Si fa presto a dire salita. Per quanto siano tutte belle, ce ne sono alcune che lo sono un po’ di più. Magari non sempre (e non solo) per la pendenza, ma anche per quelli che, in una autovettura, definiremmo “accessori”. La qualità dell’asfalto, per esempio. Oppure il panorama che offre alla vista mentre si pedala. O, ancora, la cura con la quale la salita viene “gestita”.
Reduce dalla vacanza (ciclistica) in Romagna – terra dove il ciclismo è una religione laica – devo confessare ai lettori di questo blog di non aver potuto fare a meno, mentre macinavo chilometri sulle meravigliose e impervie colline che circondano Riccione, di fare qualche paragone su questo tema. Due casi a confronto, si potrebbe dire. La salita al Cippo di Carpegna, resa celebre da Marco Pantani che l’aveva eletta a palestra di allenamento, e quella dei Piani dei Resinelli, conosciuta da sempre a noi indigeni ma che ha avuto una seconda vita dopo essere stata traguardo di tappa nel Giro d’Italia del 2012. La differenza non può non colpire e, al di là di ogni valutazione sportiva, rappresenta lo specchio di quello che significa fare turismo (e quindi business) grazie alla bicicletta.
Arrivare a Carpegna partendo da Riccione – 55 chilometri di saliscendi – è già uno spe

Uno dei tornanti della salita al Carpegna
ttacolo di suo. Un mare verde fatto di vigne e di ulivi, interrotto qua e là da paesini deliziosamente arroccati sulle alture, qualche auto ogni tanto e neppure un camion all’orizzonte. E se non fosse che l’asfalto faccia schifo più o meno come da noi (i soldi sono finiti anche in Romagna, evidentemente) ci sarebbe davvero di che guardare a bocca spalancata la meraviglia della natura. Arrivare ai Piani Resinelli partendo da Lecco, invece, è un’impresa. Attraversare Laorca e Pomedo, con le sue strade strette e dissestate, tra motociclisti che ti sfiorano e auto starnazzanti ad ogni curva, è un’impresa di cui non si coltiva il ricordo.
All’imbocco della salita di Pantani, ecco i primi cartelli. Spiegano che il tratto che stai per cominciare ha una certa lunghezza, indicano la pendenza media e quella massima e, ciliegina, suggeriscono la distanza dallo vetta. Quello che segue, a parte la fatica di avventurarsi su pendii che arrivano al 20 per cento e che ricordano tanto il Mortirolo, è magia pura. Una strada stretta nel bosco, un campi

Il triste cartello dei tornanti dei Resinelli. Notate differenze rispetto a quello sopra?
ng a metà strada e, di lì in poi, traffico vietato a tutti i mezzi a motore. Ad ogni tornante una scritta sull’asfalto a ricordare che su quelle strade il Pirata ha costruito le sue fortune, segnali stradali che – dajje – ricordano di nuovo le curve che mancano e la distanza dalla vetta, cartelloni di legno che riproducono le pagine dei giornali sportivi dedicati al ciclismo. All’arrivo un grande poster in legno, struggente e persin povero nel suo allestimento, ricorda che sei in cima al monte del Pirata e suggerisce – come fanno tutti – un selfie ricordo prima della lunga discesa. Sette chilometri di grande suggestione.
Anche la salita dei Resinelli si inerpica in un bosco bellissimo e, dalla metà in avanti, offre scorci di panorama davvero spettacolari, con il lago di Lecco, lo specchio di Garlate e l’Adda che si insinua nel cuore della Brianza. Ma lì i tornanti – 14 contro i 22 del Carpegna – sono segnalati a malapena con un anonimo cartello bianco, spesso martorizzato dai vandali o da quanti l’hanno scambiato per uno spazio dedicato alle affissioni. Nulla che ricordi dove ci si trovi , nulla che indichi quanti tornanti ci sono (mica tutti sono del posto, no?), nulla che indichi la distanza dall’arrivo. Già, l’arrivo. Ad accoglierti, appena la strada spiana, l’orribile skyline di un grattacielo che qualche mente fantasiosa ha lasciato costruire negli anni Sessanta e che nessuno ha fino ad ora pensato di abbattere a colpi di piccone, un mattone dietro l’altro. Non una targa a ricordare che su quella strada è arrivato il Giro d’Italia, non una fotografia a testimoniare negli anni la magìa di quella giornata indimenticabile per milioni di telespettatori.

Il “monumento” in cima al Carpegna dedicato al Pirata
Insomma, un paragone stridente che – come detto – è il simbolo perfetto di come si faccia turismo in Romagna e alle nostre latitudini, dove però si è soliti piangere perché i turisti non arrivano… E nessuno che si chieda il perchè…
A chi pensa che sia soltanto un caso, invito a pensare alla salita del Ghisallo: fino al celebre santuario ed al museo che si trovano in vetta, non c’è un cartello, una scritta, un murales, un poster che ricordi come si stia pedalando su uno degli asfalti più famosi del mondo. Come se a Roubaix, un sindaco più intelligente degli altri, decidesse all’improvviso di rimuovere il pavè perché rende la vita difficile agli automobilisti. E dobbiamo parlare di Morterone, della culmine di San Pietro, di Valcava? Lasciamo stare, se non ci fosse la lodevole eccezione del Muro di Sormano, nessuno potrebbe mai credere che anche questa è terra magnifica per gli appassionati di ciclismo.
Eppure la bicicletta produce turismo. E il turismo ricchezza.Viene da pensare che ce ne sia a sufficienza. E allora, chissenefrega… Giù di clacson non appena un ciclista si profila all’orizzonte, dall’alto del proprio Suv superaccessoriato che a trenta all’ora – ma con la prosopopea di un jet – tenta di farsi largo in un inestinguibile labirinto di lamiere e fumi di scappamento. Contenti noi.
Ernesto Galigani
e.galigani@laprovincia.it; twitter #EGaligani, facebook Ernesto Galigani










ilmente sale – inconsapevolmente – anche l’adrenalina. Con tutte le proporzioni del caso, diventa più facile comprendere quello che provano i professionisti che, al di là dell’abitudine, sono pure sempre uomini anche loro. Su “La Provincia di Como” (ma anche sugli altri due quotidiani del gruppo, La Provincia di Lecco e La Provincia di Sondrio) ho pubblicato l’altro giorno un articolo per raccontare tutto ciò e molto altro. Vi propongo la pagina.
ovate a pensarci, per ogni corsa c’è un solo vincitore e ci sono almeno duecento sconfitti (9.300 nel caso della Maratona delle Dolomiti su un potenziale di 31.000 aspiranti) e che transitano sotto il traguardo a mani alzate, applaudendosi (ero io lo scorso anno) o, ancora, mormorandosi parole dolci nella propria testa. Quando mai avete visto un altro sport del genere, dove lo sconfitto esce esultante del campo senza essere rincorso da strani figuri in camice bianco?











