Il coraggio di Marina

Recenti studi dicono che alla mente umana sono sufficienti sette-secondi-sette per decidere (e spesso è una scelta definitiva) se una persona ci piace o no. Quello che arriva dopo, in altre parole, sono dettagli. Ebbene, imarina-7-gennaioo e Marina non ci siamo mai incontrati di persona. Ma mi è piaciuta in meno di sette secondi di telefonata.

La sua storia, che avevo sbirciato attraverso un post, mi aveva incuriosito. Per quanto nella mia vita professionale abbia incontrato e scritto di migliaia di persone, quel nome non mi suonava nuovo. E così ho scoperto che l’incidente stradale che l’aveva privata dell’uso delle gambe,  stroncandole una carriera assai più che promettente a soli 22 anni, era avvenuto ad Airuno, vicino a Lecco. E, di conseguenza, vicino a dove vivo e pratico anch’io il ciclismo (con risultati assai più modesti). L’ho raggiunta al telefono e mi sono fatto raccontare, con quella strana empatia che nasce tra due persone che non si sono mai sentite prima di allora, la sua bellissima storia. L’ho poi messa su carta e pubblicata sabato scorso sui quotidiani La Provincia di Como, La Provincia di Lecco e la Provincia di Sondrio.

E’ una ragazza che non s’arrende, Marina. Piena di vita, di speranza e di una strana serenità che, detto tra noi, io non credo riuscirei ad avere se fossi al suo posto. Marina combatte una battaglia che forse non potrà vincere. Ma se un giorno la ricerca trovasse una cura per ridare la mobilità a chi l’ha perduta, beh, un mattoncino porterà scolpito il suo nome.

Vi propongo la pagina in Pdf.  la_provincia_di_como_07-01-2017

Ernesto Galigani

e.galigani@laprovincia.it

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Una rotonda sull’autostrada

Oddio, magari loro hanno un tantinello  esagerato. Ma, al di là di ogni opinione sull’eccentricità del progetto, rimane il valore simbolico di questo incrocio sopraelevato realizzato appositamente per i ciclisti. Già, perché questa mega rotonda ciclabile spuntata in Olanda tra Eindhoven e Valdhoven per consentire a chi viaggia su due ruote di superare una strada particolarmente trafficata è un modo fin troppo chiaro di mostrare sensibilità a quella che i dottoroni delle ricerche chiamerebbero mobilità sostenibile. Ma che per molti, alle nostre latitudini, sono sempre e solo dei rompiballe su due ruote.

rampa-bici-olanda-400x250L’aver soltanto pensato un progetto di questo genere significa, in buona sostanza, aver preso coscienza del fatto che sulle strade ci sono (anche) i ciclisti. Non è una banalità ad alzo zero, se ci pensate un attimo. Perché, al di là dell’ovvietà dialettica, c’è la realtà sulla quale abbiamo speso molte parole in questo blog. Una realtà (e non un’ossessione) fatta di automobilisti insofferenti, di clacson pigiati a tradimento alle spalle, di auto che ti infilano sistematicamente ad ogni rotonda quasi che il Codice della strada non valesse, in quelle intersezioni moderne. Per non parlare, già che siamo in tema di educazione stradale, dei danni devastanti provocati dalla tecnologia. Personalmente, l’altra mattina mi sono divertito a fare di conto: otto automobilisti su dieci erano impegnati in importantissime (evidentemente) discussioni al telefonino, cinque di questi otto non avevano l’auricolare o uno dei tanti marchingegni in dotazione che consentirebbero, quantomeno, di non staccare le mani dal volante. Mi sarebbe piaciuto essere una mosca per ascoltare quelle conversazioni. Ora quasi sussurrate. Ora accompagnate dal tipico gesticolare italiano. Probabilmente – e lo dico per esperienza diretta – erano conversazioni che non avrebbero spostato gli equilibri del mondo nel caso fossero state posticipate di qualche manciata di minuti. Quello di noi amanti della bicicletta, del resto, è un osservatorio privilegiato. Tutti i ciclisti sono automobilisti mentre non tutti gli automobilisti sono ciclisti. E la differenza, se permettete, si nota.

Per tornare alla nostra maxi rotonda per biciclette, mi piace pensare di non essere un ortodosso della materia. Non amo particolarmente le piste ciclabili e ancor meno quelle che vengono definite pomposamente ciclo-pedonali. Ho l’impressione che moltiplichino i pericoli, piuttosto che limitarli: pensate a una mamma con carrozzina d’ordinanza su un percorso protetto, alla mercè di ciclisti che – nella peggiore delle ipotesi – vanno a venti all’ora. Non bisogna essere degli scienziati per capire che uno scontro avrebbe effetti devastanti, quasi come quello – fatte le debite proporzioni – tra un’auto e una moto. Per non parlare delle piste raffazzonate, quasi di risulta, definite tali solo per compiacere l’assessore di turno. A Casatenovo, nella Brianza lecchese, c’è una pista definita ciclo-pedonale fatta praticamente in quadrotti di porfido. Quasi un pavè, per capirci, e non c’è ciclista così stupido da volersi regalare una Parigi-Robaix del genere. O una mamma che voglia far provare l’ebbrezza del motocross al proprio pargolo. E il bello, magari, è che quel percorso (protetto da marciapiedi, con lampioni di ultima generazione) è sicuramente costato qualche centinaia di migliaia di euro, soldi che avrebbero potuto essere meglio impiegati con autentiche politiche di mobilità sostenibile. A Merate, sempre in provincia di Lecco, la pista se la sono addirittura inventata colorando di rosso un pezzo di asfalto di una strada di attraversamento ad altissima frequenza. Peccato che gli automobilisti possano continuare (giustamente) ad utilizzare i parcheggi a margine della carreggiata e che per farlo siano costretti ad attraversare la… pista ciclabile. Di esempi di sciatteria a due ruote ce ne sono moltissimi e vale la pena di fermarsi qui.

Eppure la soluzione è la più banale e la meno costosa. Qualche anno fa, l’Amministrazione provinciale di Lecco – uno di quegli enti che hanno voluto cancellare a fronte di non si sa bene quali risparmi – ha realizzato una serie di cartelli di colore azzurro disseminati un po’ ovunque. Raffigurano un’auto e una bicicletta, una freccia indica la distanza necessaria tra i due mezzi (un metro e mezzo, per la cronaca) e un banale slogan informa che “C’è spazio per tutti”. Già, proprio così. Ci deve essere spazio per il ciclista, che si prenderà premura di stare il più possibile sul ciglio della strada e c’è spazio anche per l’automobilista che potrebbe prendersi il gusto, una volta tanto, di aspettare una manciata di secondi prima di affondare il proprio destro sul pedale dell’acceleratore. Il mondo lo aspetterà.

All’ente pubblico tocca invece il compito di tenere le strade in ordine, asfaltate e pulite. E a questo proposito ricorderete uno dei post di questo blog: parlava di una strada di Galbiate dove un ciclista era morto (anche? o solo?) a causa del fondo stradale devastato da buche e incuria. L’Amministrazione provinciale (quella nuova, non quella dei cartelli intelligenti) aveva spiegato che non c’erano soldi per asfaltarla e che comunque non era una delle strade prioritarie. E’ certo una curiosa coincidenza ma dopo una serie di articoli de “La Provincia di Como” (e un paio assai più modesti apparsi su questo blog) qualche settimana più tardi sono arrivate le ruspe. E la strada è tornata in condizioni normali. Saremo vicini al traguardo quando asfaltare una strada piena di buche  – nell’ottica che la usano anche ciclisti, motociclisti e pedoni e non solo auto e camion – non sarà più il frutto di una campagna di stampa ma una banalissima priorità. Da non fare più nemmeno notizia.

