Il Davide (Cassani) contro Golia

di Ernesto Galigani

Contesti e paragoni a parte – che suonano quasi irriverenti – forse aveva davvero ragione quel magistrato eroe spazzato via dalla follia omicida della mafia. Parlatene tanto e parlatene sempre raccomandava nei suoi incontri pubblici, perché soltanto così la si può combattere con efficacia.

E contro la stupidità della parola che inonda la rete, con che armi si può e si deve combattere? Con l’argomentazione del buon senso? Oppure con la stessa invettiva affidata alla cloaca social, sfidando il monito di Oscar Wilde secondo il quale non bisognerebbe mai discutere con un idiota, perché ti batte con l’esperienza dopo averti trascinato sul suo abituale campo di gara?

Il dubbio, amletico più no che sì, ha molto a che fare con il nostro mondo, quello delle biciclette. Perché – per la seconda volta nel giro di un mese – il commissario tecnico della nazionale italiana, Davide Cassani, si è guadagnato gli onori delle cronache per quella che era e rimane una battaglia di civiltà. I frequentatori di questo blog sanno bene quante pagine (forse inutili, forse no) abbiamo dedicato al difficile rapporto tra automobilisti e ciclisti. Partendo da un presupposto indiscutibile: tutti i ciclisti sono automobilisti mentre non sempre è vero il contrario.

Cassani, gregario tutto d’un pezzo, commentatore televisivo di razza e ora caustico dicitore cartaceo, ha raccontato – all’inizio di luglio – la sua avventura su due ruote nella mia (e nostra) Brianza. A certe latitudini, dove la virilità non si misura dall’intensità con la quale si preme il clacson, certe sue argomentazioni facevano persino sorridere. Lo scontro appena evitato con un camion (con il ciclista nella parte scomoda del moscerino), le male parole distribuite a profusione, le buche che costellano gli asfalti, l’insana gioia di essere tornato a casa tutto d’un pezzo e via di questo passo, secondo un cliché fin troppo conosciuto. Ho avuto la fortuna – in occasione di un incontro Enervit a margine della Maratona Dles Dolomites dell’Alta Badia – di scambiare giust’appunto due parole con lo stesso Cassani. Gli ho detto che la sua testimonianza di ciclista della domenica – lui che per decenni ha avuto la fortuna di correre tra ammiraglie, strade chiuse e percorsi protetti – aveva un significato simbolico che andava al di là di un divertente racconto di quotidiana stupidità su quattro e più ruote. Non foss’altro perché le sue parole pesano un po’ meno delle pietre lanciate con disinvoltura da tanti saccenti colleghi ma certo un po’ più della frustrazione malamente espressa di tanti colleghi pedalatori. Conveniva, il commissario tecnico, aggiungendo che – a ben guardare – ci vuole più coraggio a farsi un bel Monticello-Besana di un qualsiasi martedì piuttosto che una discesa a rotta di collo dall’Isoard o dal Gavia.

Sullo stesso tema ci è tornato qualche giorno fa quando un collega (nel senso di giornalista, beninteso) è tornato sull’argomento, affidando alle pagine on line di un giornale musicale una di quelle insulse invettive che comprendono, tutto insieme, il luogo comune del ciclista che ammorba il sistema viabilistico perché non sta in colonna, salta i semafori, chiacchiera ecc. Il tutto condensato nella folle idea secondo la quale le strade sono fatte per chi ha quattro ruote sotto il sedere e che bisognerebbe in buona sostanza mettere al bando chi le percorre con mezzi alternativi. Bisogna farsene una ragione, chiosava, aggiungendo dati sui 250 e rotti morti dello scorso anno nel vano tentativo di dare concretezza statistica alle sue scemenze.

