Si fa presto a dire salita, quando ciclismo fa rima con turismo

Si fa presto a dire salita. Per quanto siano tutte belle, ce ne sono alcune che lo sono un po’ di più. Magari non sempre (e non solo) per la pendenza, ma anche per quelli che, in una autovettura, definiremmo “accessori”. La qualità dell’asfalto, per esempio. Oppure il panorama che offre alla vista mentre si pedala. O, ancora, la cura con la quale la salita viene “gestita”.

Reduce dalla vacanza (ciclistica) in Romagna – terra dove il ciclismo è una religione laica – devo confessare ai lettori di questo blog di non aver potuto fare a meno, mentre macinavo chilometri sulle meravigliose e impervie colline che circondano Riccione, di fare qualche paragone su questo tema. Due casi a confronto, si potrebbe dire. La salita al Cippo di Carpegna, resa celebre da Marco Pantani che l’aveva eletta a palestra di allenamento, e quella dei Piani dei Resinelli, conosciuta da sempre a  noi indigeni ma che ha avuto una seconda vita dopo essere stata traguardo di tappa nel Giro d’Italia del 2012. La differenza non può non colpire e, al di là di ogni valutazione sportiva, rappresenta lo specchio di quello che significa fare turismo (e quindi business) grazie alla bicicletta.

Arrivare a Carpegna partendo da Riccione – 55 chilometri di saliscendi – è già uno spe

352

Uno dei tornanti della salita al Carpegna

ttacolo di suo. Un mare verde fatto di vigne e di ulivi, interrotto qua e là da paesini deliziosamente arroccati sulle alture, qualche auto ogni tanto e neppure un camion all’orizzonte. E se non fosse che l’asfalto faccia schifo più o meno come da noi (i soldi sono finiti anche in Romagna, evidentemente) ci sarebbe davvero di che guardare a bocca spalancata la meraviglia della natura. Arrivare ai Piani Resinelli partendo da Lecco, invece, è un’impresa. Attraversare Laorca e Pomedo, con le sue strade strette e dissestate, tra motociclisti che ti sfiorano e auto starnazzanti ad ogni curva, è un’impresa di cui non si coltiva il ricordo.

 

All’imbocco della salita di Pantani, ecco i primi cartelli. Spiegano che il tratto che stai per cominciare ha una certa lunghezza, indicano la pendenza media e quella massima e, ciliegina, suggeriscono la distanza dallo vetta. Quello che segue, a parte la fatica di avventurarsi su pendii che arrivano al 20 per cento e che ricordano tanto il Mortirolo, è magia pura. Una strada stretta nel bosco, un campi

Pian dei Resinelli tornanti (18)

Il triste cartello dei tornanti dei Resinelli. Notate differenze rispetto a quello sopra?

ng a metà strada e, di lì in poi, traffico vietato a tutti i mezzi a motore. Ad ogni tornante una scritta sull’asfalto a ricordare che su quelle strade il Pirata ha costruito le sue fortune, segnali stradali che – dajje – ricordano di nuovo le curve che mancano e la distanza dalla vetta, cartelloni di legno che riproducono le pagine dei giornali sportivi dedicati al ciclismo. All’arrivo un grande poster in legno, struggente e persin povero nel suo allestimento, ricorda che sei in cima al monte del Pirata e suggerisce – come fanno tutti – un selfie ricordo prima della lunga discesa. Sette chilometri di grande suggestione.

 

Anche la salita dei Resinelli si inerpica in un bosco bellissimo e, dalla metà in avanti, offre scorci di panorama davvero spettacolari, con il lago di Lecco, lo specchio di Garlate e l’Adda che si insinua nel cuore della Brianza. Ma lì i tornanti – 14 contro i 22 del Carpegna – sono segnalati a malapena con un anonimo cartello bianco, spesso martorizzato dai vandali o da quanti l’hanno scambiato per uno spazio dedicato alle affissioni. Nulla che ricordi dove ci si trovi , nulla che indichi quanti tornanti ci sono (mica tutti sono del posto, no?), nulla che indichi la distanza dall’arrivo. Già, l’arrivo. Ad accoglierti, appena la strada spiana, l’orribile skyline di un grattacielo che qualche mente fantasiosa ha lasciato costruire negli anni Sessanta e che nessuno ha fino ad ora pensato di abbattere a colpi di piccone, un mattone dietro l’altro. Non una targa a ricordare che su quella strada è arrivato il Giro d’Italia, non una fotografia a testimoniare negli anni la magìa di quella giornata indimenticabile per milioni di telespettatori.

351

Il “monumento” in cima al Carpegna dedicato al Pirata

Insomma, un paragone stridente che – come detto – è il simbolo perfetto di come si faccia turismo in Romagna e alle nostre latitudini, dove però si è soliti piangere perché i turisti non arrivano… E nessuno che si chieda il perchè…

A chi pensa che sia soltanto un caso, invito a pensare alla salita del Ghisallo: fino al celebre santuario ed al museo che si trovano in vetta, non c’è un cartello, una scritta, un murales, un poster che ricordi come si stia pedalando su uno degli asfalti più famosi del mondo. Come se a Roubaix, un sindaco più intelligente degli altri, decidesse all’improvviso di rimuovere il pavè perché rende la vita difficile agli automobilisti. E dobbiamo parlare di Morterone, della culmine di San Pietro, di Valcava? Lasciamo stare, se non ci fosse la lodevole eccezione del Muro di Sormano, nessuno potrebbe mai credere che anche questa è terra magnifica per gli appassionati di ciclismo.

Eppure la bicicletta produce turismo. E il turismo ricchezza.Viene da pensare che ce ne sia a sufficienza. E allora, chissenefrega… Giù di clacson non appena un ciclista si profila all’orizzonte, dall’alto del proprio Suv superaccessoriato che a trenta all’ora – ma con la prosopopea di un jet – tenta di farsi largo in un inestinguibile labirinto di lamiere e fumi di scappamento. Contenti noi.

Ernesto Galigani

e.galigani@laprovincia.it; twitter #EGaligani, facebook Ernesto Galigani

Pubblicato in ciclismo | Lascia un commento

Diario di una Maratona (parte seconda)

La seconda puntata del diario della Maratona dles Dolomites

LE DONNE. Sì, proprio le donne. Sapeste quante ne ho incontrate, mentre pedalavo. Erano quasi mille alla partenza. E sulle rampe del Pordoi, del Sella, del Gardena ho letto mille nomi scritti in stampatello sui pettorali. Renate, Petra, Greta, Astrid, Inge… Nomi duri, scolpiti nelle gambe e nei visi seri come lo sono quelli delle donne del Nord, per nulla addolciti dai capelli biondi che escono malandrini dai caschi. Sono in molti a guardare con sospetto e diffidenza le donne che vanno in bicicletta. Che errore madornale. Se il ciclismo è sofferenza, tenacia e grinta… è ovvio che siano tantissime le donne in bicicletta. La fatica è per definizione femmina, sin dagli albori della vita. Eppure, ammassi parafilosofici a parte, la più simpatica – compagna di viaggio per non più di un paio di tornanti – è stata una ragazza incrociata mentre scambiava parole strane con un amico a bordo strada che l’aveva riconosciuta. Al mio sguardo interrogativo – e chissà come l’avrà capito tra occhiali neri, bandana d’ordinanza e casco calato sulla testa – mi ha rassicurato: “Questo è ladino, non tedesco”. Non che per me ci fosse particolare differenza ma, nel breve scorrere di un centinaio di metri e di qualche battuta di circostanza, mi è parso di cogliere l’intera essenza della gente di questa terra, così fiera del proprio appartenere, della propria radice, del proprio territorio. E che invidia dissimulata a fatica tra quelli come noi, che a malapena sanno il cognome del vicino di pianerottolo e non parliamo del nome perché sul citofono del condominio spesso c’è soltanto un numero: “Appartamento 12”.

IL SINDACO. Lui, invece, l’ho incontrato a metà della salita del Pordoi. Fino a quel momento i nostri contatti erano stati attraverso i social. Un simpatico messaggio dopo un mio post su questo blog e un paio di frasi di reciproco incoraggiamento. Del resto, mai avrei pensato – e chissà poi perché – che il sindaco di Stazzona, Marco Pedrazzoli, fosse anche un appassionato di bicicletta. Geometra di professione, sindaco per spirito di servizio in un paese di neppure 700 anime, e per l’appunto,ciclista per passione. Sarà perché in tanti anni di giornalismo ne ho viste di tutti i colori ma, senza offesa, mi ero fatto l’idea che un amministratore pubblico stesse al ciclismo come uno scienziato nucleare a una serata al Billionaire. Sport che offre poca visibilità, che richiama la solitudine e che chiede molto tempo… l’esatto opposto di tanti amministratori della cosa pubblica che cercano i riflettori della cronaca, hanno necessità dell’abbraccio popolare e di tempo ne hanno poco da dedicare ad altro. Pedrazzoli, evidentemente, è una piacevole eccezione. E che eccezione: il tempo di due chiacchiere lungo i tornanti e lui era già tre biciclette avanti. Ha scelto il percorso classico da 55 chilometri che ha coperto con un tempo davvero eccellente. Chapeau e riconferma assicurata.Un sindaco ciclista vale di più.

20160702_201734

La preparazione del pettorale

L’ALLENAMENTO. Quelli come il cronista, che nel ciclismo cercano soltanto il divertimento e non più la prestazione, conoscono un solo metodo di allenamento: mettersi in bicicletta e pedalare, il più a lungo possibile e su pendii il più ripidi possibili. Quando ce la fai senza sentire la necessità di chiamare il 118, beh, significa che sei allenato. Nessuna tabella, nessuna ripetuta, nessun massaggio pre o post preparazione visto che non si tratta di un lavoro ma soltanto di un passatempo. Ma anche nel variegato mondo dei cicloturisti ci sono quelli che, al contrario, pianificano ogni cosa. Un altro dei privilegi dello stare nella prima griglia – insieme agli invitati e a quelli bravi – è quello di ascoltare i discorsi che si intrecciano prima del via. Ce ne fosse uno che ammettesse di essere in forma ed essere lì per vincere. Neppure per idea: ad ogni corsa, sembra che ci sia stata un’epidemia di influenze, sciatalgie, tendiniti rotulee, disturbi inguinali. Il tempo dello sparo dello starter e, immancabilmente, tutti questi malanni – di stagione e non solo – spariscono d’incanto: tutti lì a manetta, con il 53 ben piazzato e i muscoli che picchiano duro anche sulla prima salita. Scaramanzia, forse. Ma un po’ di rabbia, a noi mortali, rimane, per la miseria. E’ proprio il caso di ucciderci già nella culla?

20160703_054137

Sulla linea di partenza

L’ATTESA. E, visto che siamo in griglia, vi racconto che cosa succede prima della partenza. Bisogna essere nella rispettiva posizione almeno mezzora prima della partenza. Ovviamente, quando mancano 50 minuti allo starter delle 6.30, siamo già tutti lì o quasi. Ma sulle Dolomiti, a quell’ora antelucana, fa un freddo boia e non ci sono le ammiraglie con i direttori sportivi e i factotum a dare assistenza. Simpatiche hostess corrono lungo le transenne a distribuire caffè e te caldo, certo, ma tutto finisce lì. Bisogna arrangiarsi con l’abbigliamento, tenendo presente che di lì a una manciata di minuti mantelle, mantelline e magliette pesanti non serviranno più, perché la temperatura si sarà alzata e la strada… anche.

Quelli bravi li riconosci anche da questi particolari. Sono lì in griglia avvolti in mantelline trasparenti ultimo modello che, mi hanno spiegato, fanno tanto astronauta ma mantengono al caldo i preziosi muscoli. Hostess personalizzate – spesso sono mogli assonnate e rassegnate – li seguono al di là della transenna, pronti a interpretarne ogni più recondito desiderio. Vuoi un’altra tazza di caffè, amore? Hai freddo, devo prenderti i gambali? E’ il caso di cambiare la ruota? E avanti di questo passo. A quindici minuti dal via, comincia la svestizione. Prima la parte inferiore di questa specie di tuta termica e poi, a seguire, il giubbetto, il manicotto e pure il cappellino. Il tutto affidato alle già citate hostess, pronte a farne fagotto e a recapitare tutto a casa, pronte per la domenica successiva. Comincia quindi la verifica del computer di bordo (chiamarlo contachilometri suona retrò), la misurazione della pressione delle gomme (“la strada è umida, toglierei mezza atmosfera ma se poi si riscalda?”). Infine il via che è una liberazione per noi (che guardiamo). Ma la domanda sulle atmosfere della ruota ci resta, mentre diamo i primi colpi di pedale. E pensare che noi usiamo il pollice per capire se la gomma è gonfiata a sufficienza… Dilettanti allo sbaraglio.

20160703_202806_001

La bellezza delle Dolomiti

LA NOSTRA ATTESA. Noi ciclisti della domenica, infatti, siamo più alla buona. Alle 4.45 del mattino, una volta appurato che non piove – sia lodato il Mercalli e le sue previsioni perfettamente azzeccate – ed aver messo le gambe sotto il tavolino della camera per la colazione non rimane altro da fare che indossare la divisa d’ordinanza, infilare i manicotti e coprirsi con la mantellina antivento. Punto e a capo, con tanto di prova per verificare che – nel caso si debba toglierla – trovi posto nella tasca posteriore della divisa, insieme agli Enervit e al telefonino. In griglia, poi, ci si limita a tenersi ben stretta la mantellina, sperando che il tempo scorra in fretta e che il freddo risparmi i muscoletti. La gomma? Beh, l’abbiamo gonfiata la sera prima. Il cambio? Beh, quello abbiamo e quello ci teniamo che siano le salite delle Dolomiti o la ciclabile dietro il condominio. E la nostra personalissima hostess, manco a dirlo, è già tornata a dormire perché chiederle di stare un’ora al freddo prima di tornarsene a casa a piedi per 4 chilometri – tanto è la distanza dalla “ciasa” dove siamo ospitati alla linea di partenza – sarebbe motivo più che sufficiente per dare sostanza a una eventuale richiesta di separazione per colpa.

IL MURO DEL GATTO. Qualche accenno ve lo avevo già fatto all’inizio. E’ una salita cortissima e carogna, con pendenze vicine al 20 per cento, lunga trecento metri e dintorni. Un muro posto poco prima del traguardo, ciliegina sulla torta di una sfacchinata infinita per le montagne delle dolomiti. Capita a tutti, una volta arrivati a Corvara, di andare a fare una ricognizione sul posto, memore degli avvertimenti di chi ci è già passato. I giorni precedenti sono pieni di ciclisti che salgono il Muro. E c’è pure chi, come il sottoscritto, lo fa due volte di fila, giusto per prendere confidenza. O per farsi coraggio, che poi è la stessa cosa. Manco a dirlo, l’autostima esce sempre rafforzata da queste prove. Perché preso così, a “secco”, il Muro è certo faticoso ma nulla di più. Non c’è ciclista che metta il piede in terra e neppure che pensi di essere costretto a farlo.

La cosa cambia il giorno della gara, quando quel Muro – chissà come e chissà perché – improvvisamente si è fatto più ripido. Saranno le transenne che ne riducono la carreggiata. Saranno gli spettatori che ti urlano di tutto nelle orecchie. Saranno le telecamere di Rai Tre, poste proprio in cima al cocuzzolo con il preciso intento di spernacchiare chi metterà il piede a terra, rinunciando metaforicamente al proprio orgoglio. O, semplicemente, la fatica già fatta lungo cento chilometri di salite e discesa si concentra tutta lì, in quei trecento metri da incubo che rappresentano l’ultimo ostacolo prima della gloria. Sono in molti a mettere il piede a terra. E la scena è sempre la stessa. Partenza lanciata ad illudersi, andatura presto rallentata, bicicletta

Il momento dell’arrivo

che procede a zig zag, sguardo speranzoso verso il pubblico (modello “Non costringetemi a chiedervi di spingere, fatelo da voi e senza chiedermelo”) e, qualche volta, scarpina che si stacca dal pedalino e poggia sull’asfalto, come un marinaio che scopre all’improvviso di aver visto la terra. Poco male, si capisce. Se è vero che un giocatore non si giudica da un calcio di rigore, figuriamoci un ciclista alle prese con una salita di quel genere.

Mi accorgo di aver “cazzeggiato” per tremila parole. Certamente sono troppe e avrò perso per strada metà dei miei due lettori. Dal mio punto di vista, sono ancora troppo poche. Le rileggo e mi accorgo che avrei molto altro da dire. Poi attacco il Tour de France alla televisione e ascolto Purito Rodriguez (secondo alla tappa di Lecco-Pian dei Resinelli dietro a Rebottini) che annuncia il suo ritiro a fine anno: “Ma in queste due ultime salite del mio ultimo tour de France darò il massimo. Ho ancora tanta voglia di soffrire”. Già, dice proprio così. Di aver voglia di soffrire. In quella frase c’è il ciclismo. Dei grandi e, più modestamente, anche di noi “piccoli”.

Ernesto Galigani

e.galigani@laprovincia.it

Pubblicato in ciclismo | Lascia un commento

Diario di una Maratona (parte prima)

“Dai Ernesto, ancora venti metri”. Nel frastuono dei campanacci e nelle urla scomposte delle persone al di qua e al di là delle transenne, quell’incitamento l’ho sentito distintamente. Ero sul “Muro del Gatto” che – pronunciato che si voglia in ladino, tedesco o italiano – muro era e muro resta. Poche centinaia di metri a dislivelli impossibili, dopo aver già percorso 100 chilometri e scavallato sei passi alpini a duemila metri di quota.

sportograf-83203038_lowres

La breve ma terribile salita del Muro del Gatto

Mi sono girato d’istinto, chiedendomi chi diavolo potesse conoscere un modesto giornalista di provincia (e de “La Provincia”) in trasferta a 350 chilometri da casa, per di più (tra)vestito da ciclista. E’ così che ho incrociato lo sguardo di un omone con le scarpe grosse da montagna, la camicia tirolese tendente al rosso fuoco, un cappellaccio calato sulla barba fluente e due occhi allegri da italiano in gita. Non mi conosceva, vanesio che non sono altro, ma – assai più prosaicamente – aveva scorto il nome che tutti hanno appiccicato sulla schiena e aveva voluto dare il suo contributo. Suggestione, orgoglio, disperazione o stanchezza, ma quei venti metri li ho portati a termine e, da lì, è cominciata la mia passerella verso il traguardo. Quattro chilometri di sensazioni strane, di mantellina da riporre nella tasca posteriore, di cuore che si riempie di gioia mentre il cartello dell’ultimo chilometro viene superato a bassa velocità perché quei momenti vanno gustati fino in fondo. E chi se ne frega se poi si lasciano per strada un paio di minuti. Vuoi mettere l’immeritato applauso, l’entrata sul rettilineo d’arrivo tronfio come un pavone a prenderti una gloria che – se fosse solo sport – gloria non sarebbe?

Ci sono tante cose dietro, davanti e nel bel mezzo della Maratona dles Dolomites, la corsa ciclistica amatoriale più celebre del mondo. La meno importante delle quali è di averla finita per il secondo anno consecutivo (non era scontato) e di aver addirittura tolto 24 minuti dal tempo dell’anno precedente (e questo era ancora meno scontato).  Del resto, fuor di metafora: se questo fosse il metro di paragone, che dovrebbe dire – per fare un solo esempio – la Cristina Lambrugo di Como, quinta assoluta tra le donne? Siamo arrivati praticamente insieme ma lei, fresca come una rosa, aveva sulle spalle trenta chilometri (di salita) in più, quelli che segnano la differenza tra il percorso medio (tremendo) e il percorso maratona (diabolicamente infernale). No, è del tutto evidente che questa corsa è “ben altro”. E una volta tanto il “benaltrismo” non è un irritante gioco a rimpiattino.

