Voglio allenare il ManCity

di Ernesto Galigani

Chissà, forse siamo davvero troppi. E quando dieci persone pretendono di sedere contemporaneamente nonostante ci siano soltanto cinque sedie a disposizione, beh, si finisce per litigare di brutto. Noi ciclisti, per rimanere nell’infinito mondo dell’iperbole, siamo senza dubbio le cinque persone destinate a rimanere in piedi.

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Londra e i ciclisti 

Siamo sempre lì. La convivenza tra automobili e biciclette, lo abbiamo scritto e riscritto alla nausea su queste colonne, sta diventando qualcosa di fisicamente improponibile, come se gli uni fossero figli di un Dio minore. Il Dio del motore, si capisce. Eppure, tra una strombazzata e un dito medio al cielo, ogni tanto c’è uno sprazzo di luce che, per un istante solo, riconcilia con il mondo. Un po’, per fare un esempio che c’entra poco o forse tanto, come quell’invalido di Città di Castello che – risolto il suo temporaneo problema – ha restituito il tagliando del pass gratuito per il centro storico. Una notizia da prima pagina per questi tempi bui, anziché un banale gesto di ordinario senso civico.

Ecco, le parole che il commissario tecnico della nazionale di calcio, Roberto Mancini, ha dedicato alla “guerra” tra ciclisti e automobilisti in occasione di una serata ricordo di Michele Scarponi, sono finite in prima pagina proprio per la loro dirompente normalità. Ha detto che il “re era nudo” e gli “oh” che si sono levati sono diventati titoli.

Abbiamo scoperto, per cominciare, che il ct ha un’anima a due ruote e questo, di botto, ce lo ha reso simpatico. Ha spiegato, per rimanere alla notizie, che quanto allenava a Manchester, nel cuore della perfida e piovosa Albione, era solito andare e tornare dall’allenamento in bicicletta. Una settantina di chilometri di rigorosa pianura. Ebbene, gli automobilisti – quando dovevano sorpassarlo – si spostavano interamente nell’altra carreggiata attendendo con pazienza il momento giusto nel caso fossero impossibilitati alla manovra. Non solo: la polizia inglese invita i ciclisti stessi a procedere affiancati in modo che siano più visibili alle auto in arrivo, inducendo così i conducenti – nella peggiore delle ipotesi – a rallentare l’andatura.

Una raffica di “bestemmie viabilistiche” contenute in una sola frase, se rapportate alle nostre calienti latitudini di santi, navigatori e piloti da circuito. Il sorpasso, sulle nostre strade, è un esercizio di equilibrismo e sfrontatezza. L’automobilista neppure si pone il problema: non è raro, e lo sappiamo tutti, essere sfiorati dallo specchietto con tanto di invito incorporato a rimanere a casa a coltivare altri tipi di appetiti. Voglia di sorpasso che, ovviamente, prende gli automobilisti nei momenti più improbabili: nel mezzo di una strada dove due veicoli non possono neppure incrociarsi o, ancora meglio, in piena rotonda, dove notoriamente il sorpasso non è esattamente l’attività più consigliata per chi ha due dita di cervello. Per non parlare di quando il ciclista, alle prese (come e più degli automobilisti) con le buche del ciglio strada, ha l’ardire di spostarsi di una manciata di centimetri verso il centro della carreggiata. Quando va bene, è un colpo di clacson. Quando va male una lunga serie di improperi che costringe l’automobilista – bontà sua – addirittura a posare il cellulare nel quale stava impunemente parlando, alla faccia di ogni normale del codice della strada e del buon senso.

Roberto Mancini

Lo stupore di Mancini, una volta tornato in Italia, è lo stesso che proviamo quotidianamente. Con l’unica eccezione, forse, della domenica. Quando, una volta tanto, la minoranza silenziosa su due ruote si trasforma in caciarona maggioranza, dando sfogo agli istinti peggiori e un malcelato desiderio di vendetta.

Del resto, che la Gran Bretagna, ma più in generale i paesi anglosassoni, sia più rispettosa è un fatto sperimentato personalmente. Nel bel mezzo di Londra, che non è esattamente l’ultima della città di questo pianeta, le corsie riservate alle due ruote sono tante e ben visibili. Non solo: ad ogni semaforo, le biciclette sono indirizzate a sostare prima delle auto con indicazioni visive per terra e per aria. Storie d’altri mondi, ai quali si guarda con invidia e malinconia.

A riportarci tutti con i piedi per terra, ci ha pensato – la stessa sera – la trasmissione Zona Cesarini di Maurizio Ruggeri. Ha raccontato l’episodio di un noto ciclista amatoriale che a Roma aveva avuto l’ardire di protestare con una ragazza al volante di un’utilitaria per una collisione evitata d’un soffio. L’accompagnatore, un po’ bullo e un po’ desideroso di guadagnare punti agli occhi dell’amata, è sceso dal posto del passeggero ed ha posto fine alla diatriba con un pugno in volto da frattura del setto nasale. Così, giusto per far capire chi comanda sulla strada.

E’ un mondo difficile, insomma. E non serve a nulla ricordare, così di passaggio, che per quanto indisciplinato un ciclista è sicuramente un soggetto debole rispetto a un Suv da 500 chili. Che, per continuare, se un ciclista sta si porta al centro della carreggiata è perché il ciglio della strada è pieno di buche e, comunque, visto che le tasse le paga pure lui, ha diritto di circolare liberamente. E, ancora, che se il ciclista sta pedalando in discesa a 50 all’ora ha tutto il diritto di impostare liberamente la propria traiettoria visto che, anche la più veloce e potente delle auto, non può superare il limite di velocità. E si potrebbe andare avanti all’infinito, riassumendo il tutto con una ben nota constatazione: tutti i ciclisti sono automobilisti, non tutti gli automobilisti sono ciclisti. Le altre sono parole scritte sulla sabbia e comunque ci sono i numeri a certificare chi sta dalla parte della ragione: sulle strade italiane muore un ciclista ogni 36 ore.

Le contromisure? Non arrendersi mai davanti alla prepotenza e, soprattutto, non rinunciare mai al proprio diritto alla pedalata. A costo dei colpi di clacson e degli insulti. Nella speranza che, prima o poi, ci sia un vigile urbano che alzi la paletta contro l’automobilista che mette a repentaglio la vita di chi sta sulla strada con gli stessi suoi diritti e doveri ma con un mezzo assai più fragile del suo bolide a quattro ruote. L’alternativa è allenare il Manchester ma, francamente, forse è un’impresa ancora più disperata.

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Gf Lombardia, pedalate da monumento

Qualche amico che frequenta assiduamente i social l’avrà certamente notato. Domenica ho partecipato alla Gran Fondo Il Lombardia che già dirla così è una sorta di monumento per gli amatori. Il giorno successivo – lunedì 15 ottobre – gli amici Edoardo e Nicola hanno avuto la bontà di ospitare su “La Provincia di Como” e “La Provincia di Lecco” un mio piccolo racconto, dal “dentro” della corsa. Lo ripropongo qui. Non senza aver precisato che di cose da aggiungere – sul Lombardia, la convivenza con il traffico ecc – ce ne sarebbero molto e che ci torneremo tra qualche giorno.

di Ernesto Galigani

“Mio Dio, ma è bellissimo”. Impegnato com’era a spiegare all’amico poco esperto i segreti per affrontare l’ascesa al Ghisallo (basterebbero le gambe, avrebbe potuto sintetizzare), l’omone che pedalava baldanzoso al fianco del cronista, non se ne era neppure accorto. E quando, tra una divagazione energetica  e un “mi raccomando, giù subito tutti i rapporti”, ha alzato gli occhi si è trovato di fronte il lago dall’azzurro pallido, con la foschia mattutina d’ottobre che stava per essere cacciata dal sole già a metà tra l’arancione e il rosso, quasi adagiato sulle onde. “Mio dio, ma è bellissimo” ha bofonchiato adorante buttando improvvisamente la testa a destra e a sinistra di quel panorama incantato che è Limonta di Oliveto Lario la mattina presto. E che lui, “straniero” venuto dal Piemonte, non aveva mai visto neppure nelle sue tartufose Langhe.

