Io, la Maratona dles Dolomites. E altri novemila

di Ernesto Galigani

Qualche sospetto l’avevo, a essere sincero. Ma ho capito che il commissario tecnico della nazionale Davide Cassani non mi avrebbe convocato per i mondiali di Innsbruck più o meno a metà della scalata del Pordoi – la seconda vetta delle sette che la Maratona dles Dolomites regala ai suoi 9 mila e rotti intrepidi. Lì, in un imprecisato tornante dei 37 in scaletta, sono stato prima affiancato e poi superato da una ragazza tedesca- Marlene o Renate che fosse, fa lo stesso – che danzava come una ballerina sulla sua bicicletta, manco fosse impegnata a scavallare un cavalcavia della A22. E io, che tiravo il freno a mano pensando a quello che ancora mi attendeva, ligio ai dettami di quelli che sanno di ciclismo e che invitano alla prudenza sulle prime salite, mi sono reso conto che no, neppure questa volta avrei avuto una chance iridata.

Michil Costa e Alberto Sorbini di Enervit

La signorina, cui un Berlusconi d’annata non avrebbe certamente rivolto quell’inelegante commento riservato invece alla cancelliera Angela Merkel e poi diventato cult, l’ho poi superata in discesa, si capisce. Ma sono stati sufficienti quei pochi metri – e non c’entra che fosse una ragazza, credetemi – per riportarmi nel mio piccolo mondo antico, riponendo nella saccoccia posteriore ogni velleità.

Suvvia, si sta scherzando – ma l’aneddoto è autentico, giurin giuretta – però anche stavolta è andata. La mia quarta Maratona, delle 32 fin qui organizzate, si è conclusa in gloria. Se per gloria si intende quello che declino io, ovvero portarla a termine in un tempo ragionevole, cioè prima dell’ora di pranzo e senza confidare sul fatto che a fine giugno le giornate sono interminabili e si può pedalare fino allo sfinimento che tanto è ancora chiaro.

Con Eddie Mercks, il Cannibale

Oddio, un piccolo giramento di scatole in effetti c’è. Perché il mio secondo miglior tempo del poker di partecipazione – ballano due minuti, per la miseria – ha un suo perché e ne ero consapevole già al momento della sosta (non prevista) al passo Falzarego, quota 2.117 metri di quota dopo 85 chilometri di corsa. Tradito dal caldo inusuale e dalla conseguente necessità di riempire la borraccia, ho improvvisato un pit stop non proprio da Formula 1, lasciando al punto di ristoro quella manciata di secondi che mi sono stati poi fatali, oltretutto perdendomi un bel trenino di colleghi che mi avrebbe portato fino al traguardo da perfetto succhia ruote. Dettagli, si capisce, che fanno sorridere chi scrive, ancor prima di chi legge. Perché alla Maratona, tolti quella masnada di campioni che puntano al bersaglio grosso, si va per alzare la propria personalissima asticella, per

Alla partenza

guardare in alto, per godere di uno spettacolo che non ha eguali nel mondo (che ho visto io nella mia lunga esistenza ciclistica) e per vedere l’effetto che fa quando si salta un passo dolomitico dietro l’altro, con nomi che riempiono la testa (e la vana gloria) visto che li si sente quasi solo in televisione. Al punto che anche questa volta ho rinunciato al “garmin” sul manubrio, limitandomi a utilizzare – come testimonianza della performance – una banalissima app da telefonino, peraltro ben risposto nella tasca posteriore della maglietta e lì rimasto fino allo striscione. Un modo, forse estremo ma simbolico, per testimoniare la rinuncia preventiva alla competizione e persino alla tentazione di spingere sui pedali per rallentare il tempo che scorreva. Quando si pedala, sono le gambe a parlare,

e all arrivo

mica i cronometri.