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Alex Zanardi, il campione che visse due volte

Alex Zanardi è un grande uomo e un magnifico ciclista. Questo articolo, che ho scritto per i suoi 50 anni, è apparso domenica 23 ottobre sui quotidiani “La Provincia di Como”, “La Provincia di Lecco” e “La Provincia di Sondrio”. Lo ripropongo ai lettori di questo blog. Con una premessa: è stato un piacere ma, ancora prima, un grande onore.

di ERNESTO GALIGANI

Alex Zanardi oggi compie 50 anni. Come tanti altri. Anzi, no, non è vero. Lui non è come gli altri. Ma non perché ha lasciato le gambe sulla pista tedesca di Lausitring, in una domenica pomeriggio di 15 anni fa, durante una gara di Formula Cart, la F1 americana.

No, che c’entra, quello è soltanto un calcio di rigore sbagliato e il cantautore lo aveva messo in versi un sacco di tempo fa che “un giocatore non si giudica da un calcio di rigore”…

Chiedetelo un po’ al suo trainer Francesco Chiappero e agli esperti della equipe Enervit, l’azienda di Erba che lo segue e lo supporta da anni. Fatevi spiegare da loro che cosa vuol dire percorrere 7.500 chilometri su una hand bike – le biciclette alimentate dalla sola forza delle braccia – e dedicare 400 ore di allenamento in dieci mesi per inseguire il sogno di partecipare alle Paralimpiadi di Rio de Janeiro.

E poi tornare a casa, da quell’avventura, con due medaglie d’oro e una d’argento al collo, sotto lo sguardo ammirato dell’Italia intera. Che magari non sa che cosa significhi esprimere durante una competizione ciclistica una potenza di 326 watt medi con picchi di 970 ma che, chissenefrega, suona proprio bene.

La Provincia di Como del 23 ottobre

La Provincia di Como del 23 ottobre

Ecco perché Alex Zanardi non è come il cronista. E neppure come voi che state leggendo. La disabilità è soltanto un “inciampo”, una condizione nella quale si è ritrovato per un crudele scherzo del destino ma non deve essere il metro di giudizio dell’atleta, e neppure una sorta di anestetizzante di ogni risultato conquistato.

Del resto, possiamo anche dircelo fuori dai denti. C’è molta prosopopea negli articoli che vengono dedicati alle persone che hanno dovuto fare i conti con quello che farisaicamente definiamo la disabilità e che pure non si sono rassegnati a vivere della pietas altrui. Parole gonfie di retorica, penne intrise nella melassa, quasi che il disabile sia campione proprio in quanto disabile. E non, invece, in quanto campione.

Alex Zanardi tutto ciò lo sa bene. Ci fa i conti da quel 19 settembre del 2001. Lo raccolsero con il cucchiaino, un pezzo di corpo da una parte e le gambe dall’altra. Un prete, mentre i medici cercavano di frenare l’emorragia con la cinture dei pantaloni, gli diede l’estrema unzione con l’olio motore. E quando arrivò in ospedale dopo 55 minuti di elicottero e tre arresti cardiaci, gli era rimasto un litro di sangue nelle vene. Se non ti chiami Zanardi non vivi con un solo litro di sangue.

Forse per questo, questi momenti Alex li racconta così – con disarmante semplicità – quasi appartenessero ad un altro e lui fosse un cronista di quelli che non indulgono negli aggettivi. Probabilmente, invece, è il suo modo per non essere giudicato come un sopravvissuto ma come un campione vero, sia pure con due gambe in meno. E dovrebbe essere pure nostro, quel metro di giudizio.

Uno scatto con tre ammiratori specialissimi per me)

Uno scatto con tre ammiratori specialissimi per me)

Quando Alex sale sul palco di un teatro, di una convention, di una delle riunioni organizzate da Enervit, è un fiume in piena. Lo era da ragazzino, quando papà Dino lo mise su un kart per evitare che andasse in giro a far disastri con il motorino «perché in pista non ci sono vecchiette che attraversano la strada e vanno tutti nello stesso senso di marcia».

E lo è adesso, con quella pronuncia a metà tra il meccanico delle officine e il bagnino romagnolo. Ci ride su, di quei ricordi lontani, quasi a spiegare a chi lo ascolta che il loro giudizio deve andare oltre le due protesi e le stampelle che lo accompagnano. «Mia moglie Daniela – è la battuta che fa venire i lacrimoni dal ridere – dice sempre che ho più gambe che testa».

Con Davide Cassani alla festa di Enervit alla Maratona delle Dolomiti

Con Davide Cassani alla festa di Enervit alla Maratona delle Dolomiti

E la gente capisce, a quel punto. Che partecipare le gare di triathlon o al massacrante Iron Man, sedere su quelle hand bike altezza asfalto e inerpicarsi su per il Pordoi, il Sella e il Gardena con i 9 mila compagni di viaggio della Maratona delle Dolomiti sono imprese da campione vero. Lo spiegano bene anche i medici, i preparatori e i nutrizionisti di Enervit, che sono stati i primi probabilmente a capire le potenzialità di quell’uomo che – battuta per battuta – è tutto d’un pezzo. Altro che balle.

Battutista da palcoscenico? Non scherziamo, è solo vita reale. Il cronista che, a margine di una conferenza stampa, gli chiedeva un selfie, invitandolo a rimanere seduto per non stancarsi ulteriormente, ricevette una risposta tranchant: «Certo che mi alzo, non sono mica un handicappato»… E giù una risata omerica, una di quelle che – diceva il comico – vi seppellirà.

E ci seppellirà tutti anche il libro appena arrivato in edicola, scritto insieme al giornalista della Gazzetta, Gianluca Gasparini. “Volevo solo pedalare ma sono inciampato in una seconda vita” è il titolo che riassume il senso di una vita. Perché, a dispetto di Vasco Rossi e del suo manifesto leopardiano di qualche anno fa, la vita un senso ce l’ha, eccome. Paradossalmente più piena e più bella di quella – adrenalinica ma forse un po’ superficiale – che si era ritagliato prima dell’incidente e che rimane scolpita nei fotogrammi di youtube. Già, guardi quelle immagini e ti viene in mente il tenente Dan di Forrest Gump che quelle stesse gambe le aveva lasciate in Vietnam e che in carrozzella andava in cerca di se stesso per la grande America dalla memoria corta, insieme ai suoi incubi e alla sua emarginazione. Alex, invece, la sua strada l’ha trovata da subito.

Ci piace pensare che su una cosa ci siamo sbagliati. Quando scende dalla sua hand bike, o chiude la porta di casa dietro le spalle, anche Alex Zanardi torna ad essere un uomo come gli altri. Nessuno che gli abbia mai chiesto se anche lui è capace di piangere. Ne resterebbero sorpresi, gli adulatori un tanto al chilo, di sentirsi rispondere quello che ha raccontato di sfuggita in qualche conferenza. «Certo, le protesi mi danno fastidio. Immagino sia come per una donna che indossa il tacco 12. Quando sto in piedi tutto il giorno arrivo a casa stanco e non vedo l’ora di togliermele. Tutte le volte mi fa male l’osso ischiatico e nei punti in cui le protesi sfregano sulla pelle, tendo a spellarmi». E magari scrive – lo ha fatto qualche anno fa – dei momenti di sconforto, del magone nel vedere due ragazzi fare jogging in un prato, della vana ricerca di quel conforto ultraterreno che invece non ha mai trovato perché il buon Dio – parole sue – «ha ben altro cui occuparsi che delle gambe di Alex Zanardi».

Uomo sempre, compatito mai. Uomo quando parla della sua associazione Bimbingamba – una battuta politicamente scorretta, prima che un manifesto di solidarietà – che compra e fa montare protesi sui bimbi africani (e non solo) che hanno lasciato gambe e braccia non su un circuito automobilistico ma su una mina anti-uomo. Uomo quando si scopre che i proventi delle sue chiacchierate pubbliche vanno proprio all’associazione, che una gamba finta costa più di un pallone ma riempie infinitamente di più la vita di chi se la ritrova attaccata.

Ha detto, come ideale e più efficace riassunto di queste 1.300 parole: «Io non sono superman, sono solo un tipo ottimista che ha avuto una vita meravigliosa e che continua ad averla. Ma , in ogni caso, non prendetemi troppo sul serio». E allora auguri, Alex. Se lo dici tu, dev’essere vero per forza.

e.galigani@laprovincia.it

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L’altro “Lombardia”

L’aspetto più brutto del ciclismo, se visto da chi lo pratica foss’anche solo da amatore, è la lettura di certe cronache giornalistiche del giorno dopo. Scorrere i resoconti di tanti miei colleghi, è esercizio al quale non mi sottraggo – più dovere che per diletto – ma che mi fa tremendamente incazzare. Già, perché li ho visti e li vedo, nelle sale stampa delle corse o in certi studi televisivi mentre, sgranocchiando la patatina d’ordinanza e sorseggiando un “calice di quello buono”, danno un’occhiata distratta al maxischermo e, infilati nei loro pantaloni taglia 56 che non riescono neppure a contenere il prepotente strabordare delle pance, si accingono a intingere la penna nel calamaio del veleno. “Non aveva la gamba”, gigioneggia l’uno. E l’altro, serioso e sprezzante: “Troppi soldi, non fa vita da atleta”. E giù un altro spritz tutto d’un sorso, ma che buffet da pezzenti questi organizzatori, l’anno prossimo non ci vengo più…

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Aspettando il Giro di Lombardia

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I corridori stanno arrivando

20161001_133829_resized 20161001_133936_resized 20161001_142552_resizedD’accordo, per scrivere di ippica non bisogna necessariamente essere stati dei cavalli. Ma se sapessero, questi signori, quanto le loro cronache sono lontane dal comune sentire della gente – con una “g” sola, perché parlare di “tifosi” nel ciclismo è pleonastico – sicuramente lascerebbero un po’ della loro sicumera nel chiuso del loro stabiello della redazione.

Sabato c’era il “Lombardia”, la corsa monumento più bella del mondo, nello scenario più bello del mondo, con una copertura mediatica che farebbe sussultare dall’invidia metà delle località turistiche del mondo e che invece, a queste latitudini, provoca persino fastidio per le strade chiuse dieci minuti prima del passaggio della corsa e riaperte dieci minuti dopo… “Porca miseria, proprio adesso che mi chiude il supermercato, e la mozzarellina di bufala quando lo prendo?…”. Ebbene, sarebbe bastato stare in cima al Passo di Valcava, a 1336 metri di altezza, la cima Coppi di questa corsa, per rendersi conto di che cosa chiedono i tifosi a quei ragazzi in bicicletta, tanto magri da sembrare anoressici se non si sapesse che quelle gambette sono fatte di acciaio. Ho visto attempati signori incoraggiare i due ciclisti in fuga come se il traguardo fosse dietro la curva (uno era Caruso, dell’altro nessuno ne aveva la più pallida idea ad eccezione del signore che si era mangiatola Treccani della due ruote, ma chissenefrega). E ho visto quegli stessi signori applaudire con lo stesso entusiasmo il gruppone arrivato dopo quattro minuti. E fare lo stesso venti minuti dopo, quando dalla curva sono spuntate le sagome sudaticce degli ultimi della fila, stravolti dalla fatica: “Dai che li riprendi”, gridavano tutti, battendo le mani e non dimenticando mai un “bravo” che – raccontata ai colleghi dello spritz – sarebbe certo sembrata una presa per i fondelli. E che invece era uno slancio di sincera partecipazione emotiva. Perché con il cuore si pedala e con il cuore si apprezza la fatica di chi pedala.

Sarebbe bastato vedere con i propri occhi – come mi è capitato – lo sguardo pieno di riconoscenza di quel corridore in maglia blu che, ultimo degli ultimi, ha sollevato il viso dal manubrio volgendosi verso la signora che l’aveva così semplicemente incoraggiato. Nei suoi occhi c’era la riconoscenza. In quelli della signora la consapevolezza che non c’è proprio nulla di cui vergognarsi quando si scala una salita di dieci chilometri con gli ultimi tre attorno al 17 per cento di pendenza.

Ma questo è difficile da capire se non si è coinvolti. Ho la fortuna di intuirlo perché sono un “giornalista pedalante” che cazzeggia di ciclismo (quello della domenica) ma che non disdegna i suoi bei chilometri in bicicletta. E la salita della Valcava, sabato mattina, me la sono fatta tutta d’un fiato con la mia Bianchi(na), insieme ad un manipolo di temerari.

Il bilancio può essere sintetizzato così. Tifosi in bicicletta: 10, tifosi in moto 30, tifosi in macchina 100 dove le cifre danno l’idea delle percentuali e non certo dei numeri assoluti, assai più sostanziosi se si escludono quelli delle due ruote. Sorpassi subiti: 8 (e questi sono veri). Sorpassi effettuati: 10. Ciclisti costretti a mettere il piede a terra: 2, tra cui una ragazza piegata letteralmente su se stessa a metà del muro (18 per cento) che costrinse Fignon a fare altrettanto in un Lombardia del 1990. “Tutto bene, serve aiuto?”. E lei, con un filo di voce: “No, vai pure, per me è troppo…”

Ciclisti al limite del collasso: 1, che zigzagava con la sua mountain bike e lo zainetto giallo in spalla, roba da avvertirlo “ehi, guarda che ti sto sorpassando a destra”. E lui, con la testa dondolante a dire “sì” che l’ultimo rantolo di fiato l’avrebbe risparmiato per qualcosa di più serio. Incoraggiamenti: a decine, tra cui quello serio e compito di un neofita del ciclista che – proprio sul muro che dà l’inizio agli ultimi tre chilometri di sofferenza – mi ha detto: “Tranquillo, tra un po’ spiana…”. Come se non sapesse che duemila metri di quelle rampe sono l’equivalente di 50 di pianura.

Tifosi stranieri: come se piovesse, a cominciare da un simpatico ragazzo francese armato di spray color fucsia (vernice e pennello non si usano più) che mi precedeva tagliando i tornanti per scrivere sull’asfalto il nome del suo “Bardet”, francesino di belle speranze quarto al traguardo di Bergamo. Con un occhio all’asfalto e l’altro, assai più vigile, alle macchine “de la Police” che sia mai mi mettono dentro per imbrattamento. Premio per lo sforzo più inutile: il tifoso italiano di Villella (un altro dei grandi protagonisti) che ha scelto uno spray dall’improbabile colore verde scuro per spingere il suo mito. Peccato che, sull’asfalto, non si vedesse nulla.

Tifosi italiani: un’altra marea, distribuiti soprattutto lungo gli ultimi tre chilometri tra panini freddi, birra e coca cola. Tifosi italiani furbi: tutti quelli radunati allo scollinamento – proprio sotto le orribili antenne delle televisioni – che, prima di fare festa agli atleti, l’hanno fatta al baracchino delle salamelle e delle birre. Il primo odore che si avvertiva, una volta arrivati in cima, non era quello dell’olio canforato ma quello della barbecue. Non propriamente un balsamo per chi si è scarozzato quel po’ po’ di salita invocando tutti i santi del cielo.

Premio alla perfidia agli organizzatori che, a poco più di due chilometri dalla vetta dalla Valcava, hanno piazzato un bel cartello rosa per informare i corridori che, al traguardo, da lì in poi sarebbero mancati altri cento chilometri. Bell’incoraggiamento, non c’è che dire. Come andare ad un funerale per informare i parenti del compianto che, tranquilli, prima o poi sarebbe toccato anche a loro. Premio (bis) agli organizzatori per essere riusciti a far scucire dalla Provincia di Lecco (o di Bergamo, poco importa) una manciata di euro per asfaltare gli ultimi 50 metri prima del passo, che erano ridotti ad un percorso di guerra, quasi una presa in giro alle migliaia di cicloturisti (e ciclisti veri) che quella salita la fanno tutti i giorni da marzo a ottobre e che si sono chiesti per tutta l’estate: “Ma ci vuole così tanto per buttare un mezzo camion di asfalto?”. No, ci voleva il Lombardia e se le 70 righe precedenti non vi sono bastate, beh, questo è un bel motivo per continuare a organizzare il Lombardia. Che il Dio del ciclismo l’abbia in gloria. Giornalisti compresi.

Ernesto Galigani

e.galigani@laprovincia.it

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#savethecyclist

#savethecyclist. Non è esattamente il più originale degli hastag ma il “salvate il ciclista” dovrebbe essere qualche cosa di più di una esortazione. Nell’ultimo articolo vi avevo raccontato di quanto fosse pericoloso pedalare sulle nostre strade. Per l’indisciplina dei ciclisti, se vi piace pensarla così; per gli automobilisti disattenti e incollati al telefonino, per i motociclisti che faticano a concepire altre presenze sulla strada. Ma il problema maggiore – e che dovrebbe riguardare tutte queste categorie – è rappresentato dallo stato pietoso degli asfalti. Basta scorrere le cronache dei giornali local

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Valmadrera

i per rendersi conto di quanti ciclisti si ritrovano giornalmente a terra con la clavicola fracassata. Proprio per testimoniare concretamente la situazione, vi propongo alcune immagini di strade, che definirle dissestate ci vuole proprio un bel coraggio. Dicono, gli amministratori comunali e provinciali, che non ci sono soldi, che le casse languono e che gli asfalti non sono in cima alle priorità. Sarà anche vero ma sono esattamente gli stessi amministratori che vanno sui giornali o in televisione a pontificare

 

di piste ciclabili, di zone 30, di bike sharing, di mobilità dolce e di tutte queste belle formulette che funzionano alla grande in Danimarca e in Olanda

ma che in Italia fanno rima con “voti facili”. Se il numero degli incidenti che coinvolgono i ciclisti aumenta non è, ovviamente, perché i ciclisti sono improvvisamente diventati dei

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Galbiate

“kamikaze delle statali” ma, semplicemente, perché a queste formulette ci hanno creduto. E sono sempre di più le persone che inforcano la bicicletta e si mettono a pedalare. Peccato che ad attenderli non ci sono strade larghe e ben curate, ma sentieri pieni di buche e con l’asfalto rovinato. In ogni caso, ecco qualche esempio di come siamo costretti a viaggiare. E se avete altre immagini mandatele pure all’indirizzo mail. #savethecyclist

Ernesto Galigani

e.galigani@laprovincia.it

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Valmadrera

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Oggiono

 

 

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Il pericolo è il mio mestiere

Non ci sarebbe neppure bisogno dei numeri per certificare quello che un ciclista conosce benissimo. Pedalare è meravigliosamente bello ma può far male alla salute. I cervelloni delle statistiche ci dicono, elaborando dati neppure troppo aggiornati, che ogni giorno almeno un ciclista muore sulle strade italiane. Al netto di cadute, clavicole a pezzettini e ginocchia sbriciolate sull’asfalto. Il paragone fa venire i brividi ma è come se ogni anno sparisse un intero gruppo di partecipanti al Giro d’Italia e al Tour de France messi insieme.

E’ vero che tutti i ciclisti sono automobilisti e che, al contrario, non tutti gli automobilisti sono ciclisti. Con tutto quello che ne consegue. Ma non sarà certo questo umile blog a dar fiato alle trombe della “guerra santa di liberazione del ciclista”, attorcigliandosi così in una patetica guerra tra poveri all’inutile caccia del più virtuoso. Fatica sprecata, non foss’altro perché almeno sulle strade “uno conta uno” e si porta appresso tutto il suo carico di esperienza. Fuori dai denti, un cretino resta un cretino sia che pedali come Fausto Coppi o che guidi come Hamilton e per forza anestetizzarlo in un gruppo sarebbe la solita forzatura dialettica da Bar Sport.

Restano i fatti, quelli sì indiscutibili. E se il bilancio è così tragicamente in aumento il perché è fin troppo evidente. I frequentatori delle strade sono sempre di più e le strade, al contrario, sempre più inadeguate. Se si vuole evitare che una banalissima provinciale si trasformi in una giungla, quasi che la sopravvivenza sia una questione darwiniana più che un diritto profumatamente retribuito a colpi di tasse, basterebbe renderle sicure. Il più possibile, si capisce, perché gli idioti delle due (quattro, sei, otto) ruote continueranno ad esistere anche se avessero a disposizione per loro soli un’autostrada a otto corsie.

Già, renderle sicure. C’è un terribile episodio di cronaca che è emblematico di come questa classe politica – a metà tra la supercazzola del Conte Mascetti e il menefreghismo del marchese del Grillo – affronta (meglio, non affronta) il problema della sicurezza stradale. Problema che, in una ipotetica scala di priorità amministrativa, viene subito dopo l’area verde per i cani e appena prima delle strategie per arrestare il brusco calo del numero delle api. A Galbiate, un paese a due passi da Lecco, un ciclista di 50 anni è morto per le conseguenze di una caduta. Pedalava in discesa (la stessa discesa che affrontò Purito Rodriguez vincendo il Giro di Lombardia a Lecco) insieme ad alcuni amici. Dicono le cronache che il ciclista, davanti ad una buca più profonda delle altre, si sia improvvisamente scansato, urtando inavvertitamente l’amico di fianco e cadendo pesantemente a terra. Quindici giorni di ricovero per la tremenda botta alla testa e poi il decesso.

Il luogo dell’incidente. Guardare a destra, le condizioni della strada (dal sito LeccoNotizie)

E’ del tutto evidente, per chi ha percorso e percorre quella strada provinciale, che le condizioni dell’asfalto (non solo in quel tratto, a onor del vero) siano incompatibili con qualsiasi attività a più ruote. Ma se un automobilista può lasciarsi la sospensione, un ciclista può lasciarsi la vita.

Sono passati quattro mesi da quella tragedia. Ma la strada è ancora nelle stesse terribili condizioni di allora. Uno degli amministratori, interpellato dai giornali, ha risposto bellamente che non ci sono i soldi per asfaltare quella strada e che comunque anche i ciclisti devono essere prudenti. Roba da fare accapponare la pelle, se ci pensate. Che una strada debba essere sicura (soprattutto se stiamo parlando di una discesa al dieci per cento) non è una concessione. E’ la base di partenza per qualsiasi discussione, un po’ come chiedere a un politico di essere onesto. Non dovrebbe essere una virtù da sbandierare ma una precondizione per accedere al “servizio pubblico”.