E proprio perché ci sono tante cose, voglio raccontarvele tutte. Magari a piccole dosi. Ma, del resto, sono alle prese con le due cose che più amo: scrivere e andare in bicicletta. Quando si incrociano, è un problema (per gli altri).

sportograf-83057375_lowres

Il serpentone verso il passo Campolongo

I VANTAGGI. Per parafrasare Linus, il deejay più sportivo dell’etere, ci sono molti privilegi nell’essere tra gli invitati. E, dicendola alla Totò, io lo ero (grazie ancora). Intanto il vantaggio impagabile di non dover invocare tutti i santi del paradiso per essere estratti (ci riescono novemila fortunati su 33 mila che presentano richiesta). E poi quello di avere un numero di partenza a tre cifre che, per chi mastica di queste cose, è davvero manna dal cielo. Ma il vantaggio più grande della griglia rossa è quello di conoscere un sacco di gente.

20160702_170425

Michil Costa durante la conferenza stampa

E’ il caso di Michil Costa, albergatore ecologico innamorato della sua terra e infaticabile patron della Maratona dal 1987. Ha un merito speciale, tra i tanti, ma è forse il solo del quale va fiero: quello di chiudere – una volta l’anno – tutte le valli ladine dell’Alta Badia al traffico automobilistico e persino a quello dei mezzi pubblici. Domenica 3 luglio, dalle 5 del mattino alle 5 della sera, sulle strade c’erano soltanto novemila biciclette e almeno altrettanti pedoni. Non è u
n’impresa impossibile, credetemi, ma fa un po’ impressione ascoltare l’assordante rumore del silenzio. Non dover guardare a destra e sinistra prima di attraversare la strada. Accorgersi finalmente che motori e clacson sono fastidiosi alle orecchie, alla mente e persino al cuore. Sentire il profumo – che profumo non è – delle mucche al pascolo e non sentire la puzza – che invece puzza lo è – degli scarichi dei motori diesel.

MARATONA DOLOMITI PAGINA

La pagina di presentazione della corsa de La Provincia di Como

Ebbene Michil riesce, una volta l’anno, in questa impresa, posta giusto un metro prima dell’utopia. Ma anche le altre, di imprese, non sono da meno. Ha messo in piedi una macchina organizzativa che, se per banale proprietà transitiva, fosse traslata nelle Poste o nelle Ferrovie, beh… altro che
i treni in orario. Qualche settimana fa, presentando la Maratona su questo blog, avevo cercato di far intendere ai miei quattro lettori il significato meno superficiale di questa corsa. Due giorni dopo, direttamente alla mia mail, è arrivato un bellissimo messaggio di ringraziamento (del tutto immeritato, si capisce), poi ripetuto sul posto, viso a viso: “Ci sono tanti modi di raccontare questa cosa, mi ha detto in sostanza, c’è chi lo fa copiando un comunicato stampa e chi affidandosi al cuore”. Bontà sua, si capisce.

20160702_134600

Michil Costa, Maurizio Canins e Alberto Sorbini

Ho conosciuto anche Alberto Sorbini, presidente della Enervit, azienda comasca che nel mondo sportivo tutti conoscono. Non soltanto un industriale da prima pagina e neppure solo uno dei principali sponsor della corsa ma un uomo entusiasta di un mondo che conosce a fondo anche grazie ai suoi testimonial, da Alex Zanardi a Stefano Baldini al commissario tecnico della nazionale, Davide Cassani. Non avendo alcun interesse sportivo e commerciale, posso portare la mia testimonianza senza diventare rosso di vergogna: seguendo con precisione teutonica la “Energy strategy” messa a punto da Enervit (a che punto del percorso mangiare la barretta, dove il gel, quando bere la borraccia piena di sali minerali) ho completato i 106 chilometri senza crisi di fame o di sete e, soprattutto, senza aver fatto (troppa) fatica. Forse è un caso, per il secondo anno consecutivo. Ma, molto più probabilmente, un caso non lo è.

Sì, lo so bene… quando si parla di ciclismo arrivano i professori da salotto – che di solito pesano dai cento chili in su e non credo sia un caso – a raccontarci che i ciclisti sono tutti dopati, che si alzano la mattina e mettono l’anfetamina nel caffèlatte e che bei tempi erano quelli, quando le bici pesavano un tuono e le strade erano sterrate. Tranne l’effetto serra e, forse, la deforestazione amazzonica, per il resto i ciclisti hanno fatto tutto. Le solite scemenze di chi non saprebbe scavallare un ponte dell’autostrada, insomma. Il resto – la nutrizione applicata allo sport, giusto per rimanere alla Enervit – è scienza. Il doping è altro, è voglia di barare, di andare oltre i propri limiti con l’aiuto di altro che non siano testa, gambe e cuore. Ma non è questione di disciplina sportiva. Il doping è nella testa degli uomini. Che pratichino il ciclismo o, per estremizzare, che giochino con i milioni alle Borse finanziarie.

GLI SPORTIVI. Alex Zanardi è un personaggio fuori dal comune. Un campione di formula 1 e Formula Indy che è miracolosamente scampato a uno dei più gravi incidenti mai avvenuti in circuito. Ci ha rimesso due gambe ma ci ha guadagnato un cuore così. Lo scorso anno lo avevo ascoltato ad una conferenza, questa volta all’incontro di Enervit e poi, ancora, alla conferenza stampa di presentazione della corsa. Dice, in sostanza, che quell’incidente gli ha regalato una vita – o, meglio, più vite – che non avrebbe mai potuto avere se avesse continuato a correre a trecento all’ora dentro un catino maleodorante di gomma bruciata e di benzina. Neppure lui avrebbe fatto un cambio alla pari, ovviamente, ma, una volta che è finito nella trottola della vita, ha cominciato a girare. E quando, con il sorriso autentico della gente di Romagna, ironizza sulla sua disabilità (“Mia moglie dice sempre che ho più gambe che testa”, è una sua frase cult) capisci che è un pezzo d’uomo. Anche se un pezzo importante, il destino glielo ha portato via.

20160702_143420

Con Miguel Indurain

IL CAMPIONE. Miguel Indurain ha sette mesi in meno di me. Ma ha una “fedina sportiva” da paura, a partire da cinque vittorie al tour de France e due al Giro d’Italia. Un monumento che mi sono ritrovato, del tutto inaspettatamente alle spalle. Era con il suo amico Pinarello, l’industriale delle biciclette con il quale, il giorno dopo, si è sciroppato tutto il percorso lungo. Non ho resistito al selfie modello Fedez e dintorni, lo confesso senza vergogna. Ma appena l’ho postato su Facebook mi sono ritrovato moltissimi “like” e tanti commenti. Segno che “Miguelone” ha lasciato un segno profondo in questo sport di uomini veri. Come dice quella frase scolpito sul marmo al monumento del Ghisallo? Ah sì, “…e poi Dio creò la bicicletta perché l’uomo ne facesse strumento di fatica e di esaltazione nell’arduo itinerario della vita”. Appunto.

