firme e lamentazioni assortite dai potenzialmente danneggiati. Ed è fin troppo ovvio che un cicloamatore, appesantito dall’età e della vita, adori – il verbo giusto, credete – pedalare su strade larghe, sicure, bene asfaltate e senza l’incubo di trovarsi di fronte l’automobilista che sta digitando un messaggio al telefono durante la guida, magari sull’altra corsia perché – ti direbbe – gli occhi sono due, le mani altrettanto e non si può fare tutto insieme.

Ma ancora non basta per capire. A chiudere il cerchio è il tentativo, sempre ben riuscito, di non focalizzare l’attenzione unicamente sull’aspetto ludico, ricreativo e magari anche economico di una banale corsa in bicicletta di ex ragazzotti male in arnese. Essere in Alta Badia in quei giorni significa appassionarsi a qualcosa che va oltre la bicicletta, significa per esempio ritrovarsi a discutere – da neofiti e senza competenze – dei pericoli legati al passaggio intensivo dei mezzi a motore sul Passo Sella e sul Pordoi. O, ancora, a riflettere sul fatto che il progresso deve andare a braccetto con il rispetto dell’ambiente e che le due cose – basta lo skyline senza quei grattacieli di certe località da copertina  – possono convivere in armonia. Una ricaduta sociale ed etica che fa bene anche a noi, reduci di mille battaglie appesantiti dall’insostenibile leggerezza dell’essere. Anche se , mannaggia, soltanto una settimana l’anno.

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Il Giro d’Italia, la passione dietro le quinte di una coda

di Ernesto Galigani

Il passaggio del Giro d’Italia in via Leonardo da Vinci a Lecco, lo scorso 29 maggio

Il Giro d’Italia è finito da una manciata di giorni, e già ci manca. Non soltanto per l’aspetto sportivo, ma anche perché rappresenta lo specchio di un Paese che, magari non sarà malato, però non sta proprio benissimo. Sono tanti gli spunti offerti e, pescando nel mazzo, proverò a riportarvene alcuni. Così, per vedere l’effetto che fa, direbbe quel geniale cantautore.

Sotto questo aspetto, mi ha colpito la tappa da Morbegno a Cesano Maderno, quella che i commentatori hanno scioccamente definito la più inutile dell’intero lotto ma che, passando nella mia terra, è parsa comunque bellissima.

La mia città, per l’appunto. Non era ancora trascorsa un’oretta dal passaggio dalla città di Lecco -un meraviglioso spot televisivo, perché dall’alto il traffico non si vede e cielo e lago fondono il loro blu in una tavolozza di rara bellezza – e già su uno dei tanti social locali compariva la prosa, poco raffinata ma intensa, dell’onnisciente fenomeno da tastiera. Questo il tenore della sua poetica, parola più parola meno: “Sono fermo da un’ora in coda perché mi dicono che c’è una gara di biciclette. Ma che in che mondo siamo?”. Ovviamente, il cervellone in fuga si è tirato dietro il gruppone dei complottisti e, per fortuna, anche un nutrito manipolo di quelli che “vai a quel paese”.

Eppure quel post, trasudava anche solo nel leggerlo l’arroganza tipica di chi crede di essere il prescelto, sintomo di una deriva della quale neppure si riesce a intravedere il capolinea. Lamentarsi perché passa il Giro d’Italia e chiudono le strade, ha un sapore amaro. Ricorda un po’ l’invitato al matrimonio che si lamenta perché la torta è stata servita alle sei del pomeriggio anziché alle tre come consuetudine vorrebbe. E in quest’ottica, sembravano persino inutili quei tentativi di far convergere in un unico punto del cervello i due neuroni dell’interlocutore fermo in coda. Che il Giro d’Italia passasse da Lecco era patrimonio dell’umana conoscenza da poco meno di un annetto, veniva osservato. E anche un frate trappista in ritiro spirituale, non avrebbe potuto evitare di imbattersi in un articolo, in un post, in un reel, in un “alert” che ignorasse la circostanza, con tanto di planimetria, altimetria e tabelle orarie che spuntavano ovunque, più dei funghi in Valtellina a fine settembre. Niente da fare, lui doveva passare proprio lì e proprio in quel momento, chissà poi per fare cosa.

