di Ernesto Galigani
Diamo per assodato che il lancio della prima pietra non sia esclusiva di alcuno, tantomeno di chi scrive. Ma è così evidente il malinconico contrasto tra i 31 giovani atleti che si fanno trainare su per i duri tornanti dello Stelvio e gli ottomila appassionati che sognano per un anno la #MaratonaDlesDolomites, con l’unico obiettivo di poter farsi del male lungo le rampe del Pordoi e del Giau. Eppure almeno una cosa l’hanno in comune: la bicicletta.
Fossimo fini psicologi e non già semplici pennivendoli prestati allo sport più bello e duro del mondo, avremmo materiale infinito nel quale navigare. La giovane età degli uni e quella avanzata degli altri, per cominciare, che si porta dietro una naturale refrattarietà alla sofferenza, che invece è valore in quanto tale, carburante insostituibile di quel senso di appagamento che pervade chiunque tagli un traguardo.
Senza il timore di passare per moralisti da divano, ci sarebbe da spendere qualche parola anche su altri disvalori, che fanno scegliere la scorciatoia scorretta alla via maestra, certo più dura, nella convinzione – tipica delle tendenze edonistiche di questo mondo malato – che alla fine l’unica cosa che conta sia il risultato. Ovvero l’approdo finale, con il suo corollario di gloria (magari effimera, ma pur sempre gloria), contratti, ingaggi ed esposizione mediatica. E, infine, i sociologi potrebbero anche convenire sul fatto che così si è sempre fatto e, senza i virtuosismi della rete, nessuno se ne sarebbe accorto. Come non si accorsero per anni di quel campione americano che triturava tutti a colpi di Epo o dei campioni del passato che, con una certa indulgenza e mutua condivisione, chiamavano bombe, quel terribile mix di anfetamine che si buttavano nello stomaco, prodomo del doping moderno.

A noi, che fatichiamo a sfrugugliare nella nostra mente ancor prima che in quella altrui, rimane una grande tristezza che tuttavia non cancella l’intimo orgoglio di poter partecipare alla gran fondo più famosa d’Italia e forse anche del mondo. Già, la MaratonaDlesDolomites che andrà in scena domenica 2 luglio in Alta Badia, in quel meraviglioso circuito delle Dolomiti che si snoda attraverso La Villa, Corvara, Arabba, Canazei. O, se volete qualche nome più evocativo, tra Passo Pordoi, Sella, Gardena, Campologo, Falzarego, Valparola, Giau…
La macchina organizzativa poggia ormai da decenni sull’inesauribile verve del patron Michil Costa, l’albergatore geniale che riesce a coniugare Socrate al registratore di cassa senza che l’uno oscuri o mortifichi l’altro e del direttore Claudio Canins, uomo del fare e del poco-parlare, figlio di tanta madre di cui il cronista giovinetto raccontò estasiato le incredibili gesta ciclistiche. Ma è una macchina che poggia su 1.500 volontari, un indotto economico di 12 milioni di euro (in una settimana!), ottomila partecipanti a fronte delle trentamila richieste. E si potrebbe andare avanti con i numeri, come da trentasei ani a questa parte.
Non è il caso, ovviamente, di farlo perché l’aspetto sportivo è paradossalmente un corollario, se tale si volesse avere l’ardire di definire la partecipazione di Vincenzo Nibali, uno dei campioni che quest’anno sarà chiamato ad umiliare le nostre performance. Il valore più intrinseco della MaratonaDlesDolomites è quello di coniugare un turismo che mette pace tra il conto economico e l’ambientalismo più autentico, perché privo di ogni connotazione ideologica o, peggio, partitica.

Il risultato è che domenica 2 luglio non ci sarà neppure un’automobile o una moto sui 138 chilometri del percorso. E i passi dolomitici, giganti fragili che l’Unesco annovera fanfaronamente tra i suoi gioielli che ma che fa un po’ poco per tutelarli, non saranno più uno sconcertante concerto rock di marmitte e pistoni ma una silenziosa sinfonia di fiatoni che si rincorrono, di biciclette che scivolano piano verso l’alto, trascinate dal doloroso incedere di polpacci allo stremo e polmoni che invocano pietà. Non è vero, ha ribadito lo stesso Costa durante la presentazione alla #Gallerie d’Italia di Milano in quella che fu la più prestigiosa sede Comit e ora custodisce i preziosi tesori artistici di Intesa San Paolo, che il turismo non possa convivere con l’ambiente. L’uno non c’è senza l’altro. E nessun rifugista di alta montagna avrà alcunché da ridire sul divieto di passaggio delle auto se, nel contempo, un esercito silenzioso di pedalatori e camminatori porterà risorse laddove servono.


Ecco, tutto questo è il ciclismo. E verrebbe la voglia, da vecchi peccatori con la tentazione di regalare buoni consigli, di spiegare tutto questo ai 31 ragazzotti (e ai loro 4 ancor più colpevoli direttori sportivi) che si sono aggrappati alle automobili per salire al passo Stelvio, nell’assurda convinzione che il ciclismo sia solo di chi vince. Lo spiegava bene, il Marco Pantani tanti anni fa: “Nel ciclismo non perde mai nessuno, tutti vincono nel loro piccolo, chi si migliora, chi ha scoperto di poter scalare una vetta in meno tempo dell’anno precedente, chi piange per essere arrivato in cima, chi ride per una battuta del suo compagno di allenamento, chi non è mai stanco, chi stringe i denti, chi non molla, chi non si perde d’animo, chi non si sente mai solo… Questo è il ciclismo, per me”. E, per quel poco che vale, anche per il cronista.