Ernesto Galigani

e.galigani@laprovincia.it

(prima parte. Continua)

Pubblicato in ciclismo | Lascia un commento

Il conto alla rovescia

Il conto alla rovescia continua. Il sito internet della Maratona dles Dolomites (www.maratona.it) è impietoso nello scandire le ore che mancato, le previsioni atmosferiche, gli adempimenti tecnici (ritiro pettorale, griglie di partenza ecc)… E inevitabMARATONA DOLOMITI PAGINAilmente sale – inconsapevolmente – anche l’adrenalina. Con tutte le proporzioni del caso, diventa più facile comprendere quello che provano i professionisti che, al di là dell’abitudine, sono pure sempre uomini anche loro. Su “La Provincia di Como” (ma anche sugli altri due quotidiani del gruppo, La Provincia di Lecco e La Provincia di Sondrio) ho pubblicato l’altro giorno un articolo per raccontare tutto ciò e molto altro. Vi propongo la pagina.

Pubblicato in ciclismo, ciclismo amatoriale, sport | Lascia un commento

Viaggiando verso la Maratona (delle Dolomiti)

di Ernesto Galigani

Volevo tenervelo nascosto fino a cose fatte, lo ammetto. Per evitare – non sia mai – improbabili giustificazioni postume o diplomatici malanni di stagione. Ma poi, a pensarci bene, non ne vale la pena. Esserci (a Dio piacendo, si capisce) è già un onore. Arrivare in fondo per il secondo anno di fila, invece, per ora è ancora un sogno.

Tutto ciò per confessare che domenica prossima – il 3 luglio – parteciperò alla trentesima edizione della  #Maratona delle Dolomiti, che è un po’ come dire il Gran Premio di Formula 1 per l’automobilismo. O la finale di Champion League per il calcio. In una parola, il massimo.

Dopo l’esperienza dello scorso anno, Michil Costa, l’incredibile patron della Maratona mi ha consentito di fare il bis e di portare a spasso per quelle vette immortali il nome del Ciclo Team Canzo del mio presidente Marcello Moschera. Ma non è della stupenda organizzazione che sottintende il “Mondiale” per cicloamatori di cui volevo raccontare. E neppure dell’emozione grande che si prova salendo (piano) i 37 tornanti del Passo Pordoi o il Pizzo Sella, il Gardena, il Falzarego, il Giau e tutto quello che avete visto nella tappa del 21 maggio scorso del Giro d’Italia (quello vero) mandato proprio su quelle cime a onorare la Maratona. Per tutto ciò c’è il sito della Maratona delle Dolomiti o, se proprio volete essere così gentili, i prossimi articoli di questo modesto blog. O, ancora, il servizio che pubblicherò su “La Provincia” per raccontare i dettagli della nutrita pattuglia comasca in partenza per le Dolomiti.

Mi ha sempre colpito il fatto, invece, che molti dei miei “colleghi” ciclisti siano persone che, nella vita, hanno incarichi di grande responsabilità. Giornalisti (assai più famosi del sottoscritto), manager pubblici e privati, grandi industriali. Non ne faccio, evidentemente, una regola assoluta e neppure un discorso, per così dire, antropologico. Ci sono fior di magazzinieri o di idraulici che fanno meraviglie sulla due ruote.

Eppure, qualche strana correlazione ci deve pur essere
tra la mission professionale e questo strano sport, dove la fatica è condizione essenziale. Non è che puoi traccheggiare a centrocampo o nasconderti sulla fascia puntando alla bandierina del calcio d’angolo, c’è sempre e solo da pedalare. In gruppo, certo, ma contemporaneamente anche in solitudine. “Succhiando la ruota” ma, ovviamente, a patto di avere le gambe necessarie per farlo. Uno sport, per riassumere, dove la possibilità di vincere è paragonabile a quella di un Gratta e vinci milionario. Prsportograf-64947784ovate a pensarci, per ogni corsa c’è un solo vincitore e ci sono almeno duecento sconfitti (9.300 nel caso della Maratona delle Dolomiti su un potenziale di 31.000 aspiranti) e che transitano sotto il traguardo a mani alzate, applaudendosi (ero io lo scorso anno) o, ancora, mormorandosi parole dolci nella propria testa. Quando mai avete visto un altro sport del genere, dove lo sconfitto esce esultante del campo senza essere rincorso da strani figuri in camice bianco?

Qualcuno, buttandola in battuta, ha sintetizzato su un social che “per giocare a calcio serve una palla, per fare il ciclista almeno due”. Mi piace pensare che non è andato poi tanto lontano dal vero. E vi risparmio il ciarlare filosofico dell’uomo solo con i suoi pensieri alle prese con una cosa (la salita) più grande di lui, con gli inevitabili – affascinanti ma forse un po’ pedanti – richiami ai maestri del pensiero.

Eppure, non sono il solo a farsi di questi pensieri se è vero che anche Christian Pizzinini, che della Maratona delle Dolomiti è il formidabile uomo comunicazione, ha dedicato uno dei suoi comunicati proprio a questo argomento. L’elenco dei manager che parteciperanno alla corsa è davvero impressionante. Si va da Rodolfo De Benedetti della Cir a Francesco Starace dell’Enel, da Corrado Sciolla di Bt ad Alberto Calcagno di Fastweb. E poi in ordine sparso Fausto Pinarello, Matteo Arcese, Carlo Tamburi di Enel, Pier Bergonzi della Gazzetta dello Sport, giusto per limitarsi a qualche nome.

Per non parlare poi degli sportivi (Alex Zanardi per tutti), degli industriali (l’ex presidente di Confindustria e numero uno della Mapei, Squinzi) e dei politici… Anzi no, di questa categoria – Romano Prodi a parte – non mi viene in mente nessuno. Ma anche questo, forse, non è un caso e vuole pure dire qualcosa. O no?

e.galigani@laprovincia.it

Pubblicato in ciclismo | Lascia un commento

Il Matteo (Rabottini) che non dimentichiamo

Sarà capitato anche a voi di trovare in soffitta oggetti di cui avevate perso traccia. Ebbene, questa mattina nella soffitta del mio computer ho trovato un articolo scritto proprio un anno fa e che non avevo mai pubblicato. Commentava la denuncia per doping di #Matteo Rabottini, eroe della tappa del #Giro d’Italia di Lecco Pian dei Resinelli del 2012. Mi aveva colpito, quella vicenda, perché avevo seguito (in macchina con l’amico Aldo al volante) l’intera tappa, interamente sotto la pioggia. Era il 20 maggio e quel ragazzo in fuga per tutti i 153 chilometri del percorso era diventato il simbolo della fatica del ciclismo ma anche della sua incontrovertibile bellezza. Celebrato dai media all’epoca, dileggiato e gettato nel fango al momento della positività, dimenticato quando ha raccontato alla Gazzetta dello Sport la sua storia di ragazzo che arrivato in cima – e grazie a quel trionfo ai Resinelli –  non riusciva più a rimanerci. E per tentare di farlo ha fatto la stupidaggine della vita. Non so dove sia finito Rabottini ma non mi piacciono -lo avrete già capito – quelli che non potendo più dare il cattivo esempio, provano con i buoni consigli. Per questo vi ripropongo quell’articolo.

