di Ernesto Galigani
Chissà perché è stato scelto proprio lui per dimostrare come il destino possa essere generoso e crudele nell’arco di una stessa vita. Alex Zanardi, nei 59 anni terminati proprio ieri, ha avuto in dono un grande talento per lo sport, culminato in una serie infinita di trionfi, un carattere di ferro, una bontà d’animo che si taglia con un grissino, un’insopprimibile voglia di vivere, una moglie coraggiosa almeno quanto lui. Ma, in cambio, quello stesso destino ha preteso quello che tutti sappiamo: due gambe spazzate via durante una corsa automobilistica, una cinquantina di operazioni chirurgiche, un corpo a prova di metal detector e, infine, il terribile scontro con un camion mentre partecipava a una manifestazione di handbike.

Tanto, troppo dolore per una persona normale. Ma non per Alex Zanardi, che ho conosciuto durante la sua seconda vita, quella dedicata al ciclismo che gli ha consentito di vincere anche una manciata di medaglie alle Olimpiadi. A una platea di cicloamatori riuniti a La Villa in occasione della Maratona dles Dolomites 2015, ospite di quel Michil Costa che della corsa ne è il patron e vede sempre le cose un po’ prima degli altri, aveva chiarito: «Io non sono superman, sono solo un tipo ottimista che ha avuto una vita meravigliosa e che continua ad averla. Ma, in ogni caso, non prendetemi troppo sul serio». E appoggiandosi alle sue stampelle aveva illustrato il suo progetto chiamato Bimbingamba, finalizzato all’acquisto di protesi destinati ai bimbi africani che avevano lasciato gambe e braccia non su un circuito automobilistico, ma su una mina antiuomo. A tante persone, quella sera, una lacrimuccia era caduta furtiva.
L’anno successivo, sempre ospite della Maratona, aveva nuovamente dispensato perle di saggezza, magicamente mixate alla simpatia emiliana che simboleggiava sin dalla cadenza. “Mia moglie dice sempre che ho più gambe che testa”, era una sua frase cult. Ma di testa ne aveva, altroché se ne aveva. Almeno quanto il cuore, gonfio di un ottimismo e di una voglia di vivere che non avrebbe avuto ragion d’essere, in un’ipotetica bilancia di pro e contro. Solare ed umile, si prestava a tutto: alle interviste con il più sconosciuto degli scribacchini, sino alle foto con gli affetti del cronista.

E il giorno successivo mi era pure capitata la fortuna di incrociarne i guantoni, durante la corsa. Zanardi, che azionava quella ingombrante hand bike con due bicipiti grandi come una mia coscia, aveva risalito il Pordoi con grinta e determinazione, quasi spinto dal saluto e dall’incoraggiamento di chiunque incontrava. Aveva sorpassato anche chi scrive: giusto il tempo di rispondere al saluto e poi si era tuffato in discesa verso l’imbocco del Sella: gli erano bastate tre curve, ma tre di numero, per lasciarmi alle spalle. Lui in handbike, io in bicicletta. E ho il nitido ricordo di aver compreso – io che tiravo il freno per paura di finire nel terrapieno a 60 all’ora – che cosa significhi vivere la vita in pienezza. Sempre al limite, certo, ma senza rimorsi e senza rimpianti.
Nel 2016, in occasione del suo cinquantesimo compleanno e del film celebrativo che la Enervit gli aveva dedicato, avevo provato a raccontarlo sul mio giornale. Una pagina – non l’unica che lo ha visto protagonista – della quale vado fiero e che vi ripropongo in questo giorno che dovrebbe essere di profonda tristezza. Ma che lui, a domanda, forse risponderebbe: “Ve l’avevo detto di non prendermi troppo sul serio”.