E poco importa, se l’indomani – chissà – si sarà ritrovato nuovamente in coda, vuoi per un incidente, un cantiere programmato, una buca spuntata all’improvviso, un semaforo guasto o l’atterraggio degli alieni. Vuoi mettere il divertimento di rovesciare contumelie contro Del Toro e compagni, te che neppure in moto vai forte come loro, piuttosto che sul solito sindaco, il quale ormai neppure ci fa più caso e magari ti ha anche bloccato sui social?

Si dirà, è un episodio, non generalizziamo… Mah. Tolti noi appassionati (della vita e della libertà) non sono del tutto sicuro che la vista di quelle migliaia di persone per tutti gli altri sia davvero una reale consolazione. Certo, magari si sbracciavano a bordo strada, applaudendo e incitando o anche solo confidando in un’inquadratura furtiva. E magari sono gli stessi che domani, incrociando un ciclista amatoriale che arranca sul Galbiate o il Ravellino, affonderanno la mano sul clacson, maledicendone le sette generazioni e trattenendo a stento l’impulso insano di lanciargli il telefonino, la protesi (poco) intelligente con la quale, incuranti dei moniti del “capitano” messo ai trasporti, stavano amabilmente discettando se nella carbonara ci sta meglio il guanciale o la pancetta. E non ditegli che parlare al cellulare è certo più pericoloso che pedalare in doppia fila. Ti ribatterebbero che, suvvia, era questione di un attimo solo.

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MaratonaDlesDolomites, quelli che non si attaccano alle ammiraglie

di Ernesto Galigani

Diamo per assodato che il lancio della prima pietra non sia esclusiva di alcuno, tantomeno di chi scrive. Ma è così evidente il malinconico contrasto tra i 31 giovani atleti che si fanno trainare su per i duri tornanti dello Stelvio e gli ottomila appassionati che sognano per un anno la #MaratonaDlesDolomites, con l’unico obiettivo di poter farsi del male lungo le rampe del Pordoi e del Giau. Eppure almeno una cosa l’hanno in comune: la bicicletta.

Fossimo fini psicologi e non già semplici pennivendoli prestati allo sport più bello e duro del mondo, avremmo materiale infinito nel quale navigare. La giovane età degli uni e quella avanzata degli altri, per cominciare, che si porta dietro una naturale refrattarietà alla sofferenza, che invece è valore in quanto tale, carburante insostituibile di quel senso di appagamento che pervade chiunque tagli un traguardo.

Senza il timore di passare per moralisti da divano, ci sarebbe da spendere qualche parola anche su altri disvalori, che fanno scegliere la scorciatoia scorretta alla via maestra, certo più dura, nella convinzione – tipica delle tendenze edonistiche di questo mondo malato – che alla fine l’unica cosa che conta sia il risultato. Ovvero l’approdo finale, con il suo corollario di gloria (magari effimera, ma pur sempre gloria), contratti, ingaggi ed esposizione mediatica. E, infine, i sociologi potrebbero anche convenire sul fatto che così si è sempre fatto e, senza i virtuosismi della rete, nessuno se ne sarebbe accorto. Come non si accorsero per anni di quel campione americano che triturava tutti a colpi di Epo o dei campioni del passato che, con una certa indulgenza e mutua condivisione, chiamavano bombe, quel terribile mix di anfetamine che si buttavano nello stomaco, prodomo del doping moderno.

La presentazione della MaratonaDlesDolomites a Milano
La presentazione della MaratonadlesDolomites alle Gallerie d’Italia di Milano. A destra Michil Costa

A noi, che fatichiamo a sfrugugliare nella nostra mente ancor prima che in quella altrui, rimane una grande tristezza che tuttavia non cancella l’intimo orgoglio di poter partecipare alla gran fondo più famosa d’Italia e forse anche del mondo. Già, la MaratonaDlesDolomites che andrà in scena domenica 2 luglio in Alta Badia, in quel meraviglioso circuito delle Dolomiti che si snoda attraverso La Villa, Corvara, Arabba, Canazei. O, se volete qualche nome più evocativo, tra Passo Pordoi, Sella, Gardena, Campologo, Falzarego, Valparola, Giau…

La macchina organizzativa poggia ormai da decenni sull’inesauribile verve del patron Michil Costa, l’albergatore geniale che riesce a coniugare Socrate al registratore di cassa senza che l’uno oscuri o mortifichi l’altro e del direttore Claudio Canins, uomo del fare e del poco-parlare, figlio di tanta madre di cui il cronista giovinetto raccontò estasiato le incredibili gesta ciclistiche. Ma è una macchina che poggia su 1.500 volontari, un indotto economico di 12 milioni di euro (in una settimana!), ottomila partecipanti a fronte delle trentamila richieste. E si potrebbe andare avanti con i numeri, come da trentasei ani a questa parte.