di Ernesto Galigani

Cinque righe di agenzia. Riprese con il copia-incolla da una manciata di giornali, infilati dal redattore di turno in un buchino a una colonna, quelli che non mancano mai quando si deve chiudere una pagina in tutta fretta e “meno male che è spuntato questo qui”. Due anni di squalifica per doping, con tre mesi di sconto perché ha attivamente collaborato con gli investigatori. Rabottini ai Piani Resinelli. Foto Lecconotizie
Punto e a capo. L’hanno ridotta così l’impresa di Matteo Rabottini, classe 1987, che il 20 maggio del 2012 – mentre l’Italia intera si svegliava con la notizia di un terremoto nel cuore dell’Emilia – saliva sulla sua bicicletta a Busto Arsizio e ne scendeva ai Pian dei Resinelli dopo 153 chilometri di diluvio e di salite. E ci scendeva dopo aver conquistato la vittoria più bella della  carriera che (allora) cominciava a prendere forma. Regalando alla città di Lecco un’impresa sportiva di quelle che meriterebbero di essere scolpite nella pietra e non già, come accade in questo rutilante mondo che non si ferma mai,  cancellata con un colpo di spugna. Due interviste televisive – “Veloci, mi raccomando, che c’è la pubblicità dei sofficini” – il cronista attempato della testata locale che ti fa le domande e pure le risposte perché non gli pare vero di sciorinare i suoi ricordi (“altro che carbonio, si teneva il palmer a tracollo,che tempi quelli”). una pacca sulle spalle del tifoso che neppure ti conosceva fino a quel momento e la umiliante protervia dell’uomo dello staff che, come se dispensasse un po’ di perle ai porci, ti assicura che, dai Resinelli “tranquillo, ti facciamo scendere in macchina”. Non come gli altri sfigati che, fradici di acqua e stravolti dalla fatica, avrebbero dovuto riprendere l’attrezzo del mestiere e tornare cinquecento metri più a valle sognando una doccia.

(Guarda il video) https://www.youtube.com/watch?v=8wHhwCtEzjM

Questo è molto altro c’è dietro quelle cinque righe di agenzia che adesso fatichi pure a trovare con Google. Ma, si sa, nello sport l’italiano medio è ancora più medio del solito. Pronto a saltare sulla bicicletta del vincitore – e giù di iperboli, scandagliando il vocabolario come tanti Brera di provincia, sia mai che trovo la parola che “spacca” – e altrettanto rapidi nel dimenticarsene un nano secondo dopo. Rabottini? I Resinelli? L’ho sempre detto che quello aveva un farmacista della Madonna. E avanti o popolo che c’è un altro eroe da incoronare, e poi da buttare dalla finestra perché bravo, ricco e famoso. Il contrario di tutti noi.

E al cronista, che quella corsa la segui in auto, metro dopo metro resta un po’ di amaro in bocca. Non tanto e non solo per la questione del doping – Rabottini non è certo il primo atleta (e non ciclista) a cadervi e non sarà neppure  l’ultimo – quanto perché epo o non epo quel disgraziato ha sputato sangue su quella strada. Come tutti i suoi compagni. Lo ricordiamo, tutto perfettino nel suo Body giallo sgargiante – in una viuzza di Busto Arsizio con il diesse che gli spiega la tattica: “Matteo, tu fai subito in fuga e fai selezione. Poi vediamo cosa succede”.
Succede, ve lo riassumiamo, che al kilometro zero il cielo si apre, che il Matteo al chilometro uno prende coraggio e se ne va con un altro gruppetto di disperati. Succede che a Lecco ancora diluvia e lui continua a tirare ingozzandosi di barrette umidicce. E succede che sulla Valcava – che è una montagna terribile già quando c’è i  sole- si ritrova da solo. Quando passa accanto al cronista, avvolto in un impermeabile bagnato, c’e la nebbia, il termometro segna sei gradi e lo aspettano 11 chilometri di discesa che, quando fa freddo, spaventano più della salita. Ma succede anche che lui continua a pedalare, che sale altre montagne. E che sul più bello, subito dopo la fine della discesa  dalla  Culmine di San Pietro, prende una curva con troppa foga e si ritrova con le chiappe dolenti per terra.

E’ finita? No, risale in bici e via verso I Resinelli che solo all’idea viene da mettersi a piangere. Lassù ci sono i dottoroni, le grandi firme che si fanno un sacco di pipponi tra un formaggio locale, una fetta di salame e, perdinci, “che buffet da pezzenti”. Succede che Matteo non ne ha piu, che ognuno di quei 14 tornanti è una coltellata in una gamba, che lo riprendono quando mancano duecento metri all’arrivo. Ma la favola ha il lieto fine, nella sua testa c’è ancora un briciolo di rabbia, sufficiente per fargli vincere la corsa e proiettarlo in un sogno. Confesso, quel giorno ho vinto anche io. E non basteranno quelle cinque righe di agenzia per cancellare tutto ciò.

Pubblicato in ciclismo | Lascia un commento

C’era una volta Milano. E c’è ancora (dentro la nuvola di smog)

Chissà, forse è soltanto una mia maldestra impressione. Un caso di suggestione, alimentato dalla fatica della salita. O, forse, ho ragione io a sostenere che – in sella ad una bicicletta – le cose si vedono assai più nitidamente che dal parabrezza di un’automobile.

Ebbene, salendo qua e là sui nostri monti mi diletto (talvolta, senza esagerare) a scattare qualche immagine. E, immancabilmente, quando il cellulare punta verso Milano, ecco che compare una nuvoletta bianca che nuvola non è. Una cappa, piuttosto, di smog e inquinamento che si dirada mano a mano che l’obiettivo prende altre direzioni.

Monte Barro Galbiate 2016Valcava verso Lecco Sormano ciclismo bisValcava verso Milano

 

Qui sopra alcune immagini che ho scattato. La prima a sinistra dall’Eremo del Monte Barro di Galbiate, a 700 metri di quota (discreta salita, se interessa, ma con asfalto pieno di buche) e riprende i laghi di Oggiono e Pusiano. A destra siamo al passo di Valcava (stupenda e terribile salita di 11 chilometri con punte del 20 per cento di pendenza) con l’obiettivo puntato verso Lecco. Esattamente sotto, la stessa località ma che guarda verso Milano: la differenza è incredibile. Infine sotto a sinistra la foto scattata alla Colma di Sormano e sempre puntata verso Milano. O, meglio, là dove c’è un’indistinta melassa grigia c’è Milano.