Sì, se la Gran Fondo Il Lombardia ha un “perché” sta proprio in questa frase. Come quello che, vuole la leggenda, al passaggio da Guello di Bellagio, dopo tre chilometri di tornanti al 14%, guardò il lago stagliarsi verso Lecco “tra due file ininterrotte di monti” e poi concluse filosoficamente: “Se il paradiso esiste, beh deve somigliare molto a quello che sto vedendo adesso”. E le vogliamo spendere due parole per quella discesa assassina che dal pian del Tivano va giù a rotta di collo verso Zelbio e poi Nesso? Vogliamo parlarne delle struggente meraviglia che ti prende proprio lì mentre, all’improvviso, nel verde autunnale del bosco compare il ramo comasco del lago, che dall’alto sembra un presepe di quelli riusciti bene?

Stop. Con il romanticismo da quattro soldi ci fermiamo qui. La Gran Fondo Il Lombardia è molto altro, come gli amici di “Cento Cantù” guidati dall’onnipresente Paolo Frigerio sanno fin troppo bene. Per i tanti che si iscrivono – 1.500 stavolta – è salita, è discesa, è freddo, è caldo ma è soprattutto tanta fatica, masochisticamente voluta e cercata. Per loro è un impegno improbo, che trova spiegazioni solo

Verso la Madonna del Ghisallo

nella passione. Perché è difficile mettere d’accordo, su queste strade tortuose (e malamente asfaltate, cara Provincia) le esigenze degli automobilisti e quelle di chi vorrebbe starsene una domenica in bicicletta – una sola – senza l’incubo dei Suv che sbucano da tutte le parti. Ma è una battaglia persa in partenza e quando sulla Lariana – tra Nesso e Pognana Lario – si materializza un trattore con tanto di rimorchio e mega balle da fieno incorporate anche il più ottimista deve alzare bandiera bianca.

Il girone dantesco è però il Civiglio, sulla cui sommità gli organizzatori (che Dio li abbia in gloria) hanno deciso di piazzare lo striscione d’arrivo per evitare l’indesiderato attraversamento della città (chissà poi perché non li vogliono, i nostri soldi…). Il tratto tra l’imbocco della salita e la chiesa di Garzola si trasforma rapidamente in un gigantesco imbuto. Ci sono gli automobilisti che vogliono scendere e ci sono gli automobilisti che vogliono salire. Peccato che la strada sia strettissima e basta un Suv un po’ più Suv degli altri per trasformare il volontario della Protezione Civile (questo abbiamo visto) in una macchiolina gialla in balia degli eventi.  Tra le “due file ininterrotte di auto” (che il Manzoni ci perdoni) ci sarebbero anche i ciclisti che hanno già i loro bei problemi a salire in condizioni normali, figuriamoci così. Qualcuno sarà anche sbottato (chi scrive aveva altro cui pensare per rendersene conto) e qualcuno avrà pure sorbito le reprimende dell’autista più incazzoso degli altri (che solitamente ha anche la macchina più grossa e alla moda, ma forse è un caso). Ma, dal santuario in poi, si è tornati alla normalità. Chi si appoggia stremato alle recinzioni  come una balena spiaggiata, chi prosegue zigzagando che forse è ancora là adesso, chi finge salti di catena per mettere piedi a terra, chi stramaledice gli inglesi. Ma tutti con una domanda: ma quest’ultimo chilometro quando è lungo? E quando sull’asfalto compare la scritta “Vincenzo scatta qui” verrebbe davvero voglia di mettere il piede a terra e vergare un terapeutico “va da via i ciapp”.

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Io, la Maratona dles Dolomites. E altri novemila

di Ernesto Galigani

Qualche sospetto l’avevo, a essere sincero. Ma ho capito che il commissario tecnico della nazionale Davide Cassani non mi avrebbe convocato per i mondiali di Innsbruck più o meno a metà della scalata del Pordoi – la seconda vetta delle sette che la Maratona dles Dolomites regala ai suoi 9 mila e rotti intrepidi. Lì, in un imprecisato tornante dei 37 in scaletta, sono stato prima affiancato e poi superato da una ragazza tedesca- Marlene o Renate che fosse, fa lo stesso – che danzava come una ballerina sulla sua bicicletta, manco fosse impegnata a scavallare un cavalcavia della A22. E io, che tiravo il freno a mano pensando a quello che ancora mi attendeva, ligio ai dettami di quelli che sanno di ciclismo e che invitano alla prudenza sulle prime salite, mi sono reso conto che no, neppure questa volta avrei avuto una chance iridata.

Michil Costa e Alberto Sorbini di Enervit

La signorina, cui un Berlusconi d’annata non avrebbe certamente rivolto quell’inelegante commento riservato invece alla cancelliera Angela Merkel e poi diventato cult, l’ho poi superata in discesa, si capisce. Ma sono stati sufficienti quei pochi metri – e non c’entra che fosse una ragazza, credetemi – per riportarmi nel mio piccolo mondo antico, riponendo nella saccoccia posteriore ogni velleità.

Suvvia, si sta scherzando – ma l’aneddoto è autentico, giurin giuretta – però anche stavolta è andata. La mia quarta Maratona, delle 32 fin qui organizzate, si è conclusa in gloria. Se per gloria si intende quello che declino io, ovvero portarla a termine in un tempo ragionevole, cioè prima dell’ora di pranzo e senza confidare sul fatto che a fine giugno le giornate sono interminabili e si può pedalare fino allo sfinimento che tanto è ancora chiaro.

Con Eddie Mercks, il Cannibale

Oddio, un piccolo giramento di scatole in effetti c’è. Perché il mio secondo miglior tempo del poker di partecipazione – ballano due minuti, per la miseria – ha un suo perché e ne ero consapevole già al momento della sosta (non prevista) al passo Falzarego, quota 2.117 metri di quota dopo 85 chilometri di corsa. Tradito dal caldo inusuale e dalla conseguente necessità di riempire la borraccia, ho improvvisato un pit stop non proprio da Formula 1, lasciando al punto di ristoro quella manciata di secondi che mi sono stati poi fatali, oltretutto perdendomi un bel trenino di colleghi che mi avrebbe portato fino al traguardo da perfetto succhia ruote. Dettagli, si capisce, che fanno sorridere chi scrive, ancor prima di chi legge. Perché alla Maratona, tolti quella masnada di campioni che puntano al bersaglio grosso, si va per alzare la propria personalissima asticella, per

Alla partenza

guardare in alto, per godere di uno spettacolo che non ha eguali nel mondo (che ho visto io nella mia lunga esistenza ciclistica) e per vedere l’effetto che fa quando si salta un passo dolomitico dietro l’altro, con nomi che riempiono la testa (e la vana gloria) visto che li si sente quasi solo in televisione. Al punto che anche questa volta ho rinunciato al “garmin” sul manubrio, limitandomi a utilizzare – come testimonianza della performance – una banalissima app da telefonino, peraltro ben risposto nella tasca posteriore della maglietta e lì rimasto fino allo striscione. Un modo, forse estremo ma simbolico, per testimoniare la rinuncia preventiva alla competizione e persino alla tentazione di spingere sui pedali per rallentare il tempo che scorreva. Quando si pedala, sono le gambe a parlare,

e all arrivo

mica i cronometri.

Anche questa, ai miei occhi da ciclista della domenica, è la Maratona delle Dolomiti. Così come Maratona è scollinare il Pordoi – sempre quello direte, ma è il secondo in ordine di apparizione e i ricordi non sono ancora annebbiati dalla fatica – dopo aver percorso un bel po’ di tornanti accanto ad Alex Zanardi, il grande campione di automobilismo prima e di vita poi. Tu che sputi l’anima picchiando sui pedali e lui che fa altrettanto ma con una hand bike, alimentata dalla sola forza delle braccia. E ce ne vuole davvero tanta, a tirar su quella bicicletta che ti sembra di vederli scoppiare i muscoli sotto la maglietta. Un giro dietro l’altro, con il sudore che scende dalla fronte e tutti, ma proprio tutti, che gli riservano una parola di incoraggiamento, una complimento sincero, quasi a volersi far carico di un po’ del tremendo peso che si porta addosso. Lui, romagnolo purosangue con la battuta sempre pronta e quella pronuncia che fa tanto ragù fatto in casa, cerca (invano) di non rispondere, perché se lo facesse, gli diventerebbe la maratona delle pubbliche relazioni. E invece è lì come noi, per gareggiare, per farsi male, per scavarsi dentro. Te rendi conto dopo lo scollinamento quando si tuffa in discesa con la sua bicicletta, dimostrando di essere stato un grandissimo campione del volante. Le sue traiettorie sono quelle da Formula 1 e la stabilità delle tre ruote lo trasformano in una freccia. Per farla breve, quattro tornanti e noi tapini – che pure scendiamo a 70 all’ora – non lo vediamo più.

