Sofferenza gioiosa. Chiamala Ciclosofia

di Ernesto Galigani

Sofferenza gioiosa. Da qualche parte ho letto anche questo, a proposito dell’andare in bicicletta. E mi è rimasta impressa, questa espressione. Perché, al netto dell’apparente contraddizione in termini, sono due parole che contengono un trattato di filosofia. Anzi, di ciclosofia, si potrebbe dire in modo che non suona neppure troppo male.

Non c’è dubbio che sofferenza e gioia siano due sentimenti opposti. Eppure, applicati a certi sport di fatica, stanno bene insieme, diventando quasi complementari. Non voglio avventurarmi in campi di pertinenza degli strizzacervelli (veri e presunti che siano) ma qualsiasi ciclista sa benissimo che la fatica è un valore assoluto – il fiato che manca, i muscoli che pulsano, il cervello che ti dice di fermarti sono patrimonio comune – e che, proprio per questo, finisce per generare (a cose fatte) un’intima soddisfazione che può essere semplificata proprio con la parola gioia.

Quando inizia la discesa il mondo mi sembra diverso, ha detto un ciclista famoso interrogato sul tema. Diverso da quello incontrato in salita, con il suo fascino perverso fatto di muscoli recalcitranti e di pulsazioni oltre soglia. La gioia dopo la sofferenza, per l’appunto.

Forse è per questo che il ciclismo è uno sport che affascina tutti ma al quale molti si accostano in età avanzata o, nel pieno della maturità. Adesso che il magico mondo delle Gran Fondo sta per vivere i suoi momenti clou – tra meno di un mese è tempo della Maratona Dles Dolomites, il gran premio di monza delle biciclette, per capirci – vale davvero la pena di spendere qualche riflessione sul tema. Il primo sintomo della vecchiaia, diceva qualcuno, è quello di sentirsi giovani e di fare cose da giovani. “Forever young” fu il titolo di una fortunata canzone dei nostri tempi (per l’appunto…) ma è soltanto uno slogan accompagnato da una musica accattivante. Non si può essere giovani per sempre e, per tornare al nostro sport, fanno un po’ ridere quelli che sono disposti a tutto – compresa la pessima abitudine di vendere l’anima al diavolo – per strappare un tempone. Che poi tempone non è, visto che nessun amatore – neppure quelli meno attempati e più allenati – possono lontanamente mettersi in competizione con un professionista.

Qualcuno ha studiato tempi e tabelle, prendendo ad esempio la salita di Monte Vergine,affrontata in un Giro d’Italia alla seconda settimana. Tra il miglior amatore e un professionista c’erano almeno 7 minuti di distacco,senza considerare che i pro avevano affrontato la prova dopo 200 chilometri di tappa e sotto un violento temporale.

Tutto ciò per certificare che il ciclismo, quello che pratichiamo noi, deve essere davvero una sofferenza gioiosa. E null’altro. Soltanto pedalando al proprio ritmo, quello dettato dal cervello e dal cuore, mettendo alla prova i propri limiti ma senza l’ossessione di superarli, alzando la testa dal manubrio per godere della natura, assaporando l’inebriante rumore del silenzio, si può davvero rendere onore a quella frase così oscura e che, invece, è  ungarettianamente illuminante.

e.galigani@laprovincia.it

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Sotto la neve. Ma comunque Felice (Gimondi)

di Ernesto Galigani

Salendo al Selvino sotto la neve

Vabbè, sul Selvino nevicava. La fotografia non lascia spazio a dubbi e, a ben ricordare, forse non era neppure il momento di massima intensità. Ma basta questa immagine simbolica per giustificare quell’ondata di proteste e indignazione che si è levata sin dalle ore immediatamente successive all’edizione numero 23 della #GranfondoGimondi di Bergamo?  Di sicuro, non finiremo mai di stupirci per la quantità di miasmi che si levano da quel pozzo – irrinunciabile ma inguardabile – rappresentato dal social più in voga. Parole in libertà che si trasformano in insulti non appena il vocabolario degli internauti esaurisce le proprie riserve. Il che accade piuttosto rapidamente, nella maggior parte dei casi. Ed ecco l’offesa, il dileggio, la diffamazione, il sospetto, l’affermazione non argomentata, che si fa rapidamente largo in un’orgia di “commenti” che già definirli così è una contraddizione in termini.

Questo, tuttavia, è un altro discorso. Il tema centrale ci riporta direttamente sulle rampe del Selvino (ma anche sul colle Gallo qualche fiocco aveva cominciato a scendere) e a quella giornata di tregenda che è stata il 5 maggio. Data evocativa per molti sport (d’accordo, non ironizzo) e ora destinata a lasciare un segno anche nel piccolo mondo delle Granfondo di noi pedalatori della domenica. Fino a che punto, giusto per buttare un paio di dadi sul tavolo, è stato giusto dare comunque il via alla manifestazione? E fino a che punto anche noi, onesti pedalatori con un lavoro da ricominciare di lì a poche ore di distanza, abbiamo voluto spingerci, mettendo a repentaglio qualche clavicola e parcheggiando il buon senso nel seminterrato della nostra ambizione?

Ciascuno ha una risposta e, qualunque essa sia, è una risposta esatta. Ce l’hanno i circa duemila iscritti che non si sono presentati al via, terrorizzati dalle previsioni meteo che già il giorno prima – con un certo ottimismo, abbiamo scoperto – parlavano di “nevischio” e di “neve debole” in cima al Selvino. Ma ce l’hanno anche quelli che sono partiti del tutto incuranti del diluvio e che, bontà loro, hanno spinto come forsennati sui pedali sino a strappare tempi da semi-pro più che da pippe in età da pensione. E vogliamo forse ignorare le ragioni di quanti si sono fermati sul percorso, prendendo d’assalto le ambulanze parcheggiate nelle piazzole dei tornanti o rifugiandosi nelle hall degli alberghi in attesa di un miglioramento che non sarebbe arrivato? Una rispostina, infine, ce l’ho anch’io che, come altri 900 temerari, non mi sono posto il problema se non quello di non correre rischi inutili e, dimenticando il computer sul manubrio, ha pensato unicamente a finire la corsa senza l’incubo del tempo, scendendo a 20 all’ora da discese che normalmente si percorrono a 70.

Nessuno, in altre parole, ha titolo per giudicare l’altro. Non l’incosciente, non il pauroso, non quello con il sale in zucca. E non si venga a dire, per usare una perifrasi che gallina (corridore) vecchia fa buon brodo (buon senso). La gallina vecchia, diceva Renato Pozzetto in uno antico duetto, fa semplicemente schifo. E il brodo del buon senso non ha età.

