Perché la Maratona Dles Dolomites funziona. E le altre faticano

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di Ernesto Galigani

Guardi gli occhi di Peter Sagan, funambolico ciclista con tre mondiali consecutivi a impreziosire un curriculum da spavento e concludi che si sta divertendo come un matto. Perché non basta un invito vip – soprattutto a uno che potrebbe girare il mondo senza mettere mai mano al portafoglio – a trasformare il “dovere” di esserci nel piacere di partecipare. E allora, inevitabilmente, finisci per renderti conto che esserci qui è una fortuna, fors’anche un privilegio.

L’edizione 38 della Maratona Dles Dolomites è andata in archivio anche quest’anno, con il suo esplosivo carico di entusiasmo e un’organizzazione che riesce a migliorarsi anche laddove occhio umano faticherebbe a vederci margini ulteriori. Non è un caso, si sussurrava nei back stage, che in un momento così particolare anche per il ciclismo amatoriale, sia ormai l’unica gran fondo che non solo continua a resistere – dura come quelle Dolomiti dove si sviluppa – ma che attira sempre più l’interesse degli appassionati, con 32.700 richieste di partecipazione a fronte di appena ottomila posti disponibili (di cui quattromila destinati agli stranieri). Basta una piccola sventagliata di domande su Google per rendersi conto – senza prendersi lo sgradevole compito di fare i conti in casa altrui – di come alcune celebri manifestazioni stiano attraversando un preoccupante periodo di involuzione. Vittime del gigantismo, forse. O dell’approssimazione gestionale, magari. O, ancora, dell’ossessiva rincorsa ai conti da quadrare a ogni costo, a scapito di tante altre cose.

Tutti problemi che, a Corvara e più in generale in Alta Badia, non devono affrontare. L’organizzazione messa in piedi da Michil Costa e Claudio Canins è una autentica macchina da guerra, collaudata nei minimi particolari, pronta a qualsiasi imprevisto. Lo si capisce – lasciatelo dire a un povero cronista di provincia con nove edizioni sulle spalle – da un’attenzione spasmodica ad ogni dettaglio. Che sia l’enorme spazio per la consegna dei pettorali o il divertente villaggio che anima i giorni precedenti alla gara. O, piuttosto, la qualità degli sponsor attentamente selezionati e nei cui stand un qualsiasi concorrente, senza perdere più tempo del necessario, può farsi controllare i pignoni della bicicletta e addirittura lavarla gratuitamente, con tanto di gadget per il disturbo.

Al netto di un panorama che è patrimonio mondiale dell’umanità e un motivo ci dovrà pur essere senza star troppo a dilungarsi, il vero elemento che fa la differenza è l’appassionata consapevolezza di una valle intera – l’Alta Badia – stretta attorno al suo gioiello estivo. Non è solo l’impegno, generoso, gratuito e sorridente di 1.550 volontari (Corvara ha meno residenti, giusto per dare l’idea) a dare il senso di tutto ciò. Sul piatto della bilancia va soprattutto messo il fatto di essere riusciti a garantire negli anni la chiusura al traffico di tutte le strade del comprensorio. Certo che è importante il ritorno economico assicurato da questo esercito di cicloamatori, ma provate a dire a un qualsiasi amministratore di un comune brianzolo di blindare una stupida via del centro per mezzo pomeriggio… spunterebbero comitati, raccolte firme e lamentazioni assortite dai potenzialmente danneggiati. Ed è fin troppo ovvio che un cicloamatore, appesantito dall’età e della vita, adori – il verbo giusto, credete – pedalare su strade larghe, sicure, bene asfaltate e senza l’incubo di trovarsi di fronte l’automobilista che sta digitando un messaggio al telefono durante la guida, magari sull’altra corsia perché – ti direbbe – gli occhi sono due, le mani altrettanto e non si può fare tutto insieme.

Ma ancora non basta per capire. A chiudere il cerchio è il tentativo, sempre ben riuscito, di non focalizzare l’attenzione unicamente sull’aspetto ludico, ricreativo e magari anche economico di una banale corsa in bicicletta di ex ragazzotti male in arnese. Essere in Alta Badia in quei giorni significa appassionarsi a qualcosa che va oltre la bicicletta, significa per esempio ritrovarsi a discutere – da neofiti e senza competenze – dei pericoli legati al passaggio intensivo dei mezzi a motore sul Passo Sella e sul Pordoi. O, ancora, a riflettere sul fatto che il progresso deve andare a braccetto con il rispetto dell’ambiente e che le due cose – basta lo skyline senza quei grattacieli di certe località da copertina  – possono convivere in armonia. Una ricaduta sociale ed etica che fa bene anche a noi, reduci di mille battaglie appesantiti dall’insostenibile leggerezza dell’essere. Anche se , mannaggia, soltanto una settimana l’anno.

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