di Ernesto Galigani
C’era la neve, sui tornanti del Selvino. C’era il Felice, con la felpa Bianchi e la bandiera. C’era la “Gran Fondo Gimondi”, al Lazzaretto, con tutti noi in sella alle biciclette e avvolti negli impermeabili.
E’ passato un anno, da quel 5 maggio e non c’è più nulla. Da giorni, sul Selvino splende il sole, la “Gimondi” è stata spazzata via dall’emergenza. E, soprattutto, non c’è neppure il Felice, che se n’è andato nel paradiso dei campioni in pieno agosto.
Avremmo dovuto intuire, un anno fa, che la furia degli elementi fosse un presagio. Un brutto presagio, di quelli che ti avvertono quando il mondo comincia ad andare a

Bergamo, la partenza della “Gimondi”
l contrario. Nella mente c’è ancora il viaggio verso Bergamo, con la bicicletta nel baule, il termometro che fatica a superare lo zero e la pioggia che picchia con violenza sul parabrezza.”Grandine grossa, acqua tinta e neve, per l’aere tenebroso si riversa”, per dirla con il Sommo.
Già. Partire o non partire? Cuore o ragione? Al parcheggio di Monterosso, mentre albeggiava, anche il cielo ci diede un taglio. E i dubbi vennero spazzati via d’un botto: si parte, eccome se si parte. Eravamo pochi, molti meno dei quattromila che si erano iscritti un sacco di mesi prima, perché qualcuno con la testa a posto c’è anche tra di noi. E chi scrive non era tra quelli. Anche il Felice, per una volta, non era in bicicletta ma stava sulla linea di partenza, con la

Salendo al Selvino sotto la neve
bandiera e si intuiva quanto fosse a disagio, lui che le braccia le usava per far forza sui pedali, mica per stringerci un microfono. Ma ci invitava a stare attenti, ad andare piano che dirlo a matti come noi (e come lui) ancora scappa da ridere.
Non avevamo ancora imboccato il Giulio Cesare quando il cielo si era riaperto. Nuvole di acqua davanti, dietro, dall’alto e dal basso. Non c’erano i curiosi alle finestre, su per il Pasta. E anche la salita al Colle Gallo ci era parsa più triste, con le persiane chiuse, le strade vuote e il rumore della pioggia sull’asfalto mischiato a quello delle pedivelle. Non parlava nessuno, non c’erano gli sfottò delle altre volte, non c’era lo spiritosone di turno a dirci che dai, è quasi finita. E poi giù verso Nembro che a nessuno di noi sarebbe mai venuto in mente che un giorno sarebbe potuto diventare “zona rossa”. Zona rossa di che? Per noi è solo l’inizio del Selvino, una salita che quanto il cielo non dà di matto è uno spettacolo della natura. Difficile ma neppure troppo, con i tornanti che si arrampicano con dolcezza e consentono all’occhio di vagare all’orizzonte. Non lo scorso anno, ovviamente. Le nuvole erano grigie, basse e la pioggia sembrava non finire mai. Poi “la terra lagrimosa diede vento” e, a metà della salita, ecco la neve. Un fiocco, due, dieci e poi senza soluzione di continuità. Ma non è il 5 maggio, ci si interrogava con gli occhi? E che vuol dire, dai tempi di Napoleone e del suo cantore, quello non è mica un giorno come gli altri e, più profanamente, ne sanno anche qualcosa i tifosi dei neroazzurri (sbagliati) che avevano uno scudetto in tasca e lo buttarono via, Dio solo sa come e perché.
Ma la salita sotto la neve non fa paura. Suona persin romantico l’incedere delle pedalate, con il pensiero che corre ai campioni che l’hanno incontrata sul Gavia e sullo Stelvio, coperti assai meno di noi. A spaventare è la discesa che la segue, con i guanti fradici, le dita violacee paralizzate dal freddo che neppure si riesce a dar di cambio, e il gelo che passa sotto la mantellina, si insinua nella maglietta termica e ti costringe – quanti ne ho visti – ad accostare al tornante, accanto alla prima ambulanza, a chiedere la grazia di un passaggio.
Giù, a rotta di collo, a Bracca, e poi a Zogno, che di svoltare verso San Giovanni Bianco e la Val Taleggio non è proprio giornata. Fino allo striscione d’arrivo, mai così sognato, mai così lontano. La coperta delle hostess, il the bollente buttato giù d’un fiato come fosse Coca Cola e il tremore, improvviso e incontrollato, a dare il cambio all’adrenalina. E, detto tra noi e a bassa voce, la soddisfazione, l’orgoglio, l’autocompiacimento di essere lì, di non aver ceduto alle lusinghe della ragione. E non importa, si capisce, che nessuno potrà scolpirà quella pazza mattina sulla pietra della storia del ciclismo. Mica si corre per la gloria, all’età nostra.
C’era anche il Felice al traguardo, compiaciuto e paterno, dispiaciuto e orgoglioso. E noi a dirci e a dirgli che ci saremmo stati anche l’anno dopo, il 10 di maggio del 2020. Cosa mai avrebbe potuto accadere di più a questa corsa, sopravvissuta anche alla tormenta e alla neve?
“Temer si dee di sole quelle cose c’hanno potenza di fare altrui male”, diceva la musa del poeta. Questo è un altro 5 maggio. Il Felice non c’è più. Non c’è più neppure la sua Gimondi. E chissà quanti di quei miei compagni di avventura che arrivavano dai quattro angoli del pianeta non ci sono più, vinti dalla più terribile e dolorosa delle salite. La sola che non prevede discesa.
Ernesto Galigani