E adesso, suggestioni a parte, alzi la mano chi vuole fare cambio…

Pubblicato in ciclismo | Lascia un commento

Nibali e il carro del vincitore

Dal “crollo” al trionfo. Dall’imbrocchimento precoce del mercoledì  (per colpa della preparazione, del medico, della squadra, del direttore sportivo, del destino cinico e baro, della turbolenza in Borsa e sicuramente anche degli influssi di Matteo Renzi) al “tutto calcolato” del sabato pomeriggio. Non ci voleva certamente l’impresa di Vincenzo Nibali, spacciato ad Andalo e trionfatore a Torino, per scoprire che anche nelle cronache ciclistiche, prima di spingere il tasto dell’invio, bisognerebbe contare fino a dieci, eliminare gli aggettivi superlativi (che un mio vecchio direttore sosteneva essere del tutto inutili), andare oltre le sentenze premature e i giudizi sommari. Nel calcio basta ricordare il Mondiale di Spagna 1982, che trasformò un gruppo di panda sgarruppati nella più fenomenale formazione d’azzurro vestita. O, in dimensioni più ridotte, certe cronache novembrine a proposito dell’ineluttabile declino bianconero perché, del resto, il secondo anno Allegri non l’azzecca mai.

nibali titolo

E lasciamo stare la politica o addirittura la storia, recente e meno recente, che è tutto un salire e scendere dal carro del vincitore di turno.

Chissà, forse siamo davvero antropologicamente diversi e, per quanto ci si sforzi, non c’è modo di affidarsi al buon senso, alla prudenza, al giudizio meditato. O, forse, c’è – in certi titoli improvvisamente “cattivi” – l’emergere di quella sottile perfidia che alberga in ciascuno di noi. E che non accetta – almeno per troppo tempo – il divismo senza macchia e senza paura. Vedere il campione (o il politico o il vicino di casa) rotolare dal suo Olimpo di gloria fino all’inferno de ‘noartri regala brividi di malcelata soddisfazione.

Chi lo sa… E comunque indispone un po’ – per questo ho voluto dedicarci qualche riga – il velocissimo navigare controvento di chi, fino al giorno prima, aveva addirittura spiegato la vele. Spesso – ve lo dico per esperienza – sono gli stessi colleghi che poi si incontrano in televisione o ai corsi di aggiornamento (sic) e che per un’ora ti triturano gli zebedei su “quanto è bello il giornalismo anglosassone”, tutto fatti e nessuna opinione, e che – perbacco – ci vuole il rispetto della “vittima” (compresa quella sportiva), la continenza dell’esposizione, la tutela dei minori e compagnia bella.

Ci fossero ancora, i colleghi di “Cuore” – giornale satirico degli anni Ottanta da bere – rispolverebbero uno dei loro titoli più famosi: “Hanno la faccia come il culo”. Sì, forse sta tutto lì, in sei parole, articoli compresi.

Pubblicato in ciclismo | Lascia un commento

Ho corso con Gimondi

Lo sapevate, no?, che sono un “giornalista pedalante”? Ebbene, domenica ho partecipato alla Gran Fondo Internazionale Felice Gimondi di Bergamo. Una bellissima corsa su e giù per i monti della Bergamasca per 130 chilometri (ho scelto il percorso medio) che ho concluso con un tempo per me assai ragionevole. Grazie alla benevolenza del mio ex direttore de “La Provincia”, Giorgio Gandola e del capo della redazione sportiva Roberto Belinghieri, ho scritto un articolo apparso il giorno successivo su “L’Eco di Bergamo”. Un pezzo di colore, a metà tra lo scherzoso e l’ironico, per raccontare la corsa vista dal di dentro. Di seguito il pdf della pagina. Così, per gradire. L’ECO_DI_BERGAMO bis_16-05-2016(1)

ID_15728780

Qui di seguito, invece, il testo integrale dell’articolo visto che per il giornale ho dovuto necessariamente fare una riduzione. Le pagine, diceva un mio vecchio direttore, non sono mica di gomma. Per l’appunto. Ecco l’articolo, sperando che qualcuno si diverta a leggerlo.

Di Ernesto Galigani

Mettere nero su bianco che ho corso con Felice Gimondi è troppo. Diciamo allora che l’ho visto, appena qualche decina di metri avanti a me, con il pettorale numero 1, sotto lo striscione di partenza (che striscione non è). Aggiungiamo che abbiamo pedalato sullo stesso percorso per qualche chilometro e che eravamo iscritti alla stessa corsa. Questi sono fatti. Incontestabili, come quel celeberrimo titolo di un giornale del pomeriggio. “Dirottato l’aereo dell’Inter”. E relativo sottotitolo in lettere minuscole: “Da Linate alla Malpensa per nebbia”.

Comunque sì. Tra i 3.904 iscritti alla Gran Fondo Internazionale Felice Gimondi c’era anche chi scrive, felice di esserci per la prima volta dopo qualche analoga esperienza in Romagna e sulle salite delle Dolomiti. E’ bene sapere, per cominciare, che il momento più difficile di una gran fondo è il… giorno prima. Ovvero il giorno del ritiro del numero di partenza. Nascosti nelle lunghe file di giovani scalpitanti, di atleti attempati e di seri professionisti (della scrivania) che si illudono di voler fermare il tempo a colpi di pedale, si ascolta di tutto. E sono racconti che ti mandano l’autostima in cantina, se l’esperienza non ti venisse in aiuto. E’ accaduto anche sabato al Lazzaretto, sotto il grande gazebo. Ecco il dialogo, testuale, tra due ragazzi. “Che percorso fai, domani? Il lungo?”. “No, purtroppo non ho tempo. Ho una cresima alle 11, mi sa che devo fare il medio”. Inutile aggiungere che a te, che hai preso tre giorni di ferie prima della gara e che da un mese mangi riso scondito e bresaola, viene la voglia di affidarsi a un improbabile malore dell’ultima ora.

Fortuna che poi, quando lo speaker termina il conto alla rovescia, la musica cambia e questi… pescatori del pedale finisci per ritrovarli – se non sulla prima – sicuramente sulla seconda o sulla terza salita. Li vedi arrancare a bocca spalancata, con il cuore che batte come un tamburo, la fronte che gronda sudore e il polpaccetto che invoca pietà.

