di Ernesto Galigani
Mi perdoneranno i lettori se, questa volta, parlerò del giardino di casa, ovvero della Brianza – quella vera, miracolosamente sopravvissuta agli scempi edilizi – che in questa settimana è stata il cuore del ciclismo internazionale. Sabato 3 il Piccolo Giro di Lombardia con partenza da Oggiono, domenica 4 la Coppa Agostoni con il circuito del Lissolo e Colle Brianza (sia pure in discutibile concomitanza con i campionati europei di Slovenia). E sabato 10 ottobre il piatto forte del Giro di Lombardia che, partendo da Bergamo e arrivando a Como, ne attraverserà una larga fetta.

Una serie di appuntamenti che, se fossimo in Francia, farebbero di questo territorio una sorta di altare laico delle due ruote. E invece, manco a dirlo, sono eventi che – nella migliore delle ipotesi – vengono sopportati e non supportati.
Prendiamo il Piccolo Giro di Lombardia, per fare un esempio, scattato alle 12.30 da Barzago con il chilometro zero e dopo la passerella di Oggiono. Dieci-minuti-dieci di chiusura al traffico e, immancabili come la neve di ottobre al Passo dello Stelvio, ecco rimbalzare in rete le solite lamentele degli automobilisti costretti a una sosta imprevista (si fa per dire, visto che anche i sassi ne erano a conoscenza). Sul posto, invece, clacson timidamente premuti (sia mai, c’erano più forze dell’ordine che a un derby calcistico di Milano e l’arroganza è meglio tirarla fuori quando si è lontani da occhi indiscreti), contumelie assortite nei confronti dell’universo intero, patetici tentativi di superare i blocchi adducendo le più improbabili della avversità della vita, dalla suocera che sta male all’immancabile esame medico dell’ora di pranzo. Tutto già visto, certo, e tutto già digerito. Ma fa sempre un certo effetto.

Domenica è stata la volta della Coppa Agostoni, con transiti sempre in orari italianamente dedicati al desinare e, in linea teorica, sgombri di traffico. A lasciare interdetti, in questo caso, era lo stato delle strade attraversate, salite che il giornalista pedalante di cui sopra – così, giusto per dare un’idea – ha percorso almeno un centinaio di volte in meno di un anno solare. Buche sparse, asfalto sconnesso, delimitazioni di cantiere che giacciono ormai da anni senza che si noti il benché minimo avanzamento dei supposti lavori. In compenso, nelle settimane antecedenti la corsa, la segnaletica era stata pazientemente rifatta. Qualcuno chiederà il senso di strisce bianche nuove di pacca sopra asfalti pesantemente compromessi, ma qualcun altro – più sgamato – un giorno mi chiarì l’arcano: dalle telecamere montate sugli elicotteri per le riprese televisive, le buche non si vedono, mentre l’immacolata linea bianca resta bene impressa nella mente. Anche se non nelle parti meno nobili del corpo dei corridori, per quanto questo – agli occhi di molti – sia soltanto un trascurabile dettaglio.
Ma il clou, statene certi, lo toccheremo sabato quando il Giro di Lombardia – quello vero, sia pure orfano di Pogacar e con una lista di campioni da far tremare i polsi – varcherà il confine della provincia di Lecco poco prima delle 14. Accadrà a Paderno d’Adda, con l’attraversamento dello storico ponte di San Michele che, lo spiego ai “forestieri” è una sorta di Torre Eiffel in orizzontale che dal 1889 domina incontrastato sulla valle del fiume Adda e che, qualche secolo prima, incantò anche Leonardo da Vinci. Ponte stretto che si percorre in senso alternato – inizialmente pensato per pedoni e treni e poi adattato al traffico automobilistico – che in questi mesi è in estrema sofferenza per la geniale decisione (sì, c’è sarcasmo) di sottoporre l’alternativo ponte della vicina Brivio (che di valore ha soltanto il costo del cemento armato e forse neppure quello) a un intervento di restauro – sic -della durata di quindici mesi, con blocco totale della circolazione, pedoni e bici comprese. Ma questa è una “politicata”, firmata da quelli che una volta erano duri e puri e che adesso, una volta che hanno avuto il volante in mano, non riescono neppure a entrare in retro in un parcheggio. Pur continuando a pontificare, quasi che la colpa fosse del parcheggio e non già dell’autista.


Lasciamo stare visto che, come cantava Gaber, la politica è schifosa e fa male alla pelle. E torniamo al Lombardia. Sarà inevitabile qualche disagio (sia pure il mezzo sabato non sia un giorno di punta) e qualcuno ha già cominciato a mettere le mani avanti. Sui social locali, con un crescendo che di rossiniano non ha proprio nulla e che sembra più un requiem per cervelli, sono comparse le avanguardie dei protestatari che – anziché prendersela con chi ha blindato uno dei due passaggi dell’Adda – invocavano lo spostamento del percorso. Percorso che, per la cronaca, si snoderà poi verso Calco, Olgiate Molgora e il bellissimo scollinamento a Galbiate, passando attraverso la salita di Cagliano e Giovenzana che viene chiamata (non per caso) il Piccolo Stelvio, con tanto di vista panoramica che arriva fino ai grattacieli di Milano.
Sarebbe bello spiegare a questa gente che quel tanto contestato passaggio dei corridori, porterà le immagini di questo magnifico e poco conosciuto angolo di Brianza, in ogni angolo del mondo, grazie alla presenza di decine di brodcaster internazionali, dalla Sbs australiana alla Okko russa, dalla SuperSport del Sudafrica alla JSport del Giappone. Non proprio Tv Fontanelle, insomma, per una visibilità (gratuita) che non avrebbe pari neppure con un’infornata di spot sulla Rai a reti unificate. E sapete che cosa hanno fatto per promuovere l’evento? Nulla, assolutamente nulla. All’imbocco del ponte di Paderno – sul lato lecchese – c’è una sorta di cancellata divelta e un panettone sradicato per un qualche incidente, oltre a una bella rete rossa di cantiere a dare un definitivo pugno in un occhio. A meno di tre giorni dal passaggio della corsa, erano ancora lì, simbolo e testimonianza di una indifferenza che scivola nella sciatteria. Sulla salita di Cagliano – altro magnifico esempio di regalo del Padreterno – già nella giornata di mercoledì alcune squadre provavano le insidiosissime pendenze, muovendosi in un ambiente che di amichevole aveva ben poco. E che, in qualche atollo dei Caraibi, si godranno assai più di noi indigeni.
Del resto, a queste latitudini, quando si deve parlare di valorizzazione del territorio, si finisce soltanto per inventarsi qualche insulso comitato, che si affiderà ai soliti politici, che si affideranno ai soliti esperti, che si affideranno alle solite relazioni e che, manco a dirlo, non sposteranno un sasso… L’unico motivo di consolazione per evitare di infierire tafazzianamente sui gioielli di famiglia per l’ennesima occasione buttata al vento è rappresentata dagli appassionati. Sì, proprio noi, questi mal sopportati ciclisti, che andranno a riempire tutti i tornanti per applaudire il primo e l’ultimo, tra una birra e una salamella. Come avvenuto al Piccolo Lombardia di Oggiono, come avvenuto alla Coppa Agostoni sul Lissolo.
Loro, i politici – quelli che dovrebbero avere a cuore il territorio e il suo sviluppo economico, perché l’eco del ciclismo porta pure quello – saranno probabilmente sulle tribunette rigorosamente riservate del lungolago di Como, appena dopo lo striscione d’arrivo. A protestare perché il finger food dell’hospitality è meno ricco dell’anno precedente. Sic transit gloria mundi.