Maratona è anche l’insana soddisfazione di fare una fotografia accanto ad Eddy Merckx, il più grande campione della storia delle due ruote che alle 6.30 del mattino e alla faccia delle 545 vittorie che gli riempiono il groppone assai più delle 73 primavere certificate dall’anagrafe, è lì a fare lo starter e a dispensare qualche consiglio nel suo balbettante italo-belga. E, ancora, è trascorrere (lo so, sono un privilegiato della peggior specie) mezzora prima delle partenza accanto a quel Tommaso Elettrico che, poco più tardi (molto poco, accidenti a lui) vincerà la gara dei 138 chilometri. Viene da Matera, ha trent’anni, e spiega di essersi allenato come un pazzo da aprile in avanti per vincere e, soprattutto, rivincere dopo la cavalcata di 80 chilometri dell’anno precedente. Lo capisci da come è concentrato, da come toglie e rimette e poi ritoglie e rimette, la ruota anteriore della sua bicicletta, quasi che non gli bastasse – come noi tapini – una bella pompatina alla gomma, fatta la sera prima perché alla mattina devo fare colazione.

C’è di tutto e il suo contrario, in questo magnifico appuntamento della prima domenica di luglio che riempie di colori e di bellezza quello che è già bello di suo. Michil Costa, il geniale presidente del Comitato organizzatore, dice che quando uomini e montagne si incontrano nasce sempre qualcosa di bello. Lui, che fa l’albergatore ma che in realtà è un filosofo capace di saltare da Blake a Platone con la stessa disinvoltura con cui noi passiamo dallo scopone scientifico alla briscola, ha messo in piedi uno spettacolo senza pari, dimostrando che un po’ di “ecuiliber” (alla ladina) tra uomo e montagna, tra progresso e natura, tra utopie e realismo, fa stare tutti un po’ meglio. L’ha detto in tivù nelle sei ore di diretta Rai di Alessandro Fabbretti, lo aveva già anticipato il giorno prima all’incontro che Alberto Sorbini, presidente di Enervit spa, l’azienda della scienza in nutrizione, organizza ogni anno con tanti campioni delle due ruote e non solo. E lo ha ribadito persino a chi firma queste note con una emozionante mail. Trovando il tempo di ringraziare – lui che aveva 1500 volontari da governare, 300 ospiti, 9200 corridori, 6 ore di diretta tv – chi aveva scritto con il cuore (sono lusinghe sue, e certo immeritate) della sua corsa. Della corsa di una valle ladina fiera di mostrare le meraviglie che ha avuto in dono. E che non ha buttato nel tritacarne di un effimero progresso.

Alla fine sono andato lungo, come capita sovente quando non c’è il semaforo rosso della colonna riempita. Ma chi ha avuto la compiacenza di arrivare fin quaggiù, me ne farà grazia. Che in questo angolo del web ci siano soltanto “parole in libertà di un giornalista pedalante”, lo dichiaro sin dall’inizio.

e.galigani@laprovincia.it

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In equilibrio sulle Dolomiti

E’ un appuntamento che i frequentatori di questo blog ripropongo annualmente. E il bello è che non mi stanco neppure… Comunque sia, è arrivata l’ora della Maratona dles Dolomites, la regina delle granfondo del ciclismo amatoriale. Una gara che non è una gara ma un viaggio nella bellezza infinita delle montagne e della fatica. Se c’è un paradiso, si potrebbe dire parafrasando i dotti, più o meno potrebbe essere così. Certo, mentre scollini sette passi dolomitici a duemila metri, magari con il freddo che ti entra nelle ossa e il sole che fatica a illuminare il verde smeraldo delle montagne, si è soliti pensare altro… Ma è questione di poco, perché la fatica – quella sana, utile, disintossicante, rigenerante – è un ingrediente necessario per un ciclista, sia pure della domenica. Di seguito vi propongo l’articolo che è apparso oggi sulle tre edizioni del quotidiano “La Provincia” (Como, Lecco e Sondrio) e che tenta di raccontare qualcosa di una corsa che non può essere raccontata. A corredo una bella (spero) intervista con Alberto Sorbini, il presidente di Enervit, azienda comasca che con i suoi prodotti sta al ciclismo come il biancoeneroastrisce alla Juventus.

Maratona La Provincia di Como 28 giugno 2018

di Ernesto Galigani

Se è vero che il numero delle “Gran Fondo”, le corse amatoriali di ciclismo su lunghe distanze, è in costante aumento – persino in un territorio come il nostro dove non si va neppure al bar all’angolo senza le terga appoggiate saldamente all’auto – è fuor di dubbio che la “Maratona Dles Dolomites” ne rappresenti il gioiello della corona. Corvara e l’Alta Badia stanno al ciclismo della domenica come Monza alla Formula 1 e Wimbledon al tennis.
Novemila trecento partecipanti a numero chiuso e previa estrazione, 33 mila richieste pervenute on line da ogni angolo del mondo in mezza giornata, nove passi dolomitici da percorrere in una sorta di circuito naturale completamente vietato a qualsiasi mezzo motorizzato che non siano le auto (elettriche pure quelle) dell’organizzazione e della giuria. Sono numeri imponenti, certo, ma che non bastano a giustificare la “corsa al pettorale” che comincia con la prenotazione a novembre e finisce a febbraio con l’estrazione, tra entusiasmi modello “bimbi all’asilo” e solenni mal di pancia. No, il valore aggiunto sta nello scenario naturale delle Dolomiti, scenario che non ha paragoni con alcuna altra vetta: persino ribadire il fatto che quei monti siano patrimonio Unesco dell’umanità, non rende a sufficienza l’idea. Pedalare tra cime colorate di rosa dal sole del mattino, quasi costantemente oltre quota duemila metri, sfilando tornante dopo tornante in un silenzio che fa rabbrividire dal rumore che (non) produce… ebbene questo e molto altro rendono giustizia alla manifestazione. E naturalmente, per quanto siano belle e suggestive anche le altre competizioni, non c’è Cesenatico, Londra o Roma che tengano.

Quest’anno saranno 46 i comaschi che hanno avuto la fortuna di aver visto il loro nome uscire dall’urna delle estrazioni, 34 i lecchesi (più fortunati, in percentuale) e 16 i volenterosi che arriveranno addirittura dalla provincia di Sondrio. Tra gli anonimi pedalatori incuranti della fatica proposta dai tre percorsi (54, 106 e 138 chilometri la metà dei quali rigorosamente in salita) ci sarà (al debutto) anche il magistrato Vittorio Nessi, classe 1947, comasco doc che vestirà la maglia della Ciclistica di Carugo. Grande sportivo e senza alcun pregiudizio (corsa, sci e tutto quanto fa rima con fatica) il magistrato si è avvicinato al ciclismo e avrà la possibilità di essere al via accanto al figlio Giovanni, residente in Germania e inserito nella lista dei…tedeschi. Ci sarà anche Giulio Gridavilla, altro sportivo molto conosciuto nell’ambiente, classe 1951, di Cantù e atleta del Gs Villaguardia ma anche, nella vita civile, veterinario dell’Asl di Como. E, ancora, Egidio Melazzi di Cavallasca del team Spina Verde che, dall’alto della sua classe 1944, sarà il meno giovane al via della corsa. Già, perché quest’anno non ci sarà Renato Dell’Acqua, classe 1942 di Como, ormai famoso a queste latitudini (e non solo) per essere stato sottoposto a intervento di trapianto ma soprattutto per essere tornato a correre in bicicletta per dare una speranza ai tanti che hanno avuto il suo destino. A Lecco sarà della partita Ugo Tacchini, classe 1962 di Oliveto Lario e atleta dell’Asd Bindella, uno che – per capirci –non correrà soltanto per partecipare, come dimostrano i suoi brillanti risultati delle precedenti edizioni. E dirà la sua anche Antonio Rossi, classe 1968, che prima di darsi alla politica regionale aveva vinto per l’Italia una vagonata di medaglie alle Olimpiadi di Canoa, da Barcellona fino a Sidney 2000. Insomma, un parterre di cui Michil Costa – l’infaticabile presidente del Comitato organizzatore della Maratona – potrà andare fiero. Perché la Maratona, ama ripetere, non è soltanto una corsa. Una filosofia di vita, la sua, che gli ha consentito la più titanica delle imprese: trasformare la corsa delle Dolomiti in un evento che genera indotti milionari all’intera valle ma senza per questo snaturarne la filosofia che l’ha ispirata. Una bella impresa di “equilibrio”, per usare la parola scelta come slogan per l’edizione numero 32.
e.galigani@laprovincia.it

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Io, più Felice che Gimondi

di Ernesto Galigani

Mi rendo perfettamente conto di essere un po’ ripetitivo. Prima ancora che qualche cortese internauta me lo faccia osservare, mi tocca invocare un po’ di sportiva comprensione. Partecipare a una Gran Fondo – le maratone di noi amanti delle due ruote – e poi non scriverne, sarebbe un po’ anacronistico in questa società dove le parole scorrono in (fin troppa) libertà.

