E’ un appuntamento che i frequentatori di questo blog ripropongo annualmente. E il bello è che non mi stanco neppure… Comunque sia, è arrivata l’ora della Maratona dles Dolomites, la regina delle granfondo del ciclismo amatoriale. Una gara che non è una gara ma un viaggio nella bellezza infinita delle montagne e della fatica. Se c’è un paradiso, si potrebbe dire parafrasando i dotti, più o meno potrebbe essere così. Certo, mentre scollini sette passi dolomitici a duemila metri, magari con il freddo che ti entra nelle ossa e il sole che fatica a illuminare il verde smeraldo delle montagne, si è soliti pensare altro… Ma è questione di poco, perché la fatica – quella sana, utile, disintossicante, rigenerante – è un ingrediente necessario per un ciclista, sia pure della domenica. Di seguito vi propongo l’articolo che è apparso oggi sulle tre edizioni del quotidiano “La Provincia” (Como, Lecco e Sondrio) e che tenta di raccontare qualcosa di una corsa che non può essere raccontata. A corredo una bella (spero) intervista con Alberto Sorbini, il presidente di Enervit, azienda comasca che con i suoi prodotti sta al ciclismo come il biancoeneroastrisce alla Juventus.

di Ernesto Galigani
Se è vero che il numero delle “Gran Fondo”, le corse amatoriali di ciclismo su lunghe distanze, è in costante aumento – persino in un territorio come il nostro dove non si va neppure al bar all’angolo senza le terga appoggiate saldamente all’auto – è fuor di dubbio che la “Maratona Dles Dolomites” ne rappresenti il gioiello della corona. Corvara e l’Alta Badia stanno al ciclismo della domenica come Monza alla Formula 1 e Wimbledon al tennis.
Novemila trecento partecipanti a numero chiuso e previa estrazione, 33 mila richieste pervenute on line da ogni angolo del mondo in mezza giornata, nove passi dolomitici da percorrere in una sorta di circuito naturale completamente vietato a qualsiasi mezzo motorizzato che non siano le auto (elettriche pure quelle) dell’organizzazione e della giuria. Sono numeri imponenti, certo, ma che non bastano a giustificare la “corsa al pettorale” che comincia con la prenotazione a novembre e finisce a febbraio con l’estrazione, tra entusiasmi modello “bimbi all’asilo” e solenni mal di pancia. No, il valore aggiunto sta nello scenario naturale delle Dolomiti, scenario che non ha paragoni con alcuna altra vetta: persino ribadire il fatto che quei monti siano patrimonio Unesco dell’umanità, non rende a sufficienza l’idea. Pedalare tra cime colorate di rosa dal sole del mattino, quasi costantemente oltre quota duemila metri, sfilando tornante dopo tornante in un silenzio che fa rabbrividire dal rumore che (non) produce… ebbene questo e molto altro rendono giustizia alla manifestazione. E naturalmente, per quanto siano belle e suggestive anche le altre competizioni, non c’è Cesenatico, Londra o Roma che tengano.
Quest’anno saranno 46 i comaschi che hanno avuto la fortuna di aver visto il loro nome uscire dall’urna delle estrazioni, 34 i lecchesi (più fortunati, in percentuale) e 16 i volenterosi che arriveranno addirittura dalla provincia di Sondrio. Tra gli anonimi pedalatori incuranti della fatica proposta dai tre percorsi (54, 106 e 138 chilometri la metà dei quali rigorosamente in salita) ci sarà (al debutto) anche il magistrato Vittorio Nessi, classe 1947, comasco doc che vestirà la maglia della Ciclistica di Carugo. Grande sportivo e senza alcun pregiudizio (corsa, sci e tutto quanto fa rima con fatica) il magistrato si è avvicinato al ciclismo e avrà la possibilità di essere al via accanto al figlio Giovanni, residente in Germania e inserito nella lista dei…tedeschi. Ci sarà anche Giulio Gridavilla, altro sportivo molto conosciuto nell’ambiente, classe 1951, di Cantù e atleta del Gs Villaguardia ma anche, nella vita civile, veterinario dell’Asl di Como. E, ancora, Egidio Melazzi di Cavallasca del team Spina Verde che, dall’alto della sua classe 1944, sarà il meno giovane al via della corsa. Già, perché quest’anno non ci sarà Renato Dell’Acqua, classe 1942 di Como, ormai famoso a queste latitudini (e non solo) per essere stato sottoposto a intervento di trapianto ma soprattutto per essere tornato a correre in bicicletta per dare una speranza ai tanti che hanno avuto il suo destino. A Lecco sarà della partita Ugo Tacchini, classe 1962 di Oliveto Lario e atleta dell’Asd Bindella, uno che – per capirci –non correrà soltanto per partecipare, come dimostrano i suoi brillanti risultati delle precedenti edizioni. E dirà la sua anche Antonio Rossi, classe 1968, che prima di darsi alla politica regionale aveva vinto per l’Italia una vagonata di medaglie alle Olimpiadi di Canoa, da Barcellona fino a Sidney 2000. Insomma, un parterre di cui Michil Costa – l’infaticabile presidente del Comitato organizzatore della Maratona – potrà andare fiero. Perché la Maratona, ama ripetere, non è soltanto una corsa. Una filosofia di vita, la sua, che gli ha consentito la più titanica delle imprese: trasformare la corsa delle Dolomiti in un evento che genera indotti milionari all’intera valle ma senza per questo snaturarne la filosofia che l’ha ispirata. Una bella impresa di “equilibrio”, per usare la parola scelta come slogan per l’edizione numero 32.
e.galigani@laprovincia.it