Ma è pure un sacrosanto diritto, davanti al quale non può reggere alcuna giustificazione di bilancio. Lo Stato viene pagato dai cittadini per asfaltare le strade, curare gli ammalati e istruire i ragazzi. Il resto è noia.

Parlare poi di prudenza è davvero un’imprudenza verbale. Che vuol dire? Che in discesa devono scendere dalla bicicletta? Che devono fare il giorno prima una ricognizione sul percorso? Che devono immaginare l’esistenza di buche profonde dieci centimetri? Che devono stare a casa loro? Parole che si scontrano malinconicamente con quel tentativo di mandare sempre più ciclisti (e pedoni – runner) per le strade: perché si toglie l’inquinamento, perché si migliora lo stato di salute delle persone e perché, dietro questi sportivi della domenica c’è anche un discreto giro di affari, uno dei pochi mercati ad essere in crescita.

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La strada: a sinistra il doppio rattoppo e le buche

Dicono: sono discorsi populisti, da “acqua sporca buttata nel water insieme al bambino”, da disfattisti, da criticoni in servizio permanente effettivo. Sarà anche vero (e non lo è) ma per darsi una risposta basterebbe fare un saltino nel sito internet dell’ufficio strade di qualsiasi cantone svizzero. Si troverà una dettagliata spiegazione su come devono essere asfaltate le strade con tanto di disegno per i più duri di comprendonio. Si potrà leggere che, in caso di cantiere successivo (dal tubo del gas alla fognatura alla fibra ottica) le aziende sono tenute a ripristinare l’asfalto. Ma non con un banale rattoppo laddove si è scavato. No, asfaltando l’intera carreggiata fino alla mezzeria, proprio per evitare la formazione di “scalini” che potrebbero poi risultare pericolosi. Appositi esperti hanno il compito di verificare, di non pagare in caso di lavoro non eseguito a regola d’arte con tanto di “espulsione” per le successive gare di appalto.

Per quanto cercherete nel mondo virtuale svizzero, invece, non troverete mai nessuno che vi dirà che la colpa degli incidenti ciclistici, a ben pensarci, è di quel signore che sedeva sul sellino della bicicletta anziché trascinarsela a mano. Così, per prudenza.

Ernesto Galigani

e.galigani@laprovincia.it   

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Si fa presto a dire salita, quando ciclismo fa rima con turismo

Si fa presto a dire salita. Per quanto siano tutte belle, ce ne sono alcune che lo sono un po’ di più. Magari non sempre (e non solo) per la pendenza, ma anche per quelli che, in una autovettura, definiremmo “accessori”. La qualità dell’asfalto, per esempio. Oppure il panorama che offre alla vista mentre si pedala. O, ancora, la cura con la quale la salita viene “gestita”.

Reduce dalla vacanza (ciclistica) in Romagna – terra dove il ciclismo è una religione laica – devo confessare ai lettori di questo blog di non aver potuto fare a meno, mentre macinavo chilometri sulle meravigliose e impervie colline che circondano Riccione, di fare qualche paragone su questo tema. Due casi a confronto, si potrebbe dire. La salita al Cippo di Carpegna, resa celebre da Marco Pantani che l’aveva eletta a palestra di allenamento, e quella dei Piani dei Resinelli, conosciuta da sempre a  noi indigeni ma che ha avuto una seconda vita dopo essere stata traguardo di tappa nel Giro d’Italia del 2012. La differenza non può non colpire e, al di là di ogni valutazione sportiva, rappresenta lo specchio di quello che significa fare turismo (e quindi business) grazie alla bicicletta.

Arrivare a Carpegna partendo da Riccione – 55 chilometri di saliscendi – è già uno spe

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Uno dei tornanti della salita al Carpegna

ttacolo di suo. Un mare verde fatto di vigne e di ulivi, interrotto qua e là da paesini deliziosamente arroccati sulle alture, qualche auto ogni tanto e neppure un camion all’orizzonte. E se non fosse che l’asfalto faccia schifo più o meno come da noi (i soldi sono finiti anche in Romagna, evidentemente) ci sarebbe davvero di che guardare a bocca spalancata la meraviglia della natura. Arrivare ai Piani Resinelli partendo da Lecco, invece, è un’impresa. Attraversare Laorca e Pomedo, con le sue strade strette e dissestate, tra motociclisti che ti sfiorano e auto starnazzanti ad ogni curva, è un’impresa di cui non si coltiva il ricordo.

 

All’imbocco della salita di Pantani, ecco i primi cartelli. Spiegano che il tratto che stai per cominciare ha una certa lunghezza, indicano la pendenza media e quella massima e, ciliegina, suggeriscono la distanza dallo vetta. Quello che segue, a parte la fatica di avventurarsi su pendii che arrivano al 20 per cento e che ricordano tanto il Mortirolo, è magia pura. Una strada stretta nel bosco, un campi

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Il triste cartello dei tornanti dei Resinelli. Notate differenze rispetto a quello sopra?

ng a metà strada e, di lì in poi, traffico vietato a tutti i mezzi a motore. Ad ogni tornante una scritta sull’asfalto a ricordare che su quelle strade il Pirata ha costruito le sue fortune, segnali stradali che – dajje – ricordano di nuovo le curve che mancano e la distanza dalla vetta, cartelloni di legno che riproducono le pagine dei giornali sportivi dedicati al ciclismo. All’arrivo un grande poster in legno, struggente e persin povero nel suo allestimento, ricorda che sei in cima al monte del Pirata e suggerisce – come fanno tutti – un selfie ricordo prima della lunga discesa. Sette chilometri di grande suggestione.

 

Anche la salita dei Resinelli si inerpica in un bosco bellissimo e, dalla metà in avanti, offre scorci di panorama davvero spettacolari, con il lago di Lecco, lo specchio di Garlate e l’Adda che si insinua nel cuore della Brianza. Ma lì i tornanti – 14 contro i 22 del Carpegna – sono segnalati a malapena con un anonimo cartello bianco, spesso martorizzato dai vandali o da quanti l’hanno scambiato per uno spazio dedicato alle affissioni. Nulla che ricordi dove ci si trovi , nulla che indichi quanti tornanti ci sono (mica tutti sono del posto, no?), nulla che indichi la distanza dall’arrivo. Già, l’arrivo. Ad accoglierti, appena la strada spiana, l’orribile skyline di un grattacielo che qualche mente fantasiosa ha lasciato costruire negli anni Sessanta e che nessuno ha fino ad ora pensato di abbattere a colpi di piccone, un mattone dietro l’altro. Non una targa a ricordare che su quella strada è arrivato il Giro d’Italia, non una fotografia a testimoniare negli anni la magìa di quella giornata indimenticabile per milioni di telespettatori.

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Il “monumento” in cima al Carpegna dedicato al Pirata

Insomma, un paragone stridente che – come detto – è il simbolo perfetto di come si faccia turismo in Romagna e alle nostre latitudini, dove però si è soliti piangere perché i turisti non arrivano… E nessuno che si chieda il perchè…

A chi pensa che sia soltanto un caso, invito a pensare alla salita del Ghisallo: fino al celebre santuario ed al museo che si trovano in vetta, non c’è un cartello, una scritta, un murales, un poster che ricordi come si stia pedalando su uno degli asfalti più famosi del mondo. Come se a Roubaix, un sindaco più intelligente degli altri, decidesse all’improvviso di rimuovere il pavè perché rende la vita difficile agli automobilisti. E dobbiamo parlare di Morterone, della culmine di San Pietro, di Valcava? Lasciamo stare, se non ci fosse la lodevole eccezione del Muro di Sormano, nessuno potrebbe mai credere che anche questa è terra magnifica per gli appassionati di ciclismo.

Eppure la bicicletta produce turismo. E il turismo ricchezza.Viene da pensare che ce ne sia a sufficienza. E allora, chissenefrega… Giù di clacson non appena un ciclista si profila all’orizzonte, dall’alto del proprio Suv superaccessoriato che a trenta all’ora – ma con la prosopopea di un jet – tenta di farsi largo in un inestinguibile labirinto di lamiere e fumi di scappamento. Contenti noi.

Ernesto Galigani

e.galigani@laprovincia.it; twitter #EGaligani, facebook Ernesto Galigani

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Diario di una Maratona (parte seconda)

La seconda puntata del diario della Maratona dles Dolomites

LE DONNE. Sì, proprio le donne. Sapeste quante ne ho incontrate, mentre pedalavo. Erano quasi mille alla partenza. E sulle rampe del Pordoi, del Sella, del Gardena ho letto mille nomi scritti in stampatello sui pettorali. Renate, Petra, Greta, Astrid, Inge… Nomi duri, scolpiti nelle gambe e nei visi seri come lo sono quelli delle donne del Nord, per nulla addolciti dai capelli biondi che escono malandrini dai caschi. Sono in molti a guardare con sospetto e diffidenza le donne che vanno in bicicletta. Che errore madornale. Se il ciclismo è sofferenza, tenacia e grinta… è ovvio che siano tantissime le donne in bicicletta. La fatica è per definizione femmina, sin dagli albori della vita. Eppure, ammassi parafilosofici a parte, la più simpatica – compagna di viaggio per non più di un paio di tornanti – è stata una ragazza incrociata mentre scambiava parole strane con un amico a bordo strada che l’aveva riconosciuta. Al mio sguardo interrogativo – e chissà come l’avrà capito tra occhiali neri, bandana d’ordinanza e casco calato sulla testa – mi ha rassicurato: “Questo è ladino, non tedesco”. Non che per me ci fosse particolare differenza ma, nel breve scorrere di un centinaio di metri e di qualche battuta di circostanza, mi è parso di cogliere l’intera essenza della gente di questa terra, così fiera del proprio appartenere, della propria radice, del proprio territorio. E che invidia dissimulata a fatica tra quelli come noi, che a malapena sanno il cognome del vicino di pianerottolo e non parliamo del nome perché sul citofono del condominio spesso c’è soltanto un numero: “Appartamento 12”.

IL SINDACO. Lui, invece, l’ho incontrato a metà della salita del Pordoi. Fino a quel momento i nostri contatti erano stati attraverso i social. Un simpatico messaggio dopo un mio post su questo blog e un paio di frasi di reciproco incoraggiamento. Del resto, mai avrei pensato – e chissà poi perché – che il sindaco di Stazzona, Marco Pedrazzoli, fosse anche un appassionato di bicicletta. Geometra di professione, sindaco per spirito di servizio in un paese di neppure 700 anime, e per l’appunto,ciclista per passione. Sarà perché in tanti anni di giornalismo ne ho viste di tutti i colori ma, senza offesa, mi ero fatto l’idea che un amministratore pubblico stesse al ciclismo come uno scienziato nucleare a una serata al Billionaire. Sport che offre poca visibilità, che richiama la solitudine e che chiede molto tempo… l’esatto opposto di tanti amministratori della cosa pubblica che cercano i riflettori della cronaca, hanno necessità dell’abbraccio popolare e di tempo ne hanno poco da dedicare ad altro. Pedrazzoli, evidentemente, è una piacevole eccezione. E che eccezione: il tempo di due chiacchiere lungo i tornanti e lui era già tre biciclette avanti. Ha scelto il percorso classico da 55 chilometri che ha coperto con un tempo davvero eccellente. Chapeau e riconferma assicurata.Un sindaco ciclista vale di più.

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La preparazione del pettorale

L’ALLENAMENTO. Quelli come il cronista, che nel ciclismo cercano soltanto il divertimento e non più la prestazione, conoscono un solo metodo di allenamento: mettersi in bicicletta e pedalare, il più a lungo possibile e su pendii il più ripidi possibili. Quando ce la fai senza sentire la necessità di chiamare il 118, beh, significa che sei allenato. Nessuna tabella, nessuna ripetuta, nessun massaggio pre o post preparazione visto che non si tratta di un lavoro ma soltanto di un passatempo. Ma anche nel variegato mondo dei cicloturisti ci sono quelli che, al contrario, pianificano ogni cosa. Un altro dei privilegi dello stare nella prima griglia – insieme agli invitati e a quelli bravi – è quello di ascoltare i discorsi che si intrecciano prima del via. Ce ne fosse uno che ammettesse di essere in forma ed essere lì per vincere. Neppure per idea: ad ogni corsa, sembra che ci sia stata un’epidemia di influenze, sciatalgie, tendiniti rotulee, disturbi inguinali. Il tempo dello sparo dello starter e, immancabilmente, tutti questi malanni – di stagione e non solo – spariscono d’incanto: tutti lì a manetta, con il 53 ben piazzato e i muscoli che picchiano duro anche sulla prima salita. Scaramanzia, forse. Ma un po’ di rabbia, a noi mortali, rimane, per la miseria. E’ proprio il caso di ucciderci già nella culla?

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Sulla linea di partenza

L’ATTESA. E, visto che siamo in griglia, vi racconto che cosa succede prima della partenza. Bisogna essere nella rispettiva posizione almeno mezzora prima della partenza. Ovviamente, quando mancano 50 minuti allo starter delle 6.30, siamo già tutti lì o quasi. Ma sulle Dolomiti, a quell’ora antelucana, fa un freddo boia e non ci sono le ammiraglie con i direttori sportivi e i factotum a dare assistenza. Simpatiche hostess corrono lungo le transenne a distribuire caffè e te caldo, certo, ma tutto finisce lì. Bisogna arrangiarsi con l’abbigliamento, tenendo presente che di lì a una manciata di minuti mantelle, mantelline e magliette pesanti non serviranno più, perché la temperatura si sarà alzata e la strada… anche.

Quelli bravi li riconosci anche da questi particolari. Sono lì in griglia avvolti in mantelline trasparenti ultimo modello che, mi hanno spiegato, fanno tanto astronauta ma mantengono al caldo i preziosi muscoli. Hostess personalizzate – spesso sono mogli assonnate e rassegnate – li seguono al di là della transenna, pronti a interpretarne ogni più recondito desiderio. Vuoi un’altra tazza di caffè, amore? Hai freddo, devo prenderti i gambali? E’ il caso di cambiare la ruota? E avanti di questo passo. A quindici minuti dal via, comincia la svestizione. Prima la parte inferiore di questa specie di tuta termica e poi, a seguire, il giubbetto, il manicotto e pure il cappellino. Il tutto affidato alle già citate hostess, pronte a farne fagotto e a recapitare tutto a casa, pronte per la domenica successiva. Comincia quindi la verifica del computer di bordo (chiamarlo contachilometri suona retrò), la misurazione della pressione delle gomme (“la strada è umida, toglierei mezza atmosfera ma se poi si riscalda?”). Infine il via che è una liberazione per noi (che guardiamo). Ma la domanda sulle atmosfere della ruota ci resta, mentre diamo i primi colpi di pedale. E pensare che noi usiamo il pollice per capire se la gomma è gonfiata a sufficienza… Dilettanti allo sbaraglio.

