Maratona dles Dolomites, l’arte della felicità

di Ernesto Galigani

C’era un immaginario campionissimo davanti a tutti noi, all’edizione numero 33 della Maratona dles Dolomites andata in scena domenica scorsa. Sì, persino davanti a quel Tommaso Elettrico che ha vinto per la terza volta consecutiva nel percorso “lungo” di 138 chilometri (e 4.200 metri di dislivello). Chiamiamolo Aristotele, fuoriclasse senza pettorale, senza squadra e senza tempo, che ha guidato molti di noi – compreso quanti erano inconsapevoli di tanta ideale compagnia – alla ricerca della felicità. E non si dica che i 9.300 partecipanti alla gran fondo più famosa del mondo erano “felici come bambini”. Lui, il campionissimo avrebbe ribattuto che i piccoli non avevano ancora pienamente vissuto e dunque non potevano essere felici. Serve una lunga vita per andare alla ricerca di qualcosa che è assai più di una piacevole sensazione passeggera o di un qualche fuggevole attimo di beatitudine interiore. E sono servite tante salite (3.300 metri di dislivello, sette passi dolomitici e un dentino maledetto al 19 per cento, per rimanere al cronista), unite ad altrettante discese mozzafiato per assaporare compiutamente il messaggio del filosofo. Realizzare la nostra essenza, provare al momento giusto le emozioni giuste, interagendo in modo positivo con coloro che ci circondano. Tutto qui, sintetizzava lui. E, sappiatelo, non è mica poco.

Accanto a Sofia Goggia (al centro della foto) sul Pordoi

Sembrano,questi  pensieri di Aristotele, fatti su misura per il ciclismo. Anche se messi insieme alla rinfusa. E pazienza se, in quei tempi lontani e in quella Grecia bruciata dal sole, manco si immaginava di marciare in altro modo che non fosse la forza delle proprie gambe. Per farla breve, la morale è che il ciclismo, al di là di tutti i luoghi comuni sulle pastiglie per cavalli e”mamma sono contento di essere arrivato uno”, è una spettacolare metafora della nostra vita. Una vera e propria ciclosofia, come sanno bene i rari frequentatori di queste pagine.

Non è un caso, non può essere un caso, che ad attorcigliarsi attorno a questo strano sport dove uno vince e tutti gli altri perdono, dove non c’è nessuno che paga un biglietto, dove il sudore gronda dalla fronte per quattro-cinque ore di seguito, ci siano personaggi da copertina, manager in carriera, industriali, medici, scrittori, attori. A sentirli parlare, pare che abbiano imparato una lezione a memoria, ognuno a ripetere senza saperlo i concetti dell’altro. E poi ci siamo noi, che non apparteniamo a nessuna di queste categorie, ma ne condividiamo l’essenza della bicicletta e della fatica che non è mai fine a se stessa ma che introduce e guida, per l’appunto, verso l’eudaimonia aristotelica.

Il muro del passo Valparola, a 220 metri di quota

L’ho fatta fin troppo lunga, forse, per una gara di biciclette. Ma sono pur sempre difficili da spiegare quelle sensazioni che montano dentro metro dopo metro, tornante dopo tornante e che nulla hanno a che spartire – con rispetto parlando, si capisce – con la scarica adrenalinica di un gol o di un canestro, di un ace o di una schiacciata. E’ un’altra cosa e basta.

Una che ha tutti i fondamentali per andare persino oltre questa analisi è Sofia Goggia, che di norma fa la sciatrice (e che sciatrice) e che domenica era invece in gara alla Maratona dles Dolomites. L’ho avuta, fianco a fianco, per qualche chilometro sulle rampe che portavano alla vetta del Pordoi e, nel fuggevole incontro ravvicinato, l’ho ammirata per come fosse compresa nel proprio sforzo, nella fatica, in una sorta di contraddizione in termini del suo vivere quotidiano, lei che per mestiere deve solo andare in discesa e sulla vette dei monti ci arriva in funivia. Ma ciclista-dentro fino in fondo, persino nel dispensare un sorriso ai colleghi di un giorno che non resistevano all’incoraggiamento, al saluto, al “grande Sofia” che l’hanno seguita – ma non perseguitata – per l’intera giornata. E vogliamo spendere due parole per la simpatia travolgente di Kristian Ghedina, campionissimo della discesa libera, uomo jet per eccellenza costretto a portare quel suo “fisico bestiale” – perché ci vuole, il fisico bestiale per buttarsi da una montagna a 130 all’ora su due assi di carbonio – su per i tornanti? Uno dal vocione così potente che si sentiva tre tornanti più sopra e che, alla seconda curva, se la rideva di grosso: “Accidenti,ho già finito le marce, come ci arrivo lassù?”, Ci è arrivato naturalmente, e si è buttato di sotto disegnando traiettorie da paura, finalmente tornato nel suo ambiente naturale.