Davide Cassani (https://www.facebook.com/Davide-Cassani-68718360775/) , sempre lui, difensore ormai di fiducia di noi derelitti delle due ruote, gli ha risposto con ferma pacatezza, un pizzico di acume e tanta pazienza, come farebbe un padre saggio con un figlio dall’intelletto ancora poco sviluppato e al quale le cose vanno argomentate con parole semplici e concetti basici. Parlarne, insomma. Parlarne sempre a disp

La pagina Facebook di Davide Cassani sul tema

etto di quanti – e ce ne sono – pensano che siano perle ai porci, neppure degne di attenzione in quella cloaca social che tutto assorbe e tutto digerisce nel volgere di un giro d’orologio. Perché il pericolo di questi benedetti strumenti tecnologici, lo diceva Umberto Eco in tempi non sospetti, è che consentono a tante persone fino ad ora confinate nel loro Bar Sport (senza offesa per i bar sport, si capisce) di mettersi sullo stesso piano di un premio Nobel. Come se differenze non ci fossero più, come se uno valesse davvero uno e il valore intrinseco di una persona non la si misurasse da quello che dice ma da come lo dice e dal numero di like che riesce morbosamente a catalizzare, in una inevitabile rincorsa a chi la spara più grossa.

Discorso che ci porterebbe lontano, è ovvio. Non bisogna aver studiato la teoria della relatività per capire che tra l’autista di un camion a 24 ruote e un ciclista è quest’ultimo ad essere in situazione di manifesta inferiorità. Dato di fatto dal quale discende tutto il resto: i morti stecchiti che siamo sempre noi, pure se l’automobilista viaggia al telefonino perennemente acceso (ma chi cavolo dovrà sempre chiamare?) o salta lo stop o infrange sistematicamente i limiti di velocità perché, secondo virile regola italica di genere, la giungla d’asfalto non è mica roba da gentil sesso e avanti con le barzellette sulle donne che non sanno guidare e beati gli arabi che loro sì sanno porre dei paletti e quelle si mettono il trucco tra una rotonda e l’altra… Insomma, stucchevole slalom tra i luoghi comuni di santi, eroi, navigatori e piloti.

La contrapposizione tra quattroruotisti e ciclisti (compresi quelli che banalmente pedalano in city bike perché non c’è il problema del posteggio e per andare a fare la spesa non serve ammorbare l’aria del centro storico) potrebbe trascinarsi all’infinito: il ciclista che sorpassa il collega più lento spostandosi verso il centro della carreggiata è passibile di lesa Mercedes? Il ciclista che entra per primo in una rotonda ha il diritto di impostare la traiettoria oppure è lecito che l’auto lo accosti fin quasi a tamponarlo e lo mandi a quel paese? Il ciclista che procede verso il centro della carreggiata perché il ciglio della strada è pieno di buche pericolose, sta commettendo il reato di attentato alla viabilità?

Ma è una contrapposizione che non ci porterebbe da nessuna parte. Meglio sottolineare il fatto che il parlarne significa sdoganare un tema da bar sport. E tanta crescente insofferenza, probabilmente, è direttamente proporzionale alla crescita di un movimento che – per definizione –

Maratona dles Dolomites 2019: ciclisti al Passo Campolongo

andrà pure lentamente ma che comincia a muovere soldi e interessi. I quali, si sa, sono gli unici motori, quelli sì consentiti, che sembrano governare la mente umana. Arriverà un momento, insomma, in cui non sarà il caso di arrovellarsi sulla necessità di nuove piste ciclabili (spesso inutili, costose e piene di ostacoli) ma basterà che una  strada – come accade a Londra e Amsterdam, Copenhagen e Stoccolma – preveda una parte di corsia riservata alle biciclette. Arriverà un momento in cui le automobili non potranno più spolverare il giubbetto del ciclista per dimostrare la propria abilità durante un sorpasso ma dovranno rimanere a un metro e mezzo di distanza a prezzo di una bella multa e di qualche punto cancellato dalla patente. Arriverà un momento, per farla breve, in cui il buon senso reciproco sarà patrimonio acquisito e non più tema da discussione su facebook, guelfi contro ghibellini, destra contro sinistra, juventini contro interisti.

La gioia della fatica, il rispetto dell’ambiente, il beneficio per la salute, la gioia per gli occhi, il vento in faccia della discesa, quelle no. Sono cose nostre e ce le teniamo ben strette. Che loro continuino a divertirsi a schiacciare il clacson, come tanti neonati che scoprono per la prima volta il pupazzetto che fa rumore.

e.galigani@laprovincia.it

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