Viaggiando verso la Maratona (delle Dolomiti)

di Ernesto Galigani

Volevo tenervelo nascosto fino a cose fatte, lo ammetto. Per evitare – non sia mai – improbabili giustificazioni postume o diplomatici malanni di stagione. Ma poi, a pensarci bene, non ne vale la pena. Esserci (a Dio piacendo, si capisce) è già un onore. Arrivare in fondo per il secondo anno di fila, invece, per ora è ancora un sogno.

Tutto ciò per confessare che domenica prossima – il 3 luglio – parteciperò alla trentesima edizione della  #Maratona delle Dolomiti, che è un po’ come dire il Gran Premio di Formula 1 per l’automobilismo. O la finale di Champion League per il calcio. In una parola, il massimo.

Dopo l’esperienza dello scorso anno, Michil Costa, l’incredibile patron della Maratona mi ha consentito di fare il bis e di portare a spasso per quelle vette immortali il nome del Ciclo Team Canzo del mio presidente Marcello Moschera. Ma non è della stupenda organizzazione che sottintende il “Mondiale” per cicloamatori di cui volevo raccontare. E neppure dell’emozione grande che si prova salendo (piano) i 37 tornanti del Passo Pordoi o il Pizzo Sella, il Gardena, il Falzarego, il Giau e tutto quello che avete visto nella tappa del 21 maggio scorso del Giro d’Italia (quello vero) mandato proprio su quelle cime a onorare la Maratona. Per tutto ciò c’è il sito della Maratona delle Dolomiti o, se proprio volete essere così gentili, i prossimi articoli di questo modesto blog. O, ancora, il servizio che pubblicherò su “La Provincia” per raccontare i dettagli della nutrita pattuglia comasca in partenza per le Dolomiti.

Mi ha sempre colpito il fatto, invece, che molti dei miei “colleghi” ciclisti siano persone che, nella vita, hanno incarichi di grande responsabilità. Giornalisti (assai più famosi del sottoscritto), manager pubblici e privati, grandi industriali. Non ne faccio, evidentemente, una regola assoluta e neppure un discorso, per così dire, antropologico. Ci sono fior di magazzinieri o di idraulici che fanno meraviglie sulla due ruote.

Eppure, qualche strana correlazione ci deve pur essere
tra la mission professionale e questo strano sport, dove la fatica è condizione essenziale. Non è che puoi traccheggiare a centrocampo o nasconderti sulla fascia puntando alla bandierina del calcio d’angolo, c’è sempre e solo da pedalare. In gruppo, certo, ma contemporaneamente anche in solitudine. “Succhiando la ruota” ma, ovviamente, a patto di avere le gambe necessarie per farlo. Uno sport, per riassumere, dove la possibilità di vincere è paragonabile a quella di un Gratta e vinci milionario. Prsportograf-64947784ovate a pensarci, per ogni corsa c’è un solo vincitore e ci sono almeno duecento sconfitti (9.300 nel caso della Maratona delle Dolomiti su un potenziale di 31.000 aspiranti) e che transitano sotto il traguardo a mani alzate, applaudendosi (ero io lo scorso anno) o, ancora, mormorandosi parole dolci nella propria testa. Quando mai avete visto un altro sport del genere, dove lo sconfitto esce esultante del campo senza essere rincorso da strani figuri in camice bianco?

Qualcuno, buttandola in battuta, ha sintetizzato su un social che “per giocare a calcio serve una palla, per fare il ciclista almeno due”. Mi piace pensare che non è andato poi tanto lontano dal vero. E vi risparmio il ciarlare filosofico dell’uomo solo con i suoi pensieri alle prese con una cosa (la salita) più grande di lui, con gli inevitabili – affascinanti ma forse un po’ pedanti – richiami ai maestri del pensiero.