L’ultima curva prima del traguardo

E allora, due parole che non sono due sulla Gran Fondo Gimondi di Bergamo, che ho affrontato per la terza volta, bisogna dirle. Presentarsi in griglia – e chi è uso farlo ne è perfettamente consapevole – è di per sé una sfida vinta. Se non sei un navigatore incallito degli oceani ciclistici, finisci per portarti dietro tutta una serie di comprensibili inquietudini: la gomma che si può forare, il tempo che può volgere al brutto, le strade che non sono come spereresti, l’abbigliamento da indossare per non patire troppo caldo o troppo freddo, la media di corsa che sarà sicuramente alta e non ce la farai a reggere, il dolorino al polpacci che fino a ieri sera non c’era, il ristoro presso il quale fermarti a riempire la borraccia… Dettagli, forse addirittura fobie, che da forma diventano sostanza se, come accade a noi, non abbiamo ammiraglie o assistenze al seguito (e ci mancherebbe pure). Ma anche dettagli che immancabilmente spariscono non appena finisce il conto alla rovescia e il vento comincia a soffiarti in faccia.

A fatica ultimata, scorrevo la app del telefonino che ha monitorato tutta la mia fatica, sia pure prudentemente nascosto nella tasca posteriore giusto per non avere l’ossessione del cronometro ma semplicemente quella di guardarmi intorno. Ebbene, ho scoperto con un pizzico di sorpreso compiacimento di aver viaggiato nei primi venti chilometri – fino all’inizio della salita di Gaverina Terme, per capirci – a medie che vedevo soltanto in televisione, ben oltre i 40 in pianura. Merito della scia e delle ruote vergognosamente “succhiate” a chi mi precedeva, si capisce. Ma fa sempre un certo effetto.

Sulla linea del traguardo

Il percorso è collaudato, la gente plaudente, la salita al Selvino – che non è esattamente il Mortirolo – è una iniezione di entusiasmo. E poi San Pellegrino, San Giovanni Bianco e quel lungo, lunghissimo falsopiano (si fa per dire) che porta a Costa Olda prima e alla Forcella di Bura poi. Venti chilometri che non finiscono mai ma che, dopo la svolta di Vedeseta, riconciliano con il mondo. Basta una giornata soleggiata come quella del 6 maggio per avere davanti ai propri occhi la meraviglia della natura. D’accordo, il cielo azzurro, i prati verdi e le mucche al pascolo che fanno ondeggiare il campanaccio, rappresentano l’icronografia più banale e stantìa che non si legge più neppure nei romanzi Harmony. Ma non c’è modo. Soltanto in bicicletta – e a patto che non si stia correndo la cronometro della vita – si ha realmente la percezione di che cosa significhi immergersi completamente nell’ambiente circostante. Pochissimi rumori di motori a scoppio – giusto lo stretto indispensabile – e, in compenso, l’affannoso respiro di tanti di noi mentre mulinano pedivelle e cambi diventati improvvisamente durissimi, molto più duri di quanto non ce li ricordassimo un po’ di chilometri prima. E poi giù a rotta di collo – anche troppo, a onor del vero – verso Brembilla passando per Villa d’Almè e tutti i paesi della cintura bergamasca. Infine il cartello dell’ultimo chilometro, da godersi in beata solitudine, insieme alle proprie gambe affaticate, ai propri pensieri (eccessivamente) esaltati per il risultato ormai lì, a una frullatina di distanza.

E’ l’unico modo per spiegarmi il sorriso – a metà tra l’ebete e il compiaciuto – che ora mi ritrovo a guardare nelle fotografie che mi sono state scattate all’ultima curva e sotto lo striscione. A ben pensarci quelle istantanee così autenticamente “normali” e alle quali neppure stavo pensando, sono il riassunto più sincero di tutta la corsa e valgono, ai miei occhi, più di mille considerazioni e di mille silenziosi ed intimi incitamenti. Le mani, lo confesso, alla fine me lo sono battute silenziosamente da solo, come è giusto che faccia un pedalatore della domenica, che cerca l’appagamento esclusivamente in se stesso, del tutto indifferente al giudizio e ai pensieri di chi sta ntorno. La solitudine degli uomini che non sono primi, verrebbe da dire parafrasando lo scrittore.

Mi viene però da spendere le solite parole, tutt’altro che di circostanza, sulla sicurezza della manifestazione, uno degli elementi fondamentali per non trasformare un divertimento in una roulette russa. A parte la Maratona Dles Dolomites, che rappresenta l’impossibile vetta cui aspirare e non solo metaforicamente, la Gran Fondo Gimondi è un esempio di come sia possibile organizzare manifestazioni tanto imponenti (oltre 4mila partenti) in completa e totale sicurezza. Fin dentro la città di Bergamo al mezzodì di una domenica di maggio, con tanto di staffette motociclistiche a scortare avanti e indietro gruppetti di ciclisti. Negli ultimi 15 chilometri ci sono più rotonde sulla strada per Bergamo che margherite nei campi, eppure la bravura di questi formidabili volontari ci ha consentito a tutti noi di non alzare il piede dell’acceleratore neppure una volta, fino a chiudere quel tratto con quasi 40 di media. Un esempio, lo diciamo senza retropensieri o interessi, per tanti organizzatori improvvisati che magari ti riempiono la pancia di pennette alla fine della corsa ma che prima hanno risparmiato sul numero del personale da mettere in strada.

L’ultimo pensiero va a Felice Gimondi, sempre al cancelletto di partenza. La sua presenza, avvolta nei caldi colori della Bianchi, è tanto carismatica quanto rassicurante per tutti. Non andassimo a 40 all’ora verrebbe voglia di dargli una pacca sulla spalla, quando lo si incrocia alle prime rampe del Pasta. Che gli dei del ciclismo ce lo mantengano in gloria e salute.

Ernesto Galigani

e.galigani@laprovincia.it

 

 

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Ma quanto corrono i tempi che corrono

di Ernesto Galigani

E’ curioso, il bipolarismo che avvolge il mondo del ciclismo amatoriale. Mettersi in mutandoni attillati e pedalare come forsennati per ore sotto la pioggia o il sole, infatti, viene visto con benevolenza, se non addirittura con sincera ammirazione. Suggestive immagini di manager di grandi gruppi, capitani d’industria, serissimi baroni universitari, polverosi giornalisti con l’adipe scolpito, vengono sempre più spesso date in pasto all’opinione pubblica con stravagante nonchalance. Qualcuno, poi- lo avrete visto in tivù o sui giornali – ha persino deciso di utilizzare la propria immagine di italiano in gita su due pedali per pubblicizzare un brand. Ma mica cibo per gatti o gli insaccati sottovuoto un tanto al chilo, si capisce, ma prodotti che sembrano puntare a un target superiore, più “alto”, più cool. E comunque inversamente proporzionale – e qui sta la prima stranezza – all’essenza stessa del ciclismo, sport povero e popolare per definizione, non foss’altro perché è l’unico nel quale non è previsto il pagamento di un biglietto di ingresso.

