Gf Lombardia, pedalate da monumento

Qualche amico che frequenta assiduamente i social l’avrà certamente notato. Domenica ho partecipato alla Gran Fondo Il Lombardia che già dirla così è una sorta di monumento per gli amatori. Il giorno successivo – lunedì 15 ottobre – gli amici Edoardo e Nicola hanno avuto la bontà di ospitare su “La Provincia di Como” e “La Provincia di Lecco” un mio piccolo racconto, dal “dentro” della corsa. Lo ripropongo qui. Non senza aver precisato che di cose da aggiungere – sul Lombardia, la convivenza con il traffico ecc – ce ne sarebbero molto e che ci torneremo tra qualche giorno.

di Ernesto Galigani

“Mio Dio, ma è bellissimo”. Impegnato com’era a spiegare all’amico poco esperto i segreti per affrontare l’ascesa al Ghisallo (basterebbero le gambe, avrebbe potuto sintetizzare), l’omone che pedalava baldanzoso al fianco del cronista, non se ne era neppure accorto. E quando, tra una divagazione energetica  e un “mi raccomando, giù subito tutti i rapporti”, ha alzato gli occhi si è trovato di fronte il lago dall’azzurro pallido, con la foschia mattutina d’ottobre che stava per essere cacciata dal sole già a metà tra l’arancione e il rosso, quasi adagiato sulle onde. “Mio dio, ma è bellissimo” ha bofonchiato adorante buttando improvvisamente la testa a destra e a sinistra di quel panorama incantato che è Limonta di Oliveto Lario la mattina presto. E che lui, “straniero” venuto dal Piemonte, non aveva mai visto neppure nelle sue tartufose Langhe.

Sì, se la Gran Fondo Il Lombardia ha un “perché” sta proprio in questa frase. Come quello che, vuole la leggenda, al passaggio da Guello di Bellagio, dopo tre chilometri di tornanti al 14%, guardò il lago stagliarsi verso Lecco “tra due file ininterrotte di monti” e poi concluse filosoficamente: “Se il paradiso esiste, beh deve somigliare molto a quello che sto vedendo adesso”. E le vogliamo spendere due parole per quella discesa assassina che dal pian del Tivano va giù a rotta di collo verso Zelbio e poi Nesso? Vogliamo parlarne delle struggente meraviglia che ti prende proprio lì mentre, all’improvviso, nel verde autunnale del bosco compare il ramo comasco del lago, che dall’alto sembra un presepe di quelli riusciti bene?

Stop. Con il romanticismo da quattro soldi ci fermiamo qui. La Gran Fondo Il Lombardia è molto altro, come gli amici di “Cento Cantù” guidati dall’onnipresente Paolo Frigerio sanno fin troppo bene. Per i tanti che si iscrivono – 1.500 stavolta – è salita, è discesa, è freddo, è caldo ma è soprattutto tanta fatica, masochisticamente voluta e cercata. Per loro è un impegno improbo, che trova spiegazioni solo

Verso la Madonna del Ghisallo

nella passione. Perché è difficile mettere d’accordo, su queste strade tortuose (e malamente asfaltate, cara Provincia) le esigenze degli automobilisti e quelle di chi vorrebbe starsene una domenica in bicicletta – una sola – senza l’incubo dei Suv che sbucano da tutte le parti. Ma è una battaglia persa in partenza e quando sulla Lariana – tra Nesso e Pognana Lario – si materializza un trattore con tanto di rimorchio e mega balle da fieno incorporate anche il più ottimista deve alzare bandiera bianca.

Il girone dantesco è però il Civiglio, sulla cui sommità gli organizzatori (che Dio li abbia in gloria) hanno deciso di piazzare lo striscione d’arrivo per evitare l’indesiderato attraversamento della città (chissà poi perché non li vogliono, i nostri soldi…). Il tratto tra l’imbocco della salita e la chiesa di Garzola si trasforma rapidamente in un gigantesco imbuto. Ci sono gli automobilisti che vogliono scendere e ci sono gli automobilisti che vogliono salire. Peccato che la strada sia strettissima e basta un Suv un po’ più Suv degli altri per trasformare il volontario della Protezione Civile (questo abbiamo visto) in una macchiolina gialla in balia degli eventi.  Tra le “due file ininterrotte di auto” (che il Manzoni ci perdoni) ci sarebbero anche i ciclisti che hanno già i loro bei problemi a salire in condizioni normali, figuriamoci così. Qualcuno sarà anche sbottato (chi scrive aveva altro cui pensare per rendersene conto) e qualcuno avrà pure sorbito le reprimende dell’autista più incazzoso degli altri (che solitamente ha anche la macchina più grossa e alla moda, ma forse è un caso). Ma, dal santuario in poi, si è tornati alla normalità. Chi si appoggia stremato alle recinzioni  come una balena spiaggiata, chi prosegue zigzagando che forse è ancora là adesso, chi finge salti di catena per mettere piedi a terra, chi stramaledice gli inglesi. Ma tutti con una domanda: ma quest’ultimo chilometro quando è lungo? E quando sull’asfalto compare la scritta “Vincenzo scatta qui” verrebbe davvero voglia di mettere il piede a terra e vergare un terapeutico “va da via i ciapp”.

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