Ma il distanziamento… vale anche per i suv?

di Ernesto Galigani

Che cosa direste se vi proponessero di indossare una camicia alla moda, magari firmata da qualche stilista di fama, sopra una canottiera sporca e consumata da anni di insane frequentazioni con le vostre ascelle sudaticcie? Una persona mediamente ragionevole risponderebbe con una pernacchia, di quelle sguaiate di certe pellicole anni Settanta.

E invece no. In questo strano Paese dove

La magia della bicicletta

vale tutto – compreso  il suo contrario – mi è toccato vedere anche questo, nel mio (mica tanto)  lento ritorno alla normalità ciclistica. Ovvero, operai addetti alla manutenzione, che tiravano vistose strisce bianche su strade – comunali, provinciali e statali, senza distinzione – piene di buche, di rattoppi, di canyon lasciati dagli scavi della fibra ottica. Mi è venuto anche il ghiribizzo di fermarmi a chiedere, a questi poveri uomini, se non si sentissero trattati  da deficienti, costretti a fare un lavoro del tutto inutile, sotto un caldo cocente e con gli effluvi delle sostanze chimiche utilizzate che non sono propriamente a chilometro zero. Ma mi sembrava una cattiveria ancora più grave di quella che erano già costretti a subire.

Vi chiederete che cosa c’entra tutto ciò con il ciclismo. Beh, al di là del fatto che le strade martoriate sono un attentato costante ai nostri copertoni (oltre che alle clavicole) e che non si può passare la mattina a fare lo slalom tra le buche provocate dalle intemperie e soprattutto dal menefreghismo militante, l’episodio mi sembra utile per dimostrare quanto questo Paese predichi in un modo (solitamente ineccepibile) e poi razzoli in quello opposto.

Per riassumere. C’era voluta questa maledetta pandemia per far capire a tanti maitre a penser che la bicicletta, nella sua accezione più ampia, è un mezzo di trasporto da riscoprire. Non fosse altro perché salire su una metropolitana di questi tempi è salubre come scambiarsi un bacio appassionato con un positivo al covid. E così, impauriti dall’andràtuttobene che in realtà andava tutto malissimo, in poche settimane si è passati dalle parolacce ai paroloni, dagli insulti ai buoni propositi. E giù a discettare – qualche volta a vanvera, ma pazienza – di piste ciclabili, di veicoli a pedalata assistita, di rulli con garmin incorporato, ad assicurare bonus biciclette per tutti, ad accorgersi che senza le automobili in coda sulla tangenziale est (ma va?) anche il cielo torna a essere azzurro. Senza contare gli “atleti da tastiera” che, dopo aver strategicamente rimosso  le foto di certe pance deformate da amatriciane e carbonare consumate senza ritegno, assicuravano di essere pronti a regalare il loro regno in cambio di una passeggiata a due ruote.

Tanti buoni e fieri propositi, che sono ovviamente finiti il 4 maggio quando l’attività motoria e sportiva è tornata a non essere più un attentato alla salute pubblica e i politici si sono resi conto che scavallare una montagna in solitaria è certo meno socialmente pericoloso che stare in fila al supermercato attendendo che l’omino ti misuri la febbre con quella specie di teaser dai valori assai approssimativi. “Trentaquattro e uno, signore, non è un po’ poco?”…

Tutto finito. E rieccoli, dunque, gli ex padroni delle strade tornati ad essere padroni. Addio alle belle intenzioni del lockdown, meglio avere un bel suv sotto il posteriore che si fa prima e non si fa fatica. E vai di clacson perché quegli strani cartelli con i numerini sopra sono solo un consiglio, mica un obbligo ad alzare il piede dall’acceleratore, e tutti quelli che si mettono in mezzo sono dei molestatori, sobillatori dell’ordine costituito, giacobini della domenica mattina. E l’inquinamento, l’aria buona, il piacere del famolo lento se non proprio strano? Tutto dimenticato, nel giro di un nanosecondo. “Siamo più poveri ma stronzi uguale” profetizzava un paio di decenni un settimanale satirico Cuore. Ed è proprio vero che non c’è notizia più attuale di quella che abbiamo già letto.

Emblematico il caso di Milano, cui bisogna riconoscere il merito di aver declinato – almeno teoricamente – la nuova filosofia del muoversi. Con tanto di omini mandati sui vialoni dello sho

Elia Viviani sulla Gazzetta

pping malinconicamente deserti a disegnare le corsie per i ciclisti, riducendo contemporaneamente quelli dedicati alle auto, che tanto stavano in garage. Non proprio un’idea originale, certo, visto che a Londra, per fare un esempio di cui ho toccato con mano, da anni le biciclette hanno corsie dedicate (e debitamente scippate a chi sceglie la macchina) e la precedenza su tutto, a cominciare dalle attese ai semafori. Ma, per le nostre latitudini, quasi una rivoluzione. Peccato che da noi i Robespierre abbiano la stessa popolarità delle zanzare in piena estate. E durino altrettanto.

 

Qualche giorno dopo, il Corriere riferiva che – al liberi tutti – queste corsie preferenziali così fotografate, così iconicamente rappresentative del nuovo corso salutista ed eco-compatibile, siano diventate improvvisamente un intralcio alle auto, con tanto di fotografia a mostrare il ragazzino in bicicletta che cercava invano di passare sulla corsia a lui dedicata mentre un suvvone di quelli che non finiscono più lo precedeva con l’autista dall’espressione da macho fieramente infastidito di tanto osare.

Ci sarebbe da mettere via ogni speranza, o voi ch’entrate nel mondo delle due ruote. Lo dicono i campioni del pedale che ogni giorno, sfruttando a fin di bene la loro popolarità, rendono testimonianza dei pericoli corsi sulle strade durante gli allenamenti, che al confronto la tigre incontrata da Sandokan nella foresta di Monpracen era un gattino.

 

Non saprei. Di sicuro sarà una battaglia lunga, quella per una mobilità nuova (che brutta espressione, ragazzi) ma che vale la pena di essere combattuta. Per intanto, dalle catacombe delle riviste specializzate siamo arrivati agli altari dei giornaloni e, di tanto in tanto, finanche alla televisione. Resterebbero certe cloache nascoste sui social dietro fantasiosi nickname ma non si può avere tutto e subito. Il nostro mantra, per ora, è il ” distanziamento sociale”.

La denuncia di Vincenzo Nibali

Se riuscissimo a far capire a certi automobilisti che vale anche per la distanza che devono mantenere tra i loro carrarmati da venti quintali e le nostre biciclettine da sette chili, sarebbe già un bel fare.

e.galigani@laprovincia.it

 

 

 

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