Ho corso con Gimondi

Lo sapevate, no?, che sono un “giornalista pedalante”? Ebbene, domenica ho partecipato alla Gran Fondo Internazionale Felice Gimondi di Bergamo. Una bellissima corsa su e giù per i monti della Bergamasca per 130 chilometri (ho scelto il percorso medio) che ho concluso con un tempo per me assai ragionevole. Grazie alla benevolenza del mio ex direttore de “La Provincia”, Giorgio Gandola e del capo della redazione sportiva Roberto Belinghieri, ho scritto un articolo apparso il giorno successivo su “L’Eco di Bergamo”. Un pezzo di colore, a metà tra lo scherzoso e l’ironico, per raccontare la corsa vista dal di dentro. Di seguito il pdf della pagina. Così, per gradire. L’ECO_DI_BERGAMO bis_16-05-2016(1)

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Qui di seguito, invece, il testo integrale dell’articolo visto che per il giornale ho dovuto necessariamente fare una riduzione. Le pagine, diceva un mio vecchio direttore, non sono mica di gomma. Per l’appunto. Ecco l’articolo, sperando che qualcuno si diverta a leggerlo.

Di Ernesto Galigani

Mettere nero su bianco che ho corso con Felice Gimondi è troppo. Diciamo allora che l’ho visto, appena qualche decina di metri avanti a me, con il pettorale numero 1, sotto lo striscione di partenza (che striscione non è). Aggiungiamo che abbiamo pedalato sullo stesso percorso per qualche chilometro e che eravamo iscritti alla stessa corsa. Questi sono fatti. Incontestabili, come quel celeberrimo titolo di un giornale del pomeriggio. “Dirottato l’aereo dell’Inter”. E relativo sottotitolo in lettere minuscole: “Da Linate alla Malpensa per nebbia”.

Comunque sì. Tra i 3.904 iscritti alla Gran Fondo Internazionale Felice Gimondi c’era anche chi scrive, felice di esserci per la prima volta dopo qualche analoga esperienza in Romagna e sulle salite delle Dolomiti. E’ bene sapere, per cominciare, che il momento più difficile di una gran fondo è il… giorno prima. Ovvero il giorno del ritiro del numero di partenza. Nascosti nelle lunghe file di giovani scalpitanti, di atleti attempati e di seri professionisti (della scrivania) che si illudono di voler fermare il tempo a colpi di pedale, si ascolta di tutto. E sono racconti che ti mandano l’autostima in cantina, se l’esperienza non ti venisse in aiuto. E’ accaduto anche sabato al Lazzaretto, sotto il grande gazebo. Ecco il dialogo, testuale, tra due ragazzi. “Che percorso fai, domani? Il lungo?”. “No, purtroppo non ho tempo. Ho una cresima alle 11, mi sa che devo fare il medio”. Inutile aggiungere che a te, che hai preso tre giorni di ferie prima della gara e che da un mese mangi riso scondito e bresaola, viene la voglia di affidarsi a un improbabile malore dell’ultima ora.

Fortuna che poi, quando lo speaker termina il conto alla rovescia, la musica cambia e questi… pescatori del pedale finisci per ritrovarli – se non sulla prima – sicuramente sulla seconda o sulla terza salita. Li vedi arrancare a bocca spalancata, con il cuore che batte come un tamburo, la fronte che gronda sudore e il polpaccetto che invoca pietà.

Oh, intendiamoci. Ci sono fior di ciclisti al via (basta guardare i tempi di percorrenza) ma fanno corsa tra di loro. Tempo due curve e neppure li vedi più. Noi, comuni mortali, eravamo sì e so sotto la curva Nord e loro, presumibilmente, stavano già dalle parti di Scanzorosciate… I primi chilometri del resto, fanno paura. Persino noi, pippe professioniste, li percorriamo a 45 all’ora con tutti i display delle strade provinciali che si illuminano di rosso (“Velocità 52 orari, Rallentare”) e che regalano un intenso brivido di piacere, se hai il tempo di buttarci l’occhio.

