di Ernesto Galigani

Il Giro d’Italia è finito da una manciata di giorni, e già ci manca. Non soltanto per l’aspetto sportivo, ma anche perché rappresenta lo specchio di un Paese che, magari non sarà malato, però non sta proprio benissimo. Sono tanti gli spunti offerti e, pescando nel mazzo, proverò a riportarvene alcuni. Così, per vedere l’effetto che fa, direbbe quel geniale cantautore.
Sotto questo aspetto, mi ha colpito la tappa da Morbegno a Cesano Maderno, quella che i commentatori hanno scioccamente definito la più inutile dell’intero lotto ma che, passando nella mia terra, è parsa comunque bellissima.
La mia città, per l’appunto. Non era ancora trascorsa un’oretta dal passaggio dalla città di Lecco -un meraviglioso spot televisivo, perché dall’alto il traffico non si vede e cielo e lago fondono il loro blu in una tavolozza di rara bellezza – e già su uno dei tanti social locali compariva la prosa, poco raffinata ma intensa, dell’onnisciente fenomeno da tastiera. Questo il tenore della sua poetica, parola più parola meno: “Sono fermo da un’ora in coda perché mi dicono che c’è una gara di biciclette. Ma che in che mondo siamo?”. Ovviamente, il cervellone in fuga si è tirato dietro il gruppone dei complottisti e, per fortuna, anche un nutrito manipolo di quelli che “vai a quel paese”.
Eppure quel post, trasudava anche solo nel leggerlo l’arroganza tipica di chi crede di essere il prescelto, sintomo di una deriva della quale neppure si riesce a intravedere il capolinea. Lamentarsi perché passa il Giro d’Italia e chiudono le strade, ha un sapore amaro. Ricorda un po’ l’invitato al matrimonio che si lamenta perché la torta è stata servita alle sei del pomeriggio anziché alle tre come consuetudine vorrebbe. E in quest’ottica, sembravano persino inutili quei tentativi di far convergere in un unico punto del cervello i due neuroni dell’interlocutore fermo in coda. Che il Giro d’Italia passasse da Lecco era patrimonio dell’umana conoscenza da poco meno di un annetto, veniva osservato. E anche un frate trappista in ritiro spirituale, non avrebbe potuto evitare di imbattersi in un articolo, in un post, in un reel, in un “alert” che ignorasse la circostanza, con tanto di planimetria, altimetria e tabelle orarie che spuntavano ovunque, più dei funghi in Valtellina a fine settembre. Niente da fare, lui doveva passare proprio lì e proprio in quel momento, chissà poi per fare cosa.
E poco importa, se l’indomani – chissà – si sarà ritrovato nuovamente in coda, vuoi per un incidente, un cantiere programmato, una buca spuntata all’improvviso, un semaforo guasto o l’atterraggio degli alieni. Vuoi mettere il divertimento di rovesciare contumelie contro Del Toro e compagni, te che neppure in moto vai forte come loro, piuttosto che sul solito sindaco, il quale ormai neppure ci fa più caso e magari ti ha anche bloccato sui social?
Si dirà, è un episodio, non generalizziamo… Mah. Tolti noi appassionati (della vita e della libertà) non sono del tutto sicuro che la vista di quelle migliaia di persone per tutti gli altri sia davvero una reale consolazione. Certo, magari si sbracciavano a bordo strada, applaudendo e incitando o anche solo confidando in un’inquadratura furtiva. E magari sono gli stessi che domani, incrociando un ciclista amatoriale che arranca sul Galbiate o il Ravellino, affonderanno la mano sul clacson, maledicendone le sette generazioni e trattenendo a stento l’impulso insano di lanciargli il telefonino, la protesi (poco) intelligente con la quale, incuranti dei moniti del “capitano” messo ai trasporti, stavano amabilmente discettando se nella carbonara ci sta meglio il guanciale o la pancetta. E non ditegli che parlare al cellulare è certo più pericoloso che pedalare in doppia fila. Ti ribatterebbero che, suvvia, era questione di un attimo solo.






