Nostalgia del 5 maggio. In bicicletta

di Ernesto Galigani

C’era la neve, sui tornanti del Selvino. C’era il Felice, con la felpa Bianchi e la bandiera. C’era la “Gran Fondo Gimondi”, al Lazzaretto, con tutti noi in sella alle biciclette e avvolti negli impermeabili.

E’ passato un anno, da quel 5 maggio e non c’è più nulla. Da giorni, sul Selvino splende il sole, la “Gimondi” è stata spazzata via dall’emergenza. E, soprattutto, non c’è neppure il Felice, che se n’è andato nel paradiso dei campioni in pieno agosto.

Avremmo dovuto intuire, un anno fa, che la furia degli elementi fosse un presagio. Un brutto presagio, di quelli che ti avvertono quando il mondo comincia ad andare a

Bergamo, la partenza della “Gimondi”

l contrario. Nella mente c’è ancora il viaggio verso Bergamo, con la bicicletta nel baule, il termometro che fatica a superare lo zero e la pioggia che picchia con violenza sul parabrezza.”Grandine grossa, acqua tinta e neve, per l’aere tenebroso si riversa”, per dirla con il Sommo.

Già. Partire o non partire? Cuore o ragione? Al parcheggio di Monterosso, mentre albeggiava, anche il cielo ci diede un taglio. E i dubbi vennero spazzati via d’un botto: si parte, eccome se si parte. Eravamo pochi, molti meno dei quattromila che si erano iscritti un sacco di mesi prima, perché qualcuno con la testa a posto c’è anche tra di noi. E chi scrive non era tra quelli. Anche il Felice, per una volta, non era in bicicletta ma stava sulla linea di partenza, con la

Salendo al Selvino sotto la neve

bandiera e si intuiva quanto fosse a disagio, lui che le braccia le usava per far forza sui pedali, mica per stringerci un microfono. Ma ci invitava a stare attenti, ad andare piano che dirlo a matti come noi (e come lui) ancora scappa da ridere.

Non avevamo ancora imboccato il Giulio Cesare quando il cielo si era riaperto. Nuvole di acqua davanti, dietro, dall’alto e dal basso. Non c’erano i curiosi alle finestre, su per il Pasta. E anche la salita al Colle Gallo ci era parsa più triste, con le persiane chiuse, le strade vuote e il rumore della pioggia sull’asfalto mischiato a quello delle pedivelle. Non parlava nessuno, non c’erano gli sfottò delle altre volte, non c’era lo spiritosone di turno a dirci che dai, è quasi finita. E poi giù verso Nembro che a nessuno di noi sarebbe mai venuto in mente che un giorno sarebbe potuto diventare “zona rossa”. Zona rossa di che? Per noi è solo l’inizio del Selvino, una salita che quanto il cielo non dà di matto è uno spettacolo della natura. Difficile ma neppure troppo, con i tornanti che si arrampicano con dolcezza e consentono all’occhio di vagare all’orizzonte. Non lo scorso anno, ovviamente. Le nuvole erano grigie, basse e la pioggia sembrava non finire mai. Poi “la terra lagrimosa diede vento” e, a metà della salita, ecco la neve. Un fiocco, due, dieci e poi senza soluzione di continuità. Ma non è il 5 maggio, ci si interrogava con gli occhi? E che vuol dire, dai tempi di Napoleone e del suo cantore, quello non è mica un giorno come gli altri e, più profanamente, ne sanno anche qualcosa i tifosi dei neroazzurri (sbagliati) che avevano uno scudetto in tasca e lo buttarono via, Dio solo sa come e perché.

Ma la salita sotto la neve non fa paura. Suona persin romantico l’incedere delle pedalate, con il pensiero che corre ai campioni che l’hanno incontrata sul Gavia e sullo Stelvio, coperti assai meno di noi. A spaventare è la discesa che la segue, con i guanti fradici, le dita violacee paralizzate dal freddo che neppure si riesce a dar di cambio, e il gelo che passa sotto la mantellina, si insinua nella maglietta termica e ti costringe – quanti ne ho visti – ad accostare al tornante, accanto alla prima ambulanza, a chiedere la grazia di un passaggio.

Giù, a rotta di collo, a Bracca, e poi a Zogno, che di svoltare verso San Giovanni Bianco e la Val Taleggio non è proprio giornata. Fino allo striscione d’arrivo, mai così sognato, mai così lontano. La coperta delle hostess, il the bollente buttato giù d’un fiato come fosse Coca Cola e il tremore, improvviso e incontrollato, a dare il cambio all’adrenalina. E, detto tra noi e a bassa voce, la soddisfazione, l’orgoglio, l’autocompiacimento di essere lì, di non aver ceduto alle lusinghe della ragione. E non importa, si capisce, che nessuno potrà scolpirà quella pazza mattina sulla pietra della storia del ciclismo. Mica si corre per la gloria, all’età nostra.

C’era anche il Felice al traguardo, compiaciuto e paterno, dispiaciuto e orgoglioso. E noi a dirci e a dirgli che ci saremmo stati anche l’anno dopo, il 10 di maggio del 2020. Cosa mai avrebbe potuto accadere di più a questa corsa, sopravvissuta anche alla tormenta e alla neve?

Temer si dee di sole quelle cose c’hanno potenza di fare altrui male”, diceva la musa del poeta. Questo è un altro 5 maggio. Il Felice non c’è più. Non c’è più neppure la sua Gimondi. E chissà quanti di quei miei compagni di avventura che arrivavano dai quattro angoli del pianeta non ci sono più, vinti dalla più terribile e dolorosa delle salite. La sola che non prevede discesa.

Ernesto Galigani

Pubblicato in ciclismo | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Maratona dles Dolomites, un quadro da finire

di Ernesto Galigani

La Maratona dles Dolomites, se guardati con gli occhi di quell’arte che sarebbe stato il tema dell’edizione 2020, è un campo di girasoli di Van Gogh (e senza corvi). Ci vorrebbe un esperto per spiegare perché quei toni gialli così vivaci fino alla violenza cromatica rappresentino – sia pure ai soli occhi di un giornalista pedalatore senza strumenti critici per discuterne – così bene la regina delle corse ciclistiche per amatori.

Ma, adesso, è forse la “Notte stellata sul Rodano” – dipinta al lume di candela, secondo leggenda – l’immagine più appropriata a rappresentare questo periodo di tormentata fragilità. Una notte buia ma non nera. Cupa ma, per quanto possa apparire paradossale, vivida per il colore delle stelle. Misteriosa come il futuro che ci attende ma non necessariamente funesta all’infinito.

Se il vostro cronista fosse qualcosa di più e di meglio di un onesto pedalatore della parola, forse riuscirebbe a rendere più compiutamente l’accostamento – tutt’altro che ardito – tra arte e bicicletta. Un connubio che avrebbe dovuto rappresentare, per l’appunto, il tema dell’edizione che non ci sarà, quella del 5 luglio.

Non si dica, per favore, che sarà mai di una corsa ciclista per “corridori diversamente bravi” cancellata  dal destino. La Maratona dles Dolomites  non è forse neppure una corsa, se vogliamo portare tutto all’iperbole. E’ il quadro più bello del ciclismo non professionistico, che non c’entra nulla con quello delle radioline e delle magliette sgargianti, dei rapportoni e del cronometro che segna una carriera. Non a caso, a capo del Comitato organizzatore, c’è un personaggio come Michil Costa che è lontano anni luce dal prototipo dell’organizzatore di corse. Di certo ha più le fattezze del critico d’arte. Così attaccato alla sua terra ladina da apparire stravagante anche solo nel vestire (e nel calzare scarpe il meno possibile), così appassionato da coinvolgere mezzo mondo nella sua impresa, così colto da prendere alla sprovvista anche chi colto lo è già di suo. Così profondo da porre con leggerezza al centro della scena temi che di anno in anno sono sempre meno banali e appaiono così lontani dall’iconica retorica del “mamma, sono contento di arrivare uno”. L’amore, l’arte e – lo scorso anno – l’equilibrio (ecuiliber) che racchiude in se stesso l’essenza dell’uomo e della vita. Un tema quasi profetico, se letto con gli occhi del presente.

