Don Guanella, il buonsenso in bicicletta

di Ernesto Galigani

La Granfondo Cascina don Guanella di Lecco – che ha come testimonial Claudio Chiappucci e Cadel Evans, mica pizza e fichi – è stata annullata e rinviata a data da destinarsi a causa delle previsioni meteo che, sin da venerdì, hanno indotto gli organizzatori a tirare una riga rossa sulla corsa. Una scelta dolorosa, viste le complicazioni per riproporla in altra data, ma senza dubbio da condividere viso che, una volta tanto, i previsori l’hanno azzeccata in pieno. E’ stato scelto di preferire l’incolumità dei partecipanti, non avvezzi come i professionisti a lanciarsi in discesa a 80 all’ora sotto la pioggia, alla necessità anche logistica di “correre a tutti i costi”. Giusto così, si capisce, perché le Granfondo – se si esclude qualche fanatico che ha un rapporto problematico con il buon senso – sono un’occasione di divertimento e non già una competizione per scalmanati dal capello cadente.

Certo è che questa corsa, ideata da quel grande ciclista che è Don Agostino Grisoni a sostegno della Cascina don Guanella di Valmadrera (http://www.donguanellalecco.it/?page_id=163) , quest’anno deve avere avuto qualche incrocio astrologico negativo nel proprio destino. Anticipata di due mesi (lo scorso anno l’avevamo fatta il 27 maggio) per evitare la difficile coabitazione con i turisti che si dirigono verso Sormano e Bellagio (la discesa verso Nesso, con incluso slalom tra un’orda di maleducati automobilisti dal clacson facile la ricorderò per un pezzo), ha dovuto cambiare percorso per un paio di volte. Non conosciamo i dettagli ma, tra un’incursione nel sito internet e l’altra, abbiamo visto che è sparita la salita verso Sormano (con la comoda discesa corrispondente da Caglio), l’ascesa al Lissolo di Perego mentre la salita al Ghisallo è stata dirottata, da metà percorso in avanti, al San Primo, probabilmente per compensare il dislivello complessivo.

Nella presentazione, gli organizzatori spiegavano di essere stati costretti a questo estenuante – e un po’ avvilente – taglia e cuci per colpa dei Comuni attraversati dalla corsa, alcuni dei quali avevano negato all’ultimo momento il passaggio, nonostante fosse conosciuto sin da gennaio. Chissà, forse  temevano che i ciclisti allontanassero i turisti (e allora tiè, sia benvenuto il diluvio di questa mattina, giusto per fargli un dispetto). Oppure il sindaco quella mattina si era alzato di traverso. O, ancora, lui – il sindaco – sotto il sedere vuole soltanto il comodo sedile di un suv.

Viene da riderci su, naturalmente. Anche se, a mente fredda, tanta disinvolta benevolenza tendere a lasciare il posto a una ben più pragmatica incazzatura. Il rapporto tra Amministrazioni comunali e ciclismo è sempre stato un po’ complicato ed è sempre partito dal presupposto che noi – quelli che vanno in bicicletta – sono quelli che chiedono il “favore” di passare. Lo stesso concetto utilizzato dall’automobilista che, su una strada stretta e magari in salita e con il limite dei 30 all’ora, pretende comunque di sorpassarti, senza neppure pensare per un istante che potrebbe attendere disciplinatamente alle spalle della bici. Foss’anche questione di  un minuto, la minestra non gli si raffredderebbe nel piatto.

Da L’Arena di Verona

Mai una volta, al sindaco di turno, che venga in mente che il ciclista porta silenzio e che non inquina, che le strade sono di tutti e che non c’è nulla di male – qualche domenica ogni tanto – chiudere una strada per una manciata di minuti, il tempo che passino i primi del gruppo.

Eppure questo strano modo di ragionare fa da contraltare tuttavia con l’approccio che

La Gazzetta dello Sport

quegli stessi politici utilizzano quando il ciclismo porta consensi, popolarità e, in prospettiva, magari anche qualche voto. C’è da inaugurare il busto a qualche campione del passato ed eccoli a fare la gara, avvolti nelle loro fasce tricolori, a farsi intervistare, pontificando sulla bicicletta, la fatica e tutte quelle cose di cui hanno avuto soltanto un’eco lontana. Arriva il Giro d’Italia (e che fatica, far capire a sta gente che una tappa vale più di mille spot sulle televisioni) ed eccoli sotto il palco a distribuire sorrisi in mondovisione, dimentichi che nei mesi precedenti hanno vomitato ogni tipo di contumelie sulle pretese di questi organizzatori che sono qui a paralizzarci la città, e il bianchino dove andiamo a berlo la domenica mattina? C’è il Giro delle Fiandre in televisione con 800 mila persone distribuite sul percorso (gli zeri non sono un refuso) ed eccoli, di nuovo, a spiegare che a noi italiani manca la cultura della bicicletta.

Lo stesso vale per gli amministratori dei piccoli centri, quelli che sono conosciuti soltanto per le salite che hanno avuto in immeritata dote e che altrimenti sarebbero un insignificante pallino sulla carta geografica. Mi è capitato di leggere qualche tempo una gustosa polemica a Galbiate, nel lecchese, famoso per ospitare Celentano e conosciuto (ancor di più) per la salita che porta a Colle Brianza. Ce l’avevano, dal Palazzo, con i numerosi ciclisti della

L’Eco di Bergamo

domenica che non rispettano il semaforo di un’oscura strettoia, costringendo  quei poveri automobilisti a brusche manovre. Roba da scompisciarsi dalle risate. A parte il fatto che quella strettoia potrebbero pure chiuderla al traffico (magari chi ci abita sopra non è esattamente felice dei tubi scappamento delle auto in coda), bisognerebbe andare a vedere quelle strade. Piene di buche che sembrano voragini, avvallamenti di ogni tipo, strisce “fibra ottica” mai chiuse o già riaperte… roba da gridare vendetta al cielo. Altro che vietare il passaggio delle biciclette, dovrebbero tremare sin da quando bevono il cappuccino a colazione e fare gli scongiuri, sperando che nessuno si faccia male a causa di quel fondo così scalcagnato. Primo segno, il decoro delle strade, della qualità amministrativa di un Comune.

Don Agostino con Claudio Chiappucci (Leccoonline)

Del resto, la cronaca è piena di incidenti che coinvolgono i ciclisti, quasi sempre vittime incolpevoli della disattenzione dell’automobilista di turno o delle strade malridotte. E dopo ogni incidente, come una litania sempre più stucchevole, seguono i ricordi, la commossa partecipazione, la corsa ai ripari annunciata e via di questo passo. Ma non succede mai nulla, naturalmente. E non appena si leva una proposta a tutela dei ciclisti, apriti o cielo. Che sia una zona 30 modello Barcellona (https://www.facebook.com/cicloturismo/photos/a.675458369150750/2877666088929956/?type=3&theater) o l’introduzione della distanza minima di 1 metro e mezzo in caso di sorpasso, ecco che ripartono le cornacchie del fatto che automobilisti e ciclisti non possono convivere. Forse hanno ragione. Che lascino le auto in garage.

Ernesto Galigani

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