C’era Lecco e la Valcava. E non c’è più

C’è un dettaglio ciclistico importante – che poi tanto dettaglio non è – dietro la notizia de L’Eco di Bergamo che il comune di Torre de’ Busi, a distanza di 25 anni o poco meno, tornerà a far parte della Provincia di Bergamo, lasciando la cosiddetta “area vasta” di Lecco nella quale era stato inserito nel 1993 insieme agli altri cinque comuni della Valle San Martino, da Calolziocorte a Erve, passando a Vercurago, Carenno e Monte Marenzo.

Il passo di Valcava a Torre de Busi e, sullo sfondo, alcuni dei ripetitori televisivi

Nulla da obiettare, del resto. Come sa benissimo chi ha leggiucchiato “I Promessi Sposi” – senza cioè essere necessariamente fini intenditori della frastagliata storia di questo lembo di Lombardia – l’Adda ha sempre segnato il confine tra Bergamo e Lecco, tra spagnoli, francesi e longobardi e la Serenissima Repubblica di San Marco, naturale linea di demarcazione di mondi lontani e opposti. E Torre de Busi, paesino arrampicato sulla montagna, ancor più degli altri è stato parte integrante di quel mondo: vi si parla bergamasco, si “va all’Atalanta” (anche a Lecco, ma questa storia è più recente) e quando si vuole andare in città si punta verso le mura medioevali di Berghem de Ora. Il “dettaglio che dettaglio non è”, si chiama Valcava e, in particolare, quella stretta striscia di asfalto che parte da San Gottardo di Torre de Busi e che sale su fino a 1.340 metri, per poi tuffarsi a perdifiato – con una discesa di 4 chilometri – a Costa Imagna e di lì a Valsecca, Sant’Omobono Terme, Berbenno.

I ciclisti non mancano mai sulla Valcava

Terre di ciclisti e terra di ciclismo prima ancora che terra di turismo. Non foss’altro perché proprio sulla piana che prelude allo scollinamento c’è una giungla di ripetitori televisivi che da un lato ci permette di vivere a tutto tondo la tecnologia applicata dal piccolo schermo ma che, dall’altro, ha trasformato prati e pascoli in una squallida periferia di acciaio, dove le radiazioni emesse – secondo la vulgata popolare – sono capaci di accendere e spegnere la luce di casa senza neppure il fastidio di premere l’interruttore.

Ebbene, da venti e più anni a questa parte, quella meravigliosa strada di 12 chilometri scarsi è la salita più importante della Provincia di Lecco. Un’occhiata sui siti specializzati – a partire da salite.ch – ed ecco che in cima alle difficoltà di questa terra viene indicata proprio lei, la Valcava, rigorosamente declinata al femminile. Salita dura, durissima, ben più del Ghisallo con pendenze che negli ultimi tre chilometri e mezzo raggiungono punte del 18-20 per cento e con una media complessiva che sfiora la doppia cifra. Roba da Alpi vere, da Dolomiti, da Tour de France. Non a caso una salita che fa parte integrante (ma solo da qualche anno a questa parte per ragioni che vi dirò) del percorso del Giro di Lombardia. E, nel 2012, è stata anche l’anima di una meravigliosa tappa del Giro d’Italia, quella da Busto Arsizio a Lecco Pian dei Resinelli, una delle pagine più belle del ciclismo moderno con l’arrivo in volata di Rabottini contro Purito Rodriguez dopo 154 chilometri sotto il diluvio.

Una salita così impegnativa – per la sua costante ricerca dell’ascesa, prima ancora che per le pendenze assolute – da essere stata cancellata per molti anni dai programmi delle gare più famose. Si dice, ma forse è soltanto una leggenda, che gli organizzatori del Lombardia furono costretti a toglierla pena lo “sciopero bianco” dei ciclisti dopo che nel 1990 Lauren Fignon – mica un pinco palla qualsiasi – fu costretto a mettere il piede per terra al chilometro 9 e qualche cosa, proprio dopo una curva a gomito a destra che – senza avvisaglie – immette sulla rampa più terribile, oltre il 18 per cento di pendenza. Vera o no che sia questa storia, adesso, prima della curva c’è un cartello altimetrico che mette in guardia i neofiti e che suona come una moderna trasposizione del verso dantesco: “Lasciate ogni speranza, o voi che salite”.

Lo avrete capito da questa descrizione. E’ una salita sulla quale mi diletto  almeno tre o quattro volte l’anno, consapevole della mia pippaggine ma altrettanto convinto che, senza cercare il record della pista, posso ancora domarla. Una salita che, a dispetto della sua cattiveria, non si può non amare. Per ragioni sportive (chi può fare la Valcava può seriamente pensare di immolarsi anche sul Mortirolo) ma anche per ragioni più romantiche, come i meravigliosi panorami della Bassa e dei laghi lecchesi di cui si gode salendo. Roba che vale il prezzo del biglietto.

Ebbene, se Torre de’ Busi tornerà ad essere bergamasca, il Lecchese perderà la sua salita più bella, quella più romantica, quella più faticosa. Intendiamoci, le alternative non mancheranno (Resinelli su tutti) e il mondo continuerà ad andare avanti come da qualche milione di anni a questa parte ma… un po’ di magone dovrebbe esserci tra quanti si identificano orgogliosamente con la terra in cui vivono.