Non tutti i 9.300 partecipanti alla corsa più famosa del mondo se ne rendono conto, lui stesso ne sarà il primo ad esserne consapevole. Ma poco importa, perché quel tema disegnato sulla maglietta, raccontato nelle brochure, mostrato in televisione, è un seme che si trova a proprio agio anche nel terreno più arido.

Michil Costa e Alberto Sorbini di Enervit

Tutto questo – ed è solo una piccola parte di quello che si potrebbe scrivere – è la Maratona dles Dolomites. Un messaggio dai mille significati che si sublima nel giorno della gara, il giorno più lungo, il giorno più faticoso e forse per questo il giorno più bello. A Corvara e in Alta Badia, in quella domenica speciale, non circolano i veicoli a motore. Non ci sono i fumi di scarico ad avvelenare i passi dolomitici che il ciclismo ha reso celebri  nella storia dell’umanità pedalante (quasi) quanto Colui che ha disegnato quelle montagne.  C’è il meraviglioso silenzio della natura, come se il quadro quotidiano davanti agli occhi – per un giorno ed un giorno solo – assumesse i colori accesi della pittura di Van Gogh. Pennellate di una bellezza quasi violenta. Chi ha partecipato a questa manifestazione – e il vostro cronista ha avuto l’onore di averlo fatto cinque volte consecutive – può capire perfettamente (anche se avrà difficoltà a tradurla in parole) che cosa significhi, in queste condizioni, salire sul Pordoi, sul Sella, sul Gardena, sul Campolongo, sul Falzarego e sul Valparola. Un silenzio così naturale da apparire innaturale, rotto dal cigolio del pedale ma non più dalle parole, ricacciate in gola dalla fatica e dalla stordente bellezza di cui si è circondati a 360 gradi.

Dovremo fare a meno di tutto ciò. Non già di una medaglia o di una maglietta, perché noi non siamo corridori che “un posto vale l’altro” e gli striscioni d’arrivo sono tutti uguali. Dovremo fare a meno di un quadro così intimistico che soltanto lì, e soltanto quel giorno, si può apprezzare. Michil, se mai avrà l’opportunità di spendere qualche minuto per queste parole buttate su carta, sappia che questa pausa non scoraggerà nessuno di noi. Lo sappiamo bene, anche su quelle vette incontaminate, benedette da Dio e dagli uomini, adesso si avverte il silenzio della paura, lo strazio degli addii senza ritorni, lo smarrimento di un futuro che non si conosce e che, comunque, non sarà più uguale a quello che si immaginava prima.

Ma, dopo la Notte stellata sul Rodano, tornerà la luce dei girasoli. L’edizione 2020 della Maratona è un quadro incompiuto, rimasto appena abbozzato sulla tela ma, proprio per questo, è un quadro da ultimare. Questa pandemia ci ha lasciato – almeno questo – il gusto dell’immaginazione, il sottile piacere dell’attesa che è piacere esso stesso.

e.galigani@laprovincia.it

Pubblicato in ciclismo | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Piange il semaforo. E suonano i tromboni

di Ernesto Galigani

Non so voi. Mi sono un po’ stancato di leggere – un giorno sì e l’altro pure, su giornali e social, piattaforme tv e stimate riviste di costume – stucchevoli, barbose, banali e insulse banalità attorno al mondo del ciclismo.

No, non quello professionistico perché, da che mondo e mondo, chi non sa… insegna. E allora, nei giorni comandati del Tour e del Giro d’Italia, siamo tutti un po’ Cassani, tecnici specialisti che discettano di rapporti e

La magia della bicicletta

deragliatori con la disinvolta naturalezza che utilizzerebbero per spiegare a chi ne sa ancor meno di loro i segreti della meccanica quantistica.

 

Mi riferisco, invece, alle fotografie che compaiono con grande regolarità sui social (e sono subito riprese dai giornali, si capisce) e che, normalmente, ritraggono il ciclista di fronte o oltre un semaforo. Segue la didascalia: ecco un altro eroe della domenica che non si ferma davanti al rosso. La variazione sul tema è rappresentata dall’immagine di un gruppo di ciclisti in movimento: guardate, occupano tutta la strada, non se ne può più. Il terzo esempio è quello della fotografia che trovate qui sotto e che, credetemi sulla parola, è apparso su una di queste pagine facebook. Idioti da tastiera, più che leoni.

Il copione, così banale nella sua mediocrità, si ripete sempre uguale, come se a scriverlo fosse sempre lo stesso sceneggiatore. Funziona così: insulti assortiti, predicozzi sulla pericolosità delle strade, divagazioni assortite sul fatto che le strade sono fatte per le auto e non per chi va in bicicletta, discettazioni più o meno grevi sull’abbigliamento colorato, patetiche invettive sulle carriere a scoppio ritardato che si vorrebbe ricostruire in età

Odiare via social. Ecco un post vero apparso qualche settimana fa

avanzata e, man mano che la vena si chiude, dubbi sulla moralità di mamma e moglie fino all’invito  neppure velato a porre drasticamente fine a questo scempio, foss’anche con un bel tamponamento. Così imparano… Un elenco di scemenze semplici semplici perché i vocabolari non sono patrimoni immateriali dell’umanità e, a molte di queste persone, risulta difficile trovare una qualche parvenza di sinonimo persino con Google.

 

Purtroppo, e lo osservo con rammarico, c’è sempre qualcuno che, lodevolmente animato da nobili intenzioni, cerca di discernere il grano dal loglio, imboccando la tortuosa via del dialogo. Strada senza uscita, viene da commentare visto che, atteso come il Messia al tempo di nostro Signore, questo martire della parola viene puntualmente e rapidamente fatto oggetto delle contume

I commenti apparsi a corredo della foto

lie più varie. Fino a quando il poveretto decide di non stare più sul pezzo, ritirandosi in buon ordine, lasciando che il dialogo tra sordi continui. Del resto, come diceva un celebre uomo dagli aforismi semplici, non si deve mai discutere con un idiota. E un altro, più sbrigativo ancora, osservava che c’è poco da discutere: quando uno è un coglione è un coglione. Punto e a capo e, per una volta, al bando le buone maniere.

Inutile, di conseguenza, provare a utilizzare la materia grigia, magari per osservare – così di sfuggita – che non esiste persona mediamente sana di mente che oserebbe passare in una bicicletta nel bel mezzo di un incrocio stradale mentre il semaforo è rosso. E quando accade, molto semplicemente, è perché si tratta di un incrocio a raso senza pericoli, che offre visibilità delle strade che convergono su quell’incrocio.

Inutile, per fare un altro esempio, stare a sottilizzare a colpi di codicilli che non c’è alcuna legge che vieti il procedere accostati “di un massimo di due biciclette”. E, se la strada non consente il sorpasso, l’automobilista – per quanto questo possa alterarne l’ego – non ha che da aspettare il momento più propizio, Come gli accade quando incrocia un trattore, un pullman, un’Ape car, un autoarticolato, un mezzo eccezionale, una pattuglia della Polizia Stradale magari… O come quando è costretto a rimanere in coda per ore perché sulle strade ce ne sono tanti come lui. E mica si possono prendere tutti a sportellate.

Inutile, infine, cercare di spiegare che la generalizzazione di un comportamento finisce per falsare la proporzioni della realtà. Sarebbe come dire, giusto per trovare una similitudine non azzardata, che tutti gli automobilisti guidano con il telefono appiccicato all’orecchio. O che tutti gli automobilisti sono soliti fare di tutto mentre sono al volante: voltarsi a controllare i figli che stanno sul sedile posteriore, litigare con la moglie, saltare i semafori rossi (sì, lo fanno pure loro), ignorare gli stop, pretendere di fare sorpassi (ai ciclisti) all’interno di una rotatoria, clacsonare al pedone che attraversa sulle strisce.

