di Ernesto Galigani
Una delle sette meraviglie della bicicletta (ma in realtà è un numero approssimato per difetto) è la possibilità di vedere quello che, schiacciati nelle nostre scatole di lamiera, neppure immaginiamo che possa esistere. Una margherita che spunta in un prato, l’albero che crolla da un inverno all’altro, il lento ma inesorabile risveglio della natura e l’altrettanto lento approssimarsi al letargo nella brutta stagione. In una parola, la bellezza della natura.
Ma gli occhi del ciclista si abituano in fretta a tanta meraviglia e, forse proprio per questo, fa ancora più male accorgersi – dopo qualche manciata di migliaia di chilometri – di come trattiamo male la natura. Le strade, in questa fetta opulenta di Lombardia, sono una discarica a cielo aperto. Sacchetti pieni di spazzatura buttati malamente sul ciglio della strada, bottigliette di plastica disseminate come i sassolini di Pollicino, confezioni di plastica abbandonate ai margini dei torrenti e che lì rimarranno nei secoli. Ma anche piatti di ceramica, bottiglie di vetro e – visto che nessuno ha il privilegio della prima pietra – bustine di gel e integratori svuotati in un sorso e poi affidati all’inesistente Dio del riciclaggio.
Uno spettacolo pietoso che la stagione invernale sembra coprire con i suoi colori tenui e la luce fioca. Ma bastano due giornate di introduzione alla primavera ed ecco che lo sconcio riappare ai nostri occhi. Certo, ci sono paesi più puliti ed altri meno (la differenza, in bicicletta, salta subito all’occhio) ma la soluzione del problema non può essere unicamente demandato all’ente pubblico. Perché, se ci pensate, siamo noi a riempire il mondo di queste schifezze ed è alla nostra coscienza che dovremmo chiedere spiegazioni.

Il mondo visto dalla bicicletta è proprio una altra cosa
Vi chiederete che cosa c’entra tutto questo con il ciclismo. E invece c’entra, eccome. Avendo avuto il privilegio di partecipare per quattro volte di seguito alla Maratona dles Dolomites, è stata la prima cosa che ho notato. Novemila e rotti partecipanti ad una gran fondo che si snoda su sette passi ad oltre duemila metri e neppure una cartaccia per terra. Per non parlare poi di Corvara, la sede di arrivo. In paese non ci sono che due o tre cestini per la raccolta dei rifiuti occasionali, quasi nascosti lungo le strade principali. Eppure non c’è una cartaccia, una lattina, un mozzicone di sigaretta che deturpi la bellezza di quello scenario senza pari. E’ facile cedere alla tentazione di dire che “beh, a quelle latitudini sono fatti così”. E, se anche fosse, sono fatti così perché si sono abituati a fare così.
Ci vuole l’educazione civica, non c’è dubbio. Ma anche la repressione più severa, finalizzata ad essere da esempio, è una strategia che funziona. L’amico #Michil Costa, che della Maratona è il formidabile organizzatore, lo ha fatto scrivere in tutte le brochure: chi viene sorpreso a gettare un rifiuto viene squalificato dalla corsa e, soprattutto, non sarà più il benvenuto negli anni a venire. E’ persino accaduto che abbia fatto squalificare un concorrente che era secondo a quattrocento metri dallo striscione d’arrivo e che dopo aver percorso 130 chilometri su e giù per quei monti meravigliosi non aveva resistito all’istinto di gettare a margine della strada una borraccia vuota. Squalificato, perché la legge – se si vuole che sia capita come tale – è uguale per tutti. E, soprattutto, non si interpreta ma si applica, senza se, senza ma e soprattutto, senza eccezioni.

La meraviglia della natura
Nessuno, inutile sottolinearlo, che abbia gridato allo scandalo. Perché a quelle latitudini sono fatti così, forse. O forse perché, aggiungiamo noi, il rispetto del bene comune è un valore che può e deve diventare universale. Resta il fatto che in quelle stradine di montagna, i rifiuti non ci sono per il semplice fatto che nessuno li abbandona per strada. Il sacchetto di plastica vuoto finisce nel cappotto, la bustina di integratore utilizzata nel tascone posteriore della divisa da ciclista.
Quattro anni mi hanno fatto abituare all’idea. E tuttora, quando esco per la mia scalcinata e sporca Brianza, rientro sempre con le confezioni dei gel utilizzate. Non perché sono improvvisamente diventato un talebano dell’ecologismo più spinto. Più semplicemente perché, se lo gettassi sul greto di un torrente o sul ciglio della strada, ne proverei un senso di fastidio o di rimorso ben più pesante della fatica – se così la vogliamo chiamare – di lasciare il rifiuto nel raccoglitore di casa.
Certo, i professionisti del “benaltrismo” opporranno che sono altre le questioni di cui occuparsi in una ipotetica scaletta di priorità. Ma, in attesa di conoscerla, questa benedetta scaletta, provate ad immaginare le vostre città senza le strade deturpate dai rifiuti. Senza i prati violentati da edifici costruiti senza il minimo rispetto del contesto. Senza i boschi lasciati andare alla malora perché nessuno se ne vuole più occupare. Senza quell’inquietante cappa di smog che – dalla cima della Valcava o dal muro di Sormano – si vede dispiegarsi a cerchio dantesco intorno alla città di Milano. Senza che si levino le proteste (scusa Michil se mi approprio di una battaglia tua) perché si vuole limitare il passaggio di auto e moto sulle pendici del Sella e degli altri passi Dolomitici. Patrimonio mondiale dell’umanità, scrivono nelle brochure. E poi si vendono l’anima per un cappuccino in più consumato a duemila metri d’altezza. Mah…
La bellezza salverà il mondo, diceva quello. Ma va bene anche cominciare da un sacchetto di rifiuti in meno.
Ernesto Galigani