Ad essere sinceri fino in fondo – e lo dico da ciclista della domenica – non tutti i mali verranno per nuocere. Nel nostro ambiente è ben nota la maggiore cura che la Provincia di Bergamo riserva alle proprie strade rispetto a quella di Lecco, la stessa – per capirci – che vieta il passaggio in galleria ai ciclisti perché le lampade sono rotte senza neppure pensare di sostituirle. La stessa provincia, per rigirare il coltello nella piaga, che davanti a un ciclista ferito mortalmente dopo una caduta provocata da una buca sostiene di non avere soldi per asfaltare quella che non è una priorità viabilistica, salvo poi cedere davanti alla campagna di stampa de La Provincia di Como (che Dio l’abbia in gloria). Non è politica, sia chiaro, Più banalmente, Bergamo è terra di ciclismo e le strade senza buche, per chi va in bicicletta, rappresentano un basilare punto di partenza. E se non ci credete, prendete la Valcava dal versante bergamasco: sembra una tavola di biliardo o quasi (esperienza di due giorni fa, fidatevi) e poi paragonatela con quello lecchese. Lo scorso anno, per dirne una, la neve aveva scavato voragini nell’asfalto. Ebbene, i lavori di ripristino (rattoppi, mica altro) sono stati fatti a giugno, quando migliaia di ciclisti incazzati avevano già lasciato la camera d’aria dentro quelle buche, oltre a qualche natica dolorante.

e.galigani@laprovincia.it

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E la luce (non) fu

Sarà anche uno sfacciato conflitto di interessi ma il titolo del quotidiano “La Provincia di Como” (I ponti crollano, lo Stato non c’è) fotografava con rara efficacia e sintesi la situazione delle nostre strade. Da Annone ad Ancona, parlano i fatti. E tutto il resto (le responsabilità, i tavoli, la concertazione) è soltanto politica. E quindi noia.

Visto che su questo blog ci si occupa di ciclismo, è doveroso aggiungere che non solo i ponti crollano ma che anche le strade fanno schifo, piene di buche e di insidie per noi che andiamo in bicicletta e che mettiamo in cima ai nostri sogni un bell’asfalto liscio e levigato, di quelli che non senti neppure il rumore della ruota. La realtà, invece, è che siamo costretti a fare “strade bianche” ogni giorno che il Padre eterno manda in terra, trasformandoci da amatori della domenica ad “eroici” quotidiani.

L’imbocco della galleria Parè a Valmadrera

Un esempio, quindi, a dare l’idea del punto al quale siamo arrivati. In provincia di Lecco, lungo la Statale che porta da Valmadrera a Bellagio (una meraviglia della natura, con il lago da una parte e la montagna dall’altro) ci sono due gallerie: Parè e Moregallo, lunghe rispettivamente 2 chilometri e 2 chilometri e 200 metri. Da qualche mese queste gallerie sono interdette al passaggio delle biciclette attraverso un cartello posto all’imbocco della prima galleria: essendo però l’unica strada per arrivare a Bellagio, i ciclisti se ne infischiano bellamente. A cominciare dal sottoscritto che, per l’occorrenza, ha sulla propria Bianchi la luce bianca anteriore, quella rossa posteriore, il casco d’ordinanza e finanche il giubbino catarifrangente modello terza maglia dell’Inter.

La ragione di questo divieto è che alcune delle lampade che illuminano queste gallerie (con carreggiata ampia e del tutto sicure, va detto) sono “bruciate” e nessuno le ha mai sostituite. E così la galleria Parè – la prima che si incrocia – sembra un cimitero, rischiarato di tanto in tanto da qualche luce incerta mentre la seconda, la Moregallo, per ora sembrerebbe reggere meglio all’urto del degrado. Ma, ovviamente, è questione di tempo.

Anche una persona che sta appena un gradino più in alto della stupidità, non farebbe fatica a chiedersi: perché non sostituiscono le lampade bruciate? Già, perché? Colpa della spending review: la manutenzione delle gallerie era sempre stata affidata alle Province che se ne occupava come un qualsiasi padre di famiglia dotato di buon senso. Quando la lampadina bruciava, se ne metteva un’altra funzionante. Un po’ come facciamo tutti a casa.

La scopa del “via il bambino con l’acqua sporca” ha scombinato le carte. Le Province esistono ancora dal punto di vista formale ma non hanno più una lira per i bisogni più elementari: dall’imbiancatura delle scuole superiore fino, per tornare a Canossa, alle lampade delle gallerie. Per non parlare dell’asfaltatura delle strade piene di buche. Il tutto in omaggio a chi vedeva in questo ente di secondo livello la pancia di ogni nefandezza amministrativa e che adesso, per le stesse ragioni di prima, si lamenta del fatto che nessuno ascolta i lamenti dei cittadini.

Se ci pensate, la sintesi di questa vicenda suona come una barzelletta: le lampade bruciano ma anziché sostituirle si chiude la strada. Roba da manicomio.

A pagarne le spese siamo (tra gli altri) noi ciclisti, costretti a rischiare più di quanto sia lecito. Gli organizzatori di una corsa amatoriale molto nota del territorio, per darvi l’idea, hanno dovuto incredibilmente perdere ore e ore del proprio tempo per risolvere l’arcano. Il compromesso raggiunto non è stato, come sarebbe stato appena normale attendersi, quello di procedere alla sostituzione delle lampadine bruciate. Troppo banale. No, l’Amministrazione provinciale di Lecco senza una lira ha accettato di concedere una deroga di un paio d’ore al divieto. Se l’indignazione non fosse al livello di guardia, verrebbe voglia di farsi una bella risata. E poi magari dar vita a una bella colletta. Che dite, 5 euro a testa basteranno per cambiare una manciata di lampadine?

Ernesto Galigani

e.galigani@laprovincia.it

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Se il ciclismo è davvero amatoriale

Beh, è fin troppo chiaro che ne parlo in evidente conflitto di interessi. Ma credo che siano in molti – tra gli amatori – a farsi quella che è una domanda senza risposta: fino a che punto è lecito spingersi nella ricerca della prestazione? E non mi riferisco affatto al doping che, considerata età, curriculum e prospettive, sarebbe una pratica a metà tra il ridicolo ed il patetico.

No, assai più prosaicamente mi riferisco a quello che tanti chiamano allenamento ma che per il sottoscritto – e spero per molti altri – rappresentgran-fondoa solo un’uscita in bicicletta. Lo chiedo ai miei quattro lettori perché ogni giorno, da inevitabile frequentatore di blog e siti per appassionati di ciclismo, vengono raggiunto – o mi imbatto, cambia poco – in tantissimi guru della pedalata, esperti dell’allenamento, ex professionisti che sono pronti a dispensare (spesso a pagamento, come ovvio) consigli, strategie e tabelle. Senza contare quello che si trova nel mare magnum della rete: basta cliccare “allenamento ciclismo amatoriale” su un qualsiasi motore di ricerca per trovare centinaia e migliaia di rispondenze.