Eppure, non sono il solo a farsi di questi pensieri se è vero che anche Christian Pizzinini, che della Maratona delle Dolomiti è il formidabile uomo comunicazione, ha dedicato uno dei suoi comunicati proprio a questo argomento. L’elenco dei manager che parteciperanno alla corsa è davvero impressionante. Si va da Rodolfo De Benedetti della Cir a Francesco Starace dell’Enel, da Corrado Sciolla di Bt ad Alberto Calcagno di Fastweb. E poi in ordine sparso Fausto Pinarello, Matteo Arcese, Carlo Tamburi di Enel, Pier Bergonzi della Gazzetta dello Sport, giusto per limitarsi a qualche nome.

Per non parlare poi degli sportivi (Alex Zanardi per tutti), degli industriali (l’ex presidente di Confindustria e numero uno della Mapei, Squinzi) e dei politici… Anzi no, di questa categoria – Romano Prodi a parte – non mi viene in mente nessuno. Ma anche questo, forse, non è un caso e vuole pure dire qualcosa. O no?

e.galigani@laprovincia.it

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Il Matteo (Rabottini) che non dimentichiamo

Sarà capitato anche a voi di trovare in soffitta oggetti di cui avevate perso traccia. Ebbene, questa mattina nella soffitta del mio computer ho trovato un articolo scritto proprio un anno fa e che non avevo mai pubblicato. Commentava la denuncia per doping di #Matteo Rabottini, eroe della tappa del #Giro d’Italia di Lecco Pian dei Resinelli del 2012. Mi aveva colpito, quella vicenda, perché avevo seguito (in macchina con l’amico Aldo al volante) l’intera tappa, interamente sotto la pioggia. Era il 20 maggio e quel ragazzo in fuga per tutti i 153 chilometri del percorso era diventato il simbolo della fatica del ciclismo ma anche della sua incontrovertibile bellezza. Celebrato dai media all’epoca, dileggiato e gettato nel fango al momento della positività, dimenticato quando ha raccontato alla Gazzetta dello Sport la sua storia di ragazzo che arrivato in cima – e grazie a quel trionfo ai Resinelli –  non riusciva più a rimanerci. E per tentare di farlo ha fatto la stupidaggine della vita. Non so dove sia finito Rabottini ma non mi piacciono -lo avrete già capito – quelli che non potendo più dare il cattivo esempio, provano con i buoni consigli. Per questo vi ripropongo quell’articolo.

di Ernesto Galigani

Cinque righe di agenzia. Riprese con il copia-incolla da una manciata di giornali, infilati dal redattore di turno in un buchino a una colonna, quelli che non mancano mai quando si deve chiudere una pagina in tutta fretta e “meno male che è spuntato questo qui”. Due anni di squalifica per doping, con tre mesi di sconto perché ha attivamente collaborato con gli investigatori. Rabottini ai Piani Resinelli. Foto Lecconotizie
Punto e a capo. L’hanno ridotta così l’impresa di Matteo Rabottini, classe 1987, che il 20 maggio del 2012 – mentre l’Italia intera si svegliava con la notizia di un terremoto nel cuore dell’Emilia – saliva sulla sua bicicletta a Busto Arsizio e ne scendeva ai Pian dei Resinelli dopo 153 chilometri di diluvio e di salite. E ci scendeva dopo aver conquistato la vittoria più bella della  carriera che (allora) cominciava a prendere forma. Regalando alla città di Lecco un’impresa sportiva di quelle che meriterebbero di essere scolpite nella pietra e non già, come accade in questo rutilante mondo che non si ferma mai,  cancellata con un colpo di spugna. Due interviste televisive – “Veloci, mi raccomando, che c’è la pubblicità dei sofficini” – il cronista attempato della testata locale che ti fa le domande e pure le risposte perché non gli pare vero di sciorinare i suoi ricordi (“altro che carbonio, si teneva il palmer a tracollo,che tempi quelli”). una pacca sulle spalle del tifoso che neppure ti conosceva fino a quel momento e la umiliante protervia dell’uomo dello staff che, come se dispensasse un po’ di perle ai porci, ti assicura che, dai Resinelli “tranquillo, ti facciamo scendere in macchina”. Non come gli altri sfigati che, fradici di acqua e stravolti dalla fatica, avrebbero dovuto riprendere l’attrezzo del mestiere e tornare cinquecento metri più a valle sognando una doccia.

(Guarda il video) https://www.youtube.com/watch?v=8wHhwCtEzjM

Questo è molto altro c’è dietro quelle cinque righe di agenzia che adesso fatichi pure a trovare con Google. Ma, si sa, nello sport l’italiano medio è ancora più medio del solito. Pronto a saltare sulla bicicletta del vincitore – e giù di iperboli, scandagliando il vocabolario come tanti Brera di provincia, sia mai che trovo la parola che “spacca” – e altrettanto rapidi nel dimenticarsene un nano secondo dopo. Rabottini? I Resinelli? L’ho sempre detto che quello aveva un farmacista della Madonna. E avanti o popolo che c’è un altro eroe da incoronare, e poi da buttare dalla finestra perché bravo, ricco e famoso. Il contrario di tutti noi.

E al cronista, che quella corsa la segui in auto, metro dopo metro resta un po’ di amaro in bocca. Non tanto e non solo per la questione del doping – Rabottini non è certo il primo atleta (e non ciclista) a cadervi e non sarà neppure  l’ultimo – quanto perché epo o non epo quel disgraziato ha sputato sangue su quella strada. Come tutti i suoi compagni. Lo ricordiamo, tutto perfettino nel suo Body giallo sgargiante – in una viuzza di Busto Arsizio con il diesse che gli spiega la tattica: “Matteo, tu fai subito in fuga e fai selezione. Poi vediamo cosa succede”.
Succede, ve lo riassumiamo, che al kilometro zero il cielo si apre, che il Matteo al chilometro uno prende coraggio e se ne va con un altro gruppetto di disperati. Succede che a Lecco ancora diluvia e lui continua a tirare ingozzandosi di barrette umidicce. E succede che sulla Valcava – che è una montagna terribile già quando c’è i  sole- si ritrova da solo. Quando passa accanto al cronista, avvolto in un impermeabile bagnato, c’e la nebbia, il termometro segna sei gradi e lo aspettano 11 chilometri di discesa che, quando fa freddo, spaventano più della salita. Ma succede anche che lui continua a pedalare, che sale altre montagne. E che sul più bello, subito dopo la fine della discesa  dalla  Culmine di San Pietro, prende una curva con troppa foga e si ritrova con le chiappe dolenti per terra.

E’ finita? No, risale in bici e via verso I Resinelli che solo all’idea viene da mettersi a piangere. Lassù ci sono i dottoroni, le grandi firme che si fanno un sacco di pipponi tra un formaggio locale, una fetta di salame e, perdinci, “che buffet da pezzenti”. Succede che Matteo non ne ha piu, che ognuno di quei 14 tornanti è una coltellata in una gamba, che lo riprendono quando mancano duecento metri all’arrivo. Ma la favola ha il lieto fine, nella sua testa c’è ancora un briciolo di rabbia, sufficiente per fargli vincere la corsa e proiettarlo in un sogno. Confesso, quel giorno ho vinto anche io. E non basteranno quelle cinque righe di agenzia per cancellare tutto ciò.

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C’era una volta Milano. E c’è ancora (dentro la nuvola di smog)

Chissà, forse è soltanto una mia maldestra impressione. Un caso di suggestione, alimentato dalla fatica della salita. O, forse, ho ragione io a sostenere che – in sella ad una bicicletta – le cose si vedono assai più nitidamente che dal parabrezza di un’automobile.

Ebbene, salendo qua e là sui nostri monti mi diletto (talvolta, senza esagerare) a scattare qualche immagine. E, immancabilmente, quando il cellulare punta verso Milano, ecco che compare una nuvoletta bianca che nuvola non è. Una cappa, piuttosto, di smog e inquinamento che si dirada mano a mano che l’obiettivo prende altre direzioni.

Monte Barro Galbiate 2016Valcava verso Lecco Sormano ciclismo bisValcava verso Milano

 

Qui sopra alcune immagini che ho scattato. La prima a sinistra dall’Eremo del Monte Barro di Galbiate, a 700 metri di quota (discreta salita, se interessa, ma con asfalto pieno di buche) e riprende i laghi di Oggiono e Pusiano. A destra siamo al passo di Valcava (stupenda e terribile salita di 11 chilometri con punte del 20 per cento di pendenza) con l’obiettivo puntato verso Lecco. Esattamente sotto, la stessa località ma che guarda verso Milano: la differenza è incredibile. Infine sotto a sinistra la foto scattata alla Colma di Sormano e sempre puntata verso Milano. O, meglio, là dove c’è un’indistinta melassa grigia c’è Milano.

E adesso, suggestioni a parte, alzi la mano chi vuole fare cambio…

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Nibali e il carro del vincitore

Dal “crollo” al trionfo. Dall’imbrocchimento precoce del mercoledì  (per colpa della preparazione, del medico, della squadra, del direttore sportivo, del destino cinico e baro, della turbolenza in Borsa e sicuramente anche degli influssi di Matteo Renzi) al “tutto calcolato” del sabato pomeriggio. Non ci voleva certamente l’impresa di Vincenzo Nibali, spacciato ad Andalo e trionfatore a Torino, per scoprire che anche nelle cronache ciclistiche, prima di spingere il tasto dell’invio, bisognerebbe contare fino a dieci, eliminare gli aggettivi superlativi (che un mio vecchio direttore sosteneva essere del tutto inutili), andare oltre le sentenze premature e i giudizi sommari. Nel calcio basta ricordare il Mondiale di Spagna 1982, che trasformò un gruppo di panda sgarruppati nella più fenomenale formazione d’azzurro vestita. O, in dimensioni più ridotte, certe cronache novembrine a proposito dell’ineluttabile declino bianconero perché, del resto, il secondo anno Allegri non l’azzecca mai.

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E lasciamo stare la politica o addirittura la storia, recente e meno recente, che è tutto un salire e scendere dal carro del vincitore di turno.

Chissà, forse siamo davvero antropologicamente diversi e, per quanto ci si sforzi, non c’è modo di affidarsi al buon senso, alla prudenza, al giudizio meditato. O, forse, c’è – in certi titoli improvvisamente “cattivi” – l’emergere di quella sottile perfidia che alberga in ciascuno di noi. E che non accetta – almeno per troppo tempo – il divismo senza macchia e senza paura. Vedere il campione (o il politico o il vicino di casa) rotolare dal suo Olimpo di gloria fino all’inferno de ‘noartri regala brividi di malcelata soddisfazione.

Chi lo sa… E comunque indispone un po’ – per questo ho voluto dedicarci qualche riga – il velocissimo navigare controvento di chi, fino al giorno prima, aveva addirittura spiegato la vele. Spesso – ve lo dico per esperienza – sono gli stessi colleghi che poi si incontrano in televisione o ai corsi di aggiornamento (sic) e che per un’ora ti triturano gli zebedei su “quanto è bello il giornalismo anglosassone”, tutto fatti e nessuna opinione, e che – perbacco – ci vuole il rispetto della “vittima” (compresa quella sportiva), la continenza dell’esposizione, la tutela dei minori e compagnia bella.

Ci fossero ancora, i colleghi di “Cuore” – giornale satirico degli anni Ottanta da bere – rispolverebbero uno dei loro titoli più famosi: “Hanno la faccia come il culo”. Sì, forse sta tutto lì, in sei parole, articoli compresi.

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Ho corso con Gimondi

Lo sapevate, no?, che sono un “giornalista pedalante”? Ebbene, domenica ho partecipato alla Gran Fondo Internazionale Felice Gimondi di Bergamo. Una bellissima corsa su e giù per i monti della Bergamasca per 130 chilometri (ho scelto il percorso medio) che ho concluso con un tempo per me assai ragionevole. Grazie alla benevolenza del mio ex direttore de “La Provincia”, Giorgio Gandola e del capo della redazione sportiva Roberto Belinghieri, ho scritto un articolo apparso il giorno successivo su “L’Eco di Bergamo”. Un pezzo di colore, a metà tra lo scherzoso e l’ironico, per raccontare la corsa vista dal di dentro. Di seguito il pdf della pagina. Così, per gradire. L’ECO_DI_BERGAMO bis_16-05-2016(1)

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Qui di seguito, invece, il testo integrale dell’articolo visto che per il giornale ho dovuto necessariamente fare una riduzione. Le pagine, diceva un mio vecchio direttore, non sono mica di gomma. Per l’appunto. Ecco l’articolo, sperando che qualcuno si diverta a leggerlo.

Di Ernesto Galigani

Mettere nero su bianco che ho corso con Felice Gimondi è troppo. Diciamo allora che l’ho visto, appena qualche decina di metri avanti a me, con il pettorale numero 1, sotto lo striscione di partenza (che striscione non è). Aggiungiamo che abbiamo pedalato sullo stesso percorso per qualche chilometro e che eravamo iscritti alla stessa corsa. Questi sono fatti. Incontestabili, come quel celeberrimo titolo di un giornale del pomeriggio. “Dirottato l’aereo dell’Inter”. E relativo sottotitolo in lettere minuscole: “Da Linate alla Malpensa per nebbia”.

Comunque sì. Tra i 3.904 iscritti alla Gran Fondo Internazionale Felice Gimondi c’era anche chi scrive, felice di esserci per la prima volta dopo qualche analoga esperienza in Romagna e sulle salite delle Dolomiti. E’ bene sapere, per cominciare, che il momento più difficile di una gran fondo è il… giorno prima. Ovvero il giorno del ritiro del numero di partenza. Nascosti nelle lunghe file di giovani scalpitanti, di atleti attempati e di seri professionisti (della scrivania) che si illudono di voler fermare il tempo a colpi di pedale, si ascolta di tutto. E sono racconti che ti mandano l’autostima in cantina, se l’esperienza non ti venisse in aiuto. E’ accaduto anche sabato al Lazzaretto, sotto il grande gazebo. Ecco il dialogo, testuale, tra due ragazzi. “Che percorso fai, domani? Il lungo?”. “No, purtroppo non ho tempo. Ho una cresima alle 11, mi sa che devo fare il medio”. Inutile aggiungere che a te, che hai preso tre giorni di ferie prima della gara e che da un mese mangi riso scondito e bresaola, viene la voglia di affidarsi a un improbabile malore dell’ultima ora.

Fortuna che poi, quando lo speaker termina il conto alla rovescia, la musica cambia e questi… pescatori del pedale finisci per ritrovarli – se non sulla prima – sicuramente sulla seconda o sulla terza salita. Li vedi arrancare a bocca spalancata, con il cuore che batte come un tamburo, la fronte che gronda sudore e il polpaccetto che invoca pietà.

Oh, intendiamoci. Ci sono fior di ciclisti al via (basta guardare i tempi di percorrenza) ma fanno corsa tra di loro. Tempo due curve e neppure li vedi più. Noi, comuni mortali, eravamo sì e so sotto la curva Nord e loro, presumibilmente, stavano già dalle parti di Scanzorosciate… I primi chilometri del resto, fanno paura. Persino noi, pippe professioniste, li percorriamo a 45 all’ora con tutti i display delle strade provinciali che si illuminano di rosso (“Velocità 52 orari, Rallentare”) e che regalano un intenso brivido di piacere, se hai il tempo di buttarci l’occhio.