Ultima curva

Resta da spendere qualche parole per l’organizzazione. Su queste colonne avevo lodato, un mesetto fa, il Comitato del Don Guanella che aveva deciso il rinvio della corsa. Ma, per quanto contradditorio possa sembrare, ho trovato giusto che a Bergamo abbiano invece deciso di abbassare comunque la bandiera a scacchi. La Gimondi, se ci pensate, è una delle più importanti manifestazioni italiane e l’internazionalità del suo testimonial – nonché la notorietà della Bianchi che fa da title race – portano molto corridori dall’estero. Come sarebbe stato possibile negare, anche ad un manipolo di loro, la possibilità di provare comunque a sfidare un meteo che non si era mai visto in questo periodo dell’anno? E poi c’è la sicurezza: da sempre racconto (per esperienza, solo per esperienza) che la Gimondi è seconda soltanto alla #MaratonaDlesDolomites in quanto ad assistenza, con la difficoltà aggiuntiva di non poter chiudere tutte le strade attraversate dalla corsa. E anche in una situazione estrema come è stata quella del 5 maggio, non c’è concorrente che possa ragionevolmente lamentarsi, al netto delle circostanze: il percorso è stato ridotto al solo “corto” e tutti i mezzi pensati per coprire i tre tracciati sono stati dirottati sui 90 chilometri previsti. Non credo di sbagliare nell’affermare di non aver percorso più di un chilometro senza incontrare una staffetta, un’ambulanza, una moto della giuria, un punto di ristoro, un volontario con la penna alpina imbiancata dalla neve. Senza badare al risparmio e senza aver mai lesinato, sin dal giorno prima, costanti e continui aggiornamenti. Condizioni di sicurezza garantite, quindi, con la ciliegina sulla torta di una sorta di coperta affidata a ciascun concorrente subito dopo l’arrivo davanti allo stadio.

Insomma, il lamento postumo non mi è mai piaciuto e men che meno in questa circostanza. Chi ha deciso di partire (e di non fermarsi) lo ha fatto in scienza e coscienza, contando sui propri mezzi, sulla propria prudenza e su una volontà ferrea. Detto tra noi, sono felice di averne trovata – di volontà, intendo – in quantità industriale e di aver tagliato il traguardo. Bagnato fino alle ossa, con la mani violacee per il freddo, i guanti intrisi d’acqua… Ma consapevole di aver scritto qualche insignificante riga nel grande libro dello sport più bello del mondo.

La sofferenza – e non chiedeteci perché – è l’essenza stessa dello sport meno democratico del mondo, uno dei pochi dove uno vince e tutti gli altri perdono. E proprio per questo non c’è ciclista che non riceva un applauso disinteressato e sincero al suo passaggio. Basta per giustificare quella giornata? Sì, basta e avanza.

Ernesto Galigani

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Don Guanella, il buonsenso in bicicletta

di Ernesto Galigani

La Granfondo Cascina don Guanella di Lecco – che ha come testimonial Claudio Chiappucci e Cadel Evans, mica pizza e fichi – è stata annullata e rinviata a data da destinarsi a causa delle previsioni meteo che, sin da venerdì, hanno indotto gli organizzatori a tirare una riga rossa sulla corsa. Una scelta dolorosa, viste le complicazioni per riproporla in altra data, ma senza dubbio da condividere viso che, una volta tanto, i previsori l’hanno azzeccata in pieno. E’ stato scelto di preferire l’incolumità dei partecipanti, non avvezzi come i professionisti a lanciarsi in discesa a 80 all’ora sotto la pioggia, alla necessità anche logistica di “correre a tutti i costi”. Giusto così, si capisce, perché le Granfondo – se si esclude qualche fanatico che ha un rapporto problematico con il buon senso – sono un’occasione di divertimento e non già una competizione per scalmanati dal capello cadente.

Certo è che questa corsa, ideata da quel grande ciclista che è Don Agostino Grisoni a sostegno della Cascina don Guanella di Valmadrera (http://www.donguanellalecco.it/?page_id=163) , quest’anno deve avere avuto qualche incrocio astrologico negativo nel proprio destino. Anticipata di due mesi (lo scorso anno l’avevamo fatta il 27 maggio) per evitare la difficile coabitazione con i turisti che si dirigono verso Sormano e Bellagio (la discesa verso Nesso, con incluso slalom tra un’orda di maleducati automobilisti dal clacson facile la ricorderò per un pezzo), ha dovuto cambiare percorso per un paio di volte. Non conosciamo i dettagli ma, tra un’incursione nel sito internet e l’altra, abbiamo visto che è sparita la salita verso Sormano (con la comoda discesa corrispondente da Caglio), l’ascesa al Lissolo di Perego mentre la salita al Ghisallo è stata dirottata, da metà percorso in avanti, al San Primo, probabilmente per compensare il dislivello complessivo.

Nella presentazione, gli organizzatori spiegavano di essere stati costretti a questo estenuante – e un po’ avvilente – taglia e cuci per colpa dei Comuni attraversati dalla corsa, alcuni dei quali avevano negato all’ultimo momento il passaggio, nonostante fosse conosciuto sin da gennaio. Chissà, forse  temevano che i ciclisti allontanassero i turisti (e allora tiè, sia benvenuto il diluvio di questa mattina, giusto per fargli un dispetto). Oppure il sindaco quella mattina si era alzato di traverso. O, ancora, lui – il sindaco – sotto il sedere vuole soltanto il comodo sedile di un suv.

Viene da riderci su, naturalmente. Anche se, a mente fredda, tanta disinvolta benevolenza tendere a lasciare il posto a una ben più pragmatica incazzatura. Il rapporto tra Amministrazioni comunali e ciclismo è sempre stato un po’ complicato ed è sempre partito dal presupposto che noi – quelli che vanno in bicicletta – sono quelli che chiedono il “favore” di passare. Lo stesso concetto utilizzato dall’automobilista che, su una strada stretta e magari in salita e con il limite dei 30 all’ora, pretende comunque di sorpassarti, senza neppure pensare per un istante che potrebbe attendere disciplinatamente alle spalle della bici. Foss’anche questione di  un minuto, la minestra non gli si raffredderebbe nel piatto.

Da L’Arena di Verona

Mai una volta, al sindaco di turno, che venga in mente che il ciclista porta silenzio e che non inquina, che le strade sono di tutti e che non c’è nulla di male – qualche domenica ogni tanto – chiudere una strada per una manciata di minuti, il tempo che passino i primi del gruppo.

Eppure questo strano modo di ragionare fa da contraltare tuttavia con l’approccio che

La Gazzetta dello Sport

quegli stessi politici utilizzano quando il ciclismo porta consensi, popolarità e, in prospettiva, magari anche qualche voto. C’è da inaugurare il busto a qualche campione del passato ed eccoli a fare la gara, avvolti nelle loro fasce tricolori, a farsi intervistare, pontificando sulla bicicletta, la fatica e tutte quelle cose di cui hanno avuto soltanto un’eco lontana. Arriva il Giro d’Italia (e che fatica, far capire a sta gente che una tappa vale più di mille spot sulle televisioni) ed eccoli sotto il palco a distribuire sorrisi in mondovisione, dimentichi che nei mesi precedenti hanno vomitato ogni tipo di contumelie sulle pretese di questi organizzatori che sono qui a paralizzarci la città, e il bianchino dove andiamo a berlo la domenica mattina? C’è il Giro delle Fiandre in televisione con 800 mila persone distribuite sul percorso (gli zeri non sono un refuso) ed eccoli, di nuovo, a spiegare che a noi italiani manca la cultura della bicicletta.

Lo stesso vale per gli amministratori dei piccoli centri, quelli che sono conosciuti soltanto per le salite che hanno avuto in immeritata dote e che altrimenti sarebbero un insignificante pallino sulla carta geografica. Mi è capitato di leggere qualche tempo una gustosa polemica a Galbiate, nel lecchese, famoso per ospitare Celentano e conosciuto (ancor di più) per la salita che porta a Colle Brianza. Ce l’avevano, dal Palazzo, con i numerosi ciclisti della

L’Eco di Bergamo

domenica che non rispettano il semaforo di un’oscura strettoia, costringendo  quei poveri automobilisti a brusche manovre. Roba da scompisciarsi dalle risate. A parte il fatto che quella strettoia potrebbero pure chiuderla al traffico (magari chi ci abita sopra non è esattamente felice dei tubi scappamento delle auto in coda), bisognerebbe andare a vedere quelle strade. Piene di buche che sembrano voragini, avvallamenti di ogni tipo, strisce “fibra ottica” mai chiuse o già riaperte… roba da gridare vendetta al cielo. Altro che vietare il passaggio delle biciclette, dovrebbero tremare sin da quando bevono il cappuccino a colazione e fare gli scongiuri, sperando che nessuno si faccia male a causa di quel fondo così scalcagnato. Primo segno, il decoro delle strade, della qualità amministrativa di un Comune.

Don Agostino con Claudio Chiappucci (Leccoonline)

Del resto, la cronaca è piena di incidenti che coinvolgono i ciclisti, quasi sempre vittime incolpevoli della disattenzione dell’automobilista di turno o delle strade malridotte. E dopo ogni incidente, come una litania sempre più stucchevole, seguono i ricordi, la commossa partecipazione, la corsa ai ripari annunciata e via di questo passo. Ma non succede mai nulla, naturalmente. E non appena si leva una proposta a tutela dei ciclisti, apriti o cielo. Che sia una zona 30 modello Barcellona (https://www.facebook.com/cicloturismo/photos/a.675458369150750/2877666088929956/?type=3&theater) o l’introduzione della distanza minima di 1 metro e mezzo in caso di sorpasso, ecco che ripartono le cornacchie del fatto che automobilisti e ciclisti non possono convivere. Forse hanno ragione. Che lascino le auto in garage.

Ernesto Galigani

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La bellezza salverà il mondo. Ma anche un rifiuto in meno

di Ernesto Galigani

Una delle sette meraviglie della bicicletta (ma in realtà è un numero approssimato per difetto) è la possibilità di vedere quello che, schiacciati nelle nostre scatole di lamiera, neppure immaginiamo che possa esistere. Una margherita che spunta in un prato, l’albero che crolla da un inverno all’altro, il lento ma inesorabile risveglio della natura e l’altrettanto lento approssimarsi al letargo nella brutta stagione. In una parola, la bellezza della natura.

Ma gli occhi del ciclista si abituano in fretta a tanta meraviglia e, forse proprio per questo, fa ancora più male accorgersi – dopo qualche manciata di migliaia di chilometri – di come trattiamo male la natura. Le strade, in questa fetta opulenta di Lombardia, sono una discarica a cielo aperto. Sacchetti pieni di spazzatura buttati malamente sul ciglio della strada, bottigliette di plastica disseminate come i sassolini di Pollicino, confezioni di plastica abbandonate ai margini dei torrenti e che lì rimarranno nei secoli. Ma anche piatti di ceramica, bottiglie di vetro e – visto che nessuno ha il privilegio della prima pietra – bustine di gel e integratori svuotati in un sorso e poi affidati all’inesistente Dio del riciclaggio.

Uno spettacolo pietoso che la stagione invernale sembra coprire con i suoi colori tenui e la luce fioca. Ma bastano due giornate di introduzione alla primavera ed ecco che lo sconcio riappare ai nostri occhi. Certo, ci sono paesi più puliti ed altri meno (la differenza, in bicicletta, salta subito all’occhio) ma la soluzione del problema non può essere unicamente demandato all’ente pubblico. Perché, se ci pensate, siamo noi a riempire il mondo di queste schifezze ed è alla nostra coscienza che dovremmo chiedere spiegazioni.

Il mondo visto dalla bicicletta è proprio una altra cosa

Vi chiederete che cosa c’entra tutto questo con il ciclismo. E invece c’entra, eccome. Avendo avuto il privilegio di partecipare per quattro volte di seguito alla Maratona dles Dolomites, è stata la prima cosa che ho notato. Novemila e rotti partecipanti ad una gran fondo che si snoda su sette passi ad oltre duemila metri e neppure una cartaccia per terra. Per non parlare poi di Corvara, la sede di arrivo. In paese non ci sono che due o tre cestini per la raccolta dei rifiuti occasionali, quasi nascosti lungo le strade principali. Eppure non c’è una cartaccia, una lattina, un mozzicone di sigaretta che deturpi la bellezza di quello scenario senza pari. E’ facile cedere alla tentazione di dire che “beh, a quelle latitudini sono fatti così”. E, se anche fosse, sono fatti così perché si sono abituati a fare così.

Ci vuole l’educazione civica, non c’è dubbio. Ma anche la repressione più severa, finalizzata ad essere da esempio, è una strategia che funziona. L’amico #Michil Costa, che della Maratona è il formidabile organizzatore, lo ha fatto scrivere in tutte le brochure: chi viene sorpreso a gettare un rifiuto viene squalificato dalla corsa e, soprattutto, non sarà più il benvenuto negli anni a venire. E’ persino accaduto che abbia fatto squalificare un concorrente che era secondo a quattrocento metri dallo striscione d’arrivo e che dopo aver percorso 130 chilometri su e giù per quei monti meravigliosi non aveva resistito all’istinto di gettare a margine della strada una borraccia vuota. Squalificato, perché la legge – se si vuole che sia capita come tale – è uguale per tutti. E, soprattutto, non si interpreta ma si applica, senza se, senza ma e  soprattutto, senza eccezioni.

La meraviglia della natura

Nessuno, inutile sottolinearlo, che abbia gridato allo scandalo. Perché a quelle latitudini sono fatti così, forse. O forse perché, aggiungiamo noi, il rispetto del bene comune è un valore che può e deve diventare universale. Resta il fatto che in quelle stradine di montagna, i rifiuti non ci sono per il semplice fatto che nessuno li abbandona per strada. Il sacchetto di plastica vuoto finisce nel cappotto, la bustina di integratore utilizzata nel tascone posteriore della divisa da ciclista.

Quattro anni mi hanno fatto abituare all’idea. E tuttora, quando esco per la mia scalcinata e sporca Brianza, rientro sempre con le confezioni dei gel utilizzate. Non perché sono improvvisamente diventato un talebano dell’ecologismo più spinto. Più semplicemente perché, se lo gettassi sul greto di un torrente o sul ciglio della strada, ne proverei un senso di fastidio o di rimorso ben più pesante della fatica – se così la vogliamo chiamare – di lasciare il rifiuto nel raccoglitore di casa.

Certo, i professionisti del “benaltrismo” opporranno che sono altre le questioni di cui occuparsi in una ipotetica scaletta di priorità. Ma, in attesa di conoscerla, questa benedetta scaletta, provate ad immaginare le vostre città senza le strade deturpate dai rifiuti. Senza i prati violentati da edifici costruiti senza il minimo rispetto del contesto. Senza i boschi lasciati andare alla malora perché nessuno se ne vuole più occupare. Senza quell’inquietante  cappa di smog che – dalla cima della Valcava o dal muro di Sormano – si vede dispiegarsi a cerchio dantesco intorno alla città di Milano. Senza che si levino le proteste (scusa Michil se mi approprio di una battaglia tua) perché si vuole limitare il passaggio di auto e moto sulle pendici del Sella e degli altri passi Dolomitici. Patrimonio mondiale dell’umanità, scrivono nelle brochure. E poi si vendono l’anima per un cappuccino in più consumato a duemila metri d’altezza. Mah…

La bellezza salverà il mondo, diceva quello. Ma va bene anche cominciare da un sacchetto di rifiuti in meno.