Non è il caso, ovviamente, di farlo perché l’aspetto sportivo è paradossalmente un corollario, se tale si volesse avere l’ardire di definire la partecipazione di Vincenzo Nibali, uno dei campioni che quest’anno sarà chiamato ad umiliare le nostre performance. Il valore più intrinseco della MaratonaDlesDolomites è quello di coniugare un turismo che mette pace tra il conto economico e l’ambientalismo più autentico, perché privo di ogni connotazione ideologica o, peggio, partitica.

Il risultato è che domenica 2 luglio non ci sarà neppure un’automobile o una moto sui 138 chilometri del percorso. E i passi dolomitici, giganti fragili che l’Unesco annovera fanfaronamente tra i suoi gioielli che ma che fa un po’ poco per tutelarli, non saranno più uno sconcertante concerto rock di marmitte e pistoni ma una silenziosa sinfonia di fiatoni che si rincorrono, di biciclette che scivolano piano verso l’alto, trascinate dal doloroso incedere di polpacci allo stremo e polmoni che invocano pietà. Non è vero, ha ribadito lo stesso Costa durante la presentazione alla #Gallerie d’Italia di Milano in quella che fu la più prestigiosa sede Comit e ora custodisce i preziosi tesori artistici di Intesa San Paolo, che il turismo non possa convivere con l’ambiente. L’uno non c’è senza l’altro. E nessun rifugista di alta montagna avrà alcunché da ridire sul divieto di passaggio delle auto se, nel contempo, un esercito silenzioso di pedalatori e camminatori porterà risorse laddove servono.

La presentazione a Milano: il tema è dedicato all’Humanitè

Ecco, tutto questo è il ciclismo. E verrebbe la voglia, da vecchi peccatori con la tentazione di regalare buoni consigli, di spiegare tutto questo ai 31 ragazzotti (e ai loro 4 ancor più colpevoli direttori sportivi) che si sono aggrappati alle automobili per salire al passo Stelvio, nell’assurda convinzione che il ciclismo sia solo di chi vince. Lo spiegava bene, il Marco Pantani tanti anni fa: “Nel ciclismo non perde mai nessuno, tutti vincono nel loro piccolo, chi si migliora, chi ha scoperto di poter scalare una vetta in meno tempo dell’anno precedente, chi piange per essere arrivato in cima, chi ride per una battuta del suo compagno di allenamento, chi non è mai stanco, chi stringe i denti, chi non molla, chi non si perde d’animo, chi non si sente mai solo… Questo è il ciclismo, per me”. E, per quel poco che vale, anche per il cronista.

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Dolomites, Maratona di bellezza

di Ernesto Galigani

Esterno giorno, salita al Passo Falzarego, chilometro cinque, caldo esagerato. Dialogo (saltellante per l’affanno) tra cicloamatori: “Io proprio la odio questa salita, non finisce mai, ma davvero dieci chilometri sono così lunghi?”. L’altro: “A chi lo dici… Mentre la faccio, io canto, rido, parlo da solo… Qualsiasi cosa pur di non pensare a quello che vedo”.

Tutto vero, cari lettori. E’ accaduto, con il cronista divertito testimone alle spalle dei due, durante l’edizione numero 35 della Maratona dles Dolomites, la più bella, affascinante, suggestiva, dura corsa per cicloamatori che viene organizzata in Italia. Anzi no, perché chiamarla corsa? Meglio festa, kermesse, manifestazione, raduno… Qualsiasi definizione, insomma, che non rimandi necessariamente alla competizione. Che pure esiste (e guai se fosse il contrario) ma che non costituisce il motivo principale per cui si sale – armi e bagagli – in Alta Badia.