Poi le cose cambiano. Non al Colle dei Pasta, si capisce, che viene affrontato come il cavalcavia dell’autostrada… E forse neppure sulle prime rampe del Colle del Gallo. A Gaverina Terme, per dire, in gruppo era tutto un vociare, un scambiarsi impressioni, un “menare” (loro dicono così) all’impazzata sul rapportone. Con il simpaticone di turno che, al terzo tornante, sveglia mezzo paese (sono pur sempre le 7.30 di  domenica) incitando il plotone a gran voce. “Alè, alè, che andiamo bene, mi sa che abbiamo il tempo di fare una fotografia”. Sarà, ma a me ricordava il “palla di lardo” di Full Metal Jacket e ho l’impressione che abbia fatto (sportivamente parlando) la stessa fine.

Sulle rampe del Selvino prende forma quello che Gianni Brera seppe cogliere a dispetto della silhouette non proprio adatta al tema: “Il silenzio e la solitudine sono indispensabili per riuscire in uno sport così faticoso”. Già… I tornanti si susseguono (sono 19), la strada sale e le parole non servono più. Si sente il dolce cigolare del pedale, il rumore della catena che vince l’attrito e, di tanto in tanto, il “tac” di chi ha scelto di alleggerire il rapporto del cambio. Tutt’intorno ci sono i boschi, i prati verdi, le nuvole basse, il sole che cerca di sfondarle. Il nulla che poi è anche il tutto. Un’atmosfera, per mutuare una frase del giornalista Vittorio Messori – l’intervistatore del Papa – “piacevolmente lugubre”. Alla faccia dell’ossimoro, si chiedeva profetico, “per chi ne abbia il gusto, c’è forse piacere più sottile?”.

Poi San Pellegrino, la lenta risalita della Val Taleggio che stringe il cuore nella sua selvaggia bellezza, la salita verso la Costa d’Olda, la Forcella di Bura. Con gruppi e gruppetti che si formano in pianura e si disfano in salita, che si ricompongono in discesa e che, a dispetto delle maglie diverse, vien quasi da pensare che nessuno voglia staccare chi si è già messo 110 chilometri nelle gambe.

Poi c’è Brembilla. E il magico cartello dei 20 chilometri all’arrivo che ha l’effetto magico di scatenare l’adrenalina che sembrava definitivamente anestetizzata dalle salite. Si torna ai 50 all’ora dei primi chilometri, incuranti dei semafori rossi degli incroci sorvegliati (magnificamente) da volontari e forze dell’ordine; tutti tronfi dei passanti della domenica mattina che ti battono le mani e ti incoraggiano come se fossi un corridore vero. Proprio vero che, come scriveva non troppo fantasiosamente Pier Paolo Pasolini, il ciclismo è lo sport più popolare perché non si paga il biglietto.

E poi il triangolino rosso dell’ultimo chilometro. C’è chi non vuole perdersi neppure un secondo del proprio tempo e spara le ultime cartucce. E che c’è chi come il cronista si vuole godere il momento – quando mai mi ricapiterà? – stirandosi con le mani la divisa, complimentandosi silenziosamente con se stesso e presentandosi all’ultima curva prima dell’Azzurri d’Italia con un sorriso grande così. E chissenefrega se il vincitore è già al dessert e all’ammazzacaffè. Se permettete, stavolta ho vinto anch’io. Come Gimondi dei tempi d’oro. E che Dio l’abbia in gloria.

 

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2 Responses to Ho corso con Gimondi

  1. Avatar di luciano luciano ha detto:

    bravissimo ernesto !!!!!!!!!!!!! che belle parole ……e noi c eravamo !!!!!!!!!!!

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  2. Avatar di Jimmy Jimmy ha detto:

    I am sure this article has touched all the internet people,
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