Ernesto Galigani

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Voglio allenare il ManCity

di Ernesto Galigani

Chissà, forse siamo davvero troppi. E quando dieci persone pretendono di sedere contemporaneamente nonostante ci siano soltanto cinque sedie a disposizione, beh, si finisce per litigare di brutto. Noi ciclisti, per rimanere nell’infinito mondo dell’iperbole, siamo senza dubbio le cinque persone destinate a rimanere in piedi.

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Londra e i ciclisti 

Siamo sempre lì. La convivenza tra automobili e biciclette, lo abbiamo scritto e riscritto alla nausea su queste colonne, sta diventando qualcosa di fisicamente improponibile, come se gli uni fossero figli di un Dio minore. Il Dio del motore, si capisce. Eppure, tra una strombazzata e un dito medio al cielo, ogni tanto c’è uno sprazzo di luce che, per un istante solo, riconcilia con il mondo. Un po’, per fare un esempio che c’entra poco o forse tanto, come quell’invalido di Città di Castello che – risolto il suo temporaneo problema – ha restituito il tagliando del pass gratuito per il centro storico. Una notizia da prima pagina per questi tempi bui, anziché un banale gesto di ordinario senso civico.

Ecco, le parole che il commissario tecnico della nazionale di calcio, Roberto Mancini, ha dedicato alla “guerra” tra ciclisti e automobilisti in occasione di una serata ricordo di Michele Scarponi, sono finite in prima pagina proprio per la loro dirompente normalità. Ha detto che il “re era nudo” e gli “oh” che si sono levati sono diventati titoli.

Abbiamo scoperto, per cominciare, che il ct ha un’anima a due ruote e questo, di botto, ce lo ha reso simpatico. Ha spiegato, per rimanere alla notizie, che quanto allenava a Manchester, nel cuore della perfida e piovosa Albione, era solito andare e tornare dall’allenamento in bicicletta. Una settantina di chilometri di rigorosa pianura. Ebbene, gli automobilisti – quando dovevano sorpassarlo – si spostavano interamente nell’altra carreggiata attendendo con pazienza il momento giusto nel caso fossero impossibilitati alla manovra. Non solo: la polizia inglese invita i ciclisti stessi a procedere affiancati in modo che siano più visibili alle auto in arrivo, inducendo così i conducenti – nella peggiore delle ipotesi – a rallentare l’andatura.

Una raffica di “bestemmie viabilistiche” contenute in una sola frase, se rapportate alle nostre calienti latitudini di santi, navigatori e piloti da circuito. Il sorpasso, sulle nostre strade, è un esercizio di equilibrismo e sfrontatezza. L’automobilista neppure si pone il problema: non è raro, e lo sappiamo tutti, essere sfiorati dallo specchietto con tanto di invito incorporato a rimanere a casa a coltivare altri tipi di appetiti. Voglia di sorpasso che, ovviamente, prende gli automobilisti nei momenti più improbabili: nel mezzo di una strada dove due veicoli non possono neppure incrociarsi o, ancora meglio, in piena rotonda, dove notoriamente il sorpasso non è esattamente l’attività più consigliata per chi ha due dita di cervello. Per non parlare di quando il ciclista, alle prese (come e più degli automobilisti) con le buche del ciglio strada, ha l’ardire di spostarsi di una manciata di centimetri verso il centro della carreggiata. Quando va bene, è un colpo di clacson. Quando va male una lunga serie di improperi che costringe l’automobilista – bontà sua – addirittura a posare il cellulare nel quale stava impunemente parlando, alla faccia di ogni normale del codice della strada e del buon senso.

Roberto Mancini

Lo stupore di Mancini, una volta tornato in Italia, è lo stesso che proviamo quotidianamente. Con l’unica eccezione, forse, della domenica. Quando, una volta tanto, la minoranza silenziosa su due ruote si trasforma in caciarona maggioranza, dando sfogo agli istinti peggiori e un malcelato desiderio di vendetta.

Del resto, che la Gran Bretagna, ma più in generale i paesi anglosassoni, sia più rispettosa è un fatto sperimentato personalmente. Nel bel mezzo di Londra, che non è esattamente l’ultima della città di questo pianeta, le corsie riservate alle due ruote sono tante e ben visibili. Non solo: ad ogni semaforo, le biciclette sono indirizzate a sostare prima delle auto con indicazioni visive per terra e per aria. Storie d’altri mondi, ai quali si guarda con invidia e malinconia.

A riportarci tutti con i piedi per terra, ci ha pensato – la stessa sera – la trasmissione Zona Cesarini di Maurizio Ruggeri. Ha raccontato l’episodio di un noto ciclista amatoriale che a Roma aveva avuto l’ardire di protestare con una ragazza al volante di un’utilitaria per una collisione evitata d’un soffio. L’accompagnatore, un po’ bullo e un po’ desideroso di guadagnare punti agli occhi dell’amata, è sceso dal posto del passeggero ed ha posto fine alla diatriba con un pugno in volto da frattura del setto nasale. Così, giusto per far capire chi comanda sulla strada.

E’ un mondo difficile, insomma. E non serve a nulla ricordare, così di passaggio, che per quanto indisciplinato un ciclista è sicuramente un soggetto debole rispetto a un Suv da 500 chili. Che, per continuare, se un ciclista sta si porta al centro della carreggiata è perché il ciglio della strada è pieno di buche e, comunque, visto che le tasse le paga pure lui, ha diritto di circolare liberamente. E, ancora, che se il ciclista sta pedalando in discesa a 50 all’ora ha tutto il diritto di impostare liberamente la propria traiettoria visto che, anche la più veloce e potente delle auto, non può superare il limite di velocità. E si potrebbe andare avanti all’infinito, riassumendo il tutto con una ben nota constatazione: tutti i ciclisti sono automobilisti, non tutti gli automobilisti sono ciclisti. Le altre sono parole scritte sulla sabbia e comunque ci sono i numeri a certificare chi sta dalla parte della ragione: sulle strade italiane muore un ciclista ogni 36 ore.

Le contromisure? Non arrendersi mai davanti alla prepotenza e, soprattutto, non rinunciare mai al proprio diritto alla pedalata. A costo dei colpi di clacson e degli insulti. Nella speranza che, prima o poi, ci sia un vigile urbano che alzi la paletta contro l’automobilista che mette a repentaglio la vita di chi sta sulla strada con gli stessi suoi diritti e doveri ma con un mezzo assai più fragile del suo bolide a quattro ruote. L’alternativa è allenare il Manchester ma, francamente, forse è un’impresa ancora più disperata.

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Gf Lombardia, pedalate da monumento

Qualche amico che frequenta assiduamente i social l’avrà certamente notato. Domenica ho partecipato alla Gran Fondo Il Lombardia che già dirla così è una sorta di monumento per gli amatori. Il giorno successivo – lunedì 15 ottobre – gli amici Edoardo e Nicola hanno avuto la bontà di ospitare su “La Provincia di Como” e “La Provincia di Lecco” un mio piccolo racconto, dal “dentro” della corsa. Lo ripropongo qui. Non senza aver precisato che di cose da aggiungere – sul Lombardia, la convivenza con il traffico ecc – ce ne sarebbero molto e che ci torneremo tra qualche giorno.

di Ernesto Galigani

“Mio Dio, ma è bellissimo”. Impegnato com’era a spiegare all’amico poco esperto i segreti per affrontare l’ascesa al Ghisallo (basterebbero le gambe, avrebbe potuto sintetizzare), l’omone che pedalava baldanzoso al fianco del cronista, non se ne era neppure accorto. E quando, tra una divagazione energetica  e un “mi raccomando, giù subito tutti i rapporti”, ha alzato gli occhi si è trovato di fronte il lago dall’azzurro pallido, con la foschia mattutina d’ottobre che stava per essere cacciata dal sole già a metà tra l’arancione e il rosso, quasi adagiato sulle onde. “Mio dio, ma è bellissimo” ha bofonchiato adorante buttando improvvisamente la testa a destra e a sinistra di quel panorama incantato che è Limonta di Oliveto Lario la mattina presto. E che lui, “straniero” venuto dal Piemonte, non aveva mai visto neppure nelle sue tartufose Langhe.

