di Ernesto Galigani
“Andare in bicicletta rallenta l’invecchiamento”. “I ciclisti sviluppano maggiormente le capacità cognitive”. “Gli amanti delle due ruote hanno più fortuna nelle professioni”. Si potrebbe andare avanti per un bel pezzo, a rendere conto dei (fantomatici) studi che riempiono – e qualche volta intasano – l’infinito mondo del web. Forse sono il solo a pensarlo, ma questa ossessiva ricerca della auto-celebrazione, basata su dati scientifici che di scientifico hanno ben poco, ha il sapore della plastica, del parlare per non dire nulla.

L’incrocio di Melbourne con precedenza ai ciclisti
Per concludere che l’attività fisica (e vale anche per chi nuota o corre a piedi, ovviamente) aiuta a mantenere efficiente il proprio corpo, non è affatto necessario scomodare il “professorone” di turno. Così come non bisogna aver studiato ad Oxford per concludere che pedalare stimola una sensibilità più spiccata su alcune tematiche, dall’importanza dell’ambiente fino all’efficienza delle infrastrutture, giusto per citarne un paio. Un po’ come dire, e mi si passi il paragone, che uno chef è in grado di indicare proprietà e benefici di un cibo piuttosto di un altro… Bella scoperta.
Ciascuno di noi è fin troppo indulgente verso se stesso e i propri comportamenti. Fa parte della natura umana. Ma quando la benevolenza diventa autocelebrazione, rischia di trasformarsi in una sorta di settarismo ideologico che non giova alla causa.
Intendiamoci, raccontare di biciclette – non dico ciclismo, che sarebbe troppo – è sempre cosa buona e giusta ma l’assioma secondo il quale “pedalo e dunque sono” è un cartesianismo un po’ troppo spinto. In questa fase storica – e meno male, direi io – il mondo del ciclismo sta vivendo un momento di grande esposizione mediatica, inversamente proporzionale – se ci riflettete un attimo – al numero degli incidenti e delle vittime. Si parla tanto di ciclismo ma, questo è l’altro lato della medaglia, sulle strade ci si fa male (e si litiga con gli automobilisti) come e più di prima.

Corsie riservate ai ciclisti nel centro di Londra
Non c’è contraddizione, se non apparente. Perché gli uni e gli altri – ciclisti e automobilisti – si muovono sullo stesso (accidentato) terreno e spesso la convivenza è difficile. Molte delle persone che sul Civiglio incoraggiavano Vincenzo Nibali all’ultimo Giro di Lombardia, sono le stesse che non hanno voluto l’arrivo a Como della Gran Fondo Lombardia degli amatori, perché avrebbe causato la chiusura di una manciata di strade e di una corsia dello sgangherato lungolago. Quelli che applaudivano invasati, come se fin lì avessero vissuto di pane e catene, sono gli stessi che l’indomani – davanti a un ciclista che sbanda per evitare una buca – si lascia andare al turpiloquio più spinto, pescando nel pozzo nero della sua anima improperi che neppure immaginava di conoscere. Sono gli stessi – e poi mi pianto – che su una pagina facebook (la sto ancora cercando, appena ci metto le mani sopra ve la proporrò) si lamentava per essere stato costretto a rimanere dietro una bicicletta, ammettendo – in una selva di applausi telematici – di aver faticato a resistere alla tentazione di “stirarli”, che “così imparano”.
Che fare, dunque? Meno ghetto e più piazza, si potrebbe riassumere in uno slogan. Perché quando i ciclisti sono tanti – pensate a certe domeniche di luglio sulle strade di montagna – anche il “lupo automobilista” si trasforma in agnello. Non facendo sorpassi a filo specchietto, non aggrappandosi al clacson, non mostrando il dito medio e neppure avanzando dubbi sulla moralità della consorte che sta a casa. Insomma, prendendo coscienza di non essere, almeno in quel momento, l’unico padrone dell’asfalto. Incoraggiare la “ggente” a prendere la bicicletta per percorrere i duecento metri da casa all’edicola (se sono di più, ci sono pure quelle assistite), pungolare gli amministratori pubblici affinché rendano la vita sempre più difficile alle auto soprattutto nei centri storici, proporre manifestazioni cicloturistiche, randonnèe e gran fondo con frequenza: questo è il lavoro che ci attende. Mentre gongoliamo di soddisfazione – si capisce – all’illusione di non invecchiare mai (e tutt’al più di farlo in bicicletta).
In un’area come la nostra – tra le più densamente popolare d’Europa – queste ricette suonano come bestemmie. Ma è soltanto un’impressione. Per dire, Londra – che non è esattamente un quartiere di Sesto San Giovanni, ha un traffico ridotto al minimo sindacale (merito dei mezzi pubblici) e sulle sue strade propone corsie riservate ai ciclisti – sì, proprio così, con tanto di semaforo incorporato e precedenza di rigore. A Melbourne, in Australia, hanno addirittura sperimentato un incrocio a precedenza ciclistica, tutto colorato di verde che non sfuggirebbe neppure a un orbo. Altro che le vetuste piste ciclabili, dove si vorrebbe confinare – in una situazione di promiscuità pericolosa per tutti – pedoni e ciclisti. No, corsie riservate come quelle per i bus e i tram, con l’ovvia raccomandazione a che vengano fatte rispettare. Perché quella che serve non è una battaglia ideologica o una guerra di trincea. Ma una rivoluzione culturale che, se non proprio dal cervello, parta almeno dalla pancia. E dal portafoglio.
Ernesto Galigani















Forse è per questo che il ciclismo è uno sport che affascina tutti ma al quale molti si accostano in età avanzata o, nel pieno della maturità. Adesso che il magico mondo delle Gran Fondo sta per vivere i suoi momenti clou – tra meno di un mese è tempo della Maratona Dles Dolomites, il gran premio di monza delle biciclette, per capirci – vale davvero la pena di spendere qualche riflessione sul tema. Il primo sintomo della vecchiaia, diceva qualcuno, è quello di sentirsi giovani e di fare cose da giovani. “Forever young” fu il titolo di una fortunata canzone dei nostri tempi (per l’appunto…) ma è soltanto uno slogan accompagnato da una musica accattivante. Non si può essere giovani per sempre e, per tornare al nostro sport, fanno un po’ ridere quelli che sono disposti a tutto – compresa la pessima abitudine di vendere l’anima al diavolo – per strappare un tempone. Che poi tempone non è, visto che nessun amatore – neppure quelli meno attempati e più allenati – possono lontanamente mettersi in competizione con un professionista.













