Io, più Felice che Gimondi

di Ernesto Galigani

Mi rendo perfettamente conto di essere un po’ ripetitivo. Prima ancora che qualche cortese internauta me lo faccia osservare, mi tocca invocare un po’ di sportiva comprensione. Partecipare a una Gran Fondo – le maratone di noi amanti delle due ruote – e poi non scriverne, sarebbe un po’ anacronistico in questa società dove le parole scorrono in (fin troppa) libertà.

L’ultima curva prima del traguardo

E allora, due parole che non sono due sulla Gran Fondo Gimondi di Bergamo, che ho affrontato per la terza volta, bisogna dirle. Presentarsi in griglia – e chi è uso farlo ne è perfettamente consapevole – è di per sé una sfida vinta. Se non sei un navigatore incallito degli oceani ciclistici, finisci per portarti dietro tutta una serie di comprensibili inquietudini: la gomma che si può forare, il tempo che può volgere al brutto, le strade che non sono come spereresti, l’abbigliamento da indossare per non patire troppo caldo o troppo freddo, la media di corsa che sarà sicuramente alta e non ce la farai a reggere, il dolorino al polpacci che fino a ieri sera non c’era, il ristoro presso il quale fermarti a riempire la borraccia… Dettagli, forse addirittura fobie, che da forma diventano sostanza se, come accade a noi, non abbiamo ammiraglie o assistenze al seguito (e ci mancherebbe pure). Ma anche dettagli che immancabilmente spariscono non appena finisce il conto alla rovescia e il vento comincia a soffiarti in faccia.

A fatica ultimata, scorrevo la app del telefonino che ha monitorato tutta la mia fatica, sia pure prudentemente nascosto nella tasca posteriore giusto per non avere l’ossessione del cronometro ma semplicemente quella di guardarmi intorno. Ebbene, ho scoperto con un pizzico di sorpreso compiacimento di aver viaggiato nei primi venti chilometri – fino all’inizio della salita di Gaverina Terme, per capirci – a medie che vedevo soltanto in televisione, ben oltre i 40 in pianura. Merito della scia e delle ruote vergognosamente “succhiate” a chi mi precedeva, si capisce. Ma fa sempre un certo effetto.

Sulla linea del traguardo

Il percorso è collaudato, la gente plaudente, la salita al Selvino – che non è esattamente il Mortirolo – è una iniezione di entusiasmo. E poi San Pellegrino, San Giovanni Bianco e quel lungo, lunghissimo falsopiano (si fa per dire) che porta a Costa Olda prima e alla Forcella di Bura poi. Venti chilometri che non finiscono mai ma che, dopo la svolta di Vedeseta, riconciliano con il mondo. Basta una giornata soleggiata come quella del 6 maggio per avere davanti ai propri occhi la meraviglia della natura. D’accordo, il cielo azzurro, i prati verdi e le mucche al pascolo che fanno ondeggiare il campanaccio, rappresentano l’icronografia più banale e stantìa che non si legge più neppure nei romanzi Harmony. Ma non c’è modo. Soltanto in bicicletta – e a patto che non si stia correndo la cronometro della vita – si ha realmente la percezione di che cosa significhi immergersi completamente nell’ambiente circostante. Pochissimi rumori di motori a scoppio – giusto lo stretto indispensabile – e, in compenso, l’affannoso respiro di tanti di noi mentre mulinano pedivelle e cambi diventati improvvisamente durissimi, molto più duri di quanto non ce li ricordassimo un po’ di chilometri prima. E poi giù a rotta di collo – anche troppo, a onor del vero – verso Brembilla passando per Villa d’Almè e tutti i paesi della cintura bergamasca. Infine il cartello dell’ultimo chilometro, da godersi in beata solitudine, insieme alle proprie gambe affaticate, ai propri pensieri (eccessivamente) esaltati per il risultato ormai lì, a una frullatina di distanza.

E’ l’unico modo per spiegarmi il sorriso – a metà tra l’ebete e il compiaciuto – che ora mi ritrovo a guardare nelle fotografie che mi sono state scattate all’ultima curva e sotto lo striscione. A ben pensarci quelle istantanee così autenticamente “normali” e alle quali neppure stavo pensando, sono il riassunto più sincero di tutta la corsa e valgono, ai miei occhi, più di mille considerazioni e di mille silenziosi ed intimi incitamenti. Le mani, lo confesso, alla fine me lo sono battute silenziosamente da solo, come è giusto che faccia un pedalatore della domenica, che cerca l’appagