di Ernesto Galigani
Ne abbiamo parlato in tono scherzoso e in tono serio. Con ironia e disincanto. Con perfidia e con tolleranza. Fino a pensare, di quando in quando, di aver persino esagerato. Quasi che ci fosse una questione quasi personale tra noi che andiamo in bicicletta la domenica (e non solo) e quelli che, invece, non possono o non vogliono fare a meno dell’auto.
No, non è così. Basta una “scrollatina” a Google per rendersi conto che il numero dei ciclisti investiti (e non di rado uccisi, perché le cose vanno chiamate con il loro nome) aumenta sempre di più. Uno ogni trenta ore circa, dicono le statistiche, che pure dimenticano quelli che cadono e se la cavano con qualche bottarella all’anca, quelli che finiscono in ospedale con la clavicola rotta e quelli cui va di lusso e, per dirla con il commissario tecnico della nazionale di ciclismo, perché “escono in bicicletta e tornano a casa miracolosamente vivi”.
Le cronache delle ultime settimane sono zeppe anche di “vittime” illustri, con la fortuna di essere volti noti e di poter essere qui a raccontare l’accaduto. Dal professionista Alessandro De Marchi del Team Ccc (“Sono stufo, letteralmente stufo e con i nervi a fior di pelle. Ho ancora male alla gola dal troppo urlare e inveire contro l’ennesimo automobilista durante l’ennesimo “quasi incidente” in cui sono stato coinvolto oggi. Non ce la faccio più”) alla campionessa Letizia Paternoster (“Ero al centro della rotonda quando la macchina mi ha agganciato al centro del cofano. L’auto mi ha trascinato avanti, poi ha inchiodato e sono caduta giù. Il guidatore si è fermato, piangeva, ha ammesso le sue colpe”). Fino a Vincenzo Nibali sulla Gazzetta di oggi: “Ho paura anch’io: ora basta”. E potremmo andare avanti per pagine e pagine nel raccontare testimonianze o, peggio, cronache di morti ammazzati sulle strade.

La Provincia di Cremona
Eppure, in questo strike praticamente quotidiano, fa rumore soltanto il grande silenzio di chi, invece, dovrebbe urlare la propria indignazione ai quattro venti. Tolto Davide Cassani, per l’appunto, e i diretti interessati che raramente bucano lo schermo, c’è il silenzio assoluto. Non sono neppure paragonabili i fiumi di inchiostro che (legittimamente, sia chiaro) vengono versati ad ogni incidente stradale, quasi che l’uno sia un vero problema sociale (di alcool, di droghe, di velocità eccessiva) e l’altro, invece, un qualcosa di ineluttabile, da archiviare con una prece e un’alzata di spalle.

Il Giornale di Brescia
Certo, la categoria dei ciclisti non è in cima alle simpatie (tranne quando c’è il Giro d’Italia, perché all’improvviso sappiamo tutti di cerchioni, tubolari, rapporti e battiti). Per quali motivi, oggettivamente, non è dato di sapere se si pensa – giusto per fare qualche esempio – che dovrebbero essere la bandiera della manifestata (a chiacchiere) mobilità sostenibile inseguita da tutti i politici di casa nostra; i testimoni viventi dell’attività fisica tanto raccomandata dai nostri medici; il manifesto dell’ecologia in stile Greta Tumberg che fa tanto figo sui giornali

La Gazzetta dello Sport
progressisti.
In realtà, è una banale questione culturale. In Italia l’auto continua a rappresentare uno status symbol e tutti le vogliono sempre più grandi e sempre più potenti, a dispetto delle strade sempre più trafficate e sempre più strette. Se a ciò aggiungiamo l’industria dei telefonini – che ogni automobilista si porta alla bocca non appena accende il motore – e quella dell’alcool, altro totem intoccabile del made in Italy, il quadro è completo.

L’Arena di Verona
La madre di tutta la questione – e ne abbiamo parlato a profusione su queste colonne – è che gli automobilisti non vanno in bicicletta (mentre accade sempre il contrario) e quindi non hanno alcuna percezione di che cosa significhi essere sfiorati dallo specchietto di un Suv mentre si viaggia a 40 all’ora in pianura o, ancora, cosa voglia dire essere costretti a spostarsi verso il centro della carreggiata perché l’asfalto è completamente devastato dalle buche. A ciò si aggiunge, per l’appunto, la mentalità distorta da tanti anni di piede spinto sull’acceleratore. Pensateci. Ogni automobilista – e lo vediamo tutti i giorni – è disposto a fare ore e ore di coda sulle strade per andare in ufficio o in gita, ma non tollera di aspettare cinque secondi cinque che un ciclista rientri da un sorpasso (anche noi ne facciamo) o esca da una rotatoria, dove avrebbe gli stessi diritti di precedenza di qualsiasi veicolo.
Un altro esempio, di questa Italia tutta strana. In un piccolo paese della provincia di Lecco – Olgiate Molgora – esisteva una strada troppo pericolosa per consentire il transito a doppio senso delle auto. Di qui la brillante idea degli amministratori: senso unico e una parte della carreggiata destinata ai ciclisti e ai pedoni. Senza marciapiedi, rientranze, strani marchingegni: una banalissima ed efficace striscia gialla. Tutto bene (e zona improvvisamente tornata frequentata da pedoni, padroncini con il cane, bambini, ciclisti) fino al sindaco successivo che del ripristino di quella specie di tangenziale ne aveva fatto addirittura un punto irrinunciabile del suo programma elettorale. Adesso annuncia, tutto tronfio, di essere riuscito nel proposito. Doppia corsia come prima, pericolosa come prima, senza neppure un marciapiede minuscolo per i pedoni e con i ciclisti costretti a convivere con il traffico. E nel punto più stretto un bel semaforo per “affumicare” gli abitanti della zona, che infatti hanno subito avviato una corposa ed ovviamente inascoltata raccolta di firme. E guai a parlargli di mobilità sostenibile: quel sindaco – ma è uno dei tanti, non pensate male – ti taggherebbe un pippone sull’importanza dell’auto lasciata in garage. A patto che non sia la sua, ovviamente.
A queste latitudini le cose vanno così. Che fare, dunque? La migliore delle soluzioni sarebbe quella di fare lobby, nel senso più nobile del termine. Parlarne sempre, parlarne molto e parlarne con cognizione di causa. Costringere gli amministratori comunali a realizzare non delle costosissime e pericolose pista ciclabili (solo un pazzo può ragionevolmente pensare di far convivere pedoni e ciclisti, le due categorie più a rischio, su una minuscola strisciolina d’asfalto) ma a tirare una riga gialla su ogni strada dove ciò è possibile. E costringerli, quando se ne progettano di nuove, a farle più larghe perché una terza corsia sia dedicata alla mobilità sostenibile. Come le corsie d’emergenza delle autostrade e mai come in questa occasione la parola emergenza ha davvero un senso.
Gli esempi in questo senso sono tantissimi. Dalle corsie preferenziali di Londra, alle rotatorie solo per ciclisti dell’Olanda, passando per Canada, Australia e, in genere, tutte le nazioni più culturalmente evolute. Dove, peraltro, le auto continuano ad essere prodotte ed essere utilizzate, come deve essere. Ma, loro, anziché il telefonino, ci portano appresso il buon senso.
Ps: Allego qualche titolo di giornale pescato a caso. Così, giusto per capire che da ridere o da sfottere c’è ben poco.
e.galigani@laprovincia.it






