Domenica scorsa ho partecipato alla Gran Fondo Lombardia, proposta con un percorso inedito che, pur salvando Sormano e Ghisallo, prevedeva la partenza e l’arrivo a Cantù. Esperimento riuscitissimo, visto che a Como – come accaduto nelle due precedenti edizioni – i ciclisti sono poco più che “sopportati” e i pericoli si nascondono ad ogni incrocio. Ripropongo ai lettori di questo blog l’articolo uscito che ho scritto lunedì sui quotidiani La Provincia di Como e La Provincia di Lecco e che racconta la corsa, vista dal “di dentro”.
di Ernesto Galigani
Provate a pronunciarlo alla francese, il nome del Ghisallo, la mitica salita del Giro di Lombardia da tempo immemorabile e regina anche della Gran Fondo andata in scena su un percorso storico ma inedito. Bisogna togliere l’unica doppia e calcare l’accento sul finale Ghi-sa-lò.

La Provincia di Como di lunedì 14 ottobre 2019
Suona bene, credeteci sulla parola, e fa un certo effetto sentirlo e risentirlo mentre si procede (piano) lungo i tornanti. Con gli italiani che, reduci dalla maratona televisiva del giorno prima, ammettono che “visto dal divano sembrava più facile” e gli stranieri che, invece, se lo godono tutto, assaporando la struggente bellezza del lago visto dall’alto in una domenica di fine ottobre ma anche il falsopiano che porta a Civenna, con il Grignone sulla sinistra e il ramo lecchese del Lario che si apre all’orizzonte. Come sempre accade, gli unici a non accorgesene sono quelli come noi, che qui vivono e che dovrebbero ripeterlo ogni mattina che il “cielo è in cima a una salita”. A questa salita, in particolare. E poco importa che le campane – che il cronista sia passato troppo tardi? – fossero immobili e silenziose: bastava alzare gli occhi durante i trecento metri della rampa finale per prendersi una rasoiata di adrenalina.
Non che il Sormano, affrontato subito dopo i primi 25 chilometri percorsi a velocità folle da Cantù ad Asso, sia tanto da meno. Con gli anni, e chi scrive conosce molto della storia di quell’asfalto, si è fatto bello: c’è la costruenda “casa del muro” a Sormano, l’enorme bicicletta che introduce al Muro, la scritta che ha reso felice anche il cameraman durante la diretta dei professionisti. Insomma tutto quanto serve per trasformare una piccola fetta del Triangolo Lariano in una pietra miliare del ciclismo più autentico. E poi c’è lui, quella pista ciclabile di 1900 metri che sfonda i polpacci e fa saltare i cardiofrequenzimetri ma che comunque – sempre per gli stranieri – è un appuntamento imperdibile. A costo, diciamocelo a bassa voce, di percorrerlo a piedi e trovarlo duro pure così.

In griglia alle 7 del mattino: praticamente notte
Salite monstre a parte, e che non potevano mancare, la nuova Granfondo Lombardia è piaciuta nella versione rivisitata e corretta, con partenza da Corso Europa a Cantù ed arrivo – dopo un interminabile su e giù per la Brianza – nella centralissima Piazza Garibaldi che qualcuno – accidenti a lui – ha voluto costruire al termine di uno strappo che, dopo 110 chilometri di corsa, assume le sembianze del Tourmalet. Non era scontato che fosse apprezzata dai cicloamatori perché il fascino del lungolago di Como (e persino anche dell’improbabile arrivo del Civiglio dello scorso anno) è davvero senza tempo. Ma, a cose fatte, ne valeva la pena anche grazie all’organizzazione – quest’anno sì davvero impeccabile – di Cento Cantù del mitico presidente Paolo Frigerio. Parcheggi ovunque e ben segnalati, incolonnamento nelle griglie in tempi rapidissimi e, soprattutto, tanta e tanta sicurezza durante la corsa. Lo sforzo si è notato: ci sfuggono i numeri ma il personale di servizio era in numero nettamente maggiore rispetto agli anni passati e la scelta di scalare il Sormano all’inizio ha permesso a quasi tutti i partecipanti di non trovarsi tra i piedi automobili e motociclette almeno fino alla Colma. Salire fino al muro in silenzio, rimanendo a centro strada, riuscendo persino a gustarsi gli incoraggiamenti degli insonni affacciati alle finestre, beh, non ha prezzo.

L”arrivo in piazza Garibaldi a Cantù
E poi le staffette in motocicletta a precedere i gruppetti più numerosi. Per rimanere all’esperienza personale, il tragitto da Magreglio a Erba e fino a Lurago ha rappresentato l’esempio più autentico di che cosa vuol dire assicurare sicurezza, una volta l’anno, a un gruppo di attempati ciclisti della domenica. C’erano tanti agenti della Polizia locale – con menzione speciale per quello di Canzo, posto in uno degli incroci più difficili e che accompagnava gli spalettamenti con rassicuranti “vai, vai…” – volontari della Protezione civile, carabinieri e agenti della Polizia di Stato praticamente in ogni comune attraversato.
Chi ci è passato lo capirà ma stiamo parlando di un altro mondo rispetto alle due precedenti edizioni, con i cicloamatori lasciati praticamente soli alla mercè di auto, pullman, camion e motociclette. E allora, se il prezzo della sicurezza è quello di perdersi il lungolago di Como, beh, ce ne faremo una ragione. Uno, due, tre, CentoCantù.
Ernesto Galigani