Anche questa, ai miei occhi da ciclista della domenica, è la Maratona delle Dolomiti. Così come Maratona è scollinare il Pordoi – sempre quello direte, ma è il secondo in ordine di apparizione e i ricordi non sono ancora annebbiati dalla fatica – dopo aver percorso un bel po’ di tornanti accanto ad Alex Zanardi, il grande campione di automobilismo prima e di vita poi. Tu che sputi l’anima picchiando sui pedali e lui che fa altrettanto ma con una hand bike, alimentata dalla sola forza delle braccia. E ce ne vuole davvero tanta, a tirar su quella bicicletta che ti sembra di vederli scoppiare i muscoli sotto la maglietta. Un giro dietro l’altro, con il sudore che scende dalla fronte e tutti, ma proprio tutti, che gli riservano una parola di incoraggiamento, una complimento sincero, quasi a volersi far carico di un po’ del tremendo peso che si porta addosso. Lui, romagnolo purosangue con la battuta sempre pronta e quella pronuncia che fa tanto ragù fatto in casa, cerca (invano) di non rispondere, perché se lo facesse, gli diventerebbe la maratona delle pubbliche relazioni. E invece è lì come noi, per gareggiare, per farsi male, per scavarsi dentro. Te rendi conto dopo lo scollinamento quando si tuffa in discesa con la sua bicicletta, dimostrando di essere stato un grandissimo campione del volante. Le sue traiettorie sono quelle da Formula 1 e la stabilità delle tre ruote lo trasformano in una freccia. Per farla breve, quattro tornanti e noi tapini – che pure scendiamo a 70 all’ora – non lo vediamo più.

Maratona è anche l’insana soddisfazione di fare una fotografia accanto ad Eddy Merckx, il più grande campione della storia delle due ruote che alle 6.30 del mattino e alla faccia delle 545 vittorie che gli riempiono il groppone assai più delle 73 primavere certificate dall’anagrafe, è lì a fare lo starter e a dispensare qualche consiglio nel suo balbettante italo-belga. E, ancora, è trascorrere (lo so, sono un privilegiato della peggior specie) mezzora prima delle partenza accanto a quel Tommaso Elettrico che, poco più tardi (molto poco, accidenti a lui) vincerà la gara dei 138 chilometri. Viene da Matera, ha trent’anni, e spiega di essersi allenato come un pazzo da aprile in avanti per vincere e, soprattutto, rivincere dopo la cavalcata di 80 chilometri dell’anno precedente. Lo capisci da come è concentrato, da come toglie e rimette e poi ritoglie e rimette, la ruota anteriore della sua bicicletta, quasi che non gli bastasse – come noi tapini – una bella pompatina alla gomma, fatta la sera prima perché alla mattina devo fare colazione.

C’è di tutto e il suo contrario, in questo magnifico appuntamento della prima domenica di luglio che riempie di colori e di bellezza quello che è già bello di suo. Michil Costa, il geniale presidente del Comitato organizzatore, dice che quando uomini e montagne si incontrano nasce sempre qualcosa di bello. Lui, che fa l’albergatore ma che in realtà è un filosofo capace di saltare da Blake a Platone con la stessa disinvoltura con cui noi passiamo dallo scopone scientifico alla briscola, ha messo in piedi uno spettacolo senza pari, dimostrando che un po’ di “ecuiliber” (alla ladina) tra uomo e montagna, tra progresso e natura, tra utopie e realismo, fa stare tutti un po’ meglio. L’ha detto in tivù nelle sei ore di diretta Rai di Alessandro Fabbretti, lo aveva già anticipato il giorno prima all’incontro che Alberto Sorbini, presidente di Enervit spa, l’azienda della scienza in nutrizione, organizza ogni anno con tanti campioni delle due ruote e non solo. E lo ha ribadito persino a chi firma queste note con una emozionante mail. Trovando il tempo di ringraziare – lui che aveva 1500 volontari da governare, 300 ospiti, 9200 corridori, 6 ore di diretta tv – chi aveva scritto con il cuore (sono lusinghe sue, e certo immeritate) della sua corsa. Della corsa di una valle ladina fiera di mostrare le meraviglie che ha avuto in dono. E che non ha buttato nel tritacarne di un effimero progresso.

Alla fine sono andato lungo, come capita sovente quando non c’è il semaforo rosso della colonna riempita. Ma chi ha avuto la compiacenza di arrivare fin quaggiù, me ne farà grazia. Che in questo angolo del web ci siano soltanto “parole in libertà di un giornalista pedalante”, lo dichiaro sin dall’inizio.

e.galigani@laprovincia.it

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