E’ chiaro che un atleta giovane ha bisogno di una preparazione mirata e scientificamente collaudata. Ma è pur vero che solitamente è inserito in una squadra agonistica e quindi non ha certo bisogno di andare a scandagliare le risorse del web. Dunque, questo tipo di proposte sono destinate proprio a noi vecchietti, a ciclisti della domenica (e di ogni altro giorno possibile) che si illudono di poter barattare la propria feroce determinazione con qualche risultato agonisticamente accettabile. Quasi che quelle micidiali ricette (20 ripetute, trenta chilometri agili, dieci con il 53) fossero la piscina di Cocoon, quel fantastico film di qualche anno fa nel quale un gruppo di ospiti di una casa di riposo scopre la fontana della giovinezza salvo poi accorgersi che non basta saltare staccionate a 90 anni per sentirsi felici.

Il discorso ci porterebbe lontano. Ci si potrebbe persino spingere a dire che il macinare tabelle di allenamento in qualche caso è addirittura il primo passo verso l’abbattimento di ogni barriera psicologica e deontologica. Ma non è il caso di avventurarsi in questo labirinto.

Per quanto mi riguarda credo che nella parola “amatoriale” ci sia già la risposta più semplice ed immediata alla nostra voglia di ciclismo. L’alimentazione è ovviamente importante – trascinare cento chili sulle rampe del Ghisallo sarebbe oggettivamente un gratuito esperimento di masochismo – così come la pratica costante della bicicletta è condizione essenziale per presentarsi al via delle gran fondo (io le pratico) con una qualche speranza di poterle terminare prima che il sole tramonti. Ma mi fermo lì. Davanti agli inviti a seguire le tabelle di allenamento, mi viene da sbadigliare. La fatica mi piace da morire, scollinare un passo alpino con la maglietta madida di sudore e il cuore gonfio di orgoglio regala sensazioni uniche, viaggiare a 40 di media in gruppo è adrenalina pura… Ma credo che per arrivare a tutto ciò non ci si debba trasformare in robot (pure vecchio modello, vista l’anagrafe). Basta scendere in garage, staccare la bicicletta dal chiodo, mettersi in strada e pedalare. Perché, come dice il ciclista allo strizzacervelli che lo tormenta alla ricerca delle turpi ragioni della sua infelicità, “a me non serve la terapia ma una bicicletta”. Appunto.

Ernesto Galigani

e.galigani@laprovincia.it

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Niente sbruffoni (al volante), siamo inglesi

D’accordo, mi prenderete per fissato. Eppure, ai miei occhi, la maleducazione sulle strade continua ad essere uno dei problemi più gravi per chi ama andare in bicicletta. Non passa giornata – comprese quelle invernali – in cui non si debba registrare un incidente occorso a un ciclista. Possibile che siano sempre tutti in doppia e tripla fila? Possibile che tutti passino il tempo giacolando del più e del meno? Possibile che tutti ignorino sempre segnali e precedenze? Possibile che neppure uno di loro si fermi al semaforo?

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Prima i ciclisti, Londra dicembre 2016

Ovviamente no… E quindi viene da chiedersi se anche dall’altra parte – quella degli automobilisti – non ci voglia un po’ di autocritica e, soprattutto, un po’ di rispetto quando si sta al volante. Discorso che su queste pagine abbiamo fatto decine e decine di volte. Se ci sono tornato sopra, è perché mi piaceva mostrarvi il significato di “rispetto” quando lo si vuole tradurre in fatti concreti. Queste fotografie

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Corsie dedicate per i ciclisti, Londra dicembre 2016

sono state scattate da chi scrive il 28 dicembre scorso a Londra, a due passi dalla cattedrale di San Paolo. Non esattamente su una stradina di periferia della verde Brianza, insomma. Eppure in quella metropoli di 13 milioni di abitanti (dove ci si indigna ferocemente quando si verificano incidenti che coinvolgono ciclisti) ci sono le corsie dedicate (non piste ciclabili, proprio corsie dedicate) e, quando si tratta di viaggiare in promiscuità, la segnaletica a terra indica chiaramente quale dei due mezzi debba essere maggiormente tutelato. Senza che a nessuno degli automobilisti venga la voglia – e neppure il gusto – di varcare la linea bianca.

 

Certo, bisognerebbe anche osservare che il traffico di Londra – sempre 13 milioni di abitanti – è certamente meno caotico di quello di Como e Lecco. Ma, evidentemente, questo è un altro (triste) discorso. Accontentatevi delle fotografie e forse vi sarà un po’ più chiaro perché in Inghilterra – che non è proprio terra dove  Stelvio e Dolomiti abbondino – ci siano sempre più persone in bicicletta. Io una mezza idea ce l’avrei…

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Il coraggio di Marina

Recenti studi dicono che alla mente umana sono sufficienti sette-secondi-sette per decidere (e spesso è una scelta definitiva) se una persona ci piace o no. Quello che arriva dopo, in altre parole, sono dettagli. Ebbene, imarina-7-gennaioo e Marina non ci siamo mai incontrati di persona. Ma mi è piaciuta in meno di sette secondi di telefonata.

La sua storia, che avevo sbirciato attraverso un post, mi aveva incuriosito. Per quanto nella mia vita professionale abbia incontrato e scritto di migliaia di persone, quel nome non mi suonava nuovo. E così ho scoperto che l’incidente stradale che l’aveva privata dell’uso delle gambe,  stroncandole una carriera assai più che promettente a soli 22 anni, era avvenuto ad Airuno, vicino a Lecco. E, di conseguenza, vicino a dove vivo e pratico anch’io il ciclismo (con risultati assai più modesti). L’ho raggiunta al telefono e mi sono fatto raccontare, con quella strana empatia che nasce tra due persone che non si sono mai sentite prima di allora, la sua bellissima storia. L’ho poi messa su carta e pubblicata sabato scorso sui quotidiani La Provincia di Como, La Provincia di Lecco e la Provincia di Sondrio.

E’ una ragazza che non s’arrende, Marina. Piena di vita, di speranza e di una strana serenità che, detto tra noi, io non credo riuscirei ad avere se fossi al suo posto. Marina combatte una battaglia che forse non potrà vincere. Ma se un giorno la ricerca trovasse una cura per ridare la mobilità a chi l’ha perduta, beh, un mattoncino porterà scolpito il suo nome.