Forse c’è dell’involontaria esagerazione in queste parole, probabilmente legato al fatto di avere un occhio più attento alle cose di casa propria. Ma, così a memoria, provate a tirarvi in mente brand pubblicizzati da manager-sciatori (sport di ricchi e per ricchi, probabilmente) o da industriali- cavallerizzi (sport di superircchi e per supericchi, di sicuro). O, ancora, da cantanti in pantaloncini da calciatore e maniglie dell’amore da pensionato. No, non è cosa…

Ciclista amatoriale sinonimo di successo,

In Valle Imagna, provincia di Bergamo

dunque, quasi che la pedalata – compresa quella mostruosamente trascinata su per impervi tornanti montani – sia la metafora dell’uomo moderno, che deve sputare l’anima per arrivare in cima ma che, in qualche modo, ce la può sempre fare. Moda del momento, si capisce (e ci tacciamo subito per non cadere nella sociologia un tanto al chilo) che si trasla, quasi inevitabilmente, nel fiorire di manifestazioni dedicate (le mie amatissime Gran fondo), nel proliferare di aziende a tema (a cominciare da quelle di abbigliamento e accessori) e nel rinnovato glamour delle aziende ciclistiche di casa nostra. Entrare in certi negozi di bicicletta – che infatti tendono a chiamarsi store, al posto del vecchio “ciclista” – è come varcare la soglia di una gioielleria. Altro che puzza di copertoni, anziani signori con il mozzicone penzolante e la tuta blu da operaio macchiata di catena… Adesso ti trovi a fare i conti con ex ciclisti (veri) in divisa d’ordinanza, modelli cari come il fuoco montati su palchi piattaforme che è impossibile trattenere la voglia, macchinari supertecnologici azionati a colpi di bottoni colorati che ti restituiscono il velocipede come nuovo.

 

Ebbene, a un quadro tanto fascinoso e patinato fa da contraltare l’altra faccia della medaglia. Che è quella che sperimentiamo tutti noi sulle strade. Già, perché appena finito di mostrare al figliolo scapestrato l’immagine del grande industriale che scala il Pordoi in punta di sella, l’italiano medio scende in garage, si riappropria della sua metallica metà e si lancia a capofitto nella giungla di asfalto che tanto odia perché tanto ama. E al primo incrocio, al primo ciclista che incrocia – magari proprio quello che ha ammirato in tv, che ne sa lui, del resto? – ecco una bella strombazzata, un bel vaffa di grilliana memoria, un invito a raggiungere i parenti che hanno già dato su questa terra. Per non parlare delle gare ciclistiche – giovanili e non – che segnano il calendario di questo periodo. Tutti incolonnati all’incrocio, sbuffanti e imprecanti con lo stewart in pettorina gialla che invita ad aspettare cinque minuti cinque il passaggio (rapidissimo) dei ragazzi in bicicletta. E io ho un impegno, e questa è una vergogna, e con tutte le strade che ci sono dovete venire proprio qui a rompere i maroni… Poi si va a casa, ci si stravacca sul divano con il retrogusto di salsiccia grigliata ancora nel palato e la birra saldamente stretta nell’altra mano per guardare il Giro d’Italia che ricomincia. E lì a discettare di tattiche, di gambe che non girano, di notti brave dei campioni che poi è normale che si riducano così, mica fanno più vita da professionisti. E poi il doping (che si vergognino, buttano giù di tutto)e poi il motorino elettrico nascosto nei tubolari, e quello che lo ha spinto in salita perché se no mica ce la faceva… E tutti Cassani per una manciata di giorni.

Fenomenologia dell’italiano medio, insomma. Metafora dell’uomo qualunque che ama lo sport e che in fondo lo detesta. Simbologia della fatica ma l’unica che viene accettata, alla fine, è quella del divano con la pancia in libertà e le gambe sollevate. Ce ne faremo una ragione ma, quando in tivù comparirà in body l’uomo dei tempi che corrono, sarà inevitabile un sorrisino sotto i baffi.

e.galigani@laprovincia.it

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Il ciclismo d’inverno

Un po’ di invidia, per i “colleghi grandi” (ma sarebbe meglio dire i grandi colleghi), la proviamo un po’ tutti. Quando il tempo volge al brutto e andiamo a frugare nell’armadio a caccia di body pesante, berrette calde, guanti termici e passamontagna supertecnologico, loro prendono armi e bagagli e se la filano in Versilia. O, ancora meglio, salgono su un aereo e sbarcano in Spagna o nei deserti degli Emirati Arabi e dintorni a scofanarsi centinaia di chilometri.

E invece noi restiamo qui. Di giorno al lavoro, e il sabato e la domenica con il naso incollato alla finestra nella speranza che il freddo conceda un po’ di tregua (mica tutti possono mettersi in strada a mezzogiorno, c’è chi alle 9 è già in ritardo sulla tabella di marcia) o, come in questi giorni, che la neve la smetta una volta per tutte, che ormai la siccità l’abbiamo scongiurata e, per dirla con un francesismo, ci ha rotto i maroni.

Qualche amico cui ho confessato la debolezza, mi ha spiegato che è un sentimento comune e allora posso anche dirlo a voce alta. Rimanere tappati in casa, con la fidata Bianchi relegata in garage, suscita sensi di colpa e botte di frustrazione che sono difficili persino da spiegare. Perché nella testa di un ciclista, lo sapete anche voi, di razionale c’è proprio poco.

Pensare che gennaio era cominciato bene. Un freddo becco, d’accordo, ma non così pungente da impedire qualche puntata, con tanto di salite d’ordinanza per far girare la

Quando si esce d’inverno

gamba. Per arrivare alla conclusione, un po’ narcisa, che “se va avanti così ad aprile siamo già in piena forma”. Ecco, appunto… se va avanti così. E così, invece, non è andata avanti. Tutti fermi a guardare le strade ricoperte di neve che, al solo pensiero di non potervi affondare tutto l’acido lattico di cui disponiamo, viene il magone.

 

Non resta che affidarsi speranzosi al meteo – che non l’azzecca mai ma è pur sempre rassicurante nella sua genericità previsionale – e fare il punto su quello che verrà. Noi vecchietti con la passione delle Gran Fondo non abbiamo che l’imbarazzo della scelta. Chi scrive, sia pure nella consapevolezza che importa a pochi, ha già le idee chiare e molte altre ancora da chiarire. Di sicuro non mancherò alla Gran Fondo Gimondi del 6 maggio a Bergamo: gli amici dell’organizzazione mi hanno già fatto sapere che sarò dei loro e, squisita gentilezza orobica a parte, rimane il gusto irrinunciabile di un percorso spettacoloso e duro il giusto. Sarò sicuramente al via anche della Gran Fondo di Lecco del 27 maggio che, tra Ghisallo, Sormano e Colle Brianza, è il non plus ultra del ciclismo lombardo: 130 chilometri o giù di lì che metteranno a dura prova più di un appassionato. Confido anche sull’invito della Maratona Dles Dolomites dell’1 luglio (sarebbe la quarta consecutiva) che, ai miei occhi e alle mie gambe, è la notte dell’Oscar delle biciclette. E ancora, in ordine sparso, la Gran Fondo degli Squali di Cattolica, la Gran Fondo di Milano che ho visto ricomparire in calendario e, chissà, magari anche la Gran Fondo Santini Bormio-Passo Stelvio di inizio giugno. Roba da stomaci forti che ho sempre guardato con ammirazione e un pizzico di timore. Ma questa è un ‘altra storia. Adesso c’è solo una finestra chiusa e la neve – tanta, troppa e da troppo tempo – che continua a scendere, accidenti a lei.

e.galigani@laprovincia.it

 

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La (mia) classifica delle Gran Fondo

di Ernesto Galigani

Non è il caffè a renderci nervosi. Piuttosto, la mancanza di quelle belle pedalate da 5-6 ore con il sole che picchia in testa e il sudore che scende a rivoli dalla fronte. Adesso che siamo costretti – i temerari che osano, e io modestamente oso – a rientrare precipitosamente dopo neppure tre ore perché le mani non rispondono ad alcun comando, i piedi sono intirizziti nonostante calzari antivento e tre paia di calzettoni, il contenuto della borraccia lo puoi usare per qualche aperitivo on the rocks e la maglietta termica fa il suo dovere, certo, ma a tutto c’è un limite… beh, alzi la mano chi non rimpiange il tepore di quelle belle mattine d’estate. Un body leggero, la maglietta con la lampo aperta sul torace, le gambe abbronzate in stile muratore, la bandana a detergere il sudore e via nel vento. Altro che gli omini-Michelin che – sì, siamo noi – incontriamo sul tragitto, bene attenti a non lasciare il manubrio perché le strade sono scivolose (oltre che perennemente rotte).

