Pedalo e dunque sono. O no?

di Ernesto Galigani

“Andare in bicicletta rallenta l’invecchiamento”. “I ciclisti sviluppano maggiormente le capacità cognitive”. “Gli amanti delle due ruote hanno più fortuna nelle professioni”. Si potrebbe andare avanti per un bel pezzo, a rendere conto dei (fantomatici) studi che riempiono – e qualche volta intasano – l’infinito mondo del web. Forse sono il solo a pensarlo, ma questa ossessiva ricerca della auto-celebrazione, basata su dati scientifici che di scientifico hanno ben poco, ha il sapore della plastica, del parlare per non dire nulla.

L’incrocio di Melbourne con precedenza ai ciclisti

Per concludere che l’attività fisica (e vale anche per chi nuota o corre a piedi, ovviamente) aiuta a mantenere efficiente il proprio corpo, non è affatto necessario scomodare il “professorone” di turno. Così come non bisogna aver studiato ad Oxford per concludere che pedalare stimola una sensibilità più spiccata su alcune tematiche, dall’importanza dell’ambiente fino all’efficienza delle infrastrutture, giusto per citarne un paio. Un po’ come dire, e mi si passi il paragone, che uno chef è in grado di indicare proprietà e benefici di un cibo piuttosto di un altro… Bella scoperta.

Ciascuno di noi è fin troppo indulgente verso se stesso e i propri comportamenti. Fa parte della natura umana. Ma quando la benevolenza diventa autocelebrazione,  rischia di trasformarsi in una sorta di settarismo ideologico che non giova alla causa.

Intendiamoci, raccontare di biciclette – non dico ciclismo, che sarebbe troppo – è sempre cosa buona e giusta ma l’assioma secondo il quale “pedalo e dunque sono” è un cartesianismo un po’ troppo spinto.  In questa fase storica – e meno male, direi io – il mondo del ciclismo sta vivendo un momento di grande esposizione mediatica, inversamente proporzionale – se ci riflettete un attimo – al numero degli incidenti e delle vittime. Si parla tanto di ciclismo ma, questo è l’altro lato della medaglia, sulle strade ci si fa male (e si litiga con gli automobilisti) come e più di prima.

Corsie riservate ai ciclisti nel centro di Londra

Non c’è contraddizione, se non apparente. Perché gli uni e gli altri – ciclisti e automobilisti – si muovono sullo stesso (accidentato) terreno e spesso la convivenza è difficile. Molte delle persone che sul Civiglio incoraggiavano Vincenzo Nibali all’ultimo Giro di Lombardia, sono le stesse che non hanno voluto l’arrivo a Como della Gran Fondo Lombardia degli amatori, perché avrebbe causato la chiusura di una manciata di strade e di una corsia dello sgangherato lungolago. Quelli che applaudivano invasati, come se fin lì avessero vissuto di pane e catene, sono gli stessi che l’indomani – davanti a un ciclista che sbanda per evitare una buca – si lascia andare al turpiloquio più spinto, pescando nel pozzo nero della sua anima improperi che neppure immaginava di conoscere. Sono gli stessi – e poi mi pianto – che su una pagina facebook (la sto ancora cercando, appena ci metto le mani sopra ve la proporrò) si lamentava per essere stato costretto a rimanere dietro una bicicletta, ammettendo – in una selva di applausi telematici – di aver faticato a resistere alla tentazione di “stirarli”, che “così imparano”.

Che fare, dunque? Meno ghetto e più piazza, si potrebbe riassumere in uno slogan. Perché quando i ciclisti sono tanti – pensate a certe domeniche di luglio sulle strade di montagna – anche il “lupo automobilista” si trasforma in agnello. Non facendo sorpassi a filo specchietto, non aggrappandosi al clacson, non mostrando il dito medio e neppure avanzando dubbi sulla moralità della consorte che sta a casa. Insomma, prendendo coscienza di non essere, almeno in quel momento, l’unico padrone dell’asfalto. Incoraggiare la “ggente” a prendere la bicicletta per percorrere i duecento metri da casa all’edicola (se sono di più, ci sono pure quelle assistite), pungolare gli amministratori pubblici affinché rendano la vita sempre più difficile alle auto soprattutto nei centri storici, proporre manifestazioni cicloturistiche, randonnèe e gran fondo con frequenza: questo è il lavoro che ci attende. Mentre gongoliamo di soddisfazione – si capisce – all’illusione di non invecchiare mai (e tutt’al più di farlo in bicicletta).

In un’area come la nostra – tra le più densamente popolare d’Europa – queste ricette suonano come bestemmie. Ma è soltanto un’impressione. Per dire, Londra – che non è esattamente un quartiere di Sesto San Giovanni, ha un traffico ridotto al minimo sindacale (merito dei mezzi pubblici) e sulle sue strade propone corsie riservate ai ciclisti – sì, proprio così, con tanto di semaforo incorporato e precedenza di rigore. A Melbourne, in Australia, hanno addirittura sperimentato un incrocio a precedenza ciclistica, tutto colorato di verde che non sfuggirebbe neppure a un orbo. Altro che le vetuste piste ciclabili, dove si vorrebbe confinare – in una situazione di promiscuità pericolosa per tutti – pedoni e ciclisti. No, corsie riservate come quelle per i bus e i tram, con l’ovvia raccomandazione a che vengano fatte rispettare. Perché quella che serve non è una battaglia ideologica o una guerra di trincea. Ma una rivoluzione culturale che, se non proprio dal cervello, parta almeno dalla pancia. E dal portafoglio.

Ernesto Galigani

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Il dramma di Edo, la rabbia di pochi

di Ernesto Galigani

Edo Mass è un ragazzone olandese di 19 anni che il 6 ottobre scorso, in occasione del Piccolo Giro di Lombardia riservato agli Under 23, è stato travolto da un’autovettura condotta da una donna che aveva ignorato la chiusura della strada. La corsa stava passando in quel momento ed Edo non ha potuto far nulla per evitare l’ostacolo: trasportato all’ospedale in gravissime condizioni, è rimasto per giorni in coma indotto. Non morirà, hanno detto i medici, ma ha riportato gravi lesioni al midollo spinale e ben difficilmente potrà tornare a camminare. Una sentenza terribile.

L’articolo della Bbc

Sul mio giornale, all’indomani del terribile incidente, avevo scritto un articolo di commento alla notizia, ribadendo quello che i lettori di questo blog conoscono assai bene. Non l’avevo riportato qui, quell’articolo, forse nell’inconscia speranza che non finisse come i medici avevano lasciato intuire sin dalle primissime ore. Lo faccio adesso, con la morte nel cuore e la rabbia per l’ennesima tragedia che si poteva evitare. Con un po’ di attenzione e, soprattutto, con un po’ di rispetto per chi viaggia in bicicletta.

Ma quello che infastidisce, davanti al dramma di questo ragazzo, è il distacco – che sconfina persino nell’indifferenza – dei mezzi di comunicazione, social compresi. Quegli stessi strumenti dai quali trasudano lacrime e disperazione (legittimi) quando un’auto si schianta al ritorno da una serata ad alto contenuto alcolico in discoteca e quegli stessi social dove compaiono inviti più o meno espliciti ad avere sempre meno pazienza con chi va in bicicletta.