Vi propongo la pagina in Pdf.  la_provincia_di_como_07-01-2017

Ernesto Galigani

e.galigani@laprovincia.it

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Una rotonda sull’autostrada

Oddio, magari loro hanno un tantinello  esagerato. Ma, al di là di ogni opinione sull’eccentricità del progetto, rimane il valore simbolico di questo incrocio sopraelevato realizzato appositamente per i ciclisti. Già, perché questa mega rotonda ciclabile spuntata in Olanda tra Eindhoven e Valdhoven per consentire a chi viaggia su due ruote di superare una strada particolarmente trafficata è un modo fin troppo chiaro di mostrare sensibilità a quella che i dottoroni delle ricerche chiamerebbero mobilità sostenibile. Ma che per molti, alle nostre latitudini, sono sempre e solo dei rompiballe su due ruote.

rampa-bici-olanda-400x250L’aver soltanto pensato un progetto di questo genere significa, in buona sostanza, aver preso coscienza del fatto che sulle strade ci sono (anche) i ciclisti. Non è una banalità ad alzo zero, se ci pensate un attimo. Perché, al di là dell’ovvietà dialettica, c’è la realtà sulla quale abbiamo speso molte parole in questo blog. Una realtà (e non un’ossessione) fatta di automobilisti insofferenti, di clacson pigiati a tradimento alle spalle, di auto che ti infilano sistematicamente ad ogni rotonda quasi che il Codice della strada non valesse, in quelle intersezioni moderne. Per non parlare, già che siamo in tema di educazione stradale, dei danni devastanti provocati dalla tecnologia. Personalmente, l’altra mattina mi sono divertito a fare di conto: otto automobilisti su dieci erano impegnati in importantissime (evidentemente) discussioni al telefonino, cinque di questi otto non avevano l’auricolare o uno dei tanti marchingegni in dotazione che consentirebbero, quantomeno, di non staccare le mani dal volante. Mi sarebbe piaciuto essere una mosca per ascoltare quelle conversazioni. Ora quasi sussurrate. Ora accompagnate dal tipico gesticolare italiano. Probabilmente – e lo dico per esperienza diretta – erano conversazioni che non avrebbero spostato gli equilibri del mondo nel caso fossero state posticipate di qualche manciata di minuti. Quello di noi amanti della bicicletta, del resto, è un osservatorio privilegiato. Tutti i ciclisti sono automobilisti mentre non tutti gli automobilisti sono ciclisti. E la differenza, se permettete, si nota.

Per tornare alla nostra maxi rotonda per biciclette, mi piace pensare di non essere un ortodosso della materia. Non amo particolarmente le piste ciclabili e ancor meno quelle che vengono definite pomposamente ciclo-pedonali. Ho l’impressione che moltiplichino i pericoli, piuttosto che limitarli: pensate a una mamma con carrozzina d’ordinanza su un percorso protetto, alla mercè di ciclisti che – nella peggiore delle ipotesi – vanno a venti all’ora. Non bisogna essere degli scienziati per capire che uno scontro avrebbe effetti devastanti, quasi come quello – fatte le debite proporzioni – tra un’auto e una moto. Per non parlare delle piste raffazzonate, quasi di risulta, definite tali solo per compiacere l’assessore di turno. A Casatenovo, nella Brianza lecchese, c’è una pista definita ciclo-pedonale fatta praticamente in quadrotti di porfido. Quasi un pavè, per capirci, e non c’è ciclista così stupido da volersi regalare una Parigi-Robaix del genere. O una mamma che voglia far provare l’ebbrezza del motocross al proprio pargolo. E il bello, magari, è che quel percorso (protetto da marciapiedi, con lampioni di ultima generazione) è sicuramente costato qualche centinaia di migliaia di euro, soldi che avrebbero potuto essere meglio impiegati con autentiche politiche di mobilità sostenibile. A Merate, sempre in provincia di Lecco, la pista se la sono addirittura inventata colorando di rosso un pezzo di asfalto di una strada di attraversamento ad altissima frequenza. Peccato che gli automobilisti possano continuare (giustamente) ad utilizzare i parcheggi a margine della carreggiata e che per farlo siano costretti ad attraversare la… pista ciclabile. Di esempi di sciatteria a due ruote ce ne sono moltissimi e vale la pena di fermarsi qui.

Eppure la soluzione è la più banale e la meno costosa. Qualche anno fa, l’Amministrazione provinciale di Lecco – uno di quegli enti che hanno voluto cancellare a fronte di non si sa bene quali risparmi – ha realizzato una serie di cartelli di colore azzurro disseminati un po’ ovunque. Raffigurano un’auto e una bicicletta, una freccia indica la distanza necessaria tra i due mezzi (un metro e mezzo, per la cronaca) e un banale slogan informa che “C’è spazio per tutti”. Già, proprio così. Ci deve essere spazio per il ciclista, che si prenderà premura di stare il più possibile sul ciglio della strada e c’è spazio anche per l’automobilista che potrebbe prendersi il gusto, una volta tanto, di aspettare una manciata di secondi prima di affondare il proprio destro sul pedale dell’acceleratore. Il mondo lo aspetterà.

All’ente pubblico tocca invece il compito di tenere le strade in ordine, asfaltate e pulite. E a questo proposito ricorderete uno dei post di questo blog: parlava di una strada di Galbiate dove un ciclista era morto (anche? o solo?) a causa del fondo stradale devastato da buche e incuria. L’Amministrazione provinciale (quella nuova, non quella dei cartelli intelligenti) aveva spiegato che non c’erano soldi per asfaltarla e che comunque non era una delle strade prioritarie. E’ certo una curiosa coincidenza ma dopo una serie di articoli de “La Provincia di Como” (e un paio assai più modesti apparsi su questo blog) qualche settimana più tardi sono arrivate le ruspe. E la strada è tornata in condizioni normali. Saremo vicini al traguardo quando asfaltare una strada piena di buche  – nell’ottica che la usano anche ciclisti, motociclisti e pedoni e non solo auto e camion – non sarà più il frutto di una campagna di stampa ma una banalissima priorità. Da non fare più nemmeno notizia.

e.galigani@laprovincia.it

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Alex Zanardi, il campione che visse due volte

Alex Zanardi è un grande uomo e un magnifico ciclista. Questo articolo, che ho scritto per i suoi 50 anni, è apparso domenica 23 ottobre sui quotidiani “La Provincia di Como”, “La Provincia di Lecco” e “La Provincia di Sondrio”. Lo ripropongo ai lettori di questo blog. Con una premessa: è stato un piacere ma, ancora prima, un grande onore.

di ERNESTO GALIGANI

Alex Zanardi oggi compie 50 anni. Come tanti altri. Anzi, no, non è vero. Lui non è come gli altri. Ma non perché ha lasciato le gambe sulla pista tedesca di Lausitring, in una domenica pomeriggio di 15 anni fa, durante una gara di Formula Cart, la F1 americana.

No, che c’entra, quello è soltanto un calcio di rigore sbagliato e il cantautore lo aveva messo in versi un sacco di tempo fa che “un giocatore non si giudica da un calcio di rigore”…

Chiedetelo un po’ al suo trainer Francesco Chiappero e agli esperti della equipe Enervit, l’azienda di Erba che lo segue e lo supporta da anni. Fatevi spiegare da loro che cosa vuol dire percorrere 7.500 chilometri su una hand bike – le biciclette alimentate dalla sola forza delle braccia – e dedicare 400 ore di allenamento in dieci mesi per inseguire il sogno di partecipare alle Paralimpiadi di Rio de Janeiro.

E poi tornare a casa, da quell’avventura, con due medaglie d’oro e una d’argento al collo, sotto lo sguardo ammirato dell’Italia intera. Che magari non sa che cosa significhi esprimere durante una competizione ciclistica una potenza di 326 watt medi con picchi di 970 ma che, chissenefrega, suona proprio bene.

La Provincia di Como del 23 ottobre

La Provincia di Como del 23 ottobre

Ecco perché Alex Zanardi non è come il cronista. E neppure come voi che state leggendo. La disabilità è soltanto un “inciampo”, una condizione nella quale si è ritrovato per un crudele scherzo del destino ma non deve essere il metro di giudizio dell’atleta, e neppure una sorta di anestetizzante di ogni risultato conquistato.

Del resto, possiamo anche dircelo fuori dai denti. C’è molta prosopopea negli articoli che vengono dedicati alle persone che hanno dovuto fare i conti con quello che farisaicamente definiamo la disabilità e che pure non si sono rassegnati a vivere della pietas altrui. Parole gonfie di retorica, penne intrise nella melassa, quasi che il disabile sia campione proprio in quanto disabile. E non, invece, in quanto campione.

Alex Zanardi tutto ciò lo sa bene. Ci fa i conti da quel 19 settembre del 2001. Lo raccolsero con il cucchiaino, un pezzo di corpo da una parte e le gambe dall’altra. Un prete, mentre i medici cercavano di frenare l’emorragia con la cinture dei pantaloni, gli diede l’estrema unzione con l’olio motore. E quando arrivò in ospedale dopo 55 minuti di elicottero e tre arresti cardiaci, gli era rimasto un litro di sangue nelle vene. Se non ti chiami Zanardi non vivi con un solo litro di sangue.

Forse per questo, questi momenti Alex li racconta così – con disarmante semplicità – quasi appartenessero ad un altro e lui fosse un cronista di quelli che non indulgono negli aggettivi. Probabilmente, invece, è il suo modo per non essere giudicato come un sopravvissuto ma come un campione vero, sia pure con due gambe in meno. E dovrebbe essere pure nostro, quel metro di giudizio.

Uno scatto con tre ammiratori specialissimi per me)

Uno scatto con tre ammiratori specialissimi per me)

Quando Alex sale sul palco di un teatro, di una convention, di una delle riunioni organizzate da Enervit, è un fiume in piena. Lo era da ragazzino, quando papà Dino lo mise su un kart per evitare che andasse in giro a far disastri con il motorino «perché in pista non ci sono vecchiette che attraversano la strada e vanno tutti nello stesso senso di marcia».

E lo è adesso, con quella pronuncia a metà tra il meccanico delle officine e il bagnino romagnolo. Ci ride su, di quei ricordi lontani, quasi a spiegare a chi lo ascolta che il loro giudizio deve andare oltre le due protesi e le stampelle che lo accompagnano. «Mia moglie Daniela – è la battuta che fa venire i lacrimoni dal ridere – dice sempre che ho più gambe che testa».

Con Davide Cassani alla festa di Enervit alla Maratona delle Dolomiti

Con Davide Cassani alla festa di Enervit alla Maratona delle Dolomiti

E la gente capisce, a quel punto. Che partecipare le gare di triathlon o al massacrante Iron Man, sedere su quelle hand bike altezza asfalto e inerpicarsi su per il Pordoi, il Sella e il Gardena con i 9 mila compagni di viaggio della Maratona delle Dolomiti sono imprese da campione vero. Lo spiegano bene anche i medici, i preparatori e i nutrizionisti di Enervit, che sono stati i primi probabilmente a capire le potenzialità di quell’uomo che – battuta per battuta – è tutto d’un pezzo. Altro che balle.

Battutista da palcoscenico? Non scherziamo, è solo vita reale. Il cronista che, a margine di una conferenza stampa, gli chiedeva un selfie, invitandolo a rimanere seduto per non stancarsi ulteriormente, ricevette una risposta tranchant: «Certo che mi alzo, non sono mica un handicappato»… E giù una risata omerica, una di quelle che – diceva il comico – vi seppellirà.

E ci seppellirà tutti anche il libro appena arrivato in edicola, scritto insieme al giornalista della Gazzetta, Gianluca Gasparini. “Volevo solo pedalare ma sono inciampato in una seconda vita” è il titolo che riassume il senso di una vita. Perché, a dispetto di Vasco Rossi e del suo manifesto leopardiano di qualche anno fa, la vita un senso ce l’ha, eccome. Paradossalmente più piena e più bella di quella – adrenalinica ma forse un po’ superficiale – che si era ritagliato prima dell’incidente e che rimane scolpita nei fotogrammi di youtube. Già, guardi quelle immagini e ti viene in mente il tenente Dan di Forrest Gump che quelle stesse gambe le aveva lasciate in Vietnam e che in carrozzella andava in cerca di se stesso per la grande America dalla memoria corta, insieme ai suoi incubi e alla sua emarginazione. Alex, invece, la sua strada l’ha trovata da subito.