La partenza dell’edizione numero 35 della Maratona Dles Dolomites

Chi scrive è alla sesta partecipazione. E la fascinazione è sempre crescente, altro che andare progressivamente in down sull’onda dell’abitudine. Sarà perché di uguale, di anno in anno, c’è tutto  e contemporaneamente non c’è nulla. I percorsi sono gli stessi, certo, eppure bastano gli sbalzi del meteo per renderli completamente diversi. Salire al Passo Sella (e soprattutto scendere) con quindici gradi e l’asfalto asciutto è una faticaccia. Farlo sotto il diluvio o con il termometro nei dintorni dello zero diventa un’impresa.

Anche i cicloamatori sono gli stessi, ma solo in quanto a numeri e provenienze. Le storie che si raccolgono cambiano di anno in anno, soprattutto se si sta nelle retrovie, rispettosamente indifferenti rispetto a quella che la diretta Rai definisce pomposamente “testa della corsa”. C’è il volto pacioso del britannico – e sono davvero tanti, loro che le montagne non sanno neppure cosa siano – che si bea della magnificenza delle Dolomiti e non sa neppure da che parte girare la testa. C’è il sorriso empatico della ciclista colombiana – sì, proprio così – che fa fatica a fare due pedalate di seguito ma che assicura, sganasciandosi di fronte alla tua incredulità, che lei farà comunque il percorso lungo. Compreso il Giau che già il nome che si porta dietro fa paura. C’è il cicloamatore che è arrivato qui con diecimila chilometri nelle gambe e neppure si cura di alzare la testa: vuole andare forte e finire il prima possibile, e guai a fermarsi al ristoro che si perde un sacco di tempo.

Pedalare nella grande bellezza delle Dolomiti

Non cambia neppure il ricercato vocabolario di Michil Costa, l’uomo e albergatore che è anche anima della Maratona e che ha trasformato un’impresa per sportivi sfaccendati in cerca di emozioni forti in un evento senza pari, capace di coinvolgere tutti, ma proprio tutti. Compreso il proprietario dell’albergo che alle 4.30 della domenica mattina serve la colazione ai corridori – gli orari sono quelli, ma va benissimo così – e poi infila di corsa la pettorina del volontario per andare sulla linea di partenza a dare una mano. Perché ciascuno ha un compito da assolvere e, se non ci fosse quel senso di comunità che si percepisce in ogni angolo di strada, non si riuscirebbe mai a mettere insieme una manifestazione così imponente. Sul sito della Maratona ci sono tutti i numeri, ma neppure loro raccontano tutto. Non spiegano, per esempio, perché un’intera vallata si carica di un lavoro mostruoso. Non ci dicono perché nessuno protesta per le strade completamente chiuse al traffico automobilistico, per le transenne montate e smontate nel giro di una giornata, per il caos calmo che colora e popola La Villa, San Cassiano, Corvara. Non spiegano perché una matura signora si debba mettere l’eccentrico vestito della nonna e correre sulla linea di partenza a distribuire il caffè alle 6 del mattino a una masnada di “forestieri” in bicicletta che sono lì ad aspettare lo start per sfogare la loro insana passione.

Il Muro del Gatto, 360 metri con pendenze fino al 19 per cento poco prima del traguardo di Corvara

No, non diteci che è una banale questione di ritorno economico. Da quelle parti, dove non c’è una cartaccia per terra e le camere degli hotel sono così linde da aver timore di calpestare i pavimenti, ci sono mille modi per fare soldi in modo altrettanto rapido e sicuramente con minore fatica. Per capire tutte queste cose, bisogna “leggere” la Maratona nel suo profondo. Interpretare il senso profondo del messaggio che ogni anno viene lanciato attraverso uno slogan (ciuf, flora in ladino, era quello di quest’anno), sfogliare il voluminoso catalogo che dedica pagine e pagine alla tutela dell’ambiente, diventare partecipi anche solo idealmente della lotta che larghe fette di quella popolazione conducono per “liberare” i passi dolomitici dall’invasione di auto e moto, dispensatori di polveri sottili e non sottili che mal si coniugano con il mastodontico silenzio della catena di una bicicletta, o di una scarpa da runner lungo un sentiero in salita.

