C’è un dettaglio ciclistico importante – che poi tanto dettaglio non è – dietro la notizia de L’Eco di Bergamo che il comune di Torre de’ Busi, a distanza di 25 anni o poco meno, tornerà a far parte della Provincia di Bergamo, lasciando la cosiddetta “area vasta” di Lecco nella quale era stato inserito nel 1993 insieme agli altri cinque comuni della Valle San Martino, da Calolziocorte a Erve, passando a Vercurago, Carenno e Monte Marenzo.

Il passo di Valcava a Torre de Busi e, sullo sfondo, alcuni dei ripetitori televisivi
Nulla da obiettare, del resto. Come sa benissimo chi ha leggiucchiato “I Promessi Sposi” – senza cioè essere necessariamente fini intenditori della frastagliata storia di questo lembo di Lombardia – l’Adda ha sempre segnato il confine tra Bergamo e Lecco, tra spagnoli, francesi e longobardi e la Serenissima Repubblica di San Marco, naturale linea di demarcazione di mondi lontani e opposti. E Torre de Busi, paesino arrampicato sulla montagna, ancor più degli altri è stato parte integrante di quel mondo: vi si parla bergamasco, si “va all’Atalanta” (anche a Lecco, ma questa storia è più recente) e quando si vuole andare in città si punta verso le mura medioevali di Berghem de Ora. Il “dettaglio che dettaglio non è”, si chiama Valcava e, in particolare, quella stretta striscia di asfalto che parte da San Gottardo di Torre de Busi e che sale su fino a 1.340 metri, per poi tuffarsi a perdifiato – con una discesa di 4 chilometri – a Costa Imagna e di lì a Valsecca, Sant’Omobono Terme, Berbenno.

I ciclisti non mancano mai sulla Valcava
Terre di ciclisti e terra di ciclismo prima ancora che terra di turismo. Non foss’altro perché proprio sulla piana che prelude allo scollinamento c’è una giungla di ripetitori televisivi che da un lato ci permette di vivere a tutto tondo la tecnologia applicata dal piccolo schermo ma che, dall’altro, ha trasformato prati e pascoli in una squallida periferia di acciaio, dove le radiazioni emesse – secondo la vulgata popolare – sono capaci di accendere e spegnere la luce di casa senza neppure il fastidio di premere l’interruttore.
Ebbene, da venti e più anni a questa parte, quella meravigliosa strada di 12 chilometri scarsi è la salita più importante della Provincia di Lecco. Un’occhiata sui siti specializzati – a partire da salite.ch – ed ecco che in cima alle difficoltà di questa terra viene indicata proprio lei, la Valcava, rigorosamente declinata al femminile. Salita dura, durissima, ben più del Ghisallo con pendenze che negli ultimi tre chilometri e mezzo raggiungono punte del 18-20 per cento e con una media complessiva che sfiora la doppia cifra. Roba da Alpi vere, da Dolomiti, da Tour de France. Non a caso una salita che fa parte integrante (ma solo da qualche anno a questa parte per ragioni che vi dirò) del percorso del Giro di Lombardia. E, nel 2012, è stata anche l’anima di una meravigliosa tappa del Giro d’Italia, quella da Busto Arsizio a Lecco Pian dei Resinelli, una delle pagine più belle del ciclismo moderno con l’arrivo in volata di Rabottini contro Purito Rodriguez dopo 154 chilometri sotto il diluvio.
Una salita così impegnativa – per la sua costante ricerca dell’ascesa, prima ancora che per le pendenze assolute – da essere stata cancellata per molti anni dai programmi delle gare più famose. Si dice, ma forse è soltanto una leggenda, che gli organizzatori del Lombardia furono costretti a toglierla pena lo “sciopero bianco” dei ciclisti dopo che nel 1990 Lauren Fignon – mica un pinco palla qualsiasi – fu costretto a mettere il piede per terra al chilometro 9 e qualche cosa, proprio dopo una curva a gomito a destra che – senza avvisaglie – immette sulla rampa più terribile, oltre il 18 per cento di pendenza. Vera o no che sia questa storia, adesso, prima della curva c’è un cartello altimetrico che mette in guardia i neofiti e che suona come una moderna trasposizione del verso dantesco: “Lasciate ogni speranza, o voi che salite”.
Lo avrete capito da questa descrizione. E’ una salita sulla quale mi diletto almeno tre o quattro volte l’anno, consapevole della mia pippaggine ma altrettanto convinto che, senza cercare il record della pista, posso ancora domarla. Una salita che, a dispetto della sua cattiveria, non si può non amare. Per ragioni sportive (chi può fare la Valcava può seriamente pensare di immolarsi anche sul Mortirolo) ma anche per ragioni più romantiche, come i meravigliosi panorami della Bassa e dei laghi lecchesi di cui si gode salendo. Roba che vale il prezzo del biglietto.
Ebbene, se Torre de’ Busi tornerà ad essere bergamasca, il Lecchese perderà la sua salita più bella, quella più romantica, quella più faticosa. Intendiamoci, le alternative non mancheranno (Resinelli su tutti) e il mondo continuerà ad andare avanti come da qualche milione di anni a questa parte ma… un po’ di magone dovrebbe esserci tra quanti si identificano orgogliosamente con la terra in cui vivono.
Ad essere sinceri fino in fondo – e lo dico da ciclista della domenica – non tutti i mali verranno per nuocere. Nel nostro ambiente è ben nota la maggiore cura che la Provincia di Bergamo riserva alle proprie strade rispetto a quella di Lecco, la stessa – per capirci – che vieta il passaggio in galleria ai ciclisti perché le lampade sono rotte senza neppure pensare di sostituirle. La stessa provincia, per rigirare il coltello nella piaga, che davanti a un ciclista ferito mortalmente dopo una caduta provocata da una buca sostiene di non avere soldi per asfaltare quella che non è una priorità viabilistica, salvo poi cedere davanti alla campagna di stampa de La Provincia di Como (che Dio l’abbia in gloria). Non è politica, sia chiaro, Più banalmente, Bergamo è terra di ciclismo e le strade senza buche, per chi va in bicicletta, rappresentano un basilare punto di partenza. E se non ci credete, prendete la Valcava dal versante bergamasco: sembra una tavola di biliardo o quasi (esperienza di due giorni fa, fidatevi) e poi paragonatela con quello lecchese. Lo scorso anno, per dirne una, la neve aveva scavato voragini nell’asfalto. Ebbene, i lavori di ripristino (rattoppi, mica altro) sono stati fatti a giugno, quando migliaia di ciclisti incazzati avevano già lasciato la camera d’aria dentro quelle buche, oltre a qualche natica dolorante.
e.galigani@laprovincia.it

