Sotto la neve. Ma comunque Felice (Gimondi)

di Ernesto Galigani

Salendo al Selvino sotto la neve

Vabbè, sul Selvino nevicava. La fotografia non lascia spazio a dubbi e, a ben ricordare, forse non era neppure il momento di massima intensità. Ma basta questa immagine simbolica per giustificare quell’ondata di proteste e indignazione che si è levata sin dalle ore immediatamente successive all’edizione numero 23 della #GranfondoGimondi di Bergamo?  Di sicuro, non finiremo mai di stupirci per la quantità di miasmi che si levano da quel pozzo – irrinunciabile ma inguardabile – rappresentato dal social più in voga. Parole in libertà che si trasformano in insulti non appena il vocabolario degli internauti esaurisce le proprie riserve. Il che accade piuttosto rapidamente, nella maggior parte dei casi. Ed ecco l’offesa, il dileggio, la diffamazione, il sospetto, l’affermazione non argomentata, che si fa rapidamente largo in un’orgia di “commenti” che già definirli così è una contraddizione in termini.

Questo, tuttavia, è un altro discorso. Il tema centrale ci riporta direttamente sulle rampe del Selvino (ma anche sul colle Gallo qualche fiocco aveva cominciato a scendere) e a quella giornata di tregenda che è stata il 5 maggio. Data evocativa per molti sport (d’accordo, non ironizzo) e ora destinata a lasciare un segno anche nel piccolo mondo delle Granfondo di noi pedalatori della domenica. Fino a che punto, giusto per buttare un paio di dadi sul tavolo, è stato giusto dare comunque il via alla manifestazione? E fino a che punto anche noi, onesti pedalatori con un lavoro da ricominciare di lì a poche ore di distanza, abbiamo voluto spingerci, mettendo a repentaglio qualche clavicola e parcheggiando il buon senso nel seminterrato della nostra ambizione?

Ciascuno ha una risposta e, qualunque essa sia, è una risposta esatta. Ce l’hanno i circa duemila iscritti che non si sono presentati al via, terrorizzati dalle previsioni meteo che già il giorno prima – con un certo ottimismo, abbiamo scoperto – parlavano di “nevischio” e di “neve debole” in cima al Selvino. Ma ce l’hanno anche quelli che sono partiti del tutto incuranti del diluvio e che, bontà loro, hanno spinto come forsennati sui pedali sino a strappare tempi da semi-pro più che da pippe in età da pensione. E vogliamo forse ignorare le ragioni di quanti si sono fermati sul percorso, prendendo d’assalto le ambulanze parcheggiate nelle piazzole dei tornanti o rifugiandosi nelle hall degli alberghi in attesa di un miglioramento che non sarebbe arrivato? Una rispostina, infine, ce l’ho anch’io che, come altri 900 temerari, non mi sono posto il problema se non quello di non correre rischi inutili e, dimenticando il computer sul manubrio, ha pensato unicamente a finire la corsa senza l’incubo del tempo, scendendo a 20 all’ora da discese che normalmente si percorrono a 70.

Nessuno, in altre parole, ha titolo per giudicare l’altro. Non l’incosciente, non il pauroso, non quello con il sale in zucca. E non si venga a dire, per usare una perifrasi che gallina (corridore) vecchia fa buon brodo (buon senso). La gallina vecchia, diceva Renato Pozzetto in uno antico duetto, fa semplicemente schifo. E il brodo del buon senso non ha età.

Ultima curva

Resta da spendere qualche parole per l’organizzazione. Su queste colonne avevo lodato, un mesetto fa, il Comitato del Don Guanella che aveva deciso il rinvio della corsa. Ma, per quanto contradditorio possa sembrare, ho trovato giusto che a Bergamo abbiano invece deciso di abbassare comunque la bandiera a scacchi. La Gimondi, se ci pensate, è una delle più importanti manifestazioni italiane e l’internazionalità del suo testimonial – nonché la notorietà della Bianchi che fa da title race – portano molto corridori dall’estero. Come sarebbe stato possibile negare, anche ad un manipolo di loro, la possibilità di provare comunque a sfidare un meteo che non si era mai visto in questo periodo dell’anno? E poi c’è la sicurezza: da sempre racconto (per esperienza, solo per esperienza) che la Gimondi è seconda soltanto alla #MaratonaDlesDolomites in quanto ad assistenza, con la difficoltà aggiuntiva di non poter chiudere tutte le strade attraversate dalla corsa. E anche in una situazione estrema come è stata quella del 5 maggio, non c’è concorrente che possa ragionevolmente lamentarsi, al netto delle circostanze: il percorso è stato ridotto al solo “corto” e tutti i mezzi pensati per coprire i tre tracciati sono stati dirottati sui 90 chilometri previsti. Non credo di sbagliare nell’affermare di non aver percorso più di un chilometro senza incontrare una staffetta, un’ambulanza, una moto della giuria, un punto di ristoro, un volontario con la penna alpina imbiancata dalla neve. Senza badare al risparmio e senza aver mai lesinato, sin dal giorno prima, costanti e continui aggiornamenti. Condizioni di sicurezza garantite, quindi, con la ciliegina sulla torta di una sorta di coperta affidata a ciascun concorrente subito dopo l’arrivo davanti allo stadio.

Insomma, il lamento postumo non mi è mai piaciuto e men che meno in questa circostanza. Chi ha deciso di partire (e di non fermarsi) lo ha fatto in scienza e coscienza, contando sui propri mezzi, sulla propria prudenza e su una volontà ferrea. Detto tra noi, sono felice di averne trovata – di volontà, intendo – in quantità industriale e di aver tagliato il traguardo. Bagnato fino alle ossa, con la mani violacee per il freddo, i guanti intrisi d’acqua… Ma consapevole di aver scritto qualche insignificante riga nel grande libro dello sport più bello del mondo.

La sofferenza – e non chiedeteci perché – è l’essenza stessa dello sport meno democratico del mondo, uno dei pochi dove uno vince e tutti gli altri perdono. E proprio per questo non c’è ciclista che non riceva un applauso disinteressato e sincero al suo passaggio. Basta per giustificare quella giornata? Sì, basta e avanza.

Ernesto Galigani

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