Dolomites, Maratona di bellezza

di Ernesto Galigani

Esterno giorno, salita al Passo Falzarego, chilometro cinque, caldo esagerato. Dialogo (saltellante per l’affanno) tra cicloamatori: “Io proprio la odio questa salita, non finisce mai, ma davvero dieci chilometri sono così lunghi?”. L’altro: “A chi lo dici… Mentre la faccio, io canto, rido, parlo da solo… Qualsiasi cosa pur di non pensare a quello che vedo”.

Tutto vero, cari lettori. E’ accaduto, con il cronista divertito testimone alle spalle dei due, durante l’edizione numero 35 della Maratona dles Dolomites, la più bella, affascinante, suggestiva, dura corsa per cicloamatori che viene organizzata in Italia. Anzi no, perché chiamarla corsa? Meglio festa, kermesse, manifestazione, raduno… Qualsiasi definizione, insomma, che non rimandi necessariamente alla competizione. Che pure esiste (e guai se fosse il contrario) ma che non costituisce il motivo principale per cui si sale – armi e bagagli – in Alta Badia.

La partenza dell’edizione numero 35 della Maratona Dles Dolomites

Chi scrive è alla sesta partecipazione. E la fascinazione è sempre crescente, altro che andare progressivamente in down sull’onda dell’abitudine. Sarà perché di uguale, di anno in anno, c’è tutto  e contemporaneamente non c’è nulla. I percorsi sono gli stessi, certo, eppure bastano gli sbalzi del meteo per renderli completamente diversi. Salire al Passo Sella (e soprattutto scendere) con quindici gradi e l’asfalto asciutto è una faticaccia. Farlo sotto il diluvio o con il termometro nei dintorni dello zero diventa un’impresa.

Anche i cicloamatori sono gli stessi, ma solo in quanto a numeri e provenienze. Le storie che si raccolgono cambiano di anno in anno, soprattutto se si sta nelle retrovie, rispettosamente indifferenti rispetto a quella che la diretta Rai definisce pomposamente “testa della corsa”. C’è il volto pacioso del britannico – e sono davvero tanti, loro che le montagne non sanno neppure cosa siano – che si bea della magnificenza delle Dolomiti e non sa neppure da che parte girare la testa. C’è il sorriso empatico della ciclista colombiana – sì, proprio così – che fa fatica a fare due pedalate di seguito ma che assicura, sganasciandosi di fronte alla tua incredulità, che lei farà comunque il percorso lungo. Compreso il Giau che già il nome che si porta dietro fa paura. C’è il cicloamatore che è arrivato qui con diecimila chilometri nelle gambe e neppure si cura di alzare la testa: vuole andare forte e finire il prima possibile, e guai a fermarsi al ristoro che si perde un sacco di tempo.

Pedalare nella grande bellezza delle Dolomiti

Non cambia neppure il ricercato vocabolario di Michil Costa, l’uomo e albergatore che è anche anima della Maratona e che ha trasformato un’impresa per sportivi sfaccendati in cerca di emozioni forti in un evento senza pari, capace di coinvolgere tutti, ma proprio tutti. Compreso il proprietario dell’albergo che alle 4.30 della domenica mattina serve la colazione ai corridori – gli orari sono quelli, ma va benissimo così – e poi infila di corsa la pettorina del volontario per andare sulla linea di partenza a dare una mano. Perché ciascuno ha un compito da assolvere e, se non ci fosse quel senso di comunità che si percepisce in ogni angolo di strada, non si riuscirebbe mai a mettere insieme una manifestazione così imponente. Sul sito della Maratona ci sono tutti i numeri, ma neppure loro raccontano tutto. Non spiegano, per esempio, perché un’intera vallata si carica di un lavoro mostruoso. Non ci dicono perché nessuno protesta per le strade completamente chiuse al traffico automobilistico, per le transenne montate e smontate nel giro di una giornata, per il caos calmo che colora e popola La Villa, San Cassiano, Corvara. Non spiegano perché una matura signora si debba mettere l’eccentrico vestito della nonna e correre sulla linea di partenza a distribuire il caffè alle 6 del mattino a una masnada di “forestieri” in bicicletta che sono lì ad aspettare lo start per sfogare la loro insana passione.

Il Muro del Gatto, 360 metri con pendenze fino al 19 per cento poco prima del traguardo di Corvara

No, non diteci che è una banale questione di ritorno economico. Da quelle parti, dove non c’è una cartaccia per terra e le camere degli hotel sono così linde da aver timore di calpestare i pavimenti, ci sono mille modi per fare soldi in modo altrettanto rapido e sicuramente con minore fatica. Per capire tutte queste cose, bisogna “leggere” la Maratona nel suo profondo. Interpretare il senso profondo del messaggio che ogni anno viene lanciato attraverso uno slogan (ciuf, flora in ladino, era quello di quest’anno), sfogliare il voluminoso catalogo che dedica pagine e pagine alla tutela dell’ambiente, diventare partecipi anche solo idealmente della lotta che larghe fette di quella popolazione conducono per “liberare” i passi dolomitici dall’invasione di auto e moto, dispensatori di polveri sottili e non sottili che mal si coniugano con il mastodontico silenzio della catena di una bicicletta, o di una scarpa da runner lungo un sentiero in salita.

Si potrebbe andare avanti per un bel pezzo e, nelle prossime puntate, lo faremo. Perché chi partecipa alla Maratona delle Dolomiti non si ferma a quelle ore di sofferenza in bicicletta – che peraltro si può benissimo soffrire in luoghi assai meno belli – ma si scopre proprietario di un pezzo di mondo. Coinvolto nelle problematiche di una comunità che frequenta una settimana l’anno quando va bene, come se ci vivesse da sempre. Sarà perché il cielo, come diceva quello, sta sempre in cima a una salita.

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