Poi le cose cambiano. Non al Colle dei Pasta, si capisce, che viene affrontato come il cavalcavia dell’autostrada… E forse neppure sulle prime rampe del Colle del Gallo. A Gaverina Terme, per dire, in gruppo era tutto un vociare, un scambiarsi impressioni, un “menare” (loro dicono così) all’impazzata sul rapportone. Con il simpaticone di turno che, al terzo tornante, sveglia mezzo paese (sono pur sempre le 7.30 di  domenica) incitando il plotone a gran voce. “Alè, alè, che andiamo bene, mi sa che abbiamo il tempo di fare una fotografia”. Sarà, ma a me ricordava il “palla di lardo” di Full Metal Jacket e ho l’impressione che abbia fatto (sportivamente parlando) la stessa fine.

Sulle rampe del Selvino prende forma quello che Gianni Brera seppe cogliere a dispetto della silhouette non proprio adatta al tema: “Il silenzio e la solitudine sono indispensabili per riuscire in uno sport così faticoso”. Già… I tornanti si susseguono (sono 19), la strada sale e le parole non servono più. Si sente il dolce cigolare del pedale, il rumore della catena che vince l’attrito e, di tanto in tanto, il “tac” di chi ha scelto di alleggerire il rapporto del cambio. Tutt’intorno ci sono i boschi, i prati verdi, le nuvole basse, il sole che cerca di sfondarle. Il nulla che poi è anche il tutto. Un’atmosfera, per mutuare una frase del giornalista Vittorio Messori – l’intervistatore del Papa – “piacevolmente lugubre”. Alla faccia dell’ossimoro, si chiedeva profetico, “per chi ne abbia il gusto, c’è forse piacere più sottile?”.

Poi San Pellegrino, la lenta risalita della Val Taleggio che stringe il cuore nella sua selvaggia bellezza, la salita verso la Costa d’Olda, la Forcella di Bura. Con gruppi e gruppetti che si formano in pianura e si disfano in salita, che si ricompongono in discesa e che, a dispetto delle maglie diverse, vien quasi da pensare che nessuno voglia staccare chi si è già messo 110 chilometri nelle gambe.

Poi c’è Brembilla. E il magico cartello dei 20 chilometri all’arrivo che ha l’effetto magico di scatenare l’adrenalina che sembrava definitivamente anestetizzata dalle salite. Si torna ai 50 all’ora dei primi chilometri, incuranti dei semafori rossi degli incroci sorvegliati (magnificamente) da volontari e forze dell’ordine; tutti tronfi dei passanti della domenica mattina che ti battono le mani e ti incoraggiano come se fossi un corridore vero. Proprio vero che, come scriveva non troppo fantasiosamente Pier Paolo Pasolini, il ciclismo è lo sport più popolare perché non si paga il biglietto.

E poi il triangolino rosso dell’ultimo chilometro. C’è chi non vuole perdersi neppure un secondo del proprio tempo e spara le ultime cartucce. E che c’è chi come il cronista si vuole godere il momento – quando mai mi ricapiterà? – stirandosi con le mani la divisa, complimentandosi silenziosamente con se stesso e presentandosi all’ultima curva prima dell’Azzurri d’Italia con un sorriso grande così. E chissenefrega se il vincitore è già al dessert e all’ammazzacaffè. Se permettete, stavolta ho vinto anch’io. Come Gimondi dei tempi d’oro. E che Dio l’abbia in gloria.

 

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Chi sono, da dove vengo. E dove vado

Andateci piano con le aspettative. Questo non è un blog di ciclismo di quelli dove puoi trovare dotte disquisizioni, analisi tecniche, giudizi e pagelle cattivissime. Direi che, forse, è il suo contrario.

Questo è (semplicemente) uno spazio in cui si parla di ciclismo di strada, nel senso più letterale della parola. Il ciclismo della domenica, insomma, nel quale la media oraria è importante, come no, ma non viene certo sacrificata per un’occhiata a un panorama, a un lago blu che più blu non si può o a una Grigna imbiancata di fresco. Il ciclismo delle emozioni, potrei dire, se non temessi di scivolare nella banalità.