Sì, se la Gran Fondo Il Lombardia ha un “perché” sta proprio in questa frase. Come quello che, vuole la leggenda, al passaggio da Guello di Bellagio, dopo tre chilometri di tornanti al 14%, guardò il lago stagliarsi verso Lecco “tra due file ininterrotte di monti” e poi concluse filosoficamente: “Se il paradiso esiste, beh deve somigliare molto a quello che sto vedendo adesso”. E le vogliamo spendere due parole per quella discesa assassina che dal pian del Tivano va giù a rotta di collo verso Zelbio e poi Nesso? Vogliamo parlarne delle struggente meraviglia che ti prende proprio lì mentre, all’improvviso, nel verde autunnale del bosco compare il ramo comasco del lago, che dall’alto sembra un presepe di quelli riusciti bene?

Stop. Con il romanticismo da quattro soldi ci fermiamo qui. La Gran Fondo Il Lombardia è molto altro, come gli amici di “Cento Cantù” guidati dall’onnipresente Paolo Frigerio sanno fin troppo bene. Per i tanti che si iscrivono – 1.500 stavolta – è salita, è discesa, è freddo, è caldo ma è soprattutto tanta fatica, masochisticamente voluta e cercata. Per loro è un impegno improbo, che trova spiegazioni solo

Verso la Madonna del Ghisallo

nella passione. Perché è difficile mettere d’accordo, su queste strade tortuose (e malamente asfaltate, cara Provincia) le esigenze degli automobilisti e quelle di chi vorrebbe starsene una domenica in bicicletta – una sola – senza l’incubo dei Suv che sbucano da tutte le parti. Ma è una battaglia persa in partenza e quando sulla Lariana – tra Nesso e Pognana Lario – si materializza un trattore con tanto di rimorchio e mega balle da fieno incorporate anche il più ottimista deve alzare bandiera bianca.

Il girone dantesco è però il Civiglio, sulla cui sommità gli organizzatori (che Dio li abbia in gloria) hanno deciso di piazzare lo striscione d’arrivo per evitare l’indesiderato attraversamento della città (chissà poi perché non li vogliono, i nostri soldi…). Il tratto tra l’imbocco della salita e la chiesa di Garzola si trasforma rapidamente in un gigantesco imbuto. Ci sono gli automobilisti che vogliono scendere e ci sono gli automobilisti che vogliono salire. Peccato che la strada sia strettissima e basta un Suv un po’ più Suv degli altri per trasformare il volontario della Protezione Civile (questo abbiamo visto) in una macchiolina gialla in balia degli eventi.  Tra le “due file ininterrotte di auto” (che il Manzoni ci perdoni) ci sarebbero anche i ciclisti che hanno già i loro bei problemi a salire in condizioni normali, figuriamoci così. Qualcuno sarà anche sbottato (chi scrive aveva altro cui pensare per rendersene conto) e qualcuno avrà pure sorbito le reprimende dell’autista più incazzoso degli altri (che solitamente ha anche la macchina più grossa e alla moda, ma forse è un caso). Ma, dal santuario in poi, si è tornati alla normalità. Chi si appoggia stremato alle recinzioni  come una balena spiaggiata, chi prosegue zigzagando che forse è ancora là adesso, chi finge salti di catena per mettere piedi a terra, chi stramaledice gli inglesi. Ma tutti con una domanda: ma quest’ultimo chilometro quando è lungo? E quando sull’asfalto compare la scritta “Vincenzo scatta qui” verrebbe davvero voglia di mettere il piede a terra e vergare un terapeutico “va da via i ciapp”.

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Io, la Maratona dles Dolomites. E altri novemila

di Ernesto Galigani

Qualche sospetto l’avevo, a essere sincero. Ma ho capito che il commissario tecnico della nazionale Davide Cassani non mi avrebbe convocato per i mondiali di Innsbruck più o meno a metà della scalata del Pordoi – la seconda vetta delle sette che la Maratona dles Dolomites regala ai suoi 9 mila e rotti intrepidi. Lì, in un imprecisato tornante dei 37 in scaletta, sono stato prima affiancato e poi superato da una ragazza tedesca- Marlene o Renate che fosse, fa lo stesso – che danzava come una ballerina sulla sua bicicletta, manco fosse impegnata a scavallare un cavalcavia della A22. E io, che tiravo il freno a mano pensando a quello che ancora mi attendeva, ligio ai dettami di quelli che sanno di ciclismo e che invitano alla prudenza sulle prime salite, mi sono reso conto che no, neppure questa volta avrei avuto una chance iridata.

Michil Costa e Alberto Sorbini di Enervit

La signorina, cui un Berlusconi d’annata non avrebbe certamente rivolto quell’inelegante commento riservato invece alla cancelliera Angela Merkel e poi diventato cult, l’ho poi superata in discesa, si capisce. Ma sono stati sufficienti quei pochi metri – e non c’entra che fosse una ragazza, credetemi – per riportarmi nel mio piccolo mondo antico, riponendo nella saccoccia posteriore ogni velleità.

Suvvia, si sta scherzando – ma l’aneddoto è autentico, giurin giuretta – però anche stavolta è andata. La mia quarta Maratona, delle 32 fin qui organizzate, si è conclusa in gloria. Se per gloria si intende quello che declino io, ovvero portarla a termine in un tempo ragionevole, cioè prima dell’ora di pranzo e senza confidare sul fatto che a fine giugno le giornate sono interminabili e si può pedalare fino allo sfinimento che tanto è ancora chiaro.

Con Eddie Mercks, il Cannibale

Oddio, un piccolo giramento di scatole in effetti c’è. Perché il mio secondo miglior tempo del poker di partecipazione – ballano due minuti, per la miseria – ha un suo perché e ne ero consapevole già al momento della sosta (non prevista) al passo Falzarego, quota 2.117 metri di quota dopo 85 chilometri di corsa. Tradito dal caldo inusuale e dalla conseguente necessità di riempire la borraccia, ho improvvisato un pit stop non proprio da Formula 1, lasciando al punto di ristoro quella manciata di secondi che mi sono stati poi fatali, oltretutto perdendomi un bel trenino di colleghi che mi avrebbe portato fino al traguardo da perfetto succhia ruote. Dettagli, si capisce, che fanno sorridere chi scrive, ancor prima di chi legge. Perché alla Maratona, tolti quella masnada di campioni che puntano al bersaglio grosso, si va per alzare la propria personalissima asticella, per

Alla partenza

guardare in alto, per godere di uno spettacolo che non ha eguali nel mondo (che ho visto io nella mia lunga esistenza ciclistica) e per vedere l’effetto che fa quando si salta un passo dolomitico dietro l’altro, con nomi che riempiono la testa (e la vana gloria) visto che li si sente quasi solo in televisione. Al punto che anche questa volta ho rinunciato al “garmin” sul manubrio, limitandomi a utilizzare – come testimonianza della performance – una banalissima app da telefonino, peraltro ben risposto nella tasca posteriore della maglietta e lì rimasto fino allo striscione. Un modo, forse estremo ma simbolico, per testimoniare la rinuncia preventiva alla competizione e persino alla tentazione di spingere sui pedali per rallentare il tempo che scorreva. Quando si pedala, sono le gambe a parlare,

e all arrivo

mica i cronometri.