Sarebbe come dire che tutti gli automobilisti sono come quel “signore” – per raccontarvi una storia di vita vissuta – che, un paio di settimane fa alle porte di Lecco, ha sorpassato due ciclisti in fila indiana (uno era chi scrive) su una strada con il separatore di corsia in cemento e poi, incurante del fatto che tutti non ci si stava, è rientrato verso destra urtando e facendo cadere il “collega” che era davanti. Non solo. Ha rallentato e, quando ha visto il ciclista dolorante sull’asfalto, ha pigiato il piede sull’acceleratore allontanandosi. O dandosi alla fuga, che forse mi sembra una frase più adatta alla circostanza. Mica tutti sono così, no?

Tempo perso. E mi sorprendo io stesso a quello che sto stupidamente dedicando all’argomento. La realtà, più tristanzuola, è che siamo tutti un po’ ipocriti. Capaci di elargire buoni consigli soltanto quando non riusciamo più a dare il cattivo esempio. Bravissimi nel postare fotografie di panorami mozzafiato, discettando sullo smog che tutto ingrigisce ma poi altrettanto rapidi nel fare la corsa dal concessionario per acquistare il più potente ed ingombrante dei Suv. Fenomeni nel plaudire la battaglia ecologista delle Grete di turno, regalando le borracce in alluminio a tutti gli amici che fa così politicamente corretto. Ma altrettanto veloci nel raggiungere la piazza della manifestazione con il proprio rombante 3000cc sotto il sedere. Eroici nell’agognare una vita più sana, all’aria aperta, lontana dalle contaminazioni moderne e poi severissimi maestri nel prendersela con i ciclisti che, chissà perché, loro l’aria buona cercano davvero di respirarla, senza vomitare ossido di carbonio e polveri sottili sulle montagne di mezzo mondo.

Mi piacerebbe credere che sia l’invidia a muoverli: sanno che con i loro addomi pieni di hamburger e birrette, di spritz e patatine non riuscirebbero neppure a pedalare in discesa e allora se la prendono con chi – per scelta, vanità o stupidità, fate un po’ voi – preferisce cenare con riso bianco e bresaola. Purtroppo, temo che ci sia qualcosa di peggio dietro questo comportamento C’è l’italiano medio. Forse ci siamo tutti noi.

e.galigani@laprovincia.it

Pubblicato in ciclismo | Lascia un commento

Il ciclismo e le cronache da un paese (in)civile

di Ernesto Galigani

Ne abbiamo parlato in tono scherzoso e in tono serio. Con ironia e disincanto. Con perfidia e con tolleranza. Fino a pensare, di quando in quando, di aver persino esagerato. Quasi che ci fosse una questione quasi personale tra noi che andiamo in bicicletta la domenica (e non solo) e quelli che, invece, non possono o non vogliono fare a meno dell’auto.

No, non è così. Basta una “scrollatina” a Google per rendersi conto che il numero dei ciclisti investiti (e non di rado uccisi, perché le cose vanno chiamate con il loro nome) aumenta sempre di più. Uno ogni trenta ore circa, dicono le statistiche, che pure dimenticano quelli che cadono e se la cavano con qualche bottarella all’anca, quelli che finiscono in ospedale con la clavicola rotta e quelli cui va di lusso e, per dirla con il commissario tecnico della nazionale di ciclismo, perché “escono in bicicletta e tornano a casa miracolosamente vivi”.

Le cronache delle ultime settimane sono zeppe anche di “vittime” illustri, con la fortuna di essere volti noti e di poter essere qui a raccontare l’accaduto. Dal professionista Alessandro De Marchi del Team Ccc (“Sono stufo, letteralmente stufo e con i nervi a fior di pelle. Ho ancora male alla gola dal troppo urlare e inveire contro l’ennesimo automobilista durante l’ennesimo “quasi incidente” in cui sono stato coinvolto oggi. Non ce la faccio più”) alla campionessa Letizia Paternoster (“Ero al centro della rotonda quando la macchina mi ha agganciato al centro del cofano. L’auto mi ha trascinato avanti, poi ha inchiodato e sono caduta giù. Il guidatore si è fermato, piangeva, ha ammesso le sue colpe”). Fino a Vincenzo Nibali sulla Gazzetta di oggi: “Ho paura anch’io: ora basta”. E potremmo andare avanti per pagine e pagine nel raccontare testimonianze o, peggio, cronache di morti ammazzati sulle strade.

 

La Provincia di Cremona

Eppure, in questo strike praticamente quotidiano, fa rumore soltanto il grande silenzio di chi, invece, dovrebbe urlare la propria indignazione ai quattro venti. Tolto Davide Cassani, per l’appunto, e i diretti interessati che raramente bucano lo schermo, c’è il silenzio assoluto. Non sono neppure paragonabili i fiumi di inchiostro che (legittimamente, sia chiaro) vengono versati ad ogni incidente stradale, quasi che l’uno sia un vero problema sociale (di alcool, di droghe, di velocità eccessiva) e l’altro, invece, un qualcosa di ineluttabile, da archiviare con una prece e un’alzata di spalle.

Il Giornale di Brescia

Certo, la categoria dei ciclisti non è in cima alle simpatie (tranne quando c’è il Giro d’Italia, perché all’improvviso sappiamo tutti di cerchioni, tubolari, rapporti e battiti). Per quali motivi, oggettivamente, non è dato di sapere se si pensa – giusto per fare qualche esempio – che dovrebbero essere la bandiera della manifestata (a chiacchiere) mobilità sostenibile inseguita da tutti i politici di casa nostra; i testimoni viventi dell’attività fisica tanto raccomandata dai nostri medici; il manifesto dell’ecologia in stile Greta Tumberg che fa tanto figo sui giornali

La Gazzetta dello Sport

progressisti.

In realtà, è una banale questione culturale. In Italia l’auto continua a rappresentare uno status symbol e tutti le vogliono sempre più grandi e sempre più potenti, a dispetto delle strade sempre più trafficate e sempre più strette. Se a ciò aggiungiamo l’industria dei telefonini – che ogni automobilista si porta alla bocca non appena accende il motore – e quella dell’alcool, altro totem intoccabile del made in Italy, il quadro è completo.

L’Arena di Verona

La madre di tutta la questione – e ne abbiamo parlato a profusione su queste colonne – è che gli automobilisti non vanno in bicicletta (mentre accade sempre il contrario) e quindi non hanno alcuna percezione di che cosa significhi essere sfiorati dallo specchietto di un Suv mentre si viaggia a 40 all’ora in pianura o, ancora, cosa voglia dire essere costretti a spostarsi verso il centro della carreggiata perché l’asfalto è completamente devastato dalle buche. A ciò si aggiunge, per l’appunto, la mentalità distorta da tanti anni di piede spinto sull’acceleratore. Pensateci. Ogni automobilista – e lo vediamo tutti i giorni – è disposto a fare ore e ore di coda sulle strade per andare in ufficio o in gita, ma non tollera di aspettare cinque secondi cinque che un ciclista rientri da un sorpasso (anche noi ne facciamo) o esca da una rotatoria, dove avrebbe gli stessi diritti di precedenza di qualsiasi veicolo.

Un altro esempio, di questa Italia tutta strana. In un piccolo paese della provincia di Lecco – Olgiate Molgora – esisteva una strada troppo pericolosa per consentire il transito a doppio senso delle auto. Di qui la brillante idea degli amministratori: senso unico e una parte della carreggiata destinata ai ciclisti e ai pedoni. Senza marciapiedi, rientranze, strani marchingegni: una banalissima ed efficace striscia gialla. Tutto bene (e zona improvvisamente tornata frequentata da pedoni, padroncini con il cane, bambini, ciclisti) fino al sindaco successivo che del ripristino di quella specie di tangenziale ne aveva fatto addirittura un punto irrinunciabile del suo programma elettorale. Adesso annuncia, tutto tronfio, di essere riuscito nel proposito. Doppia corsia come prima, pericolosa come prima, senza neppure un marciapiede minuscolo per i pedoni e con i ciclisti costretti a convivere con il traffico. E nel punto più stretto un bel semaforo per “affumicare” gli abitanti della zona, che infatti hanno subito avviato una corposa ed ovviamente inascoltata raccolta di firme. E guai a parlargli di mobilità sostenibile: quel sindaco – ma è uno dei tanti, non pensate male – ti taggherebbe un pippone sull’importanza dell’auto lasciata in garage. A patto che non sia la sua, ovviamente.

A queste latitudini le cose vanno così. Che fare, dunque? La migliore delle soluzioni sarebbe quella di fare lobby, nel senso più nobile del termine. Parlarne sempre, parlarne molto e parlarne con cognizione di causa. Costringere gli amministratori comunali a realizzare non delle costosissime e pericolose pista ciclabili (solo un pazzo può ragionevolmente pensare di far convivere pedoni e ciclisti, le due categorie più a rischio, su una minuscola strisciolina d’asfalto) ma a tirare una riga gialla su ogni strada dove ciò è possibile. E costringerli, quando se ne progettano di nuove, a farle più larghe perché una terza corsia sia dedicata alla mobilità sostenibile. Come le corsie d’emergenza delle autostrade e mai come in questa occasione la parola emergenza ha davvero un senso.

Gli esempi in questo senso sono tantissimi. Dalle corsie preferenziali di Londra, alle rotatorie solo per ciclisti dell’Olanda, passando per Canada, Australia e, in genere, tutte le nazioni più culturalmente evolute. Dove, peraltro, le auto continuano ad essere prodotte ed essere utilizzate, come deve essere. Ma, loro, anziché il telefonino, ci portano appresso il buon senso.

Ps: Allego qualche titolo di giornale pescato a caso. Così, giusto per capire che da ridere o da sfottere c’è ben poco.

e.galigani@laprovincia.it

 

Pubblicato in ciclismo | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Pedalo e dunque sono. O no?

di Ernesto Galigani

“Andare in bicicletta rallenta l’invecchiamento”. “I ciclisti sviluppano maggiormente le capacità cognitive”. “Gli amanti delle due ruote hanno più fortuna nelle professioni”. Si potrebbe andare avanti per un bel pezzo, a rendere conto dei (fantomatici) studi che riempiono – e qualche volta intasano – l’infinito mondo del web. Forse sono il solo a pensarlo, ma questa ossessiva ricerca della auto-celebrazione, basata su dati scientifici che di scientifico hanno ben poco, ha il sapore della plastica, del parlare per non dire nulla.

L’incrocio di Melbourne con precedenza ai ciclisti

Per concludere che l’attività fisica (e vale anche per chi nuota o corre a piedi, ovviamente) aiuta a mantenere efficiente il proprio corpo, non è affatto necessario scomodare il “professorone” di turno. Così come non bisogna aver studiato ad Oxford per concludere che pedalare stimola una sensibilità più spiccata su alcune tematiche, dall’importanza dell’ambiente fino all’efficienza delle infrastrutture, giusto per citarne un paio. Un po’ come dire, e mi si passi il paragone, che uno chef è in grado di indicare proprietà e benefici di un cibo piuttosto di un altro… Bella scoperta.

Ciascuno di noi è fin troppo indulgente verso se stesso e i propri comportamenti. Fa parte della natura umana. Ma quando la benevolenza diventa autocelebrazione,  rischia di trasformarsi in una sorta di settarismo ideologico che non giova alla causa.

Intendiamoci, raccontare di biciclette – non dico ciclismo, che sarebbe troppo – è sempre cosa buona e giusta ma l’assioma secondo il quale “pedalo e dunque sono” è un cartesianismo un po’ troppo spinto.  In questa fase storica – e meno male, direi io – il mondo del ciclismo sta vivendo un momento di grande esposizione mediatica, inversamente proporzionale – se ci riflettete un attimo – al numero degli incidenti e delle vittime. Si parla tanto di ciclismo ma, questo è l’altro lato della medaglia, sulle strade ci si fa male (e si litiga con gli automobilisti) come e più di prima.

Corsie riservate ai ciclisti nel centro di Londra

Non c’è contraddizione, se non apparente. Perché gli uni e gli altri – ciclisti e automobilisti – si muovono sullo stesso (accidentato) terreno e spesso la convivenza è difficile. Molte delle persone che sul Civiglio incoraggiavano Vincenzo Nibali all’ultimo Giro di Lombardia, sono le stesse che non hanno voluto l’arrivo a Como della Gran Fondo Lombardia degli amatori, perché avrebbe causato la chiusura di una manciata di strade e di una corsia dello sgangherato lungolago. Quelli che applaudivano invasati, come se fin lì avessero vissuto di pane e catene, sono gli stessi che l’indomani – davanti a un ciclista che sbanda per evitare una buca – si lascia andare al turpiloquio più spinto, pescando nel pozzo nero della sua anima improperi che neppure immaginava di conoscere. Sono gli stessi – e poi mi pianto – che su una pagina facebook (la sto ancora cercando, appena ci metto le mani sopra ve la proporrò) si lamentava per essere stato costretto a rimanere dietro una bicicletta, ammettendo – in una selva di applausi telematici – di aver faticato a resistere alla tentazione di “stirarli”, che “così imparano”.

Che fare, dunque? Meno ghetto e più piazza, si potrebbe riassumere in uno slogan. Perché quando i ciclisti sono tanti – pensate a certe domeniche di luglio sulle strade di montagna – anche il “lupo automobilista” si trasforma in agnello. Non facendo sorpassi a filo specchietto, non aggrappandosi al clacson, non mostrando il dito medio e neppure avanzando dubbi sulla moralità della consorte che sta a casa. Insomma, prendendo coscienza di non essere, almeno in quel momento, l’unico padrone dell’asfalto. Incoraggiare la “ggente” a prendere la bicicletta per percorrere i duecento metri da casa all’edicola (se sono di più, ci sono pure quelle assistite), pungolare gli amministratori pubblici affinché rendano la vita sempre più difficile alle auto soprattutto nei centri storici, proporre manifestazioni cicloturistiche, randonnèe e gran fondo con frequenza: questo è il lavoro che ci attende. Mentre gongoliamo di soddisfazione – si capisce – all’illusione di non invecchiare mai (e tutt’al più di farlo in bicicletta).

In un’area come la nostra – tra le più densamente popolare d’Europa – queste ricette suonano come bestemmie. Ma è soltanto un’impressione. Per dire, Londra – che non è esattamente un quartiere di Sesto San Giovanni, ha un traffico ridotto al minimo sindacale (merito dei mezzi pubblici) e sulle sue strade propone corsie riservate ai ciclisti – sì, proprio così, con tanto di semaforo incorporato e precedenza di rigore. A Melbourne, in Australia, hanno addirittura sperimentato un incrocio a precedenza ciclistica, tutto colorato di verde che non sfuggirebbe neppure a un orbo. Altro che le vetuste piste ciclabili, dove si vorrebbe confinare – in una situazione di promiscuità pericolosa per tutti – pedoni e ciclisti. No, corsie riservate come quelle per i bus e i tram, con l’ovvia raccomandazione a che vengano fatte rispettare. Perché quella che serve non è una battaglia ideologica o una guerra di trincea. Ma una rivoluzione culturale che, se non proprio dal cervello, parta almeno dalla pancia. E dal portafoglio.

Ernesto Galigani

Pubblicato in Alex Zanardi, ciclismo, ciclismo amatoriale, Gazzetta dello Sport, gran fondo ciclismo, Michele Scarponi, Paolo Bellino, Rcs Sport, Senza categoria, sport | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Il dramma di Edo, la rabbia di pochi

di Ernesto Galigani

Edo Mass è un ragazzone olandese di 19 anni che il 6 ottobre scorso, in occasione del Piccolo Giro di Lombardia riservato agli Under 23, è stato travolto da un’autovettura condotta da una donna che aveva ignorato la chiusura della strada. La corsa stava passando in quel momento ed Edo non ha potuto far nulla per evitare l’ostacolo: trasportato all’ospedale in gravissime condizioni, è rimasto per giorni in coma indotto. Non morirà, hanno detto i medici, ma ha riportato gravi lesioni al midollo spinale e ben difficilmente potrà tornare a camminare. Una sentenza terribile.