Ci piace pensare che su una cosa ci siamo sbagliati. Quando scende dalla sua hand bike, o chiude la porta di casa dietro le spalle, anche Alex Zanardi torna ad essere un uomo come gli altri. Nessuno che gli abbia mai chiesto se anche lui è capace di piangere. Ne resterebbero sorpresi, gli adulatori un tanto al chilo, di sentirsi rispondere quello che ha raccontato di sfuggita in qualche conferenza. «Certo, le protesi mi danno fastidio. Immagino sia come per una donna che indossa il tacco 12. Quando sto in piedi tutto il giorno arrivo a casa stanco e non vedo l’ora di togliermele. Tutte le volte mi fa male l’osso ischiatico e nei punti in cui le protesi sfregano sulla pelle, tendo a spellarmi». E magari scrive – lo ha fatto qualche anno fa – dei momenti di sconforto, del magone nel vedere due ragazzi fare jogging in un prato, della vana ricerca di quel conforto ultraterreno che invece non ha mai trovato perché il buon Dio – parole sue – «ha ben altro cui occuparsi che delle gambe di Alex Zanardi».

Uomo sempre, compatito mai. Uomo quando parla della sua associazione Bimbingamba – una battuta politicamente scorretta, prima che un manifesto di solidarietà – che compra e fa montare protesi sui bimbi africani (e non solo) che hanno lasciato gambe e braccia non su un circuito automobilistico ma su una mina anti-uomo. Uomo quando si scopre che i proventi delle sue chiacchierate pubbliche vanno proprio all’associazione, che una gamba finta costa più di un pallone ma riempie infinitamente di più la vita di chi se la ritrova attaccata.

Ha detto, come ideale e più efficace riassunto di queste 1.300 parole: «Io non sono superman, sono solo un tipo ottimista che ha avuto una vita meravigliosa e che continua ad averla. Ma , in ogni caso, non prendetemi troppo sul serio». E allora auguri, Alex. Se lo dici tu, dev’essere vero per forza.

e.galigani@laprovincia.it

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L’altro “Lombardia”

L’aspetto più brutto del ciclismo, se visto da chi lo pratica foss’anche solo da amatore, è la lettura di certe cronache giornalistiche del giorno dopo. Scorrere i resoconti di tanti miei colleghi, è esercizio al quale non mi sottraggo – più dovere che per diletto – ma che mi fa tremendamente incazzare. Già, perché li ho visti e li vedo, nelle sale stampa delle corse o in certi studi televisivi mentre, sgranocchiando la patatina d’ordinanza e sorseggiando un “calice di quello buono”, danno un’occhiata distratta al maxischermo e, infilati nei loro pantaloni taglia 56 che non riescono neppure a contenere il prepotente strabordare delle pance, si accingono a intingere la penna nel calamaio del veleno. “Non aveva la gamba”, gigioneggia l’uno. E l’altro, serioso e sprezzante: “Troppi soldi, non fa vita da atleta”. E giù un altro spritz tutto d’un sorso, ma che buffet da pezzenti questi organizzatori, l’anno prossimo non ci vengo più…

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Aspettando il Giro di Lombardia

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I corridori stanno arrivando

20161001_133829_resized 20161001_133936_resized 20161001_142552_resizedD’accordo, per scrivere di ippica non bisogna necessariamente essere stati dei cavalli. Ma se sapessero, questi signori, quanto le loro cronache sono lontane dal comune sentire della gente – con una “g” sola, perché parlare di “tifosi” nel ciclismo è pleonastico – sicuramente lascerebbero un po’ della loro sicumera nel chiuso del loro stabiello della redazione.

Sabato c’era il “Lombardia”, la corsa monumento più bella del mondo, nello scenario più bello del mondo, con una copertura mediatica che farebbe sussultare dall’invidia metà delle località turistiche del mondo e che invece, a queste latitudini, provoca persino fastidio per le strade chiuse dieci minuti prima del passaggio della corsa e riaperte dieci minuti dopo… “Porca miseria, proprio adesso che mi chiude il supermercato, e la mozzarellina di bufala quando lo prendo?…”. Ebbene, sarebbe bastato stare in cima al Passo di Valcava, a 1336 metri di altezza, la cima Coppi di questa corsa, per rendersi conto di che cosa chiedono i tifosi a quei ragazzi in bicicletta, tanto magri da sembrare anoressici se non si sapesse che quelle gambette sono fatte di acciaio. Ho visto attempati signori incoraggiare i due ciclisti in fuga come se il traguardo fosse dietro la curva (uno era Caruso, dell’altro nessuno ne aveva la più pallida idea ad eccezione del signore che si era mangiatola Treccani della due ruote, ma chissenefrega). E ho visto quegli stessi signori applaudire con lo stesso entusiasmo il gruppone arrivato dopo quattro minuti. E fare lo stesso venti minuti dopo, quando dalla curva sono spuntate le sagome sudaticce degli ultimi della fila, stravolti dalla fatica: “Dai che li riprendi”, gridavano tutti, battendo le mani e non dimenticando mai un “bravo” che – raccontata ai colleghi dello spritz – sarebbe certo sembrata una presa per i fondelli. E che invece era uno slancio di sincera partecipazione emotiva. Perché con il cuore si pedala e con il cuore si apprezza la fatica di chi pedala.

Sarebbe bastato vedere con i propri occhi – come mi è capitato – lo sguardo pieno di riconoscenza di quel corridore in maglia blu che, ultimo degli ultimi, ha sollevato il viso dal manubrio volgendosi verso la signora che l’aveva così semplicemente incoraggiato. Nei suoi occhi c’era la riconoscenza. In quelli della signora la consapevolezza che non c’è proprio nulla di cui vergognarsi quando si scala una salita di dieci chilometri con gli ultimi tre attorno al 17 per cento di pendenza.

Ma questo è difficile da capire se non si è coinvolti. Ho la fortuna di intuirlo perché sono un “giornalista pedalante” che cazzeggia di ciclismo (quello della domenica) ma che non disdegna i suoi bei chilometri in bicicletta. E la salita della Valcava, sabato mattina, me la sono fatta tutta d’un fiato con la mia Bianchi(na), insieme ad un manipolo di temerari.