Anche questa, ai miei occhi da ciclista della domenica, è la Maratona delle Dolomiti. Così come Maratona è scollinare il Pordoi – sempre quello direte, ma è il secondo in ordine di apparizione e i ricordi non sono ancora annebbiati dalla fatica – dopo aver percorso un bel po’ di tornanti accanto ad Alex Zanardi, il grande campione di automobilismo prima e di vita poi. Tu che sputi l’anima picchiando sui pedali e lui che fa altrettanto ma con una hand bike, alimentata dalla sola forza delle braccia. E ce ne vuole davvero tanta, a tirar su quella bicicletta che ti sembra di vederli scoppiare i muscoli sotto la maglietta. Un giro dietro l’altro, con il sudore che scende dalla fronte e tutti, ma proprio tutti, che gli riservano una parola di incoraggiamento, una complimento sincero, quasi a volersi far carico di un po’ del tremendo peso che si porta addosso. Lui, romagnolo purosangue con la battuta sempre pronta e quella pronuncia che fa tanto ragù fatto in casa, cerca (invano) di non rispondere, perché se lo facesse, gli diventerebbe la maratona delle pubbliche relazioni. E invece è lì come noi, per gareggiare, per farsi male, per scavarsi dentro. Te rendi conto dopo lo scollinamento quando si tuffa in discesa con la sua bicicletta, dimostrando di essere stato un grandissimo campione del volante. Le sue traiettorie sono quelle da Formula 1 e la stabilità delle tre ruote lo trasformano in una freccia. Per farla breve, quattro tornanti e noi tapini – che pure scendiamo a 70 all’ora – non lo vediamo più.

Maratona è anche l’insana soddisfazione di fare una fotografia accanto ad Eddy Merckx, il più grande campione della storia delle due ruote che alle 6.30 del mattino e alla faccia delle 545 vittorie che gli riempiono il groppone assai più delle 73 primavere certificate dall’anagrafe, è lì a fare lo starter e a dispensare qualche consiglio nel suo balbettante italo-belga. E, ancora, è trascorrere (lo so, sono un privilegiato della peggior specie) mezzora prima delle partenza accanto a quel Tommaso Elettrico che, poco più tardi (molto poco, accidenti a lui) vincerà la gara dei 138 chilometri. Viene da Matera, ha trent’anni, e spiega di essersi allenato come un pazzo da aprile in avanti per vincere e, soprattutto, rivincere dopo la cavalcata di 80 chilometri dell’anno precedente. Lo capisci da come è concentrato, da come toglie e rimette e poi ritoglie e rimette, la ruota anteriore della sua bicicletta, quasi che non gli bastasse – come noi tapini – una bella pompatina alla gomma, fatta la sera prima perché alla mattina devo fare colazione.

C’è di tutto e il suo contrario, in questo magnifico appuntamento della prima domenica di luglio che riempie di colori e di bellezza quello che è già bello di suo. Michil Costa, il geniale presidente del Comitato organizzatore, dice che quando uomini e montagne si incontrano nasce sempre qualcosa di bello. Lui, che fa l’albergatore ma che in realtà è un filosofo capace di saltare da Blake a Platone con la stessa disinvoltura con cui noi passiamo dallo scopone scientifico alla briscola, ha messo in piedi uno spettacolo senza pari, dimostrando che un po’ di “ecuiliber” (alla ladina) tra uomo e montagna, tra progresso e natura, tra utopie e realismo, fa stare tutti un po’ meglio. L’ha detto in tivù nelle sei ore di diretta Rai di Alessandro Fabbretti, lo aveva già anticipato il giorno prima all’incontro che Alberto Sorbini, presidente di Enervit spa, l’azienda della scienza in nutrizione, organizza ogni anno con tanti campioni delle due ruote e non solo. E lo ha ribadito persino a chi firma queste note con una emozionante mail. Trovando il tempo di ringraziare – lui che aveva 1500 volontari da governare, 300 ospiti, 9200 corridori, 6 ore di diretta tv – chi aveva scritto con il cuore (sono lusinghe sue, e certo immeritate) della sua corsa. Della corsa di una valle ladina fiera di mostrare le meraviglie che ha avuto in dono. E che non ha buttato nel tritacarne di un effimero progresso.

Alla fine sono andato lungo, come capita sovente quando non c’è il semaforo rosso della colonna riempita. Ma chi ha avuto la compiacenza di arrivare fin quaggiù, me ne farà grazia. Che in questo angolo del web ci siano soltanto “parole in libertà di un giornalista pedalante”, lo dichiaro sin dall’inizio.

e.galigani@laprovincia.it

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In equilibrio sulle Dolomiti

E’ un appuntamento che i frequentatori di questo blog ripropongo annualmente. E il bello è che non mi stanco neppure… Comunque sia, è arrivata l’ora della Maratona dles Dolomites, la regina delle granfondo del ciclismo amatoriale. Una gara che non è una gara ma un viaggio nella bellezza infinita delle montagne e della fatica. Se c’è un paradiso, si potrebbe dire parafrasando i dotti, più o meno potrebbe essere così. Certo, mentre scollini sette passi dolomitici a duemila metri, magari con il freddo che ti entra nelle ossa e il sole che fatica a illuminare il verde smeraldo delle montagne, si è soliti pensare altro… Ma è questione di poco, perché la fatica – quella sana, utile, disintossicante, rigenerante – è un ingrediente necessario per un ciclista, sia pure della domenica. Di seguito vi propongo l’articolo che è apparso oggi sulle tre edizioni del quotidiano “La Provincia” (Como, Lecco e Sondrio) e che tenta di raccontare qualcosa di una corsa che non può essere raccontata. A corredo una bella (spero) intervista con Alberto Sorbini, il presidente di Enervit, azienda comasca che con i suoi prodotti sta al ciclismo come il biancoeneroastrisce alla Juventus.

Maratona La Provincia di Como 28 giugno 2018

di Ernesto Galigani

Se è vero che il numero delle “Gran Fondo”, le corse amatoriali di ciclismo su lunghe distanze, è in costante aumento – persino in un territorio come il nostro dove non si va neppure al bar all’angolo senza le terga appoggiate saldamente all’auto – è fuor di dubbio che la “Maratona Dles Dolomites” ne rappresenti il gioiello della corona. Corvara e l’Alta Badia stanno al ciclismo della domenica come Monza alla Formula 1 e Wimbledon al tennis.
Novemila trecento partecipanti a numero chiuso e previa estrazione, 33 mila richieste pervenute on line da ogni angolo del mondo in mezza giornata, nove passi dolomitici da percorrere in una sorta di circuito naturale completamente vietato a qualsiasi mezzo motorizzato che non siano le auto (elettriche pure quelle) dell’organizzazione e della giuria. Sono numeri imponenti, certo, ma che non bastano a giustificare la “corsa al pettorale” che comincia con la prenotazione a novembre e finisce a febbraio con l’estrazione, tra entusiasmi modello “bimbi all’asilo” e solenni mal di pancia. No, il valore aggiunto sta nello scenario naturale delle Dolomiti, scenario che non ha paragoni con alcuna altra vetta: persino ribadire il fatto che quei monti siano patrimonio Unesco dell’umanità, non rende a sufficienza l’idea. Pedalare tra cime colorate di rosa dal sole del mattino, quasi costantemente oltre quota duemila metri, sfilando tornante dopo tornante in un silenzio che fa rabbrividire dal rumore che (non) produce… ebbene questo e molto altro rendono giustizia alla manifestazione. E naturalmente, per quanto siano belle e suggestive anche le altre competizioni, non c’è Cesenatico, Londra o Roma che tengano.