L’articolo della Bbc

Sul mio giornale, all’indomani del terribile incidente, avevo scritto un articolo di commento alla notizia, ribadendo quello che i lettori di questo blog conoscono assai bene. Non l’avevo riportato qui, quell’articolo, forse nell’inconscia speranza che non finisse come i medici avevano lasciato intuire sin dalle primissime ore. Lo faccio adesso, con la morte nel cuore e la rabbia per l’ennesima tragedia che si poteva evitare. Con un po’ di attenzione e, soprattutto, con un po’ di rispetto per chi viaggia in bicicletta.

Ma quello che infastidisce, davanti al dramma di questo ragazzo, è il distacco – che sconfina persino nell’indifferenza – dei mezzi di comunicazione, social compresi. Quegli stessi strumenti dai quali trasudano lacrime e disperazione (legittimi) quando un’auto si schianta al ritorno da una serata ad alto contenuto alcolico in discoteca e quegli stessi social dove compaiono inviti più o meno espliciti ad avere sempre meno pazienza con chi va in bicicletta.

L’articolo del giornale spagnolo As

“Ah, ma i ciclisti stanno sempre in gruppo e in mezzo alla strada”, bofonchiano i leoni da tastiera. Sarà, ma anche questa volta non è andata così: Edo stava partecipando ad una delle corse più importanti del calendario giovanile, la strada era chiusa, gli incroci vigilati e il gruppo preceduto dalle staffette dell’organizzazione. L’altra, l’investitrice, è scesa da una strada in contromano, ha “forzato” una chiusura e si è immessa nella provinciale senza alcun accorgimento. Fino a quando?

di Ernesto Galigani *

L’articolo de La Provincia di Como

Il luogo comune vuole che il ciclista sia il principe della diseducazione stradale. Non si ferma al semaforo rosso perché è così stupido da giocare alla roulette russa con gli automobilisti; non ama pedalare in fila indiana perché ha l’insopprimibile tendenza al cicaleccio di gruppo viaggiando a 40 orari; sta in mezzo alla carreggiata perché è invidioso dei Suv che gli sfrecciano accanto e non gli par vero di rallentarne la marcia.
Poi accadono incidenti come quelli di domenica che, a dar retta alle cronache, ha una dinamica del tutto simile a quella che nel 1998 costò a Marco Pantani la rottura di tutte le ossa: l’auto che non si cura del passaggio della corsa perché ha fretta e si infila – magari contromano – dove non dovrebbe. Quasi sempre ci pensa il Dio dei ciclisti a risolvere la questione. Domenica, evidentemente, si è distratto un attimo e un ragazzo di 19 anni adesso giace in un letto di ospedale dopo essere finito, mentre pedalava su una strada che doveva essere senza macchine, contro una macchina che lì non doveva esserci. Per l’appunto.
Il luogo dell’incidente si affaccia su una strada che è percorsa quotidianamente – per non parlare dei fine settimana comandati – da migliaia di ciclisti. Scende dalla Madonna del Ghisallo o dalla Colma di Sormano e porta verso Canzo e il lago del Segrino. Una sorta di autodromo naturale per gli amanti delle due ruote e chi  scrive ci era passato un paio d’ore prima, con la strada aperta e il solito turbinio di automobili in coda (verso Magreglio) o, in alternativa, che uscivano come palline di un flipper da una delle mille strade laterali.
Tutti i ciclisti sono soliti affidarsi alle più elementari regole di sopravvivenza: mani sempre sui freni, velocità non troppo elevata, cervello reattivo per capire con una frazione di anticipo le (spesso oscure) intenzioni dell’automobilista che ti precede o che ti viene incontro.
Sembra il set di un film dell’orrore, a ben pensarci, ed in effetti lo è. Davide Cassani, che non è pinco palla come noi ma un ex professionista che attualmente ricopre l’incarico di commissario tecnico della Nazionale di ciclismo, aveva affidato  quest’estate a un quotidiano nazionale il suo elenco di doglianze, raccontando la cronaca – tutt’altro che semiseria – di un’uscita in bicicletta sulle strade del Comasco e del Lecchese, sulle orme della Coppa Agostoni. Avevano fatto rumore le sue parole piene di paura che, senza indulgenze alla diplomazia, si possono riassumere così: “Sono tornato a casa vivo e non è stato neppure troppo semplice”.
Vincenzo Nibali, che invece non c’è bisogno di dire chi è, si allena spesso da queste parti. Ai suoi profili social, di tanto in tanto, affida i pensierini della sera – non esattamente teneri e bene auguranti – nei confronti degli automobilisti. Arrivando addirittura a sospettare che lo facciano apposta, a sfiorarlo con lo specchietto.
Gianni Bugno  quando è sceso dalla bicicletta del professionismo ha preferito dedicarsi alla guida degli elicotteri. Meno pericoloso che stare in sella la domenica mattina, ha sentenziato. E si potrebbe andare avanti all’infinito con il rischio di passare per macchiette. La realtà, invece, è terribile e è certificata dai numeri: in Italia ogni anno c’è un morto in bicicletta ogni 32 ore.  Ogni settimana,nella sola provincia di Como, ci sono più di dieci interventi delle ambulanze del 118.
C’è poco di cui ridere o irridere, come fanno certi odiatori seriali sui social, magnificando la tentazione salvifica del tiro al piattello in salsa stradale.
Ci sarebbe, invece, magari cercando di andare all’origine di questa silenziosa strage quotidiana. Le strade groviera, martoriate da asfalti comprati al discount, da tombini sopraelevati e canaloni della fibra lasciati a formare piccoli canyon (e va da sé che un ciclista tenda a portarsi in mezzo alla strada quando il ciglio è impraticabile).
E, ancora, la superficialità di tanti automobilisti che, avvolti come sono da qualche centinaio di chili di alluminio e un numero spropositato di airbag, non si curano più di tanto degli altri legittimi occupanti della strada, dedicandosi a tutto (con particolare predilezione per la conversazione al telefonino) tranne che al rispetto dei cartelli stradali e dei limiti. Finanche, se servisse un po’ di autocritica a bilanciare il tutto, il comportamento di qualche ciclista poco avvezzo al percorso ad ostacoli.
Ma, prima di ogni altra cosa, c’è la mancanza di cultura sportiva. Quella che ci trasforma tutti in commissari tecnici della Nazionale, in infallibili tattici delle corse di ciclismo, in espertissimi ingegneri motoristici. Ma stando bene attenti a non sollevare le terga dal divano, fieramente ancorati a birra e rutto libero. Non basta stare un pomeriggio in curva sud a vomitare insulti all’avversario di turno o, per rimanere in tema, aspettare i ciclisti in cima a una salita.
Quando troveremo la voglia, il tempo ma soprattutto il gusto di farci una passeggiata, una corsetta o un giro in bicicletta, forse sarà il tempo in cui morirà qualche ciclista in meno. Non c’è come stare dall’altra parte della barricata per trasformare in pompiere anche il più irriducibile degli incendiari.
(La Provincia di Como, martedì 8 ottobre 2019)

Pubblicato in Alex Zanardi, ciclismo, ciclismo amatoriale, Gazzetta dello Sport, gran fondo ciclismo, Michele Scarponi, Paolo Bellino, Rcs Sport, sport | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Lombardia, ci siamo fatti una Gran Fondo così

Domenica scorsa ho partecipato alla Gran Fondo Lombardia, proposta con un percorso inedito che, pur salvando Sormano e Ghisallo, prevedeva la partenza e l’arrivo a Cantù. Esperimento riuscitissimo, visto che a Como – come accaduto nelle due precedenti edizioni – i ciclisti sono poco più che “sopportati” e i pericoli si nascondono ad ogni incrocio. Ripropongo ai lettori di questo blog l’articolo uscito che ho scritto lunedì sui quotidiani La Provincia di Como e La Provincia di Lecco e che racconta la corsa, vista dal “di dentro”.

di Ernesto Galigani

Provate a pronunciarlo alla francese, il nome del Ghisallo, la mitica salita del Giro di Lombardia da tempo immemorabile e regina anche della Gran Fondo andata in scena su un percorso storico ma inedito. Bisogna togliere l’unica doppia e calcare l’accento sul finale Ghi-sa-lò.