Il bilancio può essere sintetizzato così. Tifosi in bicicletta: 10, tifosi in moto 30, tifosi in macchina 100 dove le cifre danno l’idea delle percentuali e non certo dei numeri assoluti, assai più sostanziosi se si escludono quelli delle due ruote. Sorpassi subiti: 8 (e questi sono veri). Sorpassi effettuati: 10. Ciclisti costretti a mettere il piede a terra: 2, tra cui una ragazza piegata letteralmente su se stessa a metà del muro (18 per cento) che costrinse Fignon a fare altrettanto in un Lombardia del 1990. “Tutto bene, serve aiuto?”. E lei, con un filo di voce: “No, vai pure, per me è troppo…”

Ciclisti al limite del collasso: 1, che zigzagava con la sua mountain bike e lo zainetto giallo in spalla, roba da avvertirlo “ehi, guarda che ti sto sorpassando a destra”. E lui, con la testa dondolante a dire “sì” che l’ultimo rantolo di fiato l’avrebbe risparmiato per qualcosa di più serio. Incoraggiamenti: a decine, tra cui quello serio e compito di un neofita del ciclista che – proprio sul muro che dà l’inizio agli ultimi tre chilometri di sofferenza – mi ha detto: “Tranquillo, tra un po’ spiana…”. Come se non sapesse che duemila metri di quelle rampe sono l’equivalente di 50 di pianura.

Tifosi stranieri: come se piovesse, a cominciare da un simpatico ragazzo francese armato di spray color fucsia (vernice e pennello non si usano più) che mi precedeva tagliando i tornanti per scrivere sull’asfalto il nome del suo “Bardet”, francesino di belle speranze quarto al traguardo di Bergamo. Con un occhio all’asfalto e l’altro, assai più vigile, alle macchine “de la Police” che sia mai mi mettono dentro per imbrattamento. Premio per lo sforzo più inutile: il tifoso italiano di Villella (un altro dei grandi protagonisti) che ha scelto uno spray dall’improbabile colore verde scuro per spingere il suo mito. Peccato che, sull’asfalto, non si vedesse nulla.

Tifosi italiani: un’altra marea, distribuiti soprattutto lungo gli ultimi tre chilometri tra panini freddi, birra e coca cola. Tifosi italiani furbi: tutti quelli radunati allo scollinamento – proprio sotto le orribili antenne delle televisioni – che, prima di fare festa agli atleti, l’hanno fatta al baracchino delle salamelle e delle birre. Il primo odore che si avvertiva, una volta arrivati in cima, non era quello dell’olio canforato ma quello della barbecue. Non propriamente un balsamo per chi si è scarozzato quel po’ po’ di salita invocando tutti i santi del cielo.

Premio alla perfidia agli organizzatori che, a poco più di due chilometri dalla vetta dalla Valcava, hanno piazzato un bel cartello rosa per informare i corridori che, al traguardo, da lì in poi sarebbero mancati altri cento chilometri. Bell’incoraggiamento, non c’è che dire. Come andare ad un funerale per informare i parenti del compianto che, tranquilli, prima o poi sarebbe toccato anche a loro. Premio (bis) agli organizzatori per essere riusciti a far scucire dalla Provincia di Lecco (o di Bergamo, poco importa) una manciata di euro per asfaltare gli ultimi 50 metri prima del passo, che erano ridotti ad un percorso di guerra, quasi una presa in giro alle migliaia di cicloturisti (e ciclisti veri) che quella salita la fanno tutti i giorni da marzo a ottobre e che si sono chiesti per tutta l’estate: “Ma ci vuole così tanto per buttare un mezzo camion di asfalto?”. No, ci voleva il Lombardia e se le 70 righe precedenti non vi sono bastate, beh, questo è un bel motivo per continuare a organizzare il Lombardia. Che il Dio del ciclismo l’abbia in gloria. Giornalisti compresi.

Ernesto Galigani

e.galigani@laprovincia.it

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#savethecyclist

#savethecyclist. Non è esattamente il più originale degli hastag ma il “salvate il ciclista” dovrebbe essere qualche cosa di più di una esortazione. Nell’ultimo articolo vi avevo raccontato di quanto fosse pericoloso pedalare sulle nostre strade. Per l’indisciplina dei ciclisti, se vi piace pensarla così; per gli automobilisti disattenti e incollati al telefonino, per i motociclisti che faticano a concepire altre presenze sulla strada. Ma il problema maggiore – e che dovrebbe riguardare tutte queste categorie – è rappresentato dallo stato pietoso degli asfalti. Basta scorrere le cronache dei giornali local

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Valmadrera

i per rendersi conto di quanti ciclisti si ritrovano giornalmente a terra con la clavicola fracassata. Proprio per testimoniare concretamente la situazione, vi propongo alcune immagini di strade, che definirle dissestate ci vuole proprio un bel coraggio. Dicono, gli amministratori comunali e provinciali, che non ci sono soldi, che le casse languono e che gli asfalti non sono in cima alle priorità. Sarà anche vero ma sono esattamente gli stessi amministratori che vanno sui giornali o in televisione a pontificare

 

di piste ciclabili, di zone 30, di bike sharing, di mobilità dolce e di tutte queste belle formulette che funzionano alla grande in Danimarca e in Olanda

ma che in Italia fanno rima con “voti facili”. Se il numero degli incidenti che coinvolgono i ciclisti aumenta non è, ovviamente, perché i ciclisti sono improvvisamente diventati dei

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Galbiate

“kamikaze delle statali” ma, semplicemente, perché a queste formulette ci hanno creduto. E sono sempre di più le persone che inforcano la bicicletta e si mettono a pedalare. Peccato che ad attenderli non ci sono strade larghe e ben curate, ma sentieri pieni di buche e con l’asfalto rovinato. In ogni caso, ecco qualche esempio di come siamo costretti a viaggiare. E se avete altre immagini mandatele pure all’indirizzo mail. #savethecyclist

Ernesto Galigani

e.galigani@laprovincia.it

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Valmadrera

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Oggiono

 

 

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Il pericolo è il mio mestiere

Non ci sarebbe neppure bisogno dei numeri per certificare quello che un ciclista conosce benissimo. Pedalare è meravigliosamente bello ma può far male alla salute. I cervelloni delle statistiche ci dicono, elaborando dati neppure troppo aggiornati, che ogni giorno almeno un ciclista muore sulle strade italiane. Al netto di cadute, clavicole a pezzettini e ginocchia sbriciolate sull’asfalto. Il paragone fa venire i brividi ma è come se ogni anno sparisse un intero gruppo di partecipanti al Giro d’Italia e al Tour de France messi insieme.