L’articolo del giornale spagnolo As

“Ah, ma i ciclisti stanno sempre in gruppo e in mezzo alla strada”, bofonchiano i leoni da tastiera. Sarà, ma anche questa volta non è andata così: Edo stava partecipando ad una delle corse più importanti del calendario giovanile, la strada era chiusa, gli incroci vigilati e il gruppo preceduto dalle staffette dell’organizzazione. L’altra, l’investitrice, è scesa da una strada in contromano, ha “forzato” una chiusura e si è immessa nella provinciale senza alcun accorgimento. Fino a quando?

di Ernesto Galigani *

L’articolo de La Provincia di Como

Il luogo comune vuole che il ciclista sia il principe della diseducazione stradale. Non si ferma al semaforo rosso perché è così stupido da giocare alla roulette russa con gli automobilisti; non ama pedalare in fila indiana perché ha l’insopprimibile tendenza al cicaleccio di gruppo viaggiando a 40 orari; sta in mezzo alla carreggiata perché è invidioso dei Suv che gli sfrecciano accanto e non gli par vero di rallentarne la marcia.
Poi accadono incidenti come quelli di domenica che, a dar retta alle cronache, ha una dinamica del tutto simile a quella che nel 1998 costò a Marco Pantani la rottura di tutte le ossa: l’auto che non si cura del passaggio della corsa perché ha fretta e si infila – magari contromano – dove non dovrebbe. Quasi sempre ci pensa il Dio dei ciclisti a risolvere la questione. Domenica, evidentemente, si è distratto un attimo e un ragazzo di 19 anni adesso giace in un letto di ospedale dopo essere finito, mentre pedalava su una strada che doveva essere senza macchine, contro una macchina che lì non doveva esserci. Per l’appunto.
Il luogo dell’incidente si affaccia su una strada che è percorsa quotidianamente – per non parlare dei fine settimana comandati – da migliaia di ciclisti. Scende dalla Madonna del Ghisallo o dalla Colma di Sormano e porta verso Canzo e il lago del Segrino. Una sorta di autodromo naturale per gli amanti delle due ruote e chi  scrive ci era passato un paio d’ore prima, con la strada aperta e il solito turbinio di automobili in coda (verso Magreglio) o, in alternativa, che uscivano come palline di un flipper da una delle mille strade laterali.
Tutti i ciclisti sono soliti affidarsi alle più elementari regole di sopravvivenza: mani sempre sui freni, velocità non troppo elevata, cervello reattivo per capire con una frazione di anticipo le (spesso oscure) intenzioni dell’automobilista che ti precede o che ti viene incontro.
Sembra il set di un film dell’orrore, a ben pensarci, ed in effetti lo è. Davide Cassani, che non è pinco palla come noi ma un ex professionista che attualmente ricopre l’incarico di commissario tecnico della Nazionale di ciclismo, aveva affidato  quest’estate a un quotidiano nazionale il suo elenco di doglianze, raccontando la cronaca – tutt’altro che semiseria – di un’uscita in bicicletta sulle strade del Comasco e del Lecchese, sulle orme della Coppa Agostoni. Avevano fatto rumore le sue parole piene di paura che, senza indulgenze alla diplomazia, si possono riassumere così: “Sono tornato a casa vivo e non è stato neppure troppo semplice”.
Vincenzo Nibali, che invece non c’è bisogno di dire chi è, si allena spesso da queste parti. Ai suoi profili social, di tanto in tanto, affida i pensierini della sera – non esattamente teneri e bene auguranti – nei confronti degli automobilisti. Arrivando addirittura a sospettare che lo facciano apposta, a sfiorarlo con lo specchietto.
Gianni Bugno  quando è sceso dalla bicicletta del professionismo ha preferito dedicarsi alla guida degli elicotteri. Meno pericoloso che stare in sella la domenica mattina, ha sentenziato. E si potrebbe andare avanti all’infinito con il rischio di passare per macchiette. La realtà, invece, è terribile e è certificata dai numeri: in Italia ogni anno c’è un morto in bicicletta ogni 32 ore.  Ogni settimana,nella sola provincia di Como, ci sono più di dieci interventi delle ambulanze del 118.
C’è poco di cui ridere o irridere, come fanno certi odiatori seriali sui social, magnificando la tentazione salvifica del tiro al piattello in salsa stradale.
Ci sarebbe, invece, magari cercando di andare all’origine di questa silenziosa strage quotidiana. Le strade groviera, martoriate da asfalti comprati al discount, da tombini sopraelevati e canaloni della fibra lasciati a formare piccoli canyon (e va da sé che un ciclista tenda a portarsi in mezzo alla strada quando il ciglio è impraticabile).
E, ancora, la superficialità di tanti automobilisti che, avvolti come sono da qualche centinaio di chili di alluminio e un numero spropositato di airbag, non si curano più di tanto degli altri legittimi occupanti della strada, dedicandosi a tutto (con particolare predilezione per la conversazione al telefonino) tranne che al rispetto dei cartelli stradali e dei limiti. Finanche, se servisse un po’ di autocritica a bilanciare il tutto, il comportamento di qualche ciclista poco avvezzo al percorso ad ostacoli.
Ma, prima di ogni altra cosa, c’è la mancanza di cultura sportiva. Quella che ci trasforma tutti in commissari tecnici della Nazionale, in infallibili tattici delle corse di ciclismo, in espertissimi ingegneri motoristici. Ma stando bene attenti a non sollevare le terga dal divano, fieramente ancorati a birra e rutto libero. Non basta stare un pomeriggio in curva sud a vomitare insulti all’avversario di turno o, per rimanere in tema, aspettare i ciclisti in cima a una salita.
Quando troveremo la voglia, il tempo ma soprattutto il gusto di farci una passeggiata, una corsetta o un giro in bicicletta, forse sarà il tempo in cui morirà qualche ciclista in meno. Non c’è come stare dall’altra parte della barricata per trasformare in pompiere anche il più irriducibile degli incendiari.
(La Provincia di Como, martedì 8 ottobre 2019)

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Lombardia, ci siamo fatti una Gran Fondo così

Domenica scorsa ho partecipato alla Gran Fondo Lombardia, proposta con un percorso inedito che, pur salvando Sormano e Ghisallo, prevedeva la partenza e l’arrivo a Cantù. Esperimento riuscitissimo, visto che a Como – come accaduto nelle due precedenti edizioni – i ciclisti sono poco più che “sopportati” e i pericoli si nascondono ad ogni incrocio. Ripropongo ai lettori di questo blog l’articolo uscito che ho scritto lunedì sui quotidiani La Provincia di Como e La Provincia di Lecco e che racconta la corsa, vista dal “di dentro”.

di Ernesto Galigani

Provate a pronunciarlo alla francese, il nome del Ghisallo, la mitica salita del Giro di Lombardia da tempo immemorabile e regina anche della Gran Fondo andata in scena su un percorso storico ma inedito. Bisogna togliere l’unica doppia e calcare l’accento sul finale Ghi-sa-lò.

La Provincia di Como di lunedì 14 ottobre 2019

Suona bene, credeteci sulla parola, e fa un certo effetto sentirlo e risentirlo mentre si procede (piano) lungo i tornanti. Con gli italiani che, reduci dalla maratona televisiva del giorno prima, ammettono che “visto dal divano sembrava più facile” e gli stranieri che, invece, se lo godono tutto, assaporando la struggente bellezza del lago visto dall’alto in una domenica di fine ottobre ma anche il falsopiano che porta a Civenna, con il Grignone sulla sinistra e il ramo lecchese del Lario che si apre all’orizzonte. Come sempre accade, gli unici a non accorgesene sono quelli come noi, che qui vivono e che dovrebbero ripeterlo ogni mattina che il “cielo è in cima a una salita”. A questa salita, in particolare. E poco importa che le campane – che il cronista sia passato troppo tardi? –  fossero immobili e silenziose: bastava alzare gli occhi durante i trecento metri della rampa finale per prendersi una rasoiata di adrenalina.