La Provincia di Como di lunedì 14 ottobre 2019

Suona bene, credeteci sulla parola, e fa un certo effetto sentirlo e risentirlo mentre si procede (piano) lungo i tornanti. Con gli italiani che, reduci dalla maratona televisiva del giorno prima, ammettono che “visto dal divano sembrava più facile” e gli stranieri che, invece, se lo godono tutto, assaporando la struggente bellezza del lago visto dall’alto in una domenica di fine ottobre ma anche il falsopiano che porta a Civenna, con il Grignone sulla sinistra e il ramo lecchese del Lario che si apre all’orizzonte. Come sempre accade, gli unici a non accorgesene sono quelli come noi, che qui vivono e che dovrebbero ripeterlo ogni mattina che il “cielo è in cima a una salita”. A questa salita, in particolare. E poco importa che le campane – che il cronista sia passato troppo tardi? –  fossero immobili e silenziose: bastava alzare gli occhi durante i trecento metri della rampa finale per prendersi una rasoiata di adrenalina.

Non che il Sormano, affrontato subito dopo i primi 25 chilometri percorsi a velocità folle da Cantù ad Asso, sia tanto da meno. Con gli anni, e chi scrive conosce molto della storia di quell’asfalto, si è fatto bello: c’è la costruenda “casa del muro” a Sormano, l’enorme bicicletta che introduce al Muro, la scritta che ha reso felice anche il cameraman durante la diretta dei professionisti. Insomma tutto quanto serve per trasformare una piccola fetta del Triangolo Lariano in una pietra miliare del ciclismo più autentico. E poi c’è lui, quella pista ciclabile di 1900 metri che sfonda i polpacci e fa saltare i cardiofrequenzimetri ma che comunque – sempre per gli stranieri – è un appuntamento imperdibile. A costo, diciamocelo a bassa voce, di percorrerlo a piedi e trovarlo duro pure così.

In griglia alle 7 del mattino: praticamente notte

Salite monstre a parte, e che non potevano mancare,  la nuova Granfondo Lombardia è piaciuta nella versione rivisitata e corretta, con partenza da Corso Europa a Cantù ed arrivo – dopo un interminabile su e giù per la Brianza – nella centralissima Piazza Garibaldi che qualcuno – accidenti a lui – ha voluto costruire al termine di uno strappo che, dopo 110 chilometri di corsa, assume le sembianze del Tourmalet. Non era scontato che fosse apprezzata dai cicloamatori perché il fascino del lungolago di Como (e persino anche dell’improbabile arrivo del Civiglio dello scorso anno) è davvero senza tempo. Ma, a cose fatte, ne valeva la pena anche grazie all’organizzazione – quest’anno sì davvero impeccabile – di Cento Cantù del mitico presidente Paolo Frigerio. Parcheggi ovunque e ben segnalati, incolonnamento nelle griglie in tempi rapidissimi e, soprattutto, tanta e tanta sicurezza durante la corsa. Lo sforzo si è notato: ci sfuggono i numeri ma il personale di servizio era in numero nettamente maggiore rispetto agli anni passati e la scelta di scalare il Sormano all’inizio ha permesso a quasi tutti i partecipanti di non trovarsi tra i piedi automobili e motociclette almeno fino alla Colma. Salire fino al muro in silenzio, rimanendo a centro strada, riuscendo persino a gustarsi gli incoraggiamenti degli insonni  affacciati alle finestre, beh, non ha prezzo.

L”arrivo in piazza Garibaldi a Cantù

E poi le staffette in motocicletta a precedere i gruppetti più numerosi. Per rimanere all’esperienza personale, il tragitto da Magreglio a Erba e fino a Lurago ha rappresentato l’esempio più autentico di che cosa vuol dire assicurare sicurezza, una volta l’anno, a un gruppo di attempati ciclisti della domenica. C’erano tanti agenti della Polizia locale – con menzione speciale per quello di Canzo, posto in uno degli incroci più difficili e che accompagnava gli spalettamenti con rassicuranti “vai, vai…” – volontari della Protezione civile, carabinieri e agenti della Polizia di Stato praticamente in ogni comune attraversato.

Chi ci è passato lo capirà ma stiamo parlando di un altro mondo rispetto alle due precedenti edizioni, con i cicloamatori lasciati praticamente soli alla mercè di auto, pullman, camion e motociclette. E allora, se il prezzo della sicurezza è quello di perdersi il lungolago di Como, beh, ce ne faremo una ragione. Uno, due, tre, CentoCantù.

Ernesto Galigani

Pubblicato in Alex Zanardi, ciclismo, ciclismo amatoriale, Gazzetta dello Sport, gran fondo ciclismo, Michele Scarponi, Paolo Bellino, Rcs Sport, sport | Contrassegnato , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Il Davide (Cassani) contro Golia

di Ernesto Galigani

Contesti e paragoni a parte – che suonano quasi irriverenti – forse aveva davvero ragione quel magistrato eroe spazzato via dalla follia omicida della mafia. Parlatene tanto e parlatene sempre raccomandava nei suoi incontri pubblici, perché soltanto così la si può combattere con efficacia.

E contro la stupidità della parola che inonda la rete, con che armi si può e si deve combattere? Con l’argomentazione del buon senso? Oppure con la stessa invettiva affidata alla cloaca social, sfidando il monito di Oscar Wilde secondo il quale non bisognerebbe mai discutere con un idiota, perché ti batte con l’esperienza dopo averti trascinato sul suo abituale campo di gara?

Il dubbio, amletico più no che sì, ha molto a che fare con il nostro mondo, quello delle biciclette. Perché – per la seconda volta nel giro di un mese – il commissario tecnico della nazionale italiana, Davide Cassani, si è guadagnato gli onori delle cronache per quella che era e rimane una battaglia di civiltà. I frequentatori di questo blog sanno bene quante pagine (forse inutili, forse no) abbiamo dedicato al difficile rapporto tra automobilisti e ciclisti. Partendo da un presupposto indiscutibile: tutti i ciclisti sono automobilisti mentre non sempre è vero il contrario.

Cassani, gregario tutto d’un pezzo, commentatore televisivo di razza e ora caustico dicitore cartaceo, ha raccontato – all’inizio di luglio – la sua avventura su due ruote nella mia (e nostra) Brianza. A certe latitudini, dove la virilità non si misura dall’intensità con la quale si preme il clacson, certe sue argomentazioni facevano persino sorridere. Lo scontro appena evitato con un camion (con il ciclista nella parte scomoda del moscerino), le male parole distribuite a profusione, le buche che costellano gli asfalti, l’insana gioia di essere tornato a casa tutto d’un pezzo e via di questo passo, secondo un cliché fin troppo conosciuto. Ho avuto la fortuna – in occasione di un incontro Enervit a margine della Maratona Dles Dolomites dell’Alta Badia – di scambiare giust’appunto due parole con lo stesso Cassani. Gli ho detto che la sua testimonianza di ciclista della domenica – lui che per decenni ha avuto la fortuna di correre tra ammiraglie, strade chiuse e percorsi protetti – aveva un significato simbolico che andava al di là di un divertente racconto di quotidiana stupidità su quattro e più ruote. Non foss’altro perché le sue parole pesano un po’ meno delle pietre lanciate con disinvoltura da tanti saccenti colleghi ma certo un po’ più della frustrazione malamente espressa di tanti colleghi pedalatori. Conveniva, il commissario tecnico, aggiungendo che – a ben guardare – ci vuole più coraggio a farsi un bel Monticello-Besana di un qualsiasi martedì piuttosto che una discesa a rotta di collo dall’Isoard o dal Gavia.