Vabbè, lasciamo stare. Consoliamoci con il guardare a quello che è stato. Il (modesto) ciclista che è in me chiude la stagione con cinque Gran Fondo (e una cronoscalata) al suo attivo. Poche, pochissime rispetto a quelle che il panorama ciclistico propone e che, con una adeguata vincita al Superenalotto, si potrebbero infilare l’una dietro l’altra come una perenne vacanza. Ma sufficienti (forse) per consentire un banalissimo giochetto di fine anno. Seguendo la moda di certi mappazzoni culinari che ammorbano i palinsesti televisivi da mane a sera, mi piace l’idea di condividere qualche osservazione sulle corse che conosco. Ma, a differenza di tanti criticoni da poltrona in similpelle, raccontando impressioni che arrivano dall’interno della corsa perché se è pur vero che per scrivere di ippica non bisogna essere stati dei cavalli in un’altra vita, è altresì fuori di dubbio che conoscere il ciclismo pedalato è sicuramente meglio che guardarlo alla televisione. Avanti tutta.

GRAN FONDO MARATONA DLES DOLOMITES

Poche storie, è il top di gamma. Ho partecipato per tre volte consecutive a questa maratona (e confido vivamente in un ulteriore invito per il prossimo 1 luglio, a essere sfacciato) e ogni volta, se mi passate la similitudine, mi sembra di capire che cosa prova un giocatore di calcio di serie C a giocare in uno stadio di serie A. Tipo Inter-Pordenone, se mi passate la similitudine. Lo scenario delle Dolomiti è unico al mondo (d’accordo, non è esattamente una scoperta delle ultime 24 ore), le salite proposte (dal Pordoi al Sella al Gardena al Giau) sono da storia del ciclismo e ci si sente quasi dei profanatori al solo nominarle. L’organizzazione va al di là di ogni immaginazione e meriterebbe cinque stelle per il solo fatto di impedire alle automobili (di ogni ordine e grado, si direbbe) di circolare per l’intera giornata. Fa quasi sorridere il sottolinearlo, ma pedalare nel silenzio è un lusso che sono in pochi a poter offrire. Tutto è grande, alla Maratona Dles Dolomites: i punti di ristoro, il numero dei partecipanti, i grandi nomi dello sport che vi partecipano (i lettori del mio blog lo sanno bene), il “pacco gara”, gli elicotteri che riprendono in diretta tv la corsa, persino i chilometri di transenne che vengono sistemate e rimosse in 24 ore el’entusiasmo trascinante del patron Michil Costa oltre che il sorriso sincero (chissà come faranno con novemila concorrenti) delle ragazze che, a fine corsa, ti infilano la medaglia di partecipazione al collo. Il difetto? Forse, ma sottolineo il forse e già mi pento, la sua unicità che gonfia i costi del dormire e del mangiare. LOCATION: 5 ruote, ORGANIZZAZIONE: 5 ruote,PERCORSO: 5 ruote, SICUREZZA: 5 RUOTE

GRAN FONDO GIRO DI LOMBARDIA

Lo ammetto: ho fatto di tutto per essere al via soprattutto per soddisfare un peccato di vanità. Quel nome – Giro di Lombardia – è un pezzo di storia e il poterlo condividere è un privilegio senza prezzo. Rcs l’ha proposta il giorno successivo al “Lombardia” dei professionisti, ricalcandone la seconda e ultima parte del percorso (quello con le salite) e anche questo è un valore aggiunto a una manifestazione dalla potenzialità infinite, per quanto non sfruttate. La location è spettacolare: basta guardare il vero “Lombardia” in televisione per rendersi conto di quanto è bella la nostra terra quando è bella. Il percorso è difficilissimo e il mitico Ghisallo – con la chiesetta dedicata alla Madonna protettrice dei c

Le ultime pedalate sul Muro di Sormano, fino al 27% di pendenza

iclisti – alla fine forse è la salita meno aspra. C’è il Sormano, c’è soprattutto il terribile Muro al 25 per cento (lo confesso, in alcuni tratti sono sceso), c’è la terrificante discesa verso Nesso che il giorno prima aveva mandato all’ospedale tre colleghi famosi, c’è il Civiglio che sale, sale e non finisce mai a dispetto dall’altimetria. E poi c’è il lungolago di Como con il traguardo in piazza Cavour che, oggettivamente, ti fa sentire quello che non sei stato mai, che non sei e che non potrai mai essere. Ma, in quegli infiniti secondi, chissenefrega del bagno di umiltà. Gli organizzatori, va premesso, hanno fatto tutto il possibile e forse anche di più. La sensazione è che i comaschi (non tutti, ovviamente) non amino questa corsa dedicata ai faticatori della domenica. O, se vogliamo essere buoni, non si sono accorti dei problemi che avrebbe inevitabilmente creato (in cambio di una invasione di massa di turisti spendaccioni, si capisce). E così le transenne in città sono state spazzate via subito o quasi, i clacson hanno cominciato ad ammorbare l’aria e il fondoschiena di chi stava correndo e il pericolo è aumentato esponenzialmente. Riproponendo l’eterna battaglia domenicale tra chi vuole correre (con il culo su un sedile e la mano sul clacson) e chi soltanto pedalare. LOCATION: 5 ruote, ORGANIZZAZIONE: 3 ruote, PERCORSO: 5 ruote, SICUREZZA: 1 ruota.

GRAN FONDO DON GUANELLA LECCO

La notizia bella è che nel 2018 si disputerà il 27 maggio. Già, perché lo scorso anno era stata programmata per lo stesso giorno (l’8 ottobre) della Gran Fondo Giro di Lombardia. E su un percorso per larga parte simile. Un vero e proprio pasticcio che aveva indotto fratel Agostino del Don Guanella (che aveva tutte le ragioni del mondo, visto che era partito in largo anticipo) a modificare all’ultimo momento il percorso, rinunciando a quel Ghisallo che era ovviamente l’attrattiva principale e a spostare i ciclisti sul versante

Il Museo del ciclismo del Ghisallo

lecchese del lago. Ad aggiungere problemi a problemi, inoltre, la stucchevole protesta dei sindaci di due paesini della Valvarrone, a causa – pensate un po’ – del blocco del traffico per una mezza mattinata. Manco ci fossero state frotte di turisti in attesa di inerpicarsi verso quei paesini sconosciuti… La presenza di Cadle Evans e Gianni Bugno ha certamente reso prestigiosa la corsa, salvando il salvabile. Il prossimo anno sarà tutt’altra cosa: nessuna concomitanza, una data indovinata e il percorso ripristinato come Dio comanda. Fratel Agostino, ciclista vero con il cuore in mano, avrà certamente modo di rifarsi e di contribuire a portare avanti i suoi progetti di solidarietà con i soldi delle iscrizioni. LOCATION: 5 ruote, ORGANIZZAZIONE: 5 ruote (per la fatica e la beffa finale), PERCORSO: 3 ruote, SICUREZZA: 2 ruote.

GRAN FONDO INTERNAZIONALE FELICE GIMONDI

Il nome è una garanzia e, dopo due esperienze consecutive, il giudizio non può che essere altamente positivo. Percorso bellissimo con montagne vere, a cominciare dall’ascesa non impossibile ma altamente suggestiva al Selvino e, ancor di più, il falsopiano (molto falso) della Val Taleggio che porta da San Giovanni Bianco fino a Vedeseta e al passo di Costa d’Olda. Quasi un canyon che sa molto di selvaggio se avrete la (s)fortuna di imbroccare una domenica di pioggia. Un regalo della natura. L’unica nota stonata, per così dire,

Ultima curva prima del traguardo

sembrerebbe il tratto finale di una quindicina di chilometri da Zogno (per chi fa il medio) fino all’arrivo, al Lazzaretto di Bergamo: una strada molto trafficata, infarcita di rotonde e semafori. Ed è qui che entra in gioco l’aspetto migliore di questa gran fondo, ovvero l’organizzazione e la sicurezza. Credetemi sulla parola, per quanto possa apparire inverosimile: non c’era incrocio, negli ultimi cinque pericolosissimi chilometri, che non fosse presidiato. Da un agente di polizia locale, da un carabiniere, da un volontario della Protezione civile, da un incaricato dell’organizzazione. Non è cosa da poco se si pensa che la corsa di svolge agli inizi di maggio e che la maggior parte dei concorrenti attraversa una città come Bergamo (la seconda della Lombardia per numero di abitanti, per capirci) intorno a mezzogiorno o poco prima…. Quanto alla logistica, organizzazione molto light e senza fronzoli e forse proprio per questo, assai efficiente. La ciliegina sulla torta è rappresentata dai primi chilometri da percorrere accanto a Felice Gimondi, leggenda del ciclismo e campione di simpatia. LOCATION: 5 ruote, ORGANIZZAZIONE 5 ruote, PERCORSO 4 ruote, SICUREZZA: 5 ruote.