Non che il Sormano, affrontato subito dopo i primi 25 chilometri percorsi a velocità folle da Cantù ad Asso, sia tanto da meno. Con gli anni, e chi scrive conosce molto della storia di quell’asfalto, si è fatto bello: c’è la costruenda “casa del muro” a Sormano, l’enorme bicicletta che introduce al Muro, la scritta che ha reso felice anche il cameraman durante la diretta dei professionisti. Insomma tutto quanto serve per trasformare una piccola fetta del Triangolo Lariano in una pietra miliare del ciclismo più autentico. E poi c’è lui, quella pista ciclabile di 1900 metri che sfonda i polpacci e fa saltare i cardiofrequenzimetri ma che comunque – sempre per gli stranieri – è un appuntamento imperdibile. A costo, diciamocelo a bassa voce, di percorrerlo a piedi e trovarlo duro pure così.

In griglia alle 7 del mattino: praticamente notte

Salite monstre a parte, e che non potevano mancare,  la nuova Granfondo Lombardia è piaciuta nella versione rivisitata e corretta, con partenza da Corso Europa a Cantù ed arrivo – dopo un interminabile su e giù per la Brianza – nella centralissima Piazza Garibaldi che qualcuno – accidenti a lui – ha voluto costruire al termine di uno strappo che, dopo 110 chilometri di corsa, assume le sembianze del Tourmalet. Non era scontato che fosse apprezzata dai cicloamatori perché il fascino del lungolago di Como (e persino anche dell’improbabile arrivo del Civiglio dello scorso anno) è davvero senza tempo. Ma, a cose fatte, ne valeva la pena anche grazie all’organizzazione – quest’anno sì davvero impeccabile – di Cento Cantù del mitico presidente Paolo Frigerio. Parcheggi ovunque e ben segnalati, incolonnamento nelle griglie in tempi rapidissimi e, soprattutto, tanta e tanta sicurezza durante la corsa. Lo sforzo si è notato: ci sfuggono i numeri ma il personale di servizio era in numero nettamente maggiore rispetto agli anni passati e la scelta di scalare il Sormano all’inizio ha permesso a quasi tutti i partecipanti di non trovarsi tra i piedi automobili e motociclette almeno fino alla Colma. Salire fino al muro in silenzio, rimanendo a centro strada, riuscendo persino a gustarsi gli incoraggiamenti degli insonni  affacciati alle finestre, beh, non ha prezzo.

L”arrivo in piazza Garibaldi a Cantù

E poi le staffette in motocicletta a precedere i gruppetti più numerosi. Per rimanere all’esperienza personale, il tragitto da Magreglio a Erba e fino a Lurago ha rappresentato l’esempio più autentico di che cosa vuol dire assicurare sicurezza, una volta l’anno, a un gruppo di attempati ciclisti della domenica. C’erano tanti agenti della Polizia locale – con menzione speciale per quello di Canzo, posto in uno degli incroci più difficili e che accompagnava gli spalettamenti con rassicuranti “vai, vai…” – volontari della Protezione civile, carabinieri e agenti della Polizia di Stato praticamente in ogni comune attraversato.

Chi ci è passato lo capirà ma stiamo parlando di un altro mondo rispetto alle due precedenti edizioni, con i cicloamatori lasciati praticamente soli alla mercè di auto, pullman, camion e motociclette. E allora, se il prezzo della sicurezza è quello di perdersi il lungolago di Como, beh, ce ne faremo una ragione. Uno, due, tre, CentoCantù.

Ernesto Galigani

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Il Davide (Cassani) contro Golia

di Ernesto Galigani

Contesti e paragoni a parte – che suonano quasi irriverenti – forse aveva davvero ragione quel magistrato eroe spazzato via dalla follia omicida della mafia. Parlatene tanto e parlatene sempre raccomandava nei suoi incontri pubblici, perché soltanto così la si può combattere con efficacia.

E contro la stupidità della parola che inonda la rete, con che armi si può e si deve combattere? Con l’argomentazione del buon senso? Oppure con la stessa invettiva affidata alla cloaca social, sfidando il monito di Oscar Wilde secondo il quale non bisognerebbe mai discutere con un idiota, perché ti batte con l’esperienza dopo averti trascinato sul suo abituale campo di gara?

Il dubbio, amletico più no che sì, ha molto a che fare con il nostro mondo, quello delle biciclette. Perché – per la seconda volta nel giro di un mese – il commissario tecnico della nazionale italiana, Davide Cassani, si è guadagnato gli onori delle cronache per quella che era e rimane una battaglia di civiltà. I frequentatori di questo blog sanno bene quante pagine (forse inutili, forse no) abbiamo dedicato al difficile rapporto tra automobilisti e ciclisti. Partendo da un presupposto indiscutibile: tutti i ciclisti sono automobilisti mentre non sempre è vero il contrario.

Cassani, gregario tutto d’un pezzo, commentatore televisivo di razza e ora caustico dicitore cartaceo, ha raccontato – all’inizio di luglio – la sua avventura su due ruote nella mia (e nostra) Brianza. A certe latitudini, dove la virilità non si misura dall’intensità con la quale si preme il clacson, certe sue argomentazioni facevano persino sorridere. Lo scontro appena evitato con un camion (con il ciclista nella parte scomoda del moscerino), le male parole distribuite a profusione, le buche che costellano gli asfalti, l’insana gioia di essere tornato a casa tutto d’un pezzo e via di questo passo, secondo un cliché fin troppo conosciuto. Ho avuto la fortuna – in occasione di un incontro Enervit a margine della Maratona Dles Dolomites dell’Alta Badia – di scambiare giust’appunto due parole con lo stesso Cassani. Gli ho detto che la sua testimonianza di ciclista della domenica – lui che per decenni ha avuto la fortuna di correre tra ammiraglie, strade chiuse e percorsi protetti – aveva un significato simbolico che andava al di là di un divertente racconto di quotidiana stupidità su quattro e più ruote. Non foss’altro perché le sue parole pesano un po’ meno delle pietre lanciate con disinvoltura da tanti saccenti colleghi ma certo un po’ più della frustrazione malamente espressa di tanti colleghi pedalatori. Conveniva, il commissario tecnico, aggiungendo che – a ben guardare – ci vuole più coraggio a farsi un bel Monticello-Besana di un qualsiasi martedì piuttosto che una discesa a rotta di collo dall’Isoard o dal Gavia.

Sullo stesso tema ci è tornato qualche giorno fa quando un collega (nel senso di giornalista, beninteso) è tornato sull’argomento, affidando alle pagine on line di un giornale musicale una di quelle insulse invettive che comprendono, tutto insieme, il luogo comune del ciclista che ammorba il sistema viabilistico perché non sta in colonna, salta i semafori, chiacchiera ecc. Il tutto condensato nella folle idea secondo la quale le strade sono fatte per chi ha quattro ruote sotto il sedere e che bisognerebbe in buona sostanza mettere al bando chi le percorre con mezzi alternativi. Bisogna farsene una ragione, chiosava, aggiungendo dati sui 250 e rotti morti dello scorso anno nel vano tentativo di dare concretezza statistica alle sue scemenze.