a solo un’uscita in bicicletta. Lo chiedo ai miei quattro lettori perché ogni giorno, da inevitabile frequentatore di blog e siti per appassionati di ciclismo, vengono raggiunto – o mi imbatto, cambia poco – in tantissimi guru della pedalata, esperti dell’allenamento, ex professionisti che sono pronti a dispensare (spesso a pagamento, come ovvio) consigli, strategie e tabelle. Senza contare quello che si trova nel mare magnum della rete: basta cliccare “allenamento ciclismo amatoriale” su un qualsiasi motore di ricerca per trovare centinaia e migliaia di rispondenze.

o e Marina non ci siamo mai incontrati di persona. Ma mi è piaciuta in meno di sette secondi di telefonata.
L’aver soltanto pensato un progetto di questo genere significa, in buona sostanza, aver preso coscienza del fatto che sulle strade ci sono (anche) i ciclisti. Non è una banalità ad alzo zero, se ci pensate un attimo. Perché, al di là dell’ovvietà dialettica, c’è la realtà sulla quale abbiamo speso molte parole in questo blog. Una realtà (e non un’ossessione) fatta di automobilisti insofferenti, di clacson pigiati a tradimento alle spalle, di auto che ti infilano sistematicamente ad ogni rotonda quasi che il Codice della strada non valesse, in quelle intersezioni moderne. Per non parlare, già che siamo in tema di educazione stradale, dei danni devastanti provocati dalla tecnologia. Personalmente, l’altra mattina mi sono divertito a fare di conto: otto automobilisti su dieci erano impegnati in importantissime (evidentemente) discussioni al telefonino, cinque di questi otto non avevano l’auricolare o uno dei tanti marchingegni in dotazione che consentirebbero, quantomeno, di non staccare le mani dal volante. Mi sarebbe piaciuto essere una mosca per ascoltare quelle conversazioni. Ora quasi sussurrate. Ora accompagnate dal tipico gesticolare italiano. Probabilmente – e lo dico per esperienza diretta – erano conversazioni che non avrebbero spostato gli equilibri del mondo nel caso fossero state posticipate di qualche manciata di minuti. Quello di noi amanti della bicicletta, del resto, è un osservatorio privilegiato. Tutti i ciclisti sono automobilisti mentre non tutti gli automobilisti sono ciclisti. E la differenza, se permettete, si nota.



D’accordo, per scrivere di ippica non bisogna necessariamente essere stati dei cavalli. Ma se sapessero, questi signori, quanto le loro cronache sono lontane dal comune sentire della gente – con una “g” sola, perché parlare di “tifosi” nel ciclismo è pleonastico – sicuramente lascerebbero un po’ della loro sicumera nel chiuso del loro stabiello della redazione.