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La bellezza delle Dolomiti

LA NOSTRA ATTESA. Noi ciclisti della domenica, infatti, siamo più alla buona. Alle 4.45 del mattino, una volta appurato che non piove – sia lodato il Mercalli e le sue previsioni perfettamente azzeccate – ed aver messo le gambe sotto il tavolino della camera per la colazione non rimane altro da fare che indossare la divisa d’ordinanza, infilare i manicotti e coprirsi con la mantellina antivento. Punto e a capo, con tanto di prova per verificare che – nel caso si debba toglierla – trovi posto nella tasca posteriore della divisa, insieme agli Enervit e al telefonino. In griglia, poi, ci si limita a tenersi ben stretta la mantellina, sperando che il tempo scorra in fretta e che il freddo risparmi i muscoletti. La gomma? Beh, l’abbiamo gonfiata la sera prima. Il cambio? Beh, quello abbiamo e quello ci teniamo che siano le salite delle Dolomiti o la ciclabile dietro il condominio. E la nostra personalissima hostess, manco a dirlo, è già tornata a dormire perché chiederle di stare un’ora al freddo prima di tornarsene a casa a piedi per 4 chilometri – tanto è la distanza dalla “ciasa” dove siamo ospitati alla linea di partenza – sarebbe motivo più che sufficiente per dare sostanza a una eventuale richiesta di separazione per colpa.

IL MURO DEL GATTO. Qualche accenno ve lo avevo già fatto all’inizio. E’ una salita cortissima e carogna, con pendenze vicine al 20 per cento, lunga trecento metri e dintorni. Un muro posto poco prima del traguardo, ciliegina sulla torta di una sfacchinata infinita per le montagne delle dolomiti. Capita a tutti, una volta arrivati a Corvara, di andare a fare una ricognizione sul posto, memore degli avvertimenti di chi ci è già passato. I giorni precedenti sono pieni di ciclisti che salgono il Muro. E c’è pure chi, come il sottoscritto, lo fa due volte di fila, giusto per prendere confidenza. O per farsi coraggio, che poi è la stessa cosa. Manco a dirlo, l’autostima esce sempre rafforzata da queste prove. Perché preso così, a “secco”, il Muro è certo faticoso ma nulla di più. Non c’è ciclista che metta il piede in terra e neppure che pensi di essere costretto a farlo.

La cosa cambia il giorno della gara, quando quel Muro – chissà come e chissà perché – improvvisamente si è fatto più ripido. Saranno le transenne che ne riducono la carreggiata. Saranno gli spettatori che ti urlano di tutto nelle orecchie. Saranno le telecamere di Rai Tre, poste proprio in cima al cocuzzolo con il preciso intento di spernacchiare chi metterà il piede a terra, rinunciando metaforicamente al proprio orgoglio. O, semplicemente, la fatica già fatta lungo cento chilometri di salite e discesa si concentra tutta lì, in quei trecento metri da incubo che rappresentano l’ultimo ostacolo prima della gloria. Sono in molti a mettere il piede a terra. E la scena è sempre la stessa. Partenza lanciata ad illudersi, andatura presto rallentata, bicicletta

Il momento dell’arrivo

che procede a zig zag, sguardo speranzoso verso il pubblico (modello “Non costringetemi a chiedervi di spingere, fatelo da voi e senza chiedermelo”) e, qualche volta, scarpina che si stacca dal pedalino e poggia sull’asfalto, come un marinaio che scopre all’improvviso di aver visto la terra. Poco male, si capisce. Se è vero che un giocatore non si giudica da un calcio di rigore, figuriamoci un ciclista alle prese con una salita di quel genere.

Mi accorgo di aver “cazzeggiato” per tremila parole. Certamente sono troppe e avrò perso per strada metà dei miei due lettori. Dal mio punto di vista, sono ancora troppo poche. Le rileggo e mi accorgo che avrei molto altro da dire. Poi attacco il Tour de France alla televisione e ascolto Purito Rodriguez (secondo alla tappa di Lecco-Pian dei Resinelli dietro a Rebottini) che annuncia il suo ritiro a fine anno: “Ma in queste due ultime salite del mio ultimo tour de France darò il massimo. Ho ancora tanta voglia di soffrire”. Già, dice proprio così. Di aver voglia di soffrire. In quella frase c’è il ciclismo. Dei grandi e, più modestamente, anche di noi “piccoli”.

Ernesto Galigani

e.galigani@laprovincia.it

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Diario di una Maratona (parte prima)

“Dai Ernesto, ancora venti metri”. Nel frastuono dei campanacci e nelle urla scomposte delle persone al di qua e al di là delle transenne, quell’incitamento l’ho sentito distintamente. Ero sul “Muro del Gatto” che – pronunciato che si voglia in ladino, tedesco o italiano – muro era e muro resta. Poche centinaia di metri a dislivelli impossibili, dopo aver già percorso 100 chilometri e scavallato sei passi alpini a duemila metri di quota.

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La breve ma terribile salita del Muro del Gatto

Mi sono girato d’istinto, chiedendomi chi diavolo potesse conoscere un modesto giornalista di provincia (e de “La Provincia”) in trasferta a 350 chilometri da casa, per di più (tra)vestito da ciclista. E’ così che ho incrociato lo sguardo di un omone con le scarpe grosse da montagna, la camicia tirolese tendente al rosso fuoco, un cappellaccio calato sulla barba fluente e due occhi allegri da italiano in gita. Non mi conosceva, vanesio che non sono altro, ma – assai più prosaicamente – aveva scorto il nome che tutti hanno appiccicato sulla schiena e aveva voluto dare il suo contributo. Suggestione, orgoglio, disperazione o stanchezza, ma quei venti metri li ho portati a termine e, da lì, è cominciata la mia passerella verso il traguardo. Quattro chilometri di sensazioni strane, di mantellina da riporre nella tasca posteriore, di cuore che si riempie di gioia mentre il cartello dell’ultimo chilometro viene superato a bassa velocità perché quei momenti vanno gustati fino in fondo. E chi se ne frega se poi si lasciano per strada un paio di minuti. Vuoi mettere l’immeritato applauso, l’entrata sul rettilineo d’arrivo tronfio come un pavone a prenderti una gloria che – se fosse solo sport – gloria non sarebbe?

Ci sono tante cose dietro, davanti e nel bel mezzo della Maratona dles Dolomites, la corsa ciclistica amatoriale più celebre del mondo. La meno importante delle quali è di averla finita per il secondo anno consecutivo (non era scontato) e di aver addirittura tolto 24 minuti dal tempo dell’anno precedente (e questo era ancora meno scontato).  Del resto, fuor di metafora: se questo fosse il metro di paragone, che dovrebbe dire – per fare un solo esempio – la Cristina Lambrugo di Como, quinta assoluta tra le donne? Siamo arrivati praticamente insieme ma lei, fresca come una rosa, aveva sulle spalle trenta chilometri (di salita) in più, quelli che segnano la differenza tra il percorso medio (tremendo) e il percorso maratona (diabolicamente infernale). No, è del tutto evidente che questa corsa è “ben altro”. E una volta tanto il “benaltrismo” non è un irritante gioco a rimpiattino.

E proprio perché ci sono tante cose, voglio raccontarvele tutte. Magari a piccole dosi. Ma, del resto, sono alle prese con le due cose che più amo: scrivere e andare in bicicletta. Quando si incrociano, è un problema (per gli altri).