Davide Cassani (https://www.facebook.com/Davide-Cassani-68718360775/) , sempre lui, difensore ormai di fiducia di noi derelitti delle due ruote, gli ha risposto con ferma pacatezza, un pizzico di acume e tanta pazienza, come farebbe un padre saggio con un figlio dall’intelletto ancora poco sviluppato e al quale le cose vanno argomentate con parole semplici e concetti basici. Parlarne, insomma. Parlarne sempre a disp

La pagina Facebook di Davide Cassani sul tema

etto di quanti – e ce ne sono – pensano che siano perle ai porci, neppure degne di attenzione in quella cloaca social che tutto assorbe e tutto digerisce nel volgere di un giro d’orologio. Perché il pericolo di questi benedetti strumenti tecnologici, lo diceva Umberto Eco in tempi non sospetti, è che consentono a tante persone fino ad ora confinate nel loro Bar Sport (senza offesa per i bar sport, si capisce) di mettersi sullo stesso piano di un premio Nobel. Come se differenze non ci fossero più, come se uno valesse davvero uno e il valore intrinseco di una persona non la si misurasse da quello che dice ma da come lo dice e dal numero di like che riesce morbosamente a catalizzare, in una inevitabile rincorsa a chi la spara più grossa.

Discorso che ci porterebbe lontano, è ovvio. Non bisogna aver studiato la teoria della relatività per capire che tra l’autista di un camion a 24 ruote e un ciclista è quest’ultimo ad essere in situazione di manifesta inferiorità. Dato di fatto dal quale discende tutto il resto: i morti stecchiti che siamo sempre noi, pure se l’automobilista viaggia al telefonino perennemente acceso (ma chi cavolo dovrà sempre chiamare?) o salta lo stop o infrange sistematicamente i limiti di velocità perché, secondo virile regola italica di genere, la giungla d’asfalto non è mica roba da gentil sesso e avanti con le barzellette sulle donne che non sanno guidare e beati gli arabi che loro sì sanno porre dei paletti e quelle si mettono il trucco tra una rotonda e l’altra… Insomma, stucchevole slalom tra i luoghi comuni di santi, eroi, navigatori e piloti.

La contrapposizione tra quattroruotisti e ciclisti (compresi quelli che banalmente pedalano in city bike perché non c’è il problema del posteggio e per andare a fare la spesa non serve ammorbare l’aria del centro storico) potrebbe trascinarsi all’infinito: il ciclista che sorpassa il collega più lento spostandosi verso il centro della carreggiata è passibile di lesa Mercedes? Il ciclista che entra per primo in una rotonda ha il diritto di impostare la traiettoria oppure è lecito che l’auto lo accosti fin quasi a tamponarlo e lo mandi a quel paese? Il ciclista che procede verso il centro della carreggiata perché il ciglio della strada è pieno di buche pericolose, sta commettendo il reato di attentato alla viabilità?

Ma è una contrapposizione che non ci porterebbe da nessuna parte. Meglio sottolineare il fatto che il parlarne significa sdoganare un tema da bar sport. E tanta crescente insofferenza, probabilmente, è direttamente proporzionale alla crescita di un movimento che – per definizione –

Maratona dles Dolomites 2019: ciclisti al Passo Campolongo

andrà pure lentamente ma che comincia a muovere soldi e interessi. I quali, si sa, sono gli unici motori, quelli sì consentiti, che sembrano governare la mente umana. Arriverà un momento, insomma, in cui non sarà il caso di arrovellarsi sulla necessità di nuove piste ciclabili (spesso inutili, costose e piene di ostacoli) ma basterà che una  strada – come accade a Londra e Amsterdam, Copenhagen e Stoccolma – preveda una parte di corsia riservata alle biciclette. Arriverà un momento in cui le automobili non potranno più spolverare il giubbetto del ciclista per dimostrare la propria abilità durante un sorpasso ma dovranno rimanere a un metro e mezzo di distanza a prezzo di una bella multa e di qualche punto cancellato dalla patente. Arriverà un momento, per farla breve, in cui il buon senso reciproco sarà patrimonio acquisito e non più tema da discussione su facebook, guelfi contro ghibellini, destra contro sinistra, juventini contro interisti.

La gioia della fatica, il rispetto dell’ambiente, il beneficio per la salute, la gioia per gli occhi, il vento in faccia della discesa, quelle no. Sono cose nostre e ce le teniamo ben strette. Che loro continuino a divertirsi a schiacciare il clacson, come tanti neonati che scoprono per la prima volta il pupazzetto che fa rumore.

e.galigani@laprovincia.it

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Maratona dles Dolomites, l’arte della felicità

di Ernesto Galigani

C’era un immaginario campionissimo davanti a tutti noi, all’edizione numero 33 della Maratona dles Dolomites andata in scena domenica scorsa. Sì, persino davanti a quel Tommaso Elettrico che ha vinto per la terza volta consecutiva nel percorso “lungo” di 138 chilometri (e 4.200 metri di dislivello). Chiamiamolo Aristotele, fuoriclasse senza pettorale, senza squadra e senza tempo, che ha guidato molti di noi – compreso quanti erano inconsapevoli di tanta ideale compagnia – alla ricerca della felicità. E non si dica che i 9.300 partecipanti alla gran fondo più famosa del mondo erano “felici come bambini”. Lui, il campionissimo avrebbe ribattuto che i piccoli non avevano ancora pienamente vissuto e dunque non potevano essere felici. Serve una lunga vita per andare alla ricerca di qualcosa che è assai più di una piacevole sensazione passeggera o di un qualche fuggevole attimo di beatitudine interiore. E sono servite tante salite (3.300 metri di dislivello, sette passi dolomitici e un dentino maledetto al 19 per cento, per rimanere al cronista), unite ad altrettante discese mozzafiato per assaporare compiutamente il messaggio del filosofo. Realizzare la nostra essenza, provare al momento giusto le emozioni giuste, interagendo in modo positivo con coloro che ci circondano. Tutto qui, sintetizzava lui. E, sappiatelo, non è mica poco.

Accanto a Sofia Goggia (al centro della foto) sul Pordoi

Sembrano,questi  pensieri di Aristotele, fatti su misura per il ciclismo. Anche se messi insieme alla rinfusa. E pazienza se, in quei tempi lontani e in quella Grecia bruciata dal sole, manco si immaginava di marciare in altro modo che non fosse la forza delle proprie gambe. Per farla breve, la morale è che il ciclismo, al di là di tutti i luoghi comuni sulle pastiglie per cavalli e”mamma sono contento di essere arrivato uno”, è una spettacolare metafora della nostra vita. Una vera e propria ciclosofia, come sanno bene i rari frequentatori di queste pagine.

Non è un caso, non può essere un caso, che ad attorcigliarsi attorno a questo strano sport dove uno vince e tutti gli altri perdono, dove non c’è nessuno che paga un biglietto, dove il sudore gronda dalla fronte per quattro-cinque ore di seguito, ci siano personaggi da copertina, manager in carriera, industriali, medici, scrittori, attori. A sentirli parlare, pare che abbiano imparato una lezione a memoria, ognuno a ripetere senza saperlo i concetti dell’altro. E poi ci siamo noi, che non apparteniamo a nessuna di queste categorie, ma ne condividiamo l’essenza della bicicletta e della fatica che non è mai fine a se stessa ma che introduce e guida, per l’appunto, verso l’eudaimonia aristotelica.