Oh, intendiamoci. Ci sono fior di ciclisti al via (basta guardare i tempi di percorrenza) ma fanno corsa tra di loro. Tempo due curve e neppure li vedi più. Noi, comuni mortali, eravamo sì e so sotto la curva Nord e loro, presumibilmente, stavano già dalle parti di Scanzorosciate… I primi chilometri del resto, fanno paura. Persino noi, pippe professioniste, li percorriamo a 45 all’ora con tutti i display delle strade provinciali che si illuminano di rosso (“Velocità 52 orari, Rallentare”) e che regalano un intenso brivido di piacere, se hai il tempo di buttarci l’occhio.

Poi le cose cambiano. Non al Colle dei Pasta, si capisce, che viene affrontato come il cavalcavia dell’autostrada… E forse neppure sulle prime rampe del Colle del Gallo. A Gaverina Terme, per dire, in gruppo era tutto un vociare, un scambiarsi impressioni, un “menare” (loro dicono così) all’impazzata sul rapportone. Con il simpaticone di turno che, al terzo tornante, sveglia mezzo paese (sono pur sempre le 7.30 di  domenica) incitando il plotone a gran voce. “Alè, alè, che andiamo bene, mi sa che abbiamo il tempo di fare una fotografia”. Sarà, ma a me ricordava il “palla di lardo” di Full Metal Jacket e ho l’impressione che abbia fatto (sportivamente parlando) la stessa fine.

Sulle rampe del Selvino prende forma quello che Gianni Brera seppe cogliere a dispetto della silhouette non proprio adatta al tema: “Il silenzio e la solitudine sono indispensabili per riuscire in uno sport così faticoso”. Già… I tornanti si susseguono (sono 19), la strada sale e le parole non servono più. Si sente il dolce cigolare del pedale, il rumore della catena che vince l’attrito e, di tanto in tanto, il “tac” di chi ha scelto di alleggerire il rapporto del cambio. Tutt’intorno ci sono i boschi, i prati verdi, le nuvole basse, il sole che cerca di sfondarle. Il nulla che poi è anche il tutto. Un’atmosfera, per mutuare una frase del giornalista Vittorio Messori – l’intervistatore del Papa – “piacevolmente lugubre”. Alla faccia dell’ossimoro, si chiedeva profetico, “per chi ne abbia il gusto, c’è forse piacere più sottile?”.

Poi San Pellegrino, la lenta risalita della Val Taleggio che stringe il cuore nella sua selvaggia bellezza, la salita verso la Costa d’Olda, la Forcella di Bura. Con gruppi e gruppetti che si formano in pianura e si disfano in salita, che si ricompongono in discesa e che, a dispetto delle maglie diverse, vien quasi da pensare che nessuno voglia staccare chi si è già messo 110 chilometri nelle gambe.

Poi c’è Brembilla. E il magico cartello dei 20 chilometri all’arrivo che ha l’effetto magico di scatenare l’adrenalina che sembrava definitivamente anestetizzata dalle salite. Si torna ai 50 all’ora dei primi chilometri, incuranti dei semafori rossi degli incroci sorvegliati (magnificamente) da volontari e forze dell’ordine; tutti tronfi dei passanti della domenica mattina che ti battono le mani e ti incoraggiano come se fossi un corridore vero. Proprio vero che, come scriveva non troppo fantasiosamente Pier Paolo Pasolini, il ciclismo è lo sport più popolare perché non si paga il biglietto.

E poi il triangolino rosso dell’ultimo chilometro. C’è chi non vuole perdersi neppure un secondo del proprio tempo e spara le ultime cartucce. E che c’è chi come il cronista si vuole godere il momento – quando mai mi ricapiterà? – stirandosi con le mani la divisa, complimentandosi silenziosamente con se stesso e presentandosi all’ultima curva prima dell’Azzurri d’Italia con un sorriso grande così. E chissenefrega se il vincitore è già al dessert e all’ammazzacaffè. Se permettete, stavolta ho vinto anch’io. Come Gimondi dei tempi d’oro. E che Dio l’abbia in gloria.

 

Pubblicato in ciclismo | 2 commenti

Chi sono, da dove vengo. E dove vado

Andateci piano con le aspettative. Questo non è un blog di ciclismo di quelli dove puoi trovare dotte disquisizioni, analisi tecniche, giudizi e pagelle cattivissime. Direi che, forse, è il suo contrario.

Questo è (semplicemente) uno spazio in cui si parla di ciclismo di strada, nel senso più letterale della parola. Il ciclismo della domenica, insomma, nel quale la media oraria è importante, come no, ma non viene certo sacrificata per un’occhiata a un panorama, a un lago blu che più blu non si può o a una Grigna imbiancata di fresco. Il ciclismo delle emozioni, potrei dire, se non temessi di scivolare nella banalità.

Con una particolarità importante, tuttavia. Che chi lo racconta – cioè il sottoscritto – è giornalista professionista da una vita ma, se non altro, lo pratica con una certa regolarità da almeno una decina d’anni (e due biciclette) a questa parte. Nulla di fenomenale, sia chiaro. Solo un lento macinare di sette-ottomila chilometri l’anno in sella ad una formidabile Bianchi Infinito, mettendoci qualche ciliegina qua e là. Un paio di Nove Colli di Cesenatico, la mitica Maratona delle Dolomiti lo scorso anno e, a breve, anche una bella Gimondi di Bergamo.

Mi tocca di aggiungere un paio di osservazioni importanti. Questo blog è la naturale prosecuzione (il titolo è rivisto, il motto è sempre quello) di una analoga iniziativa che ho condotto per diversi anni attraverso il portale internet de “La Provincia di Como“, il giornale quotidiano dove lavoro come caporedattore ormai dal 1994. Con il passare del tempo, inevitabilmente, i portali internet si evolvono e seguono le indicazioni del mercato. Ovvio che la riflessione, sia pure sportiva, non è esattamente in sintonia con la frenetica voglia di informazione dei tempi moderni. Il materiale scritto e pubblicato – 71 articoli – non è comunque perduto. Lo potete trovare collegandovi a questo link http://www.laprovinciadicomo.it/blog/DueRuoteEUnaGamba/ Se qualcuno avesse voglia e tempo di darci un’occhiata, beh, mi farebbe piacere.

Questo spazio è naturalmente aperto a tutti i contributi e basta comunque una mail all’indirizzo e.galigani@laprovincia.it per raggiungermi. I più tecnologici mi troveranno anche su Facebook e su Twitter. Gli altri – e speriamo siano la maggioranza – continueranno ad andare regolarmente in bicicletta. Lo farò anch’io, sia chiaro, e non è proprio sicuro che, dopo un bel Pordoi, troverò la voglia di mettere a battere sui tasti. Scusato, non è vero?

Ernesto Galigani

 

Pubblicato in ciclismo, ciclismo amatoriale, sport | Lascia un commento