Il bellissimo panorama di una salita di una salita dolomitica

Sulle salite della Maratona può capitare anche di incontrare Alex Zanardi con la sua hand bike che lo guardi e ancora non ti capaciti di quanta forza abbia quell’uomo, che a dargli un microfono in mano è come lanciare una nocciolina nel recinto degli elefanti. Se lo terrebbe per ore – il microfono, mica la nocciolina – e tu staresti lì ad ascoltarlo mentre spiega con cadenza romagnola le sue ricerche nutrizionistiche fatte insieme agli scienziati di Enervit o i suoi progetti benefici (“Bimbi in gamba”, si chiama la sua onlus) per regalare una gamba a chi l’ha persa e non ha i mezzi per farsi una protesi. Può anche capitare, di vedere Robert Kubiza, pilota di Formula Uno che è tornato al suo sogno dopo un incidente spaventoso e che ha mulinato gambe per l’intera giornata, dopo una settimana di allenamenti e prove sulle montagne perché queste cose mica si improvvisano.

Sono tanti, tantissimi, i volti della Maratona dles Dolomites e chi, come il sottoscritto, ha la fortuna di averla potuta disputare per il quinto anno consecutivo, li trova tutti belli. Come quello di Giulio Gridavilla, comasco del Gs Villaguardia, pure lui incrociato in salita e non potrebbe essere altrimenti perché in discese bisogna solo pensare a prendere bene le curve che a 70 all’ora è un attimo finire tra i sassi a gambe all’aria. Era all’edizione numero 14, in queste valli mozzafiato ci era capitato quasi per caso a caccia di aria pura e, da allora, non le ha più abbandonate. La meraviglia della natura e la meraviglia del ciclismo. Come direbbe quell’attore americano che nel tempo libero incontra gli ex presidenti Usa e spaccia caffè: “What’s else?”.

E’ bello il volto immaginario del silenzio, su queste montagne baciate dal destino e che qualcuno tenta di trasformare in un rutilante e rumoroso luna park, sognando suv e parcheggi al posto dei prati verdi e delle mucche. E’ bello sapere che, un giorno e per tutto il giorno, dietro la curva non sbucherà l’automobilista distratto che sta parlando al telefonino e al quale tutto importa tranne il rischio di mettere sotto le ruote il poveretto – di certo, uno sfigato – che pedala come un ossesso avanti a lui. Ed è bello, mentre si sale sul mur del giat – un dentino del 19 per cento bastardo quanto basta a pochi chilometri dall’arrivo – sentire il bambino che chiede la mamma di tornare su, dove c’è lo striscione, perché mi piace applaudire i ciclisti (sì, diceva proprio così). Ed è bello, per finire, il triangolino rosso dell’ultimo chilometro e godersi quella passerella di mille metri, solo con il tuo ego che si libera silenziosamente nella testa, mentre si fa strada la consapevolezza  di aver percorso qualche gradino alla ricerca della felicità. Quella vera, per tornare ad Aristotele, che non si cancella con il brivido freddo dello striscione d’arrivo che ti si presenta davanti, così agognato e che ora vorresti fosse un po’ più distante. Per rincorrerlo ancora, una volta di più, one more time.

Andare alla Maratona dles Dolomites, per chi ha la fortuna di viverla dal di dentro, è un’esperienza molto particolare e certo diversa da quella offerta da tutte le altre granfondo. Si potrebbe tirare in ballo l’ecologismo illuminato di Michil Costa, il presidente del Comitato organizzatore. O forse anche le mille discussioni sulla difesa di un territorio unico. O, ancora, quel magico tuffo nella tradizioni ladine e in quell’approccio all’esistenza così lontano dai nostri canoni. Ma una cosa è certa, e rubo ancora la frase a Sofia Goggia: qui ci si arriva in un modo. E si riparte in un altro.

Ernesto Galigani

e.galigani@laprovincia.it

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