Sullo stesso tema ci è tornato qualche giorno fa quando un collega (nel senso di giornalista, beninteso) è tornato sull’argomento, affidando alle pagine on line di un giornale musicale una di quelle insulse invettive che comprendono, tutto insieme, il luogo comune del ciclista che ammorba il sistema viabilistico perché non sta in colonna, salta i semafori, chiacchiera ecc. Il tutto condensato nella folle idea secondo la quale le strade sono fatte per chi ha quattro ruote sotto il sedere e che bisognerebbe in buona sostanza mettere al bando chi le percorre con mezzi alternativi. Bisogna farsene una ragione, chiosava, aggiungendo dati sui 250 e rotti morti dello scorso anno nel vano tentativo di dare concretezza statistica alle sue scemenze.

Davide Cassani (https://www.facebook.com/Davide-Cassani-68718360775/) , sempre lui, difensore ormai di fiducia di noi derelitti delle due ruote, gli ha risposto con ferma pacatezza, un pizzico di acume e tanta pazienza, come farebbe un padre saggio con un figlio dall’intelletto ancora poco sviluppato e al quale le cose vanno argomentate con parole semplici e concetti basici. Parlarne, insomma. Parlarne sempre a disp

La pagina Facebook di Davide Cassani sul tema

etto di quanti – e ce ne sono – pensano che siano perle ai porci, neppure degne di attenzione in quella cloaca social che tutto assorbe e tutto digerisce nel volgere di un giro d’orologio. Perché il pericolo di questi benedetti strumenti tecnologici, lo diceva Umberto Eco in tempi non sospetti, è che consentono a tante persone fino ad ora confinate nel loro Bar Sport (senza offesa per i bar sport, si capisce) di mettersi sullo stesso piano di un premio Nobel. Come se differenze non ci fossero più, come se uno valesse davvero uno e il valore intrinseco di una persona non la si misurasse da quello che dice ma da come lo dice e dal numero di like che riesce morbosamente a catalizzare, in una inevitabile rincorsa a chi la spara più grossa.

Discorso che ci porterebbe lontano, è ovvio. Non bisogna aver studiato la teoria della relatività per capire che tra l’autista di un camion a 24 ruote e un ciclista è quest’ultimo ad essere in situazione di manifesta inferiorità. Dato di fatto dal quale discende tutto il resto: i morti stecchiti che siamo sempre noi, pure se l’automobilista viaggia al telefonino perennemente acceso (ma chi cavolo dovrà sempre chiamare?) o salta lo stop o infrange sistematicamente i limiti di velocità perché, secondo virile regola italica di genere, la giungla d’asfalto non è mica roba da gentil sesso e avanti con le barzellette sulle donne che non sanno guidare e beati gli arabi che loro sì sanno porre dei paletti e quelle si mettono il trucco tra una rotonda e l’altra… Insomma, stucchevole slalom tra i luoghi comuni di santi, eroi, navigatori e piloti.

La contrapposizione tra quattroruotisti e ciclisti (compresi quelli che banalmente pedalano in city bike perché non c’è il problema del posteggio e per andare a fare la spesa non serve ammorbare l’aria del centro storico) potrebbe trascinarsi all’infinito: il ciclista che sorpassa il collega più lento spostandosi verso il centro della carreggiata è passibile di lesa Mercedes? Il ciclista che entra per primo in una rotonda ha il diritto di impostare la traiettoria oppure è lecito che l’auto lo accosti fin quasi a tamponarlo e lo mandi a quel paese? Il ciclista che procede verso il centro della carreggiata perché il ciglio della strada è pieno di buche pericolose, sta commettendo il reato di attentato alla viabilità?

Ma è una contrapposizione che non ci porterebbe da nessuna parte. Meglio sottolineare il fatto che il parlarne significa sdoganare un tema da bar sport. E tanta crescente insofferenza, probabilmente, è direttamente proporzionale alla crescita di un movimento che – per definizione –

Maratona dles Dolomites 2019: ciclisti al Passo Campolongo

andrà pure lentamente ma che comincia a muovere soldi e interessi. I quali, si sa, sono gli unici motori, quelli sì consentiti, che sembrano governare la mente umana. Arriverà un momento, insomma, in cui non sarà il caso di arrovellarsi sulla necessità di nuove piste ciclabili (spesso inutili, costose e piene di ostacoli) ma basterà che una  strada – come accade a Londra e Amsterdam, Copenhagen e Stoccolma – preveda una parte di corsia riservata alle biciclette. Arriverà un momento in cui le automobili non potranno più spolverare il giubbetto del ciclista per dimostrare la propria abilità durante un sorpasso ma dovranno rimanere a un metro e mezzo di distanza a prezzo di una bella multa e di qualche punto cancellato dalla patente. Arriverà un momento, per farla breve, in cui il buon senso reciproco sarà patrimonio acquisito e non più tema da discussione su facebook, guelfi contro ghibellini, destra contro sinistra, juventini contro interisti.

La gioia della fatica, il rispetto dell’ambiente, il beneficio per la salute, la gioia per gli occhi, il vento in faccia della discesa, quelle no. Sono cose nostre e ce le teniamo ben strette. Che loro continuino a divertirsi a schiacciare il clacson, come tanti neonati che scoprono per la prima volta il pupazzetto che fa rumore.

e.galigani@laprovincia.it

Pubblicato in Alex Zanardi, ciclismo, ciclismo amatoriale, Gazzetta dello Sport, gran fondo ciclismo, Michele Scarponi, Paolo Bellino, Rcs Sport, sport | Contrassegnato , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Maratona dles Dolomites, l’arte della felicità

di Ernesto Galigani

C’era un immaginario campionissimo davanti a tutti noi, all’edizione numero 33 della Maratona dles Dolomites andata in scena domenica scorsa. Sì, persino davanti a quel Tommaso Elettrico che ha vinto per la terza volta consecutiva nel percorso “lungo” di 138 chilometri (e 4.200 metri di dislivello). Chiamiamolo Aristotele, fuoriclasse senza pettorale, senza squadra e senza tempo, che ha guidato molti di noi – compreso quanti erano inconsapevoli di tanta ideale compagnia – alla ricerca della felicità. E non si dica che i 9.300 partecipanti alla gran fondo più famosa del mondo erano “felici come bambini”. Lui, il campionissimo avrebbe ribattuto che i piccoli non avevano ancora pienamente vissuto e dunque non potevano essere felici. Serve una lunga vita per andare alla ricerca di qualcosa che è assai più di una piacevole sensazione passeggera o di un qualche fuggevole attimo di beatitudine interiore. E sono servite tante salite (3.300 metri di dislivello, sette passi dolomitici e un dentino maledetto al 19 per cento, per rimanere al cronista), unite ad altrettante discese mozzafiato per assaporare compiutamente il messaggio del filosofo. Realizzare la nostra essenza, provare al momento giusto le emozioni giuste, interagendo in modo positivo con coloro che ci circondano. Tutto qui, sintetizzava lui. E, sappiatelo, non è mica poco.

Accanto a Sofia Goggia (al centro della foto) sul Pordoi

Sembrano,questi  pensieri di Aristotele, fatti su misura per il ciclismo. Anche se messi insieme alla rinfusa. E pazienza se, in quei tempi lontani e in quella Grecia bruciata dal sole, manco si immaginava di marciare in altro modo che non fosse la forza delle proprie gambe. Per farla breve, la morale è che il ciclismo, al di là di tutti i luoghi comuni sulle pastiglie per cavalli e”mamma sono contento di essere arrivato uno”, è una spettacolare metafora della nostra vita. Una vera e propria ciclosofia, come sanno bene i rari frequentatori di queste pagine.