Con una particolarità importante, tuttavia. Che chi lo racconta – cioè il sottoscritto – è giornalista professionista da una vita ma, se non altro, lo pratica con una certa regolarità da almeno una decina d’anni (e due biciclette) a questa parte. Nulla di fenomenale, sia chiaro. Solo un lento macinare di sette-ottomila chilometri l’anno in sella ad una formidabile Bianchi Infinito, mettendoci qualche ciliegina qua e là. Un paio di Nove Colli di Cesenatico, la mitica Maratona delle Dolomiti lo scorso anno e, a breve, anche una bella Gimondi di Bergamo.

Mi tocca di aggiungere un paio di osservazioni importanti. Questo blog è la naturale prosecuzione (il titolo è rivisto, il motto è sempre quello) di una analoga iniziativa che ho condotto per diversi anni attraverso il portale internet de “La Provincia di Como“, il giornale quotidiano dove lavoro come caporedattore ormai dal 1994. Con il passare del tempo, inevitabilmente, i portali internet si evolvono e seguono le indicazioni del mercato. Ovvio che la riflessione, sia pure sportiva, non è esattamente in sintonia con la frenetica voglia di informazione dei tempi moderni. Il materiale scritto e pubblicato – 71 articoli – non è comunque perduto. Lo potete trovare collegandovi a questo link http://www.laprovinciadicomo.it/blog/DueRuoteEUnaGamba/ Se qualcuno avesse voglia e tempo di darci un’occhiata, beh, mi farebbe piacere.

Questo spazio è naturalmente aperto a tutti i contributi e basta comunque una mail all’indirizzo e.galigani@laprovincia.it per raggiungermi. I più tecnologici mi troveranno anche su Facebook e su Twitter. Gli altri – e speriamo siano la maggioranza – continueranno ad andare regolarmente in bicicletta. Lo farò anch’io, sia chiaro, e non è proprio sicuro che, dopo un bel Pordoi, troverò la voglia di mettere a battere sui tasti. Scusato, non è vero?

Ernesto Galigani

 

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A me gli occhi

Non impiegheranno molto, gli amanti della bicicletta a capire a chi appartengono quegli occhi che compaiono nella testata di questo blog. Accanto, per quanto superfluo sia specifi544carlo, ai miei. Un omaggio, assai lontano dall’irriverenza.

Quella foto l’ho scattata sul Monte Carpegna, dove un cartellone posto proprio sulla cima di una salita molto dura immortala Marco Pantani con la maglia rosa e una sola frase: “Questo è il cielo del pirata”. Non serve altro. Sui tornanti, le scritte con la vernice bianca rimandano ad un campione tormentato ma vero, autentico, passionale, umano. Non tocca a noi – e figuriamoci a me – dare verdetti e giudizi su una storia che, comunque la si giudichi, è finita nel peggiore dei modi. A me, ciclista della domenica, resta la sincerità di dire che quel ragazzo sapeva regalare emozioni. Per via degli occhi un po’ malinconici, forse. Per un fisico minuto, che era l’esatto opposto di quello che ci si aspetta da uno sportivo, sia pure ciclista. Per quel tocco di sfortuna che si portava appresso, dall’auto in contromano alla Milano-Torino al gatto sulle strade del Giro d’Italia. Dite pure quello che volete ma, se accettate un consiglio, andare a cercare su Youtube la scalata nella tappa di Oropa https://www.youtube.com/watch?v=IWmClFQNwgY e capirete che cosa significano queste parole.

Mi è capitato di moderare una serata, nel decimo anniversario della sua scomparsa. Il suo nome compariva nella locandina, la sala era strapiena e tra un racconto e l’altro c’erano volute tre ore prima di poter levare le tende. Questo era Pantani a dieci anni dalla scomparsa. Perpetuarne il ricordo non è un dovere o una sottile forma di protesta contro un mondo che si mangia i suoi miti. E’ un piacere per chi sa che cosa significa pedalare.

Ernesto Galigani

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