Sofferenza gioiosa. Chiamala Ciclosofia

di Ernesto Galigani

Sofferenza gioiosa. Da qualche parte ho letto anche questo, a proposito dell’andare in bicicletta. E mi è rimasta impressa, questa espressione. Perché, al netto dell’apparente contraddizione in termini, sono due parole che contengono un trattato di filosofia. Anzi, di ciclosofia, si potrebbe dire in modo che non suona neppure troppo male.

Non c’è dubbio che sofferenza e gioia siano due sentimenti opposti. Eppure, applicati a certi sport di fatica, stanno bene insieme, diventando quasi complementari. Non voglio avventurarmi in campi di pertinenza degli strizzacervelli (veri e presunti che siano) ma qualsiasi ciclista sa benissimo che la fatica è un valore assoluto – il fiato che manca, i muscoli che pulsano, il cervello che ti dice di fermarti sono patrimonio comune – e che, proprio per questo, finisce per generare (a cose fatte) un’intima soddisfazione che può essere semplificata proprio con la parola gioia.

Quando inizia la discesa il mondo mi sembra diverso, ha detto un ciclista famoso interrogato sul tema. Diverso da quello incontrato in salita, con il suo fascino perverso fatto di muscoli recalcitranti e di pulsazioni oltre soglia. La gioia dopo la sofferenza, per l’appunto.

Forse è per questo che il ciclismo è uno sport che affascina tutti ma al quale molti si accostano in età avanzata o, nel pieno della maturità. Adesso che il magico mondo delle Gran Fondo sta per vivere i suoi momenti clou – tra meno di un mese è tempo della Maratona Dles Dolomites, il gran premio di monza delle biciclette, per capirci – vale davvero la pena di spendere qualche riflessione sul tema. Il primo sintomo della vecchiaia, diceva qualcuno, è quello di sentirsi giovani e di fare cose da giovani. “Forever young” fu il titolo di una fortunata canzone dei nostri tempi (per l’appunto…) ma è soltanto uno slogan accompagnato da una musica accattivante. Non si può essere giovani per sempre e, per tornare al nostro sport, fanno un po’ ridere quelli che sono disposti a tutto – compresa la pessima abitudine di vendere l’anima al diavolo – per strappare un tempone. Che poi tempone non è, visto che nessun amatore – neppure quelli meno attempati e più allenati – possono lontanamente mettersi in competizione con un professionista.

Qualcuno ha studiato tempi e tabelle, prendendo ad esempio la salita di Monte Vergine,affrontata in un Giro d’Italia alla seconda settimana. Tra il miglior amatore e un professionista c’erano almeno 7 minuti di distacco,senza considerare che i pro avevano affrontato la prova dopo 200 chilometri di tappa e sotto un violento temporale.

Tutto ciò per certificare che il ciclismo, quello che pratichiamo noi, deve essere davvero una sofferenza gioiosa. E null’altro. Soltanto pedalando al proprio ritmo, quello dettato dal cervello e dal cuore, mettendo alla prova i propri limiti ma senza l’ossessione di superarli, alzando la testa dal manubrio per godere della natura, assaporando l’inebriante rumore del silenzio, si può davvero rendere onore a quella frase così oscura e che, invece, è  ungarettianamente illuminante.

e.galigani@laprovincia.it

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