Non è un caso, non può essere un caso, che ad attorcigliarsi attorno a questo strano sport dove uno vince e tutti gli altri perdono, dove non c’è nessuno che paga un biglietto, dove il sudore gronda dalla fronte per quattro-cinque ore di seguito, ci siano personaggi da copertina, manager in carriera, industriali, medici, scrittori, attori. A sentirli parlare, pare che abbiano imparato una lezione a memoria, ognuno a ripetere senza saperlo i concetti dell’altro. E poi ci siamo noi, che non apparteniamo a nessuna di queste categorie, ma ne condividiamo l’essenza della bicicletta e della fatica che non è mai fine a se stessa ma che introduce e guida, per l’appunto, verso l’eudaimonia aristotelica.

Il muro del passo Valparola, a 220 metri di quota

L’ho fatta fin troppo lunga, forse, per una gara di biciclette. Ma sono pur sempre difficili da spiegare quelle sensazioni che montano dentro metro dopo metro, tornante dopo tornante e che nulla hanno a che spartire – con rispetto parlando, si capisce – con la scarica adrenalinica di un gol o di un canestro, di un ace o di una schiacciata. E’ un’altra cosa e basta.

Una che ha tutti i fondamentali per andare persino oltre questa analisi è Sofia Goggia, che di norma fa la sciatrice (e che sciatrice) e che domenica era invece in gara alla Maratona dles Dolomites. L’ho avuta, fianco a fianco, per qualche chilometro sulle rampe che portavano alla vetta del Pordoi e, nel fuggevole incontro ravvicinato, l’ho ammirata per come fosse compresa nel proprio sforzo, nella fatica, in una sorta di contraddizione in termini del suo vivere quotidiano, lei che per mestiere deve solo andare in discesa e sulla vette dei monti ci arriva in funivia. Ma ciclista-dentro fino in fondo, persino nel dispensare un sorriso ai colleghi di un giorno che non resistevano all’incoraggiamento, al saluto, al “grande Sofia” che l’hanno seguita – ma non perseguitata – per l’intera giornata. E vogliamo spendere due parole per la simpatia travolgente di Kristian Ghedina, campionissimo della discesa libera, uomo jet per eccellenza costretto a portare quel suo “fisico bestiale” – perché ci vuole, il fisico bestiale per buttarsi da una montagna a 130 all’ora su due assi di carbonio – su per i tornanti? Uno dal vocione così potente che si sentiva tre tornanti più sopra e che, alla seconda curva, se la rideva di grosso: “Accidenti,ho già finito le marce, come ci arrivo lassù?”, Ci è arrivato naturalmente, e si è buttato di sotto disegnando traiettorie da paura, finalmente tornato nel suo ambiente naturale.

Il bellissimo panorama di una salita di una salita dolomitica

Sulle salite della Maratona può capitare anche di incontrare Alex Zanardi con la sua hand bike che lo guardi e ancora non ti capaciti di quanta forza abbia quell’uomo, che a dargli un microfono in mano è come lanciare una nocciolina nel recinto degli elefanti. Se lo terrebbe per ore – il microfono, mica la nocciolina – e tu staresti lì ad ascoltarlo mentre spiega con cadenza romagnola le sue ricerche nutrizionistiche fatte insieme agli scienziati di Enervit o i suoi progetti benefici (“Bimbi in gamba”, si chiama la sua onlus) per regalare una gamba a chi l’ha persa e non ha i mezzi per farsi una protesi. Può anche capitare, di vedere Robert Kubiza, pilota di Formula Uno che è tornato al suo sogno dopo un incidente spaventoso e che ha mulinato gambe per l’intera giornata, dopo una settimana di allenamenti e prove sulle montagne perché queste cose mica si improvvisano.

Sono tanti, tantissimi, i volti della Maratona dles Dolomites e chi, come il sottoscritto, ha la fortuna di averla potuta disputare per il quinto anno consecutivo, li trova tutti belli. Come quello di Giulio Gridavilla, comasco del Gs Villaguardia, pure lui incrociato in salita e non potrebbe essere altrimenti perché in discese bisogna solo pensare a prendere bene le curve che a 70 all’ora è un attimo finire tra i sassi a gambe all’aria. Era all’edizione numero 14, in queste valli mozzafiato ci era capitato quasi per caso a caccia di aria pura e, da allora, non le ha più abbandonate. La meraviglia della natura e la meraviglia del ciclismo. Come direbbe quell’attore americano che nel tempo libero incontra gli ex presidenti Usa e spaccia caffè: “What’s else?”.

E’ bello il volto immaginario del silenzio, su queste montagne baciate dal destino e che qualcuno tenta di trasformare in un rutilante e rumoroso luna park, sognando suv e parcheggi al posto dei prati verdi e delle mucche. E’ bello sapere che, un giorno e per tutto il giorno, dietro la curva non sbucherà l’automobilista distratto che sta parlando al telefonino e al quale tutto importa tranne il rischio di mettere sotto le ruote il poveretto – di certo, uno sfigato – che pedala come un ossesso avanti a lui. Ed è bello, mentre si sale sul mur del giat – un dentino del 19 per cento bastardo quanto basta a pochi chilometri dall’arrivo – sentire il bambino che chiede la mamma di tornare su, dove c’è lo striscione, perché mi piace applaudire i ciclisti (sì, diceva proprio così). Ed è bello, per finire, il triangolino rosso dell’ultimo chilometro e godersi quella passerella di mille metri, solo con il tuo ego che si libera silenziosamente nella testa, mentre si fa strada la consapevolezza  di aver percorso qualche gradino alla ricerca della felicità. Quella vera, per tornare ad Aristotele, che non si cancella con il brivido freddo dello striscione d’arrivo che ti si presenta davanti, così agognato e che ora vorresti fosse un po’ più distante. Per rincorrerlo ancora, una volta di più, one more time.

Andare alla Maratona dles Dolomites, per chi ha la fortuna di viverla dal di dentro, è un’esperienza molto particolare e certo diversa da quella offerta da tutte le altre granfondo. Si potrebbe tirare in ballo l’ecologismo illuminato di Michil Costa, il presidente del Comitato organizzatore. O forse anche le mille discussioni sulla difesa di un territorio unico. O, ancora, quel magico tuffo nella tradizioni ladine e in quell’approccio all’esistenza così lontano dai nostri canoni. Ma una cosa è certa, e rubo ancora la frase a Sofia Goggia: qui ci si arriva in un modo. E si riparte in un altro.

Ernesto Galigani

e.galigani@laprovincia.it

Pubblicato in Alex Zanardi, ciclismo, ciclismo amatoriale, Gazzetta dello Sport, gran fondo ciclismo, Rcs Sport, sport | Contrassegnato , , , , , , , , | Lascia un commento

Maratona Dles Dolomites, atto quinto

di Ernesto Galigani

Ebbene sì. Ogni anno – e questo è il quinto consecutivo –

Maratona 2015

Maratona 2016

Maratona 2017

Maratona 2017

Maratona 2018

Maratona 2018

mi dico che sarà l’ultima edizione cui parteciperò. L’età avanza, le pendenze della salita sembrano alzarsi con il trascorrere del tempo e avanti di questo passo in un florilegio di luoghi comuni e di scaramanzia. Ma, come Ulisse e le sirene, non serve neppure legarsi all’albero maestro del proprio raziocinio. E ogni volta, diventa impossibile resistere al richiamo della #MaratonadlesDolomites, di Michil Costa, delle sue montagne uniche al mondo, di un’atmosfera così unica nel suo genere. E anche stavolta  mi sarà davvero dolce naufragare in questo mare (di ciclisti). Di seguito vi propongo il pdf dell’articolo che ho scritto oggi per il mio giornale La Provincia di Como Maratona Dolomites Como 2019 nella speranza di darvi un’idea di quello che mi (e ci) aspetta. Nei prossimi giorni, vi proporrò una sorta di diario di quello che, per noi ciclisti, continua a rappresentare il fine settimana più atteso dell’anno.

Pubblicato in Alex Zanardi, ciclismo, ciclismo amatoriale, Gazzetta dello Sport, gran fondo ciclismo, Rcs Sport, sport | Contrassegnato , , , , , , , | Lascia un commento