E’ vero che tutti i ciclisti sono automobilisti e che, al contrario, non tutti gli automobilisti sono ciclisti. Con tutto quello che ne consegue. Ma non sarà certo questo umile blog a dar fiato alle trombe della “guerra santa di liberazione del ciclista”, attorcigliandosi così in una patetica guerra tra poveri all’inutile caccia del più virtuoso. Fatica sprecata, non foss’altro perché almeno sulle strade “uno conta uno” e si porta appresso tutto il suo carico di esperienza. Fuori dai denti, un cretino resta un cretino sia che pedali come Fausto Coppi o che guidi come Hamilton e per forza anestetizzarlo in un gruppo sarebbe la solita forzatura dialettica da Bar Sport.

Restano i fatti, quelli sì indiscutibili. E se il bilancio è così tragicamente in aumento il perché è fin troppo evidente. I frequentatori delle strade sono sempre di più e le strade, al contrario, sempre più inadeguate. Se si vuole evitare che una banalissima provinciale si trasformi in una giungla, quasi che la sopravvivenza sia una questione darwiniana più che un diritto profumatamente retribuito a colpi di tasse, basterebbe renderle sicure. Il più possibile, si capisce, perché gli idioti delle due (quattro, sei, otto) ruote continueranno ad esistere anche se avessero a disposizione per loro soli un’autostrada a otto corsie.

Già, renderle sicure. C’è un terribile episodio di cronaca che è emblematico di come questa classe politica – a metà tra la supercazzola del Conte Mascetti e il menefreghismo del marchese del Grillo – affronta (meglio, non affronta) il problema della sicurezza stradale. Problema che, in una ipotetica scala di priorità amministrativa, viene subito dopo l’area verde per i cani e appena prima delle strategie per arrestare il brusco calo del numero delle api. A Galbiate, un paese a due passi da Lecco, un ciclista di 50 anni è morto per le conseguenze di una caduta. Pedalava in discesa (la stessa discesa che affrontò Purito Rodriguez vincendo il Giro di Lombardia a Lecco) insieme ad alcuni amici. Dicono le cronache che il ciclista, davanti ad una buca più profonda delle altre, si sia improvvisamente scansato, urtando inavvertitamente l’amico di fianco e cadendo pesantemente a terra. Quindici giorni di ricovero per la tremenda botta alla testa e poi il decesso.

Il luogo dell’incidente. Guardare a destra, le condizioni della strada (dal sito LeccoNotizie)

E’ del tutto evidente, per chi ha percorso e percorre quella strada provinciale, che le condizioni dell’asfalto (non solo in quel tratto, a onor del vero) siano incompatibili con qualsiasi attività a più ruote. Ma se un automobilista può lasciarsi la sospensione, un ciclista può lasciarsi la vita.

Sono passati quattro mesi da quella tragedia. Ma la strada è ancora nelle stesse terribili condizioni di allora. Uno degli amministratori, interpellato dai giornali, ha risposto bellamente che non ci sono i soldi per asfaltare quella strada e che comunque anche i ciclisti devono essere prudenti. Roba da fare accapponare la pelle, se ci pensate. Che una strada debba essere sicura (soprattutto se stiamo parlando di una discesa al dieci per cento) non è una concessione. E’ la base di partenza per qualsiasi discussione, un po’ come chiedere a un politico di essere onesto. Non dovrebbe essere una virtù da sbandierare ma una precondizione per accedere al “servizio pubblico”.

Ma è pure un sacrosanto diritto, davanti al quale non può reggere alcuna giustificazione di bilancio. Lo Stato viene pagato dai cittadini per asfaltare le strade, curare gli ammalati e istruire i ragazzi. Il resto è noia.

Parlare poi di prudenza è davvero un’imprudenza verbale. Che vuol dire? Che in discesa devono scendere dalla bicicletta? Che devono fare il giorno prima una ricognizione sul percorso? Che devono immaginare l’esistenza di buche profonde dieci centimetri? Che devono stare a casa loro? Parole che si scontrano malinconicamente con quel tentativo di mandare sempre più ciclisti (e pedoni – runner) per le strade: perché si toglie l’inquinamento, perché si migliora lo stato di salute delle persone e perché, dietro questi sportivi della domenica c’è anche un discreto giro di affari, uno dei pochi mercati ad essere in crescita.

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La strada: a sinistra il doppio rattoppo e le buche

Dicono: sono discorsi populisti, da “acqua sporca buttata nel water insieme al bambino”, da disfattisti, da criticoni in servizio permanente effettivo. Sarà anche vero (e non lo è) ma per darsi una risposta basterebbe fare un saltino nel sito internet dell’ufficio strade di qualsiasi cantone svizzero. Si troverà una dettagliata spiegazione su come devono essere asfaltate le strade con tanto di disegno per i più duri di comprendonio. Si potrà leggere che, in caso di cantiere successivo (dal tubo del gas alla fognatura alla fibra ottica) le aziende sono tenute a ripristinare l’asfalto. Ma non con un banale rattoppo laddove si è scavato. No, asfaltando l’intera carreggiata fino alla mezzeria, proprio per evitare la formazione di “scalini” che potrebbero poi risultare pericolosi. Appositi esperti hanno il compito di verificare, di non pagare in caso di lavoro non eseguito a regola d’arte con tanto di “espulsione” per le successive gare di appalto.

Per quanto cercherete nel mondo virtuale svizzero, invece, non troverete mai nessuno che vi dirà che la colpa degli incidenti ciclistici, a ben pensarci, è di quel signore che sedeva sul sellino della bicicletta anziché trascinarsela a mano. Così, per prudenza.

Ernesto Galigani

e.galigani@laprovincia.it   

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