L’impresa di Pogacar: quando Sanremo non vale San Siro

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di Ernesto Galigani

L’asfalto è duro, credetemi. A dire il vero, quando cadi dalla bicicletta neppure avverti il dolore, almeno in quei primi minuti. Il primo pensiero – lo so, siamo malati incurabili – va alla “salute” della bicicletta che, non sia mai, per fortuna è intatta visto che sei caduto a sinistra, dalla parte opposta al deragliatore. Il secondo è quello di rimettersi in piedi, perché se stai in posizione eretta vuol dire che – al netto dell’adrenalina – non c’è niente di “troppo” rotto. Il terzo pensiero, invece, è dedicato alla sgambata bruscamente interrotta, perché adesso c’è da rientrare alla base, con una giornata irrimediabilmente rovinata.

Ma poi i dolori arrivano. Prima i lividi dalle improbabili colorazioni in  uno spettro di tonalità variabile dal giallo ocra al viola, poi la spalla che continua a pulsare a distanza di settimane, infine il bozzo sul caschetto rabbiosamente gettato nell’angolo che poi  – ti accorgi con orrore – ha salvato quel poco di testa che ancora conservi.

Anche per questo, o forse solo per questo, l’impresa di Tadej Pogacar all’ultima edizione della Milano-Sanremo (beh, Milano, facciamo Pavia-Sanremo perché si sa le corse piacciono soltanto quando non passano sulla strada che porta al tuo supermercato) assume il significato più autentico dell’impresa sportiva. Altro che scivolata, altro che una squadra forte che ti riporta in gruppo, altro che il sostegno psicologico dell’ammiraglia e del direttore sportivo che ti incita con la radiolina. Qui c’è una coscia passata sulla grattuggia, un gruppo di avversari che viaggia a cinquanta all’ora e appena trenta chilometri che ti separano da quello striscione d’arrivo diventato un’ossessione perché, nonostante il tuo formidabile bagaglio di monumenti e di grandi giri, lì non ci sei passato mai a mani alzate.

Anche per questo, o forse solo per questo, la vittoria conquistata da velocista puro anche se velocista puro non lo sei, avrebbe meritato un doveroso saccheggio della borsa degli aggettivi, sempre così strabordante nel bagaglio dei giornalisti sportivi. Chissà quanti di noi – ciclisti improvvisati o professionisti di rutto e birra sul divano, poco importa – si sono esaltati davanti alla televisione. Magari non come il prode Magrini ma, vivaddio, quando mai si sono viste cose del genere dai tempi di Pantani ad Oropa ad oggi?

E chissà quanti, il giorno successivo, si sono presentati in edicola (a trovarle, maledette) per godersi il resoconto dell’impresa. Trovandosi davanti – giusto per rimanere al più importante dei giornali sportivi italiani – un bel titolone che suonava così: “Il diavolo esiste”. Dove il diavolo, però, non era né Pogacar né lo spiritello che lo aveva fatto finire per le terre, bensì – udite udite- la squadra di calcio allenata da Massimiliano Allegri che – impegnata nell’anticipo del più scalcagnato campionato di serie A degli ultimi decenni – aveva superato 3 a 2 il Torino, squadra che naviga appena sopra la zona retrocessione. Non propriamente un’impresa, insomma. Il “mostro di Sanremo”, con le sue ossa doloranti e l’undicesima monumento in saccoccia, era relegato in un palchetto sotto il titolo: “Milano-Sanremo da leggenda, Pogacar sei un mito”… Ma se è stata una corsa da leggenda,  perché era così poco evidente rispetto a un ininfluente Milan-Torino? E per fortuna, chiosava qualcuno sui social, che quel giornale era pure l’organizzatore dell’evento. Altrimenti, sarebbe finito in chissà quale pagina, a contendere un paio di colonnine al baseball e al kite surf…

A riconciliarci con il giornalismo, ci ha pensato l’Equipe. Le balle, ai francesi, ancor gli girano da quei lontani anni Cinquanta ma, perlomeno, sanno riconoscere le imprese vere da quelle farlocche. E a Pogacar hanno dedicato una bellissima prima pagina con l’immagine dello strepitoso sprint sul piccolo-grande Pidcock e un titolo che recita più o meno così: “Sopravvissuto a tutto”, con riferimento alla caduta e alla prodigiosa rimonta. Fossimo un po’ saccentelli, commenteremmo con il ditino alzato: “Così si fa, per la miseria”. Per la cronaca, il Psg – che non è il Torino e neppure il Milan – era relegato, quello sì, a un anonimo palchetto.

Ma non siamo di quella risma. Ci limitiamo a prendere atto con una punta di disappunto che, a queste latitudini, non si capisce cosa si debba fare per avere il giusto riconoscimento mediatico. E, badate bene, non stiamo parlando del curling o di quelle improbabili discipline viste a Milano-Cortina finite assurdamente in prima pagina. Ma di ciclismo, lo sport più popolare – nel senso del popolo – che esista, l’unico per il quale non si paga un biglietto. E l’unico – un giorno ve lo racconterò – che ha visto cimentarsi i più grandi nomi del giornalismo e della letteratura. Compreso la penna deliziosa di quel Dino Buzzati che, inviato al Giro d’Italia del 1949, rintuzzava così a chi temeva che l’utilizzo di simili aggettivi andasse “utilizzato per guerre, rivoluzioni e tragedie e non per innocui fatterelli come il giro ciclistico d’italia”: “Ma stasera il Giro è tutt’altro che un fatterello. La cosa più importante della vita, ecco cos’è, nel piccolo mondo di cui siamo errabondi cittadini”. Con tanti complimenti a Massimiliano Allegri, si capisce. E a San Siro che, nell’alto dei Cieli, conta più di San Remo.

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