di Ernesto Galigani
La Maratona dles Dolomites, se guardati con gli occhi di quell’arte che sarebbe stato il tema dell’edizione 2020, è un campo di girasoli di Van Gogh (e senza corvi). Ci vorrebbe un esperto per spiegare perché quei toni gialli così vivaci fino alla violenza cromatica rappresentino – sia pure ai soli occhi di un giornalista pedalatore senza strumenti critici per discuterne – così bene la regina delle corse ciclistiche per amatori.
Ma, adesso, è forse la “Notte stellata sul Rodano” – dipinta al lume di candela, secondo leggenda – l’immagine più appropriata a rappresentare questo periodo di tormentata fragilità. Una notte buia ma non nera. Cupa ma, per quanto possa apparire paradossale, vivida per il colore delle stelle. Misteriosa come il futuro che ci attende ma non necessariamente funesta all’infinito.
Se il vostro cronista fosse qualcosa di più e di meglio di un onesto pedalatore della parola, forse riuscirebbe a rendere più compiutamente l’accostamento – tutt’altro che ardito – tra arte e bicicletta. Un connubio che avrebbe dovuto rappresentare, per l’appunto, il tema dell’edizione che non ci sarà, quella del 5 luglio.
Non si dica, per favore, che sarà mai di una corsa ciclista per “corridori diversamente bravi” cancellata dal destino. La Maratona dles Dolomites non è forse neppure una corsa, se vogliamo portare tutto all’iperbole. E’ il quadro più bello del ciclismo non professionistico, che non c’entra nulla con quello delle radioline e delle magliette sgargianti, dei rapportoni e del cronometro che segna una carriera. Non a caso, a capo del Comitato organizzatore, c’è un personaggio come Michil Costa che è lontano anni luce dal prototipo dell’organizzatore di corse. Di certo ha più le fattezze del critico d’arte. Così attaccato alla sua terra ladina da apparire stravagante anche solo nel vestire (e nel calzare scarpe il meno possibile), così appassionato da coinvolgere mezzo mondo nella sua impresa, così colto da prendere alla sprovvista anche chi colto lo è già di suo. Così profondo da porre con leggerezza al centro della scena temi che di anno in anno sono sempre meno banali e appaiono così lontani dall’iconica retorica del “mamma, sono contento di arrivare uno”. L’amore, l’arte e – lo scorso anno – l’equilibrio (ecuiliber) che racchiude in se stesso l’essenza dell’uomo e della vita. Un tema quasi profetico, se letto con gli occhi del presente.
Non tutti i 9.300 partecipanti alla corsa più famosa del mondo se ne rendono conto, lui stesso ne sarà il primo ad esserne consapevole. Ma poco importa, perché quel tema disegnato sulla maglietta, raccontato nelle brochure, mostrato in televisione, è un seme che si trova a proprio agio anche nel terreno più arido.

Michil Costa e Alberto Sorbini di Enervit
Tutto questo – ed è solo una piccola parte di quello che si potrebbe scrivere – è la Maratona dles Dolomites. Un messaggio dai mille significati che si sublima nel giorno della gara, il giorno più lungo, il giorno più faticoso e forse per questo il giorno più bello. A Corvara e in Alta Badia, in quella domenica speciale, non circolano i veicoli a motore. Non ci sono i fumi di scarico ad avvelenare i passi dolomitici che il ciclismo ha reso celebri nella storia dell’umanità pedalante (quasi) quanto Colui che ha disegnato quelle montagne. C’è il meraviglioso silenzio della natura, come se il quadro quotidiano davanti agli occhi – per un giorno ed un giorno solo – assumesse i colori accesi della pittura di Van Gogh. Pennellate di una bellezza quasi violenta. Chi ha partecipato a questa manifestazione – e il vostro cronista ha avuto l’onore di averlo fatto cinque volte consecutive – può capire perfettamente (anche se avrà difficoltà a tradurla in parole) che cosa significhi, in queste condizioni, salire sul Pordoi, sul Sella, sul Gardena, sul Campolongo, sul Falzarego e sul Valparola. Un silenzio così naturale da apparire innaturale, rotto dal cigolio del pedale ma non più dalle parole, ricacciate in gola dalla fatica e dalla stordente bellezza di cui si è circondati a 360 gradi.
Dovremo fare a meno di tutto ciò. Non già di una medaglia o di una maglietta, perché noi non siamo corridori che “un posto vale l’altro” e gli striscioni d’arrivo sono tutti uguali. Dovremo fare a meno di un quadro così intimistico che soltanto lì, e soltanto quel giorno, si può apprezzare. Michil, se mai avrà l’opportunità di spendere qualche minuto per queste parole buttate su carta, sappia che questa pausa non scoraggerà nessuno di noi. Lo sappiamo bene, anche su quelle vette incontaminate, benedette da Dio e dagli uomini, adesso si avverte il silenzio della paura, lo strazio degli addii senza ritorni, lo smarrimento di un futuro che non si conosce e che, comunque, non sarà più uguale a quello che si immaginava prima.
Ma, dopo la Notte stellata sul Rodano, tornerà la luce dei girasoli. L’edizione 2020 della Maratona è un quadro incompiuto, rimasto appena abbozzato sulla tela ma, proprio per questo, è un quadro da ultimare. Questa pandemia ci ha lasciato – almeno questo – il gusto dell’immaginazione, il sottile piacere dell’attesa che è piacere esso stesso.
e.galigani@laprovincia.it