Il muro del passo Valparola, a 220 metri di quota

L’ho fatta fin troppo lunga, forse, per una gara di biciclette. Ma sono pur sempre difficili da spiegare quelle sensazioni che montano dentro metro dopo metro, tornante dopo tornante e che nulla hanno a che spartire – con rispetto parlando, si capisce – con la scarica adrenalinica di un gol o di un canestro, di un ace o di una schiacciata. E’ un’altra cosa e basta.

Una che ha tutti i fondamentali per andare persino oltre questa analisi è Sofia Goggia, che di norma fa la sciatrice (e che sciatrice) e che domenica era invece in gara alla Maratona dles Dolomites. L’ho avuta, fianco a fianco, per qualche chilometro sulle rampe che portavano alla vetta del Pordoi e, nel fuggevole incontro ravvicinato, l’ho ammirata per come fosse compresa nel proprio sforzo, nella fatica, in una sorta di contraddizione in termini del suo vivere quotidiano, lei che per mestiere deve solo andare in discesa e sulla vette dei monti ci arriva in funivia. Ma ciclista-dentro fino in fondo, persino nel dispensare un sorriso ai colleghi di un giorno che non resistevano all’incoraggiamento, al saluto, al “grande Sofia” che l’hanno seguita – ma non perseguitata – per l’intera giornata. E vogliamo spendere due parole per la simpatia travolgente di Kristian Ghedina, campionissimo della discesa libera, uomo jet per eccellenza costretto a portare quel suo “fisico bestiale” – perché ci vuole, il fisico bestiale per buttarsi da una montagna a 130 all’ora su due assi di carbonio – su per i tornanti? Uno dal vocione così potente che si sentiva tre tornanti più sopra e che, alla seconda curva, se la rideva di grosso: “Accidenti,ho già finito le marce, come ci arrivo lassù?”, Ci è arrivato naturalmente, e si è buttato di sotto disegnando traiettorie da paura, finalmente tornato nel suo ambiente naturale.

Il bellissimo panorama di una salita di una salita dolomitica

Sulle salite della Maratona può capitare anche di incontrare Alex Zanardi con la sua hand bike che lo guardi e ancora non ti capaciti di quanta forza abbia quell’uomo, che a dargli un microfono in mano è come lanciare una nocciolina nel recinto degli elefanti. Se lo terrebbe per ore – il microfono, mica la nocciolina – e tu staresti lì ad ascoltarlo mentre spiega con cadenza romagnola le sue ricerche nutrizionistiche fatte insieme agli scienziati di Enervit o i suoi progetti benefici (“Bimbi in gamba”, si chiama la sua onlus) per regalare una gamba a chi l’ha persa e non ha i mezzi per farsi una protesi. Può anche capitare, di vedere Robert Kubiza, pilota di Formula Uno che è tornato al suo sogno dopo un incidente spaventoso e che ha mulinato gambe per l’intera giornata, dopo una settimana di allenamenti e prove sulle montagne perché queste cose mica si improvvisano.

Sono tanti, tantissimi, i volti della Maratona dles Dolomites e chi, come il sottoscritto, ha la fortuna di averla potuta disputare per il quinto anno consecutivo, li trova tutti belli. Come quello di Giulio Gridavilla, comasco del Gs Villaguardia, pure lui incrociato in salita e non potrebbe essere altrimenti perché in discese bisogna solo pensare a prendere bene le curve che a 70 all’ora è un attimo finire tra i sassi a gambe all’aria. Era all’edizione numero 14, in queste valli mozzafiato ci era capitato quasi per caso a caccia di aria pura e, da allora, non le ha più abbandonate. La meraviglia della natura e la meraviglia del ciclismo. Come direbbe quell’attore americano che nel tempo libero incontra gli ex presidenti Usa e spaccia caffè: “What’s else?”.

E’ bello il volto immaginario del silenzio, su queste montagne baciate dal destino e che qualcuno tenta di trasformare in un rutilante e rumoroso luna park, sognando suv e parcheggi al posto dei prati verdi e delle mucche. E’ bello sapere che, un giorno e per tutto il giorno, dietro la curva non sbucherà l’automobilista distratto che sta parlando al telefonino e al quale tutto importa tranne il rischio di mettere sotto le ruote il poveretto – di certo, uno sfigato – che pedala come un ossesso avanti a lui. Ed è bello, mentre si sale sul mur del giat – un dentino del 19 per cento bastardo quanto basta a pochi chilometri dall’arrivo – sentire il bambino che chiede la mamma di tornare su, dove c’è lo striscione, perché mi piace applaudire i ciclisti (sì, diceva proprio così). Ed è bello, per finire, il triangolino rosso dell’ultimo chilometro e godersi quella passerella di mille metri, solo con il tuo ego che si libera silenziosamente nella testa, mentre si fa strada la consapevolezza  di aver percorso qualche gradino alla ricerca della felicità. Quella vera, per tornare ad Aristotele, che non si cancella con il brivido freddo dello striscione d’arrivo che ti si presenta davanti, così agognato e che ora vorresti fosse un po’ più distante. Per rincorrerlo ancora, una volta di più, one more time.

Andare alla Maratona dles Dolomites, per chi ha la fortuna di viverla dal di dentro, è un’esperienza molto particolare e certo diversa da quella offerta da tutte le altre granfondo. Si potrebbe tirare in ballo l’ecologismo illuminato di Michil Costa, il presidente del Comitato organizzatore. O forse anche le mille discussioni sulla difesa di un territorio unico. O, ancora, quel magico tuffo nella tradizioni ladine e in quell’approccio all’esistenza così lontano dai nostri canoni. Ma una cosa è certa, e rubo ancora la frase a Sofia Goggia: qui ci si arriva in un modo. E si riparte in un altro.

Ernesto Galigani

e.galigani@laprovincia.it

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Maratona Dles Dolomites, atto quinto

di Ernesto Galigani

Ebbene sì. Ogni anno – e questo è il quinto consecutivo –

Maratona 2015

Maratona 2016

Maratona 2017

Maratona 2017

Maratona 2018

Maratona 2018

mi dico che sarà l’ultima edizione cui parteciperò. L’età avanza, le pendenze della salita sembrano alzarsi con il trascorrere del tempo e avanti di questo passo in un florilegio di luoghi comuni e di scaramanzia. Ma, come Ulisse e le sirene, non serve neppure legarsi all’albero maestro del proprio raziocinio. E ogni volta, diventa impossibile resistere al richiamo della #MaratonadlesDolomites, di Michil Costa, delle sue montagne uniche al mondo, di un’atmosfera così unica nel suo genere. E anche stavolta  mi sarà davvero dolce naufragare in questo mare (di ciclisti). Di seguito vi propongo il pdf dell’articolo che ho scritto oggi per il mio giornale La Provincia di Como Maratona Dolomites Como 2019 nella speranza di darvi un’idea di quello che mi (e ci) aspetta. Nei prossimi giorni, vi proporrò una sorta di diario di quello che, per noi ciclisti, continua a rappresentare il fine settimana più atteso dell’anno.