Quest’anno saranno 46 i comaschi che hanno avuto la fortuna di aver visto il loro nome uscire dall’urna delle estrazioni, 34 i lecchesi (più fortunati, in percentuale) e 16 i volenterosi che arriveranno addirittura dalla provincia di Sondrio. Tra gli anonimi pedalatori incuranti della fatica proposta dai tre percorsi (54, 106 e 138 chilometri la metà dei quali rigorosamente in salita) ci sarà (al debutto) anche il magistrato Vittorio Nessi, classe 1947, comasco doc che vestirà la maglia della Ciclistica di Carugo. Grande sportivo e senza alcun pregiudizio (corsa, sci e tutto quanto fa rima con fatica) il magistrato si è avvicinato al ciclismo e avrà la possibilità di essere al via accanto al figlio Giovanni, residente in Germania e inserito nella lista dei…tedeschi. Ci sarà anche Giulio Gridavilla, altro sportivo molto conosciuto nell’ambiente, classe 1951, di Cantù e atleta del Gs Villaguardia ma anche, nella vita civile, veterinario dell’Asl di Como. E, ancora, Egidio Melazzi di Cavallasca del team Spina Verde che, dall’alto della sua classe 1944, sarà il meno giovane al via della corsa. Già, perché quest’anno non ci sarà Renato Dell’Acqua, classe 1942 di Como, ormai famoso a queste latitudini (e non solo) per essere stato sottoposto a intervento di trapianto ma soprattutto per essere tornato a correre in bicicletta per dare una speranza ai tanti che hanno avuto il suo destino. A Lecco sarà della partita Ugo Tacchini, classe 1962 di Oliveto Lario e atleta dell’Asd Bindella, uno che – per capirci –non correrà soltanto per partecipare, come dimostrano i suoi brillanti risultati delle precedenti edizioni. E dirà la sua anche Antonio Rossi, classe 1968, che prima di darsi alla politica regionale aveva vinto per l’Italia una vagonata di medaglie alle Olimpiadi di Canoa, da Barcellona fino a Sidney 2000. Insomma, un parterre di cui Michil Costa – l’infaticabile presidente del Comitato organizzatore della Maratona – potrà andare fiero. Perché la Maratona, ama ripetere, non è soltanto una corsa. Una filosofia di vita, la sua, che gli ha consentito la più titanica delle imprese: trasformare la corsa delle Dolomiti in un evento che genera indotti milionari all’intera valle ma senza per questo snaturarne la filosofia che l’ha ispirata. Una bella impresa di “equilibrio”, per usare la parola scelta come slogan per l’edizione numero 32.
e.galigani@laprovincia.it

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Io, più Felice che Gimondi

di Ernesto Galigani

Mi rendo perfettamente conto di essere un po’ ripetitivo. Prima ancora che qualche cortese internauta me lo faccia osservare, mi tocca invocare un po’ di sportiva comprensione. Partecipare a una Gran Fondo – le maratone di noi amanti delle due ruote – e poi non scriverne, sarebbe un po’ anacronistico in questa società dove le parole scorrono in (fin troppa) libertà.

L’ultima curva prima del traguardo

E allora, due parole che non sono due sulla Gran Fondo Gimondi di Bergamo, che ho affrontato per la terza volta, bisogna dirle. Presentarsi in griglia – e chi è uso farlo ne è perfettamente consapevole – è di per sé una sfida vinta. Se non sei un navigatore incallito degli oceani ciclistici, finisci per portarti dietro tutta una serie di comprensibili inquietudini: la gomma che si può forare, il tempo che può volgere al brutto, le strade che non sono come spereresti, l’abbigliamento da indossare per non patire troppo caldo o troppo freddo, la media di corsa che sarà sicuramente alta e non ce la farai a reggere, il dolorino al polpacci che fino a ieri sera non c’era, il ristoro presso il quale fermarti a riempire la borraccia… Dettagli, forse addirittura fobie, che da forma diventano sostanza se, come accade a noi, non abbiamo ammiraglie o assistenze al seguito (e ci mancherebbe pure). Ma anche dettagli che immancabilmente spariscono non appena finisce il conto alla rovescia e il vento comincia a soffiarti in faccia.

A fatica ultimata, scorrevo la app del telefonino che ha monitorato tutta la mia fatica, sia pure prudentemente nascosto nella tasca posteriore giusto per non avere l’ossessione del cronometro ma semplicemente quella di guardarmi intorno. Ebbene, ho scoperto con un pizzico di sorpreso compiacimento di aver viaggiato nei primi venti chilometri – fino all’inizio della salita di Gaverina Terme, per capirci – a medie che vedevo soltanto in televisione, ben oltre i 40 in pianura. Merito della scia e delle ruote vergognosamente “succhiate” a chi mi precedeva, si capisce. Ma fa sempre un certo effetto.

Sulla linea del traguardo

Il percorso è collaudato, la gente plaudente, la salita al Selvino – che non è esattamente il Mortirolo – è una iniezione di entusiasmo. E poi San Pellegrino, San Giovanni Bianco e quel lungo, lunghissimo falsopiano (si fa per dire) che porta a Costa Olda prima e alla Forcella di Bura poi. Venti chilometri che non finiscono mai ma che, dopo la svolta di Vedeseta, riconciliano con il mondo. Basta una giornata soleggiata come quella del 6 maggio per avere davanti ai propri occhi la meraviglia della natura. D’accordo, il cielo azzurro, i prati verdi e le mucche al pascolo che fanno ondeggiare il campanaccio, rappresentano l’icronografia più banale e stantìa che non si legge più neppure nei romanzi Harmony. Ma non c’è modo. Soltanto in bicicletta – e a patto che non si stia correndo la cronometro della vita – si ha realmente la percezione di che cosa significhi immergersi completamente nell’ambiente circostante. Pochissimi rumori di motori a scoppio – giusto lo stretto indispensabile – e, in compenso, l’affannoso respiro di tanti di noi mentre mulinano pedivelle e cambi diventati improvvisamente durissimi, molto più duri di quanto non ce li ricordassimo un po’ di chilometri prima. E poi giù a rotta di collo – anche troppo, a onor del vero – verso Brembilla passando per Villa d’Almè e tutti i paesi della cintura bergamasca. Infine il cartello dell’ultimo chilometro, da godersi in beata solitudine, insieme alle proprie gambe affaticate, ai propri pensieri (eccessivamente) esaltati per il risultato ormai lì, a una frullatina di distanza.

