di Ernesto Galigani
Atterrati gli elicotteri, spente le telecamere, archiviati i resoconti dei giornali (tutti uguali, mio Dio, che noia il copia-incolla dall’unica agenzia di stampa), resta la domanda principale, almeno per chi pensa che il ciclismo sia lo spunto più bello per parlare del mondo e della vita: che cosa ci resta di questo Giro di Lombardia 2026?

Non servono pipponi post-filosofici, stavolta è sufficiente una bella pedalata di metà mattina e qualche flash in ordine sparso. A chi scrive, per esempio, resta l’immagine di un “collega” con la maglietta di una società di Varese, incrociato all’imbocco della salita di Cagliano-Giovenzana, un tratto inedito nella storia della classica monumento: 3 chilometri e mezzo con una pendenza media di oltre il 9 per cento e un picco del 20% proprio all’ingresso di Cagliano. Ebbene, mentre i denti del pignone si abbassavano prudentemente tornante dopo tornante, quel ciclista incontrato per caso spiegava che era rimasto colpito dalle immagini di quelle rampe – cui la prospettiva televisiva non rende onore – e di essersi sciroppato un’ottantina di chilometri solo per verificare se facevano davvero male ai polpacci. O, come diceva lui, per togliersi lo sfizio. Uno sfizio dispendioso, bisogna dirlo, visto che siamo arrivati in cima con la lingua fuori e i polmoni infuocati che imploravano pietà. Altro che i passi di danza che avevamo visto qualche giorno prima, come se quei formidabili ragazzi stessero percorrendo una pista ciclabile chiacchierando del futuro impegno champions dell’Inter.


E resta, altrettanto casualmente e pochi chilometri più avanti, la curiosità di un piccolo gruppo di pensionati milanesi in cerca delle ultime castagne nei boschi di Giovenzana che, al passaggio al trotto del cronista sul tratto meno ripido, lo hanno circondato per chiedere se su quella strada era davvero passato il Giro di Lombardia di due giorni prima. Alla risposta positiva, un misto di soddisfazione e qualche sfottò reciproco: “Visto che era questa, te l’avevo detto”. E, per finire, un indomito ciclista di 80 anni suonati che, azionando il suo veicolo elettrico, malediceva l’anagrafe e il suo medico, colpevole di non firmargli il certificato agonistico necessario per accedere alle Gran Fondo. “Non capisce – borbottava tra una disquisizione sul ciclismo che fu e quello che sarà – che se proprio devo morire, preferirei farlo in bicicletta piuttosto che su un lettino dentro un ospizio”. Vai a dargli torto.

Sabato mattina, poche ore prima della gara – scusatemi, ma la salita è un richiamo irresistibile – il “vostro” era salito ancora sul Cagliano. E c’erano già decine e decine di appassionati: chi con la sdraio da spiaggia abilmente posizionata, chi con il campanone strappato a chissà quale mucca dei dintorni, chi con lo striscione di incoraggiamento sistemato nello zaino insieme a salamelle e pane fresco. Il tutto per un minuto uno di entusiasmo, per vedere a distanza di braccio se quei fenomeni in body e bicicletta erano robot o ragazzi come tuo figlio.
Piccole e forse insignificanti storielle, ma assolutamente autentiche, che testimoniano quanto questo nostro sport sia ancora oggi così attraente e così foriero del più sano degli spiriti di emulazione. E che rimandano al dispiacere per un territorio che, nelle sue espressioni di rappresentanza, non capisce quanto questi eventi possano rappresentare un traino formidabile nella “costruzione” di un’immagine. Faticano a capire, lor signori, che soltanto il ciclismo ti porta i campioni direttamente sull’uscio di casa. Insomma, quello che amaramente commentavamo nell’articolo precedente.
A distanza di una settimana dalla “grande corsa” sulle sempre malefiche (e benedette) rampe del Ghisallo c’erano decine di ciclisti impegnati a scarnificare i pignoni, eppure non c’era neppure un cartello, una scritta, un’immagine che rimandasse alle leggende che su quell’asfalto sono state scritte. E che rimandasse alla magia, una volta arrivati in cima, di un piazzale rimesso a nuovo, di un santuario gonfio di storia e di ricordi e, perché no, di un museo del ciclismo che più bello non c’è.
Questo è tutto quello che ci lascia il Giro di Lombardia e, più in generale, ogni corsa in bicicletta. Insieme, purtroppo, a quell’impietosa e tristissima sequela di improperi di chi ha costruito il proprio mondo intorno a quattro lamiere colorate e che non accetta che gli si levi la strada da sotto gli pneumatici. Sia mai che arrivi tardi all’apericena.
