GRAN FONDO DI MILANO

Quella di metà settembre è stata la prima edizione, e già questo merita l’apprezzamento di tutti i ciclisti. Organizzare una manifestazione ciclistica in una città come Milano è come tentare di svuotare il mare con un bicchiere di Nutella: un’impresa ai confini dell’impossibile. Il percorso è certamente suggestivo, se si esclude il breve tratto iniziale.

Il Lissolo della Coppa Agostoni

Le colline della Brianzashire – Monte di Rovagnate, Lissolo di Perego, Colle Brianza, Sirtori, Beveretta, Cagliano – sono bellissime ed anche faticose, ricalcando il percorso della Coppa Agostoni. Nulla di realmente impossibile per un cicloamatore preparato anche se non è la lunghezza delle salite a preoccupare, quando le pendenze che si portano appresso in più di un caso: sul Lissolo si sfiora in alcuni tratti il 18 per cento, il tratto finale della salita di Cagliano (da Santa Maria Hoè) propone qualche decina di metri ad oltre il venti per cento di pendenza. L’organizzazione ha pagato lo scotto dell’inesperienza ed anche la sicurezza – soprattutto nel percorso lungo dopo la discesa da Santa Maria e all’altezza della svolta per Cagliano – meriterebbe qualche ritocco. Peccati di inesperienza su un terreno difficile, con troppi automobilisti dal clacson facile e dalla battuta (stupida) pronta. Come sanno fin troppo bene i ciclisti che vivono in questo territorio. LOCATION: 4 ruote, ORGANIZZAZIONE 3 ruote, PERCORSO 4 ruote, SICUREZZA 2 ruote.

GRAN FONDO SQUALI CATTOLICA-GABICCE

Anche questa è una corsa che ha pochi anni di vita. Ci sono arrivato su consiglio dell’amico Stefano Giuliodori, proprietario e direttore del Hotel Dory di Riccione. Uno che ha inventato dal nulla i tour per i clienti del suo albergo (e che oggi rappresentano una delle maggiori attrazioni di un po’ tutti gli alberghi della riviera romagnola) e che di ciclismo ne mastica. Si parte dall’Acquario di Cattolica e, in 144 chilometri, si scavalla di continuo tra Romagna e Marche (che alla fine sono la stessa cosa) con una puntata verso la città di Urbino, splendido gioiello protetto dalle mura medioevali. Chi conosce la Romagna, sa che

La partenza a Cattolica

cosa significa pedalare sulle colline che si trovano “al di là” dell’autostrada. Da Gradara a Monte Altavelio, da Belvedere Fogliense a Monte Gridolfo, da Saludecio a Tavullia sono strade “spacca gambe”: salite magari brevi ma con pendenze importanti e discese altrettanto ripide ma in un quadro davvero d’altri tempi. Il pregio è rappresentato dal traffico assai scarso che consente di godere della meraviglia del panorama, il difetto dalle terribili condizioni dell’asfalto, costellato ovunque da buche, interruzioni continue e ghia ietta fastidiosa e pericolosa. Valgono da soli il prezzo del biglietto, invece, gli ultimi quindici chilometri ovvero la Panoramica del San Bartolo, una striscia di asfalto a mezza costa e a picco sul mare, in un territorio incontaminato dove non è difficile (sarà mica la fatica, forse?) sentire un perenne concerto di grilli e cicale. L’arrivo a Gabicce Monte – in salita, ovviamente – è qualcosa di veramente impagabile. L’organizzazione è migliorabile in tanti piccoli dettagli ma la strada intrapresa è certamente quella giusta. LOCATION: 5 ruote, ORGANIZZAZIONE 3 ruote, PERCORSO 4 ruote, SICUREZZA 2 ruote.

GRAN FONDO NOVE COLLI DI CESENATICO

E’ la regina delle Gran Fondo. Se non per il percorso (nulla di paragonabile alla Maratona Dles Dolomites, per capirci) almeno per il numero di partecipanti, stabilmente fissato a 12 mila concorrenti. Proprio il gigantismo rischia di trasformare un pregio in un difetto. Il percorso – praticamente lo stesso dal 1971 ad oggi – è bellissimo e valgono le considerazioni fatte per la Gran Fondo degli Squali (siamo pur sempre in Romagna) ma il

Lo scollinamento del Barbotto

tratto iniziale da Cesenatico fino alla salite del Monte Polenta è fin troppo scorrevole. Al punto che la prima salita si trasforma in un ingorgo da Grande Raccordo Anulare, a meno di non essere stato inserito nelle prime due griglie o, in alternativa, di aver fatto medie da motociclista nei primi venti chilometri del tracciato. Per il resto tanto di cappello: l’organizzazione è asburgica per quanto macchinosa, la sicurezza garantita. Abbastanza insignificanti, ma inevitabili, gli ultimi chilometri di pianura che portano dalla salita finale all’arrivo sul lungomare di Cesenatico. In compenso il rettilineo finale è un inno alla gioia con tantissima gente che applaude convinta e fa sentire protagonista anche l’ultimo dei partecipanti, che non a caso gode di un premio speciale. Il pasta party finale, tra piadine e tortellini, è il massimo di categoria. Peccato per quelli che, come chi scrive, al termine della corsa non riuscirebbero ad ingoiare neppure un biscotto. LOCATION: 4 ruote, ORGANIZZAZIONE 5 ruote, PERCORSO 4 ruote, SICUREZZA 4 ruote.

GRAN FONDO STELVIO SANTINI. Non è tra quelle che ho fatto ma spero vivamente di poter colmare la lacuna nel 2018. Perché Bormio è una delle più belle località della Lombardia, perché il Mortirolo (mica l’ho scoperto io) non ha bisogno di parole e perché lo Stelvio è lo Stelvio. Serve altro?

La Argegno-Schignano

Una parola finale per la cronoscalata Argegno- Schignano, sul lago di Como. Non è il tipo di corsa che prediligo (l’età sul groppone ci spinge a prediligere il fondo alla velocità ed alla potenza) ma è davvero una chicca per trascorrere mezza giornata in grande allegria, con un panorama spettacolare tra lago e monti, accanto a gente appassionata e con il cuore in mano. A partire da Roberto Dotti, che fu campione del mondo di ciclismo su pista nel 1985 e che ad Argegno conduce un bar diventato inevitabile tappa dei ciclisti, da Nibali ad Aru fino a noi modesti pedalatori.

Forse vi ho annoiato con le mie osservazioni. O forse no, chissà. In ogni caso se volete suggerirmi gare, fare osservazioni, formulare critiche, aggiungere o togliere aggettivi, beh, ne sarei naturalmente lieto. Basta commentare su Facebook o scrivere alla mia mail: e.galigani@laprovincia.it

 

 

 

 

 

 

 

 

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Meno telefonini, più bicicletta

di Ernesto Galigani

Intendiamoci subito. Quando si parla di telefonino al volante (delle auto, of course) non c’è praticamente nessuno che possa evangelicamente permettersi di lanciare la prima pietra. Però è giusto che ciascuno di noi prenda coscienza della pericolosità di questo comportamento, al netto delle multe che dovrebbero essere elevate dalle forze dell’ordine.

Certo, neppure noi ciclisti, quando saliamo in macchina, siamo immuni da questo viziaccio che – in quanto tale – non ha alcuna spiegazione razionale. Tanto più che la tecnologia – dalle banalissime auricolari finendo ai sistemi di navigazione più complessi – consentirebbe di guidare in tutta sicurezza. Per sé e, soprattutto, per gli altri. Tuttavia, proprio perché stiamo spesso dall’altra parte della barricata, conosciamo perfettamente i pericoli legati a questo comportamento. Lo sperimentiamo ogni volta che usciamo: automobilisti che, tutti presi dal loro imperdibile colloquio, tirano verso il ciglio della strada rischiando di travolgerci; altri che neppure ci vedono – magari nel bel mezzo di una rotonda – perché impegnati a messaggiare. Altri ancora che, con la scusa che tanto siamo in coda e non si muove nessuno, riparte in automatico senza staccare l’occhio dal display del tutto ignaro che, magari, davanti a lui si è posizionato un ciclista. Insomma, la solita storia. Del resto, i quattro lettori di questo blog sanno fin troppo bene che la sicurezza è un argomento sul quale torniamo spesso e volentieri: dalle gallerie poco illuminate agli asfalti sconnessi, passando per la guida al telefono e la maleducazione corriamo il rischio di essere ripetitivi fino alla nausea.

Eppure, tanto scrivere non sembra essere finalmente fine a se stesso. Alex Zanardi – l’ex campione di automobilismo e icona della nostra categoria, più volte inconsapevole ospite di queste pagine – ha pubblicato un tweet diventato rapidamente virale e approdato sulle colonne web del Corriere della Sera proprio dedicato alla necessità di “rieducare gli automobilisti”. Ha sfondato una porta aperta, il mitico Alex, e i giornali si sono accorti che, forse, è davvero un problema. Lo stesso giornale ha ospitato una toccante lettera del fratello di Michele Scarponi, il mitico ciclista Astana scomparso qualche mese fa, travolto in allenamento dall’autista di un furgone. Senza avere alcuna colpa (si sa, i ciclisti sono sempre in mezzo alla strada e non si fermano ai semafori) se non quella di essere sceso in strada nel momento sbagliato e nel posto sbagliato. Un po’ poco per morire, a pensarci con raziocinio.

Ci piace quindi riproporvi di seguito questi articoli, rimandandovi ai due link. Più siamo e meglio è. Passiamo parola (ovviamente senza telefonino).

Zanardi

http://www.corriere.it/cronache/17_novembre_02/telefonini-auto-l-allarme-alex-zanardi-dobbiamo-rieducare-guidatori-ae508b64-bf4a-11e7-9a2b-0f2b2933b455.shtml

Scarponi

http://www.corriere.it/cronache/17_novembre_06/scarponi-distrazione-alcol-educhiamo-guida-non-uccidere-c8c1a55e-c270-11e7-bf97-8f2129f2dc8b.shtml

 

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Poveri amatori, più a (Gran) Fondo di così

di Ernesto Galigani

La domanda, per quanto retorica, è tutt’altro che banale: questo territorio – quello che fa riferimento al lago di Como e ai suoi due rami di manzoniana memoria – ama davvero il ciclismo? Non il ciclismo dei grandi, si capisce, che quello piace proprio a tutti per il semplice fatto che affonda nella cultura popolare, che non chiede biglietto di ingresso e che regala emozioni forti. E che, soprattutto, non conosce problemi di latitudine.

Le ultime pedalate sul Muro di Sormano, fino al 27% di pendenza

No, ci riferiamo al ciclismo amatoriale, a quello della domenica, a quello che un po’ pomposamente viene definito delle manifestazioni di “gran fondo” e che in questo blog siamo soliti raccontarvi visto direttamente dai pedali. Lo spunto arriva dalle due gran fondo, per l’appunto, che sono andate in scena l’8 ottobre: una a Como, organizzata da Gazzetta-Rcs il giorno successivo al Giro di Lombardia dei professionisti e l’altra a Lecco, voluta da fratel Agostino del Don Guanella, appassionato di due ruote come pochi. E già la coincidenza, senza neppure pensarci un attimo, induce qualche perplessità: due gran fondo, su due percorsi da urlo, nella stessa giornata a venti chilometri di distanza l’una dall’altra, quasi a dividersi il popolo del ciclismo della domenica? Chi scrive ha puntato su Como, ma – se non ci fosse stata questa incredibile sovrapposizione – avrebbe volentieri partecipato anche a quella di Lecco. Ne avrebbero guadagnato tutti, a partire dagli organizzatori che, anziché 1.500 partecipanti a testa, avrebbero potuto ragionevolmente puntare al raddoppio.

La partenza della Gran Fondo del Giro di Lombardia a Como

La meraviglia del lago di Como a Bellagio

Oddio, non siamo certo stati i soli a notare questo sgambettarsi a vicenda che, senza troppo dilungarci, è frutto di una situazione nata male e finita peggio. Con i “comaschi” che non potevano certo modificare il giorno del Giro di Lombardia (e della relativa corsa per gli amatori) e i “lecchesi” che – con altrettante buone ragioni – avevano fissato la data della loro corsa con largo anticipo, già nel mese di gennaio. Il compromesso ha portato al rispetto della contemporaneità (inevitabile per ovvie ragioni di programmazione e organizzative) con due percorsi diversi e senza sovrapposizioni (già, perché inizialmente il Ghisallo era l’attrazione principale di entrambe le corse). Ma è ovvio che nessuno ha potuto gioire fino in fondo di questa soluzione, a cominciare proprio dagli amatori.

Se si volesse infierire bisognerebbe parlare anche dell’accoglienza che le due città – un termine volutamente generico per includere forze dell’ordine, amministratori comunali e provinciali – hanno riservato a questi appuntamenti. E che sono stati vissuti – almeno, questa è l’impressione di chi ha corso – quasi con fastidio, lo stesso che si prova quando si deve andare dal dentista anche se si vorrebbe essere a mille miglia di distanza. Entrambi i percorsi sono stati modificati per le pressioni dei sindaci: a Como è stata tolta l’ultima salita del San Fermo perché avrebbe creato problemi alla circolazione (sic), a Lecco si è scelta una via alternativa per raggiungere la Valsassina a causa di una frana sulla strada che da Bellano portava in Valvarrone. E, ancora, al Giro di Lombardia per amatori gli organizzatori sono stati costretti a costringere i partecipanti a correre in mezzo alle auto, slalomeggiando tra gli scalmanati turisti della domenica. Dei pericoli sul tratto tra Nesso e Como, sulla salita e la discesa di Civiglio e, soprattutto, sul tratto cittadino con le transenne rimosse e le auto del tutto incuranti di ogni prudenza (con tanto di incidente a 500 metri dal traguardo) abbiamo già raccontato nell’articolo apparso su “La Provincia” e che potete rileggere su questo blog. Lo stesso, tuttavia, raccontano coloro che hanno partecipato alla Gran Fondo lecchese, con analoghe testimonianze di pericoli scampati.

La sensazione, soprattutto per chi come chi scrive, ha partecipato ad altre gran fondo (dall’Emilia Romagna al Trentino Alto Adige passando per Bergamo, terra di ciclisti indomiti) è che siano state due occasioni sprecate. Perché i percorsi delle Gran Fondo lombarde – comasche e lecchesi, in particolare – non sono secondi a nessuno con salite entrate nella memoria di tutti, indipendentemente dall’amore per il ciclismo. Ghisallo, Sormano, Civiglio, Sormano sono nomi noti a livello internazionale ed è un vero peccato che vengano banalizzati in questo modo, vissute come un pedaggio quasi inevitabile da pagare anziché una grande opportunità economica e turistica. Come avviene, per esempio, a Corvara in occasione della Maratona Dles Dolomites, una corsa che è diventata un colossale giro d’affari per gli operatori turistici, in attesa della neve invernale e della riapertura degli impianti da sci. O sul Lago di Garda, dove queste manifestazioni si moltiplicano anno dopo anno e hanno come minimo le stesse mire turistiche di questo territorio. Tutti stupidi?

Se avessimo posto una domanda del genere agli organizzatori il giorno successivo alle due manifestazioni lariane avremmo sicuramente avuto una risposta più o meno così: “L’anno prossimo? Non se ne parla neppure”… C’è da sperare che il tempo stemperi la mortificazione delle tante persone che hanno lavorato per offrire un’alternativa allo shopping sul lungolago (dagli organizzatori ai volontari, dai vigili urbani alla protezione civile) e che gli amministratori – a tutti i i livelli – comprendano almeno un pochino che non si vive di sole automobili. E che si può pensare, allargando il discorso, non soltanto ai sensi unici da modificare, alle buche da chiudere (magari), al verde da sacrificare al cemento perché non basta mai. Ma anche alle corsie preferenziali per chi va in bicicletta (ci sono a Londra, potrebbero benissimo esistere anche a Como e Lecco, credeteci), ai blocchi dei centri storici, ai mezzi pubblici da incentivare per indurre i cittadini a lasciare l’auto in un bel parcheggio di interscambio a pedaggio ridotto. Discorsi che, su queste colonne e non solo, rappresentano la normalità e non certo un’eccezione. E che, chissà perché, trovano sempre ampi consensi e roboanti dichiarazioni di principio. Ma poi, quando finisce la conferenza stampa e si risale in auto, basta il primo ciclista sul proprio percorso per spingere la mano sul clacson. Dimenticando tutto, a cominciare dalla buone maniere.

e.galigani@laprovincia.it

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