di Ernesto Galigani
Chi arriva secondo è il primo dei perdenti. Da un punto di vista puramente concettuale, la massima attribuita ad Enzo Ferrari non fa una grinza. Nello sport (ma non solo) arrivare alle spalle del vincitore, significa certificare la propria sconfitta. E’ un fatto, insomma, ormai consolidato dalla cultura nella quale siamo immersi sin dalle scuole elementari. Basta un piccolo esperimento per dimostrarlo: provate a chiedervi chi si è classificato secondo, ad esempio, al Giro d’Italia del 2025. Tolti gli addetti ai lavori e i maniaci delle statistiche, nessuno farà il nome di Isaac Del Toro, per non parlare di Richard Carapaz che salì sul terzo gradino del podio. Eroi di tre settimane, subito dimenticati, affogati nell’oblio della quotidianità, quasi che l’aver lasciato alle spalle altri 160 colleghi valga meno di essere finiti dietro uno solo di loro, che nella circostanza risponde al nome di Simon Yates.
E’ istruttivo, di conseguenza, ribaltare il secondo della perentoria affermazione del Drake. O, meglio, sarebbe formativo metterci almeno un punto di domanda. Davvero chi arriva secondo è il primo dei perdenti?

Bisognerebbe essere dei filosofi, e non un semplice scribacchino di provincia, per arrivare alla conclusione che no, non può essere così. Perché la vittoria finale non è l’unica cosa che conta (ricorda qualcosa?) e non può rappresentare un valore assoluto. Rispondete: un ciclista che vince una tappa del Giro d’Italia e poi finisce centesimo nella classifica generale è davvero un perdente? E uno che ne vince quattro, come ad esempio l’ecuadoregno Jhonatan Narváez ed è poi costretto a ritirarsi alla penultima tappa dopo aver tamponato un bus mentre tornava in albergo, merita di essere inserito nella lista degli sconfitti? E, ancora, se vogliamo andare avanti lungo questa tortuosa strada, Matteo Malucelli – velocista della XDS Astana Team, 151° nella generale con un distacco di 6 ore, 13 minuti e 45 secondi da Jonas Vingegaard – è davvero l’ultimo dei perdenti?
La risposta, in una società tanto competitiva da non vedere neppure più i valori essenziali, sarebbe affermativa: certo che sì, ha vinto solo il “re pescatore” venuto dalla Danimarca a dimostrare che si può essere insuperabili in montagna anche se nasci in un paese tre metri sopra il livello del mare. Ma è una risposta parziale, se non addirittura fuorviante. Tra i lettori di questo articolo, chi non metterebbe la firma per essere al posto di Malucelli e poter dire di aver cominciato e concluso un Giro d’Italia dei professionisti, restando nel tempo massimo per tutte le 21 tappe in programma e dopo 3.500 chilometri a 40 all’ora? Chi non vorrebbe provare – almeno una volta nella vita – l’ebbrezza di alzare le braccia al cielo tra due ali di folla plaudenti e in diretta tivù semiplanetaria. Davvero è questo il volto della sconfitta?
Pensieri ad alta voce, certo, che possono essere traslati a tutti gli sport. Qualcuno ricorderà la polemica dopo il quarto posto olimpico della nuotatrice Benedetta Pilato, intervistata con una certa sufficienza dal giornalistone di turno, pronto a rimproverarle la mancata medaglia. Come se– su una platea mondiale di pretendenti – ottenere il tempo di qualificazione, superare le batterie, arrivare in finale e poi sfiorare una medaglia non fosse di per sé un risultato eccezionale.
Si dirà, ma qui stiamo parlando di professionismo, di atleti che partono per vincere e che non ce la fanno e che, di conseguenza, hanno tutte le ragioni per considerarsi dei perdenti. Ma anche questa è una conseguenza del nostro approccio sbagliato alla competizione (e fors’anche alla vita). Un ciclista amatore – e ogni riferimento non è esattamente casuale – non si sentirà mai un perdente se conclude una gran fondo alla posizione numero 547. Perché, magari, il suo sogno era semplicemente quello di riuscire ad arrivare al traguardo, al netto di età, capacità, talento e applicazione. Conosco molto bene, ahimè, un ciclista della domenica che all’ultimo rettilineo della Maratona delle Dolomiti – qualunque sia stato l’andamento della gara – leva le braccia al cielo, proprio a sottolineare la sua personalissima vittoria. Quasi a dire: perdente sarà lei, caro il mio Catone.
E di censori, il mondo del giornalismo è pieno. Tutti bravi con il deretano ben appoggiato sul divano, tutti pronti a spendere una parola – quasi sempre cattiva – per il ciclista che si stacca in salita, loro che quando sentono parlare di dieci per cento, al massimo possono pensare all’aliquota fiscale del compenso pattuito, tutti capaci di indicare la strategia vincente per la volata perfetta, scordando che l’unica nella quale eccellono è la corsa al buffet dello sponsor di turno, tutti pronti – per sintetizzare – a calare la scure della censura su chi non ce l’ha fatta.
Eppure Dante, davanti al quale – giusto per restare in tema – siamo tutti sconfitti in partenza, ce lo aveva insegnato. Nella Divina Commedia, compendio delle nefandezze umane a tutto tondo, c’è tutto, proprio tutto. Ma non c’è un “girone dei perdenti”. La suddivisione delle anime nell’Oltretomba non si basa sul successo o sull’insuccesso, ma esclusivamente sulla natura dei peccati commessi in vita e sul modo in cui sono stati espiati. Vorrà mica dire qualche cosa?