E’ l’unico modo per spiegarmi il sorriso – a metà tra l’ebete e il compiaciuto – che ora mi ritrovo a guardare nelle fotografie che mi sono state scattate all’ultima curva e sotto lo striscione. A ben pensarci quelle istantanee così autenticamente “normali” e alle quali neppure stavo pensando, sono il riassunto più sincero di tutta la corsa e valgono, ai miei occhi, più di mille considerazioni e di mille silenziosi ed intimi incitamenti. Le mani, lo confesso, alla fine me lo sono battute silenziosamente da solo, come è giusto che faccia un pedalatore della domenica, che cerca l’appagamento esclusivamente in se stesso, del tutto indifferente al giudizio e ai pensieri di chi sta ntorno. La solitudine degli uomini che non sono primi, verrebbe da dire parafrasando lo scrittore.

Mi viene però da spendere le solite parole, tutt’altro che di circostanza, sulla sicurezza della manifestazione, uno degli elementi fondamentali per non trasformare un divertimento in una roulette russa. A parte la Maratona Dles Dolomites, che rappresenta l’impossibile vetta cui aspirare e non solo metaforicamente, la Gran Fondo Gimondi è un esempio di come sia possibile organizzare manifestazioni tanto imponenti (oltre 4mila partenti) in completa e totale sicurezza. Fin dentro la città di Bergamo al mezzodì di una domenica di maggio, con tanto di staffette motociclistiche a scortare avanti e indietro gruppetti di ciclisti. Negli ultimi 15 chilometri ci sono più rotonde sulla strada per Bergamo che margherite nei campi, eppure la bravura di questi formidabili volontari ci ha consentito a tutti noi di non alzare il piede dell’acceleratore neppure una volta, fino a chiudere quel tratto con quasi 40 di media. Un esempio, lo diciamo senza retropensieri o interessi, per tanti organizzatori improvvisati che magari ti riempiono la pancia di pennette alla fine della corsa ma che prima hanno risparmiato sul numero del personale da mettere in strada.

L’ultimo pensiero va a Felice Gimondi, sempre al cancelletto di partenza. La sua presenza, avvolta nei caldi colori della Bianchi, è tanto carismatica quanto rassicurante per tutti. Non andassimo a 40 all’ora verrebbe voglia di dargli una pacca sulla spalla, quando lo si incrocia alle prime rampe del Pasta. Che gli dei del ciclismo ce lo mantengano in gloria e salute.

Ernesto Galigani

e.galigani@laprovincia.it

 

 

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Ma quanto corrono i tempi che corrono

di Ernesto Galigani

E’ curioso, il bipolarismo che avvolge il mondo del ciclismo amatoriale. Mettersi in mutandoni attillati e pedalare come forsennati per ore sotto la pioggia o il sole, infatti, viene visto con benevolenza, se non addirittura con sincera ammirazione. Suggestive immagini di manager di grandi gruppi, capitani d’industria, serissimi baroni universitari, polverosi giornalisti con l’adipe scolpito, vengono sempre più spesso date in pasto all’opinione pubblica con stravagante nonchalance. Qualcuno, poi- lo avrete visto in tivù o sui giornali – ha persino deciso di utilizzare la propria immagine di italiano in gita su due pedali per pubblicizzare un brand. Ma mica cibo per gatti o gli insaccati sottovuoto un tanto al chilo, si capisce, ma prodotti che sembrano puntare a un target superiore, più “alto”, più cool. E comunque inversamente proporzionale – e qui sta la prima stranezza – all’essenza stessa del ciclismo, sport povero e popolare per definizione, non foss’altro perché è l’unico nel quale non è previsto il pagamento di un biglietto di ingresso.

Forse c’è dell’involontaria esagerazione in queste parole, probabilmente legato al fatto di avere un occhio più attento alle cose di casa propria. Ma, così a memoria, provate a tirarvi in mente brand pubblicizzati da manager-sciatori (sport di ricchi e per ricchi, probabilmente) o da industriali- cavallerizzi (sport di superircchi e per supericchi, di sicuro). O, ancora, da cantanti in pantaloncini da calciatore e maniglie dell’amore da pensionato. No, non è cosa…

Ciclista amatoriale sinonimo di successo,

In Valle Imagna, provincia di Bergamo

dunque, quasi che la pedalata – compresa quella mostruosamente trascinata su per impervi tornanti montani – sia la metafora dell’uomo moderno, che deve sputare l’anima per arrivare in cima ma che, in qualche modo, ce la può sempre fare. Moda del momento, si capisce (e ci tacciamo subito per non cadere nella sociologia un tanto al chilo) che si trasla, quasi inevitabilmente, nel fiorire di manifestazioni dedicate (le mie amatissime Gran fondo), nel proliferare di aziende a tema (a cominciare da quelle di abbigliamento e accessori) e nel rinnovato glamour delle aziende ciclistiche di casa nostra. Entrare in certi negozi di bicicletta – che infatti tendono a chiamarsi store, al posto del vecchio “ciclista” – è come varcare la soglia di una gioielleria. Altro che puzza di copertoni, anziani signori con il mozzicone penzolante e la tuta blu da operaio macchiata di catena… Adesso ti trovi a fare i conti con ex ciclisti (veri) in divisa d’ordinanza, modelli cari come il fuoco montati su palchi piattaforme che è impossibile trattenere la voglia, macchinari supertecnologici azionati a colpi di bottoni colorati che ti restituiscono il velocipede come nuovo.

 

Ebbene, a un quadro tanto fascinoso e patinato fa da contraltare l’altra faccia della medaglia. Che è quella che sperimentiamo tutti noi sulle strade. Già, perché appena finito di mostrare al figliolo scapestrato l’immagine del grande industriale che scala il Pordoi in punta di sella, l’italiano medio scende in garage, si riappropria della sua metallica metà e si lancia a capofitto nella giungla di asfalto che tanto odia perché tanto ama. E al primo incrocio, al primo ciclista che incrocia – magari proprio quello che ha ammirato in tv, che ne sa lui, del resto? – ecco una bella strombazzata, un bel vaffa di grilliana memoria, un invito a raggiungere i parenti che hanno già dato su questa terra. Per non parlare delle gare ciclistiche – giovanili e non – che segnano il calendario di questo periodo. Tutti incolonnati all’incrocio, sbuffanti e imprecanti con lo stewart in pettorina gialla che invita ad aspettare cinque minuti cinque il passaggio (rapidissimo) dei ragazzi in bicicletta. E io ho un impegno, e questa è una vergogna, e con tutte le strade che ci sono dovete venire proprio qui a rompere i maroni… Poi si va a casa, ci si stravacca sul divano con il retrogusto di salsiccia grigliata ancora nel palato e la birra saldamente stretta nell’altra mano per guardare il Giro d’Italia che ricomincia. E lì a discettare di tattiche, di gambe che non girano, di notti brave dei campioni che poi è normale che si riducano così, mica fanno più vita da professionisti. E poi il doping (che si vergognino, buttano giù di tutto)e poi il motorino elettrico nascosto nei tubolari, e quello che lo ha spinto in salita perché se no mica ce la faceva… E tutti Cassani per una manciata di giorni.

Fenomenologia dell’italiano medio, insomma. Metafora dell’uomo qualunque che ama lo sport e che in fondo lo detesta. Simbologia della fatica ma l’unica che viene accettata, alla fine, è quella del divano con la pancia in libertà e le gambe sollevate. Ce ne faremo una ragione ma, quando in tivù comparirà in body l’uomo dei tempi che corrono, sarà inevitabile un sorrisino sotto i baffi.

e.galigani@laprovincia.it

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