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Il serpentone verso il passo Campolongo

I VANTAGGI. Per parafrasare Linus, il deejay più sportivo dell’etere, ci sono molti privilegi nell’essere tra gli invitati. E, dicendola alla Totò, io lo ero (grazie ancora). Intanto il vantaggio impagabile di non dover invocare tutti i santi del paradiso per essere estratti (ci riescono novemila fortunati su 33 mila che presentano richiesta). E poi quello di avere un numero di partenza a tre cifre che, per chi mastica di queste cose, è davvero manna dal cielo. Ma il vantaggio più grande della griglia rossa è quello di conoscere un sacco di gente.

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Michil Costa durante la conferenza stampa

E’ il caso di Michil Costa, albergatore ecologico innamorato della sua terra e infaticabile patron della Maratona dal 1987. Ha un merito speciale, tra i tanti, ma è forse il solo del quale va fiero: quello di chiudere – una volta l’anno – tutte le valli ladine dell’Alta Badia al traffico automobilistico e persino a quello dei mezzi pubblici. Domenica 3 luglio, dalle 5 del mattino alle 5 della sera, sulle strade c’erano soltanto novemila biciclette e almeno altrettanti pedoni. Non è u
n’impresa impossibile, credetemi, ma fa un po’ impressione ascoltare l’assordante rumore del silenzio. Non dover guardare a destra e sinistra prima di attraversare la strada. Accorgersi finalmente che motori e clacson sono fastidiosi alle orecchie, alla mente e persino al cuore. Sentire il profumo – che profumo non è – delle mucche al pascolo e non sentire la puzza – che invece puzza lo è – degli scarichi dei motori diesel.

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La pagina di presentazione della corsa de La Provincia di Como

Ebbene Michil riesce, una volta l’anno, in questa impresa, posta giusto un metro prima dell’utopia. Ma anche le altre, di imprese, non sono da meno. Ha messo in piedi una macchina organizzativa che, se per banale proprietà transitiva, fosse traslata nelle Poste o nelle Ferrovie, beh… altro che
i treni in orario. Qualche settimana fa, presentando la Maratona su questo blog, avevo cercato di far intendere ai miei quattro lettori il significato meno superficiale di questa corsa. Due giorni dopo, direttamente alla mia mail, è arrivato un bellissimo messaggio di ringraziamento (del tutto immeritato, si capisce), poi ripetuto sul posto, viso a viso: “Ci sono tanti modi di raccontare questa cosa, mi ha detto in sostanza, c’è chi lo fa copiando un comunicato stampa e chi affidandosi al cuore”. Bontà sua, si capisce.

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Michil Costa, Maurizio Canins e Alberto Sorbini

Ho conosciuto anche Alberto Sorbini, presidente della Enervit, azienda comasca che nel mondo sportivo tutti conoscono. Non soltanto un industriale da prima pagina e neppure solo uno dei principali sponsor della corsa ma un uomo entusiasta di un mondo che conosce a fondo anche grazie ai suoi testimonial, da Alex Zanardi a Stefano Baldini al commissario tecnico della nazionale, Davide Cassani. Non avendo alcun interesse sportivo e commerciale, posso portare la mia testimonianza senza diventare rosso di vergogna: seguendo con precisione teutonica la “Energy strategy” messa a punto da Enervit (a che punto del percorso mangiare la barretta, dove il gel, quando bere la borraccia piena di sali minerali) ho completato i 106 chilometri senza crisi di fame o di sete e, soprattutto, senza aver fatto (troppa) fatica. Forse è un caso, per il secondo anno consecutivo. Ma, molto più probabilmente, un caso non lo è.

Sì, lo so bene… quando si parla di ciclismo arrivano i professori da salotto – che di solito pesano dai cento chili in su e non credo sia un caso – a raccontarci che i ciclisti sono tutti dopati, che si alzano la mattina e mettono l’anfetamina nel caffèlatte e che bei tempi erano quelli, quando le bici pesavano un tuono e le strade erano sterrate. Tranne l’effetto serra e, forse, la deforestazione amazzonica, per il resto i ciclisti hanno fatto tutto. Le solite scemenze di chi non saprebbe scavallare un ponte dell’autostrada, insomma. Il resto – la nutrizione applicata allo sport, giusto per rimanere alla Enervit – è scienza. Il doping è altro, è voglia di barare, di andare oltre i propri limiti con l’aiuto di altro che non siano testa, gambe e cuore. Ma non è questione di disciplina sportiva. Il doping è nella testa degli uomini. Che pratichino il ciclismo o, per estremizzare, che giochino con i milioni alle Borse finanziarie.

GLI SPORTIVI. Alex Zanardi è un personaggio fuori dal comune. Un campione di formula 1 e Formula Indy che è miracolosamente scampato a uno dei più gravi incidenti mai avvenuti in circuito. Ci ha rimesso due gambe ma ci ha guadagnato un cuore così. Lo scorso anno lo avevo ascoltato ad una conferenza, questa volta all’incontro di Enervit e poi, ancora, alla conferenza stampa di presentazione della corsa. Dice, in sostanza, che quell’incidente gli ha regalato una vita – o, meglio, più vite – che non avrebbe mai potuto avere se avesse continuato a correre a trecento all’ora dentro un catino maleodorante di gomma bruciata e di benzina. Neppure lui avrebbe fatto un cambio alla pari, ovviamente, ma, una volta che è finito nella trottola della vita, ha cominciato a girare. E quando, con il sorriso autentico della gente di Romagna, ironizza sulla sua disabilità (“Mia moglie dice sempre che ho più gambe che testa”, è una sua frase cult) capisci che è un pezzo d’uomo. Anche se un pezzo importante, il destino glielo ha portato via.

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Con Miguel Indurain

IL CAMPIONE. Miguel Indurain ha sette mesi in meno di me. Ma ha una “fedina sportiva” da paura, a partire da cinque vittorie al tour de France e due al Giro d’Italia. Un monumento che mi sono ritrovato, del tutto inaspettatamente alle spalle. Era con il suo amico Pinarello, l’industriale delle biciclette con il quale, il giorno dopo, si è sciroppato tutto il percorso lungo. Non ho resistito al selfie modello Fedez e dintorni, lo confesso senza vergogna. Ma appena l’ho postato su Facebook mi sono ritrovato moltissimi “like” e tanti commenti. Segno che “Miguelone” ha lasciato un segno profondo in questo sport di uomini veri. Come dice quella frase scolpito sul marmo al monumento del Ghisallo? Ah sì, “…e poi Dio creò la bicicletta perché l’uomo ne facesse strumento di fatica e di esaltazione nell’arduo itinerario della vita”. Appunto.

Ernesto Galigani

e.galigani@laprovincia.it

(prima parte. Continua)

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Il conto alla rovescia

Il conto alla rovescia continua. Il sito internet della Maratona dles Dolomites (www.maratona.it) è impietoso nello scandire le ore che mancato, le previsioni atmosferiche, gli adempimenti tecnici (ritiro pettorale, griglie di partenza ecc)… E inevitabMARATONA DOLOMITI PAGINAilmente sale – inconsapevolmente – anche l’adrenalina. Con tutte le proporzioni del caso, diventa più facile comprendere quello che provano i professionisti che, al di là dell’abitudine, sono pure sempre uomini anche loro. Su “La Provincia di Como” (ma anche sugli altri due quotidiani del gruppo, La Provincia di Lecco e La Provincia di Sondrio) ho pubblicato l’altro giorno un articolo per raccontare tutto ciò e molto altro. Vi propongo la pagina.

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