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Sofferenza gioiosa. Chiamala Ciclosofia

di Ernesto Galigani

Sofferenza gioiosa. Da qualche parte ho letto anche questo, a proposito dell’andare in bicicletta. E mi è rimasta impressa, questa espressione. Perché, al netto dell’apparente contraddizione in termini, sono due parole che contengono un trattato di filosofia. Anzi, di ciclosofia, si potrebbe dire in modo che non suona neppure troppo male.

Non c’è dubbio che sofferenza e gioia siano due sentimenti opposti. Eppure, applicati a certi sport di fatica, stanno bene insieme, diventando quasi complementari. Non voglio avventurarmi in campi di pertinenza degli strizzacervelli (veri e presunti che siano) ma qualsiasi ciclista sa benissimo che la fatica è un valore assoluto – il fiato che manca, i muscoli che pulsano, il cervello che ti dice di fermarti sono patrimonio comune – e che, proprio per questo, finisce per generare (a cose fatte) un’intima soddisfazione che può essere semplificata proprio con la parola gioia.

Quando inizia la discesa il mondo mi sembra diverso, ha detto un ciclista famoso interrogato sul tema. Diverso da quello incontrato in salita, con il suo fascino perverso fatto di muscoli recalcitranti e di pulsazioni oltre soglia. La gioia dopo la sofferenza, per l’appunto.

Forse è per questo che il ciclismo è uno sport che affascina tutti ma al quale molti si accostano in età avanzata o, nel pieno della maturità. Adesso che il magico mondo delle Gran Fondo sta per vivere i suoi momenti clou – tra meno di un mese è tempo della Maratona Dles Dolomites, il gran premio di monza delle biciclette, per capirci – vale davvero la pena di spendere qualche riflessione sul tema. Il primo sintomo della vecchiaia, diceva qualcuno, è quello di sentirsi giovani e di fare cose da giovani. “Forever young” fu il titolo di una fortunata canzone dei nostri tempi (per l’appunto…) ma è soltanto uno slogan accompagnato da una musica accattivante. Non si può essere giovani per sempre e, per tornare al nostro sport, fanno un po’ ridere quelli che sono disposti a tutto – compresa la pessima abitudine di vendere l’anima al diavolo – per strappare un tempone. Che poi tempone non è, visto che nessun amatore – neppure quelli meno attempati e più allenati – possono lontanamente mettersi in competizione con un professionista.

Qualcuno ha studiato tempi e tabelle, prendendo ad esempio la salita di Monte Vergine,affrontata in un Giro d’Italia alla seconda settimana. Tra il miglior amatore e un professionista c’erano almeno 7 minuti di distacco,senza considerare che i pro avevano affrontato la prova dopo 200 chilometri di tappa e sotto un violento temporale.

Tutto ciò per certificare che il ciclismo, quello che pratichiamo noi, deve essere davvero una sofferenza gioiosa. E null’altro. Soltanto pedalando al proprio ritmo, quello dettato dal cervello e dal cuore, mettendo alla prova i propri limiti ma senza l’ossessione di superarli, alzando la testa dal manubrio per godere della natura, assaporando l’inebriante rumore del silenzio, si può davvero rendere onore a quella frase così oscura e che, invece, è  ungarettianamente illuminante.

e.galigani@laprovincia.it

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Sotto la neve. Ma comunque Felice (Gimondi)

di Ernesto Galigani

Salendo al Selvino sotto la neve

Vabbè, sul Selvino nevicava. La fotografia non lascia spazio a dubbi e, a ben ricordare, forse non era neppure il momento di massima intensità. Ma basta questa immagine simbolica per giustificare quell’ondata di proteste e indignazione che si è levata sin dalle ore immediatamente successive all’edizione numero 23 della #GranfondoGimondi di Bergamo?  Di sicuro, non finiremo mai di stupirci per la quantità di miasmi che si levano da quel pozzo – irrinunciabile ma inguardabile – rappresentato dal social più in voga. Parole in libertà che si trasformano in insulti non appena il vocabolario degli internauti esaurisce le proprie riserve. Il che accade piuttosto rapidamente, nella maggior parte dei casi. Ed ecco l’offesa, il dileggio, la diffamazione, il sospetto, l’affermazione non argomentata, che si fa rapidamente largo in un’orgia di “commenti” che già definirli così è una contraddizione in termini.

Questo, tuttavia, è un altro discorso. Il tema centrale ci riporta direttamente sulle rampe del Selvino (ma anche sul colle Gallo qualche fiocco aveva cominciato a scendere) e a quella giornata di tregenda che è stata il 5 maggio. Data evocativa per molti sport (d’accordo, non ironizzo) e ora destinata a lasciare un segno anche nel piccolo mondo delle Granfondo di noi pedalatori della domenica. Fino a che punto, giusto per buttare un paio di dadi sul tavolo, è stato giusto dare comunque il via alla manifestazione? E fino a che punto anche noi, onesti pedalatori con un lavoro da ricominciare di lì a poche ore di distanza, abbiamo voluto spingerci, mettendo a repentaglio qualche clavicola e parcheggiando il buon senso nel seminterrato della nostra ambizione?

Ciascuno ha una risposta e, qualunque essa sia, è una risposta esatta. Ce l’hanno i circa duemila iscritti che non si sono presentati al via, terrorizzati dalle previsioni meteo che già il giorno prima – con un certo ottimismo, abbiamo scoperto – parlavano di “nevischio” e di “neve debole” in cima al Selvino. Ma ce l’hanno anche quelli che sono partiti del tutto incuranti del diluvio e che, bontà loro, hanno spinto come forsennati sui pedali sino a strappare tempi da semi-pro più che da pippe in età da pensione. E vogliamo forse ignorare le ragioni di quanti si sono fermati sul percorso, prendendo d’assalto le ambulanze parcheggiate nelle piazzole dei tornanti o rifugiandosi nelle hall degli alberghi in attesa di un miglioramento che non sarebbe arrivato? Una rispostina, infine, ce l’ho anch’io che, come altri 900 temerari, non mi sono posto il problema se non quello di non correre rischi inutili e, dimenticando il computer sul manubrio, ha pensato unicamente a finire la corsa senza l’incubo del tempo, scendendo a 20 all’ora da discese che normalmente si percorrono a 70.

Nessuno, in altre parole, ha titolo per giudicare l’altro. Non l’incosciente, non il pauroso, non quello con il sale in zucca. E non si venga a dire, per usare una perifrasi che gallina (corridore) vecchia fa buon brodo (buon senso). La gallina vecchia, diceva Renato Pozzetto in uno antico duetto, fa semplicemente schifo. E il brodo del buon senso non ha età.

Ultima curva

Resta da spendere qualche parole per l’organizzazione. Su queste colonne avevo lodato, un mesetto fa, il Comitato del Don Guanella che aveva deciso il rinvio della corsa. Ma, per quanto contradditorio possa sembrare, ho trovato giusto che a Bergamo abbiano invece deciso di abbassare comunque la bandiera a scacchi. La Gimondi, se ci pensate, è una delle più importanti manifestazioni italiane e l’internazionalità del suo testimonial – nonché la notorietà della Bianchi che fa da title race – portano molto corridori dall’estero. Come sarebbe stato possibile negare, anche ad un manipolo di loro, la possibilità di provare comunque a sfidare un meteo che non si era mai visto in questo periodo dell’anno? E poi c’è la sicurezza: da sempre racconto (per esperienza, solo per esperienza) che la Gimondi è seconda soltanto alla #MaratonaDlesDolomites in quanto ad assistenza, con la difficoltà aggiuntiva di non poter chiudere tutte le strade attraversate dalla corsa. E anche in una situazione estrema come è stata quella del 5 maggio, non c’è concorrente che possa ragionevolmente lamentarsi, al netto delle circostanze: il percorso è stato ridotto al solo “corto” e tutti i mezzi pensati per coprire i tre tracciati sono stati dirottati sui 90 chilometri previsti. Non credo di sbagliare nell’affermare di non aver percorso più di un chilometro senza incontrare una staffetta, un’ambulanza, una moto della giuria, un punto di ristoro, un volontario con la penna alpina imbiancata dalla neve. Senza badare al risparmio e senza aver mai lesinato, sin dal giorno prima, costanti e continui aggiornamenti. Condizioni di sicurezza garantite, quindi, con la ciliegina sulla torta di una sorta di coperta affidata a ciascun concorrente subito dopo l’arrivo davanti allo stadio.

Insomma, il lamento postumo non mi è mai piaciuto e men che meno in questa circostanza. Chi ha deciso di partire (e di non fermarsi) lo ha fatto in scienza e coscienza, contando sui propri mezzi, sulla propria prudenza e su una volontà ferrea. Detto tra noi, sono felice di averne trovata – di volontà, intendo – in quantità industriale e di aver tagliato il traguardo. Bagnato fino alle ossa, con la mani violacee per il freddo, i guanti intrisi d’acqua… Ma consapevole di aver scritto qualche insignificante riga nel grande libro dello sport più bello del mondo.

La sofferenza – e non chiedeteci perché – è l’essenza stessa dello sport meno democratico del mondo, uno dei pochi dove uno vince e tutti gli altri perdono. E proprio per questo non c’è ciclista che non riceva un applauso disinteressato e sincero al suo passaggio. Basta per giustificare quella giornata? Sì, basta e avanza.

Ernesto Galigani

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Don Guanella, il buonsenso in bicicletta

di Ernesto Galigani

La Granfondo Cascina don Guanella di Lecco – che ha come testimonial Claudio Chiappucci e Cadel Evans, mica pizza e fichi – è stata annullata e rinviata a data da destinarsi a causa delle previsioni meteo che, sin da venerdì, hanno indotto gli organizzatori a tirare una riga rossa sulla corsa. Una scelta dolorosa, viste le complicazioni per riproporla in altra data, ma senza dubbio da condividere viso che, una volta tanto, i previsori l’hanno azzeccata in pieno. E’ stato scelto di preferire l’incolumità dei partecipanti, non avvezzi come i professionisti a lanciarsi in discesa a 80 all’ora sotto la pioggia, alla necessità anche logistica di “correre a tutti i costi”. Giusto così, si capisce, perché le Granfondo – se si esclude qualche fanatico che ha un rapporto problematico con il buon senso – sono un’occasione di divertimento e non già una competizione per scalmanati dal capello cadente.

Certo è che questa corsa, ideata da quel grande ciclista che è Don Agostino Grisoni a sostegno della Cascina don Guanella di Valmadrera (http://www.donguanellalecco.it/?page_id=163) , quest’anno deve avere avuto qualche incrocio astrologico negativo nel proprio destino. Anticipata di due mesi (lo scorso anno l’avevamo fatta il 27 maggio) per evitare la difficile coabitazione con i turisti che si dirigono verso Sormano e Bellagio (la discesa verso Nesso, con incluso slalom tra un’orda di maleducati automobilisti dal clacson facile la ricorderò per un pezzo), ha dovuto cambiare percorso per un paio di volte. Non conosciamo i dettagli ma, tra un’incursione nel sito internet e l’altra, abbiamo visto che è sparita la salita verso Sormano (con la comoda discesa corrispondente da Caglio), l’ascesa al Lissolo di Perego mentre la salita al Ghisallo è stata dirottata, da metà percorso in avanti, al San Primo, probabilmente per compensare il dislivello complessivo.

Nella presentazione, gli organizzatori spiegavano di essere stati costretti a questo estenuante – e un po’ avvilente – taglia e cuci per colpa dei Comuni attraversati dalla corsa, alcuni dei quali avevano negato all’ultimo momento il passaggio, nonostante fosse conosciuto sin da gennaio. Chissà, forse  temevano che i ciclisti allontanassero i turisti (e allora tiè, sia benvenuto il diluvio di questa mattina, giusto per fargli un dispetto). Oppure il sindaco quella mattina si era alzato di traverso. O, ancora, lui – il sindaco – sotto il sedere vuole soltanto il comodo sedile di un suv.

Viene da riderci su, naturalmente. Anche se, a mente fredda, tanta disinvolta benevolenza tendere a lasciare il posto a una ben più pragmatica incazzatura. Il rapporto tra Amministrazioni comunali e ciclismo è sempre stato un po’ complicato ed è sempre partito dal presupposto che noi – quelli che vanno in bicicletta – sono quelli che chiedono il “favore” di passare. Lo stesso concetto utilizzato dall’automobilista che, su una strada stretta e magari in salita e con il limite dei 30 all’ora, pretende comunque di sorpassarti, senza neppure pensare per un istante che potrebbe attendere disciplinatamente alle spalle della bici. Foss’anche questione di  un minuto, la minestra non gli si raffredderebbe nel piatto.

Da L’Arena di Verona

Mai una volta, al sindaco di turno, che venga in mente che il ciclista porta silenzio e che non inquina, che le strade sono di tutti e che non c’è nulla di male – qualche domenica ogni tanto – chiudere una strada per una manciata di minuti, il tempo che passino i primi del gruppo.

Eppure questo strano modo di ragionare fa da contraltare tuttavia con l’approccio che

La Gazzetta dello Sport

quegli stessi politici utilizzano quando il ciclismo porta consensi, popolarità e, in prospettiva, magari anche qualche voto. C’è da inaugurare il busto a qualche campione del passato ed eccoli a fare la gara, avvolti nelle loro fasce tricolori, a farsi intervistare, pontificando sulla bicicletta, la fatica e tutte quelle cose di cui hanno avuto soltanto un’eco lontana. Arriva il Giro d’Italia (e che fatica, far capire a sta gente che una tappa vale più di mille spot sulle televisioni) ed eccoli sotto il palco a distribuire sorrisi in mondovisione, dimentichi che nei mesi precedenti hanno vomitato ogni tipo di contumelie sulle pretese di questi organizzatori che sono qui a paralizzarci la città, e il bianchino dove andiamo a berlo la domenica mattina? C’è il Giro delle Fiandre in televisione con 800 mila persone distribuite sul percorso (gli zeri non sono un refuso) ed eccoli, di nuovo, a spiegare che a noi italiani manca la cultura della bicicletta.

Lo stesso vale per gli amministratori dei piccoli centri, quelli che sono conosciuti soltanto per le salite che hanno avuto in immeritata dote e che altrimenti sarebbero un insignificante pallino sulla carta geografica. Mi è capitato di leggere qualche tempo una gustosa polemica a Galbiate, nel lecchese, famoso per ospitare Celentano e conosciuto (ancor di più) per la salita che porta a Colle Brianza. Ce l’avevano, dal Palazzo, con i numerosi ciclisti della

L’Eco di Bergamo

domenica che non rispettano il semaforo di un’oscura strettoia, costringendo  quei poveri automobilisti a brusche manovre. Roba da scompisciarsi dalle risate. A parte il fatto che quella strettoia potrebbero pure chiuderla al traffico (magari chi ci abita sopra non è esattamente felice dei tubi scappamento delle auto in coda), bisognerebbe andare a vedere quelle strade. Piene di buche che sembrano voragini, avvallamenti di ogni tipo, strisce “fibra ottica” mai chiuse o già riaperte… roba da gridare vendetta al cielo. Altro che vietare il passaggio delle biciclette, dovrebbero tremare sin da quando bevono il cappuccino a colazione e fare gli scongiuri, sperando che nessuno si faccia male a causa di quel fondo così scalcagnato. Primo segno, il decoro delle strade, della qualità amministrativa di un Comune.