Si potrebbe andare avanti per un bel pezzo e, nelle prossime puntate, lo faremo. Perché chi partecipa alla Maratona delle Dolomiti non si ferma a quelle ore di sofferenza in bicicletta – che peraltro si può benissimo soffrire in luoghi assai meno belli – ma si scopre proprietario di un pezzo di mondo. Coinvolto nelle problematiche di una comunità che frequenta una settimana l’anno quando va bene, come se ci vivesse da sempre. Sarà perché il cielo, come diceva quello, sta sempre in cima a una salita.

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Zanardi, c’è un’altra vita che ti aspetta

di Ernesto Galigani

Questo articolo risale all’ottobre del 2016. L’avevo pubblicato su La Provincia di Como per i cinquant’anni di Alex Zanardi, un campione d’uomo con il quale mi sono confrontato (si fa per dire, ovviamente) sui tornanti della Maratona Dles Dolomites in più di una occasione. Ho letto i suoi libri, l’ho ascoltato agli incontri organizzati da Alberto Sorbini della Enervit, mi sono divertito ai dialoghi con Michil Costa, gli ho stretto la mano alle conferenze stampa e ho persino ceduto alla tentazione dei selfie chiedendomi ogni volta dove trovasse la voglia di andare avanti, di scherzare sulle sue protesi (“Certo che mi alzo dalla sedia, non sono mica senza gambe” una delle battute che mi regalò con il sorriso sulle labbra aggiungendo “Mia moglie Daniela dice che ho più gambe che testa”), di dedicare tutto se stesso a qualsiasi causa buona gli venisse sottoposta. Spero che il titolo di quell’articolo possa essere rapidamente aggiornato: “Campione che ha vissuto tre volte”. Se c’è una persona che lo meriterebbe, beh, questo è lui.

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La Provincia di Como del 23 ottobre

Con Davide Cassani alla festa di Enervit alla Maratona delle Dolomiti

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Ma il distanziamento… vale anche per i suv?

di Ernesto Galigani

Che cosa direste se vi proponessero di indossare una camicia alla moda, magari firmata da qualche stilista di fama, sopra una canottiera sporca e consumata da anni di insane frequentazioni con le vostre ascelle sudaticcie? Una persona mediamente ragionevole risponderebbe con una pernacchia, di quelle sguaiate di certe pellicole anni Settanta.

E invece no. In questo strano Paese dove

La magia della bicicletta

vale tutto – compreso  il suo contrario – mi è toccato vedere anche questo, nel mio (mica tanto)  lento ritorno alla normalità ciclistica. Ovvero, operai addetti alla manutenzione, che tiravano vistose strisce bianche su strade – comunali, provinciali e statali, senza distinzione – piene di buche, di rattoppi, di canyon lasciati dagli scavi della fibra ottica. Mi è venuto anche il ghiribizzo di fermarmi a chiedere, a questi poveri uomini, se non si sentissero trattati  da deficienti, costretti a fare un lavoro del tutto inutile, sotto un caldo cocente e con gli effluvi delle sostanze chimiche utilizzate che non sono propriamente a chilometro zero. Ma mi sembrava una cattiveria ancora più grave di quella che erano già costretti a subire.

Vi chiederete che cosa c’entra tutto ciò con il ciclismo. Beh, al di là del fatto che le strade martoriate sono un attentato costante ai nostri copertoni (oltre che alle clavicole) e che non si può passare la mattina a fare lo slalom tra le buche provocate dalle intemperie e soprattutto dal menefreghismo militante, l’episodio mi sembra utile per dimostrare quanto questo Paese predichi in un modo (solitamente ineccepibile) e poi razzoli in quello opposto.

Per riassumere. C’era voluta questa maledetta pandemia per far capire a tanti maitre a penser che la bicicletta, nella sua accezione più ampia, è un mezzo di trasporto da riscoprire. Non fosse altro perché salire su una metropolitana di questi tempi è salubre come scambiarsi un bacio appassionato con un positivo al covid. E così, impauriti dall’andràtuttobene che in realtà andava tutto malissimo, in poche settimane si è passati dalle parolacce ai paroloni, dagli insulti ai buoni propositi. E giù a discettare – qualche volta a vanvera, ma pazienza – di piste ciclabili, di veicoli a pedalata assistita, di rulli con garmin incorporato, ad assicurare bonus biciclette per tutti, ad accorgersi che senza le automobili in coda sulla tangenziale est (ma va?) anche il cielo torna a essere azzurro. Senza contare gli “atleti da tastiera” che, dopo aver strategicamente rimosso  le foto di certe pance deformate da amatriciane e carbonare consumate senza ritegno, assicuravano di essere pronti a regalare il loro regno in cambio di una passeggiata a due ruote.

Tanti buoni e fieri propositi, che sono ovviamente finiti il 4 maggio quando l’attività motoria e sportiva è tornata a non essere più un attentato alla salute pubblica e i politici si sono resi conto che scavallare una montagna in solitaria è certo meno socialmente pericoloso che stare in fila al supermercato attendendo che l’omino ti misuri la febbre con quella specie di teaser dai valori assai approssimativi. “Trentaquattro e uno, signore, non è un po’ poco?”…

Tutto finito. E rieccoli, dunque, gli ex padroni delle strade tornati ad essere padroni. Addio alle belle intenzioni del lockdown, meglio avere un bel suv sotto il posteriore che si fa prima e non si fa fatica. E vai di clacson perché quegli strani cartelli con i numerini sopra sono solo un consiglio, mica un obbligo ad alzare il piede dall’acceleratore, e tutti quelli che si mettono in mezzo sono dei molestatori, sobillatori dell’ordine costituito, giacobini della domenica mattina. E l’inquinamento, l’aria buona, il piacere del famolo lento se non proprio strano? Tutto dimenticato, nel giro di un nanosecondo. “Siamo più poveri ma stronzi uguale” profetizzava un paio di decenni un settimanale satirico Cuore. Ed è proprio vero che non c’è notizia più attuale di quella che abbiamo già letto.

Emblematico il caso di Milano, cui bisogna riconoscere il merito di aver declinato – almeno teoricamente – la nuova filosofia del muoversi. Con tanto di omini mandati sui vialoni dello sho

Elia Viviani sulla Gazzetta

pping malinconicamente deserti a disegnare le corsie per i ciclisti, riducendo contemporaneamente quelli dedicati alle auto, che tanto stavano in garage. Non proprio un’idea originale, certo, visto che a Londra, per fare un esempio di cui ho toccato con mano, da anni le biciclette hanno corsie dedicate (e debitamente scippate a chi sceglie la macchina) e la precedenza su tutto, a cominciare dalle attese ai semafori. Ma, per le nostre latitudini, quasi una rivoluzione. Peccato che da noi i Robespierre abbiano la stessa popolarità delle zanzare in piena estate. E durino altrettanto.

 

Qualche giorno dopo, il Corriere riferiva che – al liberi tutti – queste corsie preferenziali così fotografate, così iconicamente rappresentative del nuovo corso salutista ed eco-compatibile, siano diventate improvvisamente un intralcio alle auto, con tanto di fotografia a mostrare il ragazzino in bicicletta che cercava invano di passare sulla corsia a lui dedicata mentre un suvvone di quelli che non finiscono più lo precedeva con l’autista dall’espressione da macho fieramente infastidito di tanto osare.

Ci sarebbe da mettere via ogni speranza, o voi ch’entrate nel mondo delle due ruote. Lo dicono i campioni del pedale che ogni giorno, sfruttando a fin di bene la loro popolarità, rendono testimonianza dei pericoli corsi sulle strade durante gli allenamenti, che al confronto la tigre incontrata da Sandokan nella foresta di Monpracen era un gattino.

 

Non saprei. Di sicuro sarà una battaglia lunga, quella per una mobilità nuova (che brutta espressione, ragazzi) ma che vale la pena di essere combattuta. Per intanto, dalle catacombe delle riviste specializzate siamo arrivati agli altari dei giornaloni e, di tanto in tanto, finanche alla televisione. Resterebbero certe cloache nascoste sui social dietro fantasiosi nickname ma non si può avere tutto e subito. Il nostro mantra, per ora, è il ” distanziamento sociale”.

La denuncia di Vincenzo Nibali

Se riuscissimo a far capire a certi automobilisti che vale anche per la distanza che devono mantenere tra i loro carrarmati da venti quintali e le nostre biciclettine da sette chili, sarebbe già un bel fare.

e.galigani@laprovincia.it

 

 

 

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