di Ernesto Galigani
Chissà, forse siamo davvero troppi. E quando dieci persone pretendono di sedere contemporaneamente nonostante ci siano soltanto cinque sedie a disposizione, beh, si finisce per litigare di brutto. Noi ciclisti, per rimanere nell’infinito mondo dell’iperbole, siamo senza dubbio le cinque persone destinate a rimanere in piedi.

Londra e i ciclisti
Siamo sempre lì. La convivenza tra automobili e biciclette, lo abbiamo scritto e riscritto alla nausea su queste colonne, sta diventando qualcosa di fisicamente improponibile, come se gli uni fossero figli di un Dio minore. Il Dio del motore, si capisce. Eppure, tra una strombazzata e un dito medio al cielo, ogni tanto c’è uno sprazzo di luce che, per un istante solo, riconcilia con il mondo. Un po’, per fare un esempio che c’entra poco o forse tanto, come quell’invalido di Città di Castello che – risolto il suo temporaneo problema – ha restituito il tagliando del pass gratuito per il centro storico. Una notizia da prima pagina per questi tempi bui, anziché un banale gesto di ordinario senso civico.
Ecco, le parole che il commissario tecnico della nazionale di calcio, Roberto Mancini, ha dedicato alla “guerra” tra ciclisti e automobilisti in occasione di una serata ricordo di Michele Scarponi, sono finite in prima pagina proprio per la loro dirompente normalità. Ha detto che il “re era nudo” e gli “oh” che si sono levati sono diventati titoli.
Abbiamo scoperto, per cominciare, che il ct ha un’anima a due ruote e questo, di botto, ce lo ha reso simpatico. Ha spiegato, per rimanere alla notizie, che quanto allenava a Manchester, nel cuore della perfida e piovosa Albione, era solito andare e tornare dall’allenamento in bicicletta. Una settantina di chilometri di rigorosa pianura. Ebbene, gli automobilisti – quando dovevano sorpassarlo – si spostavano interamente nell’altra carreggiata attendendo con pazienza il momento giusto nel caso fossero impossibilitati alla manovra. Non solo: la polizia inglese invita i ciclisti stessi a procedere affiancati in modo che siano più visibili alle auto in arrivo, inducendo così i conducenti – nella peggiore delle ipotesi – a rallentare l’andatura.
Una raffica di “bestemmie viabilistiche” contenute in una sola frase, se rapportate alle nostre calienti latitudini di santi, navigatori e piloti da circuito. Il sorpasso, sulle nostre strade, è un esercizio di equilibrismo e sfrontatezza. L’automobilista neppure si pone il problema: non è raro, e lo sappiamo tutti, essere sfiorati dallo specchietto con tanto di invito incorporato a rimanere a casa a coltivare altri tipi di appetiti. Voglia di sorpasso che, ovviamente, prende gli automobilisti nei momenti più improbabili: nel mezzo di una strada dove due veicoli non possono neppure incrociarsi o, ancora meglio, in piena rotonda, dove notoriamente il sorpasso non è esattamente l’attività più consigliata per chi ha due dita di cervello. Per non parlare di quando il ciclista, alle prese (come e più degli automobilisti) con le buche del ciglio strada, ha l’ardire di spostarsi di una manciata di centimetri verso il centro della carreggiata. Quando va bene, è un colpo di clacson. Quando va male una lunga serie di improperi che costringe l’automobilista – bontà sua – addirittura a posare il cellulare nel quale stava impunemente parlando, alla faccia di ogni normale del codice della strada e del buon senso.

Roberto Mancini
Lo stupore di Mancini, una volta tornato in Italia, è lo stesso che proviamo quotidianamente. Con l’unica eccezione, forse, della domenica. Quando, una volta tanto, la minoranza silenziosa su due ruote si trasforma in caciarona maggioranza, dando sfogo agli istinti peggiori e un malcelato desiderio di vendetta.
Del resto, che la Gran Bretagna, ma più in generale i paesi anglosassoni, sia più rispettosa è un fatto sperimentato personalmente. Nel bel mezzo di Londra, che non è esattamente l’ultima della città di questo pianeta, le corsie riservate alle due ruote sono tante e ben visibili. Non solo: ad ogni semaforo, le biciclette sono indirizzate a sostare prima delle auto con indicazioni visive per terra e per aria. Storie d’altri mondi, ai quali si guarda con invidia e malinconia.
A riportarci tutti con i piedi per terra, ci ha pensato – la stessa sera – la trasmissione Zona Cesarini di Maurizio Ruggeri. Ha raccontato l’episodio di un noto ciclista amatoriale che a Roma aveva avuto l’ardire di protestare con una ragazza al volante di un’utilitaria per una collisione evitata d’un soffio. L’accompagnatore, un po’ bullo e un po’ desideroso di guadagnare punti agli occhi dell’amata, è sceso dal posto del passeggero ed ha posto fine alla diatriba con un pugno in volto da frattura del setto nasale. Così, giusto per far capire chi comanda sulla strada.
E’ un mondo difficile, insomma. E non serve a nulla ricordare, così di passaggio, che per quanto indisciplinato un ciclista è sicuramente un soggetto debole rispetto a un Suv da 500 chili. Che, per continuare, se un ciclista sta si porta al centro della carreggiata è perché il ciglio della strada è pieno di buche e, comunque, visto che le tasse le paga pure lui, ha diritto di circolare liberamente. E, ancora, che se il ciclista sta pedalando in discesa a 50 all’ora ha tutto il diritto di impostare liberamente la propria traiettoria visto che, anche la più veloce e potente delle auto, non può superare il limite di velocità. E si potrebbe andare avanti all’infinito, riassumendo il tutto con una ben nota constatazione: tutti i ciclisti sono automobilisti, non tutti gli automobilisti sono ciclisti. Le altre sono parole scritte sulla sabbia e comunque ci sono i numeri a certificare chi sta dalla parte della ragione: sulle strade italiane muore un ciclista ogni 36 ore.
Le contromisure? Non arrendersi mai davanti alla prepotenza e, soprattutto, non rinunciare mai al proprio diritto alla pedalata. A costo dei colpi di clacson e degli insulti. Nella speranza che, prima o poi, ci sia un vigile urbano che alzi la paletta contro l’automobilista che mette a repentaglio la vita di chi sta sulla strada con gli stessi suoi diritti e doveri ma con un mezzo assai più fragile del suo bolide a quattro ruote. L’alternativa è allenare il Manchester ma, francamente, forse è un’impresa ancora più disperata.