Don Agostino con Claudio Chiappucci (Leccoonline)

Del resto, la cronaca è piena di incidenti che coinvolgono i ciclisti, quasi sempre vittime incolpevoli della disattenzione dell’automobilista di turno o delle strade malridotte. E dopo ogni incidente, come una litania sempre più stucchevole, seguono i ricordi, la commossa partecipazione, la corsa ai ripari annunciata e via di questo passo. Ma non succede mai nulla, naturalmente. E non appena si leva una proposta a tutela dei ciclisti, apriti o cielo. Che sia una zona 30 modello Barcellona (https://www.facebook.com/cicloturismo/photos/a.675458369150750/2877666088929956/?type=3&theater) o l’introduzione della distanza minima di 1 metro e mezzo in caso di sorpasso, ecco che ripartono le cornacchie del fatto che automobilisti e ciclisti non possono convivere. Forse hanno ragione. Che lascino le auto in garage.

Ernesto Galigani

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La bellezza salverà il mondo. Ma anche un rifiuto in meno

di Ernesto Galigani

Una delle sette meraviglie della bicicletta (ma in realtà è un numero approssimato per difetto) è la possibilità di vedere quello che, schiacciati nelle nostre scatole di lamiera, neppure immaginiamo che possa esistere. Una margherita che spunta in un prato, l’albero che crolla da un inverno all’altro, il lento ma inesorabile risveglio della natura e l’altrettanto lento approssimarsi al letargo nella brutta stagione. In una parola, la bellezza della natura.

Ma gli occhi del ciclista si abituano in fretta a tanta meraviglia e, forse proprio per questo, fa ancora più male accorgersi – dopo qualche manciata di migliaia di chilometri – di come trattiamo male la natura. Le strade, in questa fetta opulenta di Lombardia, sono una discarica a cielo aperto. Sacchetti pieni di spazzatura buttati malamente sul ciglio della strada, bottigliette di plastica disseminate come i sassolini di Pollicino, confezioni di plastica abbandonate ai margini dei torrenti e che lì rimarranno nei secoli. Ma anche piatti di ceramica, bottiglie di vetro e – visto che nessuno ha il privilegio della prima pietra – bustine di gel e integratori svuotati in un sorso e poi affidati all’inesistente Dio del riciclaggio.

Uno spettacolo pietoso che la stagione invernale sembra coprire con i suoi colori tenui e la luce fioca. Ma bastano due giornate di introduzione alla primavera ed ecco che lo sconcio riappare ai nostri occhi. Certo, ci sono paesi più puliti ed altri meno (la differenza, in bicicletta, salta subito all’occhio) ma la soluzione del problema non può essere unicamente demandato all’ente pubblico. Perché, se ci pensate, siamo noi a riempire il mondo di queste schifezze ed è alla nostra coscienza che dovremmo chiedere spiegazioni.

Il mondo visto dalla bicicletta è proprio una altra cosa

Vi chiederete che cosa c’entra tutto questo con il ciclismo. E invece c’entra, eccome. Avendo avuto il privilegio di partecipare per quattro volte di seguito alla Maratona dles Dolomites, è stata la prima cosa che ho notato. Novemila e rotti partecipanti ad una gran fondo che si snoda su sette passi ad oltre duemila metri e neppure una cartaccia per terra. Per non parlare poi di Corvara, la sede di arrivo. In paese non ci sono che due o tre cestini per la raccolta dei rifiuti occasionali, quasi nascosti lungo le strade principali. Eppure non c’è una cartaccia, una lattina, un mozzicone di sigaretta che deturpi la bellezza di quello scenario senza pari. E’ facile cedere alla tentazione di dire che “beh, a quelle latitudini sono fatti così”. E, se anche fosse, sono fatti così perché si sono abituati a fare così.

Ci vuole l’educazione civica, non c’è dubbio. Ma anche la repressione più severa, finalizzata ad essere da esempio, è una strategia che funziona. L’amico #Michil Costa, che della Maratona è il formidabile organizzatore, lo ha fatto scrivere in tutte le brochure: chi viene sorpreso a gettare un rifiuto viene squalificato dalla corsa e, soprattutto, non sarà più il benvenuto negli anni a venire. E’ persino accaduto che abbia fatto squalificare un concorrente che era secondo a quattrocento metri dallo striscione d’arrivo e che dopo aver percorso 130 chilometri su e giù per quei monti meravigliosi non aveva resistito all’istinto di gettare a margine della strada una borraccia vuota. Squalificato, perché la legge – se si vuole che sia capita come tale – è uguale per tutti. E, soprattutto, non si interpreta ma si applica, senza se, senza ma e  soprattutto, senza eccezioni.

La meraviglia della natura

Nessuno, inutile sottolinearlo, che abbia gridato allo scandalo. Perché a quelle latitudini sono fatti così, forse. O forse perché, aggiungiamo noi, il rispetto del bene comune è un valore che può e deve diventare universale. Resta il fatto che in quelle stradine di montagna, i rifiuti non ci sono per il semplice fatto che nessuno li abbandona per strada. Il sacchetto di plastica vuoto finisce nel cappotto, la bustina di integratore utilizzata nel tascone posteriore della divisa da ciclista.

Quattro anni mi hanno fatto abituare all’idea. E tuttora, quando esco per la mia scalcinata e sporca Brianza, rientro sempre con le confezioni dei gel utilizzate. Non perché sono improvvisamente diventato un talebano dell’ecologismo più spinto. Più semplicemente perché, se lo gettassi sul greto di un torrente o sul ciglio della strada, ne proverei un senso di fastidio o di rimorso ben più pesante della fatica – se così la vogliamo chiamare – di lasciare il rifiuto nel raccoglitore di casa.

Certo, i professionisti del “benaltrismo” opporranno che sono altre le questioni di cui occuparsi in una ipotetica scaletta di priorità. Ma, in attesa di conoscerla, questa benedetta scaletta, provate ad immaginare le vostre città senza le strade deturpate dai rifiuti. Senza i prati violentati da edifici costruiti senza il minimo rispetto del contesto. Senza i boschi lasciati andare alla malora perché nessuno se ne vuole più occupare. Senza quell’inquietante  cappa di smog che – dalla cima della Valcava o dal muro di Sormano – si vede dispiegarsi a cerchio dantesco intorno alla città di Milano. Senza che si levino le proteste (scusa Michil se mi approprio di una battaglia tua) perché si vuole limitare il passaggio di auto e moto sulle pendici del Sella e degli altri passi Dolomitici. Patrimonio mondiale dell’umanità, scrivono nelle brochure. E poi si vendono l’anima per un cappuccino in più consumato a duemila metri d’altezza. Mah…

La bellezza salverà il mondo, diceva quello. Ma va bene anche cominciare da un sacchetto di rifiuti in meno.

Ernesto Galigani

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