Il dramma di Edo, la rabbia di pochi

di Ernesto Galigani

Edo Mass è un ragazzone olandese di 19 anni che il 6 ottobre scorso, in occasione del Piccolo Giro di Lombardia riservato agli Under 23, è stato travolto da un’autovettura condotta da una donna che aveva ignorato la chiusura della strada. La corsa stava passando in quel momento ed Edo non ha potuto far nulla per evitare l’ostacolo: trasportato all’ospedale in gravissime condizioni, è rimasto per giorni in coma indotto. Non morirà, hanno detto i medici, ma ha riportato gravi lesioni al midollo spinale e ben difficilmente potrà tornare a camminare. Una sentenza terribile.

L’articolo della Bbc

Sul mio giornale, all’indomani del terribile incidente, avevo scritto un articolo di commento alla notizia, ribadendo quello che i lettori di questo blog conoscono assai bene. Non l’avevo riportato qui, quell’articolo, forse nell’inconscia speranza che non finisse come i medici avevano lasciato intuire sin dalle primissime ore. Lo faccio adesso, con la morte nel cuore e la rabbia per l’ennesima tragedia che si poteva evitare. Con un po’ di attenzione e, soprattutto, con un po’ di rispetto per chi viaggia in bicicletta.

Ma quello che infastidisce, davanti al dramma di questo ragazzo, è il distacco – che sconfina persino nell’indifferenza – dei mezzi di comunicazione, social compresi. Quegli stessi strumenti dai quali trasudano lacrime e disperazione (legittimi) quando un’auto si schianta al ritorno da una serata ad alto contenuto alcolico in discoteca e quegli stessi social dove compaiono inviti più o meno espliciti ad avere sempre meno pazienza con chi va in bicicletta.

L’articolo del giornale spagnolo As

“Ah, ma i ciclisti stanno sempre in gruppo e in mezzo alla strada”, bofonchiano i leoni da tastiera. Sarà, ma anche questa volta non è andata così: Edo stava partecipando ad una delle corse più importanti del calendario giovanile, la strada era chiusa, gli incroci vigilati e il gruppo preceduto dalle staffette dell’organizzazione. L’altra, l’investitrice, è scesa da una strada in contromano, ha “forzato” una chiusura e si è immessa nella provinciale senza alcun accorgimento. Fino a quando?

di Ernesto Galigani *

L’articolo de La Provincia di Como

Il luogo comune vuole che il ciclista sia il principe della diseducazione stradale. Non si ferma al semaforo rosso perché è così stupido da giocare alla roulette russa con gli automobilisti; non ama pedalare in fila indiana perché ha l’insopprimibile tendenza al cicaleccio di gruppo viaggiando a 40 orari; sta in mezzo alla carreggiata perché è invidioso dei Suv che gli sfrecciano accanto e non gli par vero di rallentarne la marcia.
Poi accadono incidenti come quelli di domenica che, a dar retta alle cronache, ha una dinamica del tutto simile a quella che nel 1998 costò a Marco Pantani la rottura di tutte le ossa: l’auto che non si cura del passaggio della corsa perché ha fretta e si infila – magari contromano – dove non dovrebbe. Quasi sempre ci pensa il Dio dei ciclisti a risolvere la questione. Domenica, evidentemente, si è distratto un attimo e un ragazzo di 19 anni adesso giace in un letto di ospedale dopo essere finito, mentre pedalava su una strada che doveva essere senza macchine, contro una macchina che lì non doveva esserci. Per l’appunto.
Il luogo dell’incidente si affaccia su una strada che è percorsa quotidianamente – per non parlare dei fine settimana comandati – da migliaia di ciclisti. Scende dalla Madonna del Ghisallo o dalla Colma di Sormano e porta verso Canzo e il lago del Segrino. Una sorta di autodromo naturale per gli amanti delle due ruote e chi  scrive ci era passato un paio d’ore prima, con la strada aperta e il solito turbinio di automobili in coda (verso Magreglio) o, in alternativa, che uscivano come palline di un flipper da una delle mille strade laterali.
Tutti i ciclisti sono soliti affidarsi alle più elementari regole di sopravvivenza: mani sempre sui freni, velocità non troppo elevata, cervello reattivo per capire con una frazione di anticipo le (spesso oscure) intenzioni dell’automobilista che ti precede o che ti viene incontro.
Sembra il set di un film dell’orrore, a ben pensarci, ed in effetti lo è. Davide Cassani, che non è pinco palla come noi ma un ex professionista che attualmente ricopre l’incarico di commissario tecnico della Nazionale di ciclismo, aveva affidato  quest’estate a un quotidiano nazionale il suo elenco di doglianze, raccontando la cronaca – tutt’altro che semiseria – di un’uscita in bicicletta sulle strade del Comasco e del Lecchese, sulle orme della Coppa Agostoni. Avevano fatto rumore le sue parole piene di paura che, senza indulgenze alla diplomazia, si possono riassumere così: “Sono tornato a casa vivo e non è stato neppure troppo semplice”.
Vincenzo Nibali, che invece non c’è bisogno di dire chi è, si allena spesso da queste parti. Ai suoi profili social, di tanto in tanto, affida i pensierini della sera – non esattamente teneri e bene auguranti – nei confronti degli automobilisti. Arrivando addirittura a sospettare che lo facciano apposta, a sfiorarlo con lo specchietto.
Gianni Bugno  quando è sceso dalla bicicletta del professionismo ha preferito dedicarsi alla guida degli elicotteri. Meno pericoloso che stare in sella la domenica mattina, ha sentenziato. E si potrebbe andare avanti all’infinito con il rischio di passare per macchiette. La realtà, invece, è terribile e è certificata dai numeri: in Italia ogni anno c’è un morto in bicicletta ogni 32 ore.  Ogni settimana,nella sola provincia di Como, ci sono più di dieci interventi delle ambulanze del 118.
C’è poco di cui ridere o irridere, come fanno certi odiatori seriali sui social, magnificando la tentazione salvifica del tiro al piattello in salsa stradale.
Ci sarebbe, invece, magari cercando di andare all’origine di questa silenziosa strage quotidiana. Le strade groviera, martoriate da asfalti comprati al discount, da tombini sopraelevati e canaloni della fibra lasciati a formare piccoli canyon (e va da sé che un ciclista tenda a portarsi in mezzo alla strada quando il ciglio è impraticabile).
E, ancora, la superficialità di tanti automobilisti che, avvolti come sono da qualche centinaio di chili di alluminio e un numero spropositato di airbag, non si curano più di tanto degli altri legittimi occupanti della strada, dedicandosi a tutto (con particolare predilezione per la conversazione al telefonino) tranne che al rispetto dei cartelli stradali e dei limiti. Finanche, se servisse un po’ di autocritica a bilanciare il tutto, il comportamento di qualche ciclista poco avvezzo al percorso ad ostacoli.
Ma, prima di ogni altra cosa, c’è la mancanza di cultura sportiva. Quella che ci trasforma tutti in commissari tecnici della Nazionale, in infallibili tattici delle corse di ciclismo, in espertissimi ingegneri motoristici. Ma stando bene attenti a non sollevare le terga dal divano, fieramente ancorati a birra e rutto libero. Non basta stare un pomeriggio in curva sud a vomitare insulti all’avversario di turno o, per rimanere in tema, aspettare i ciclisti in cima a una salita.
Quando troveremo la voglia, il tempo ma soprattutto il gusto di farci una passeggiata, una corsetta o un giro in bicicletta, forse sarà il tempo in cui morirà qualche ciclista in meno. Non c’è come stare dall’altra parte della barricata per trasformare in pompiere anche il più irriducibile degli incendiari.
(La Provincia di Como, martedì 8 ottobre 2019)

Questa voce è stata pubblicata in Alex Zanardi, ciclismo, ciclismo amatoriale, Gazzetta dello Sport, gran fondo ciclismo, Michele Scarponi, Paolo Bellino, Rcs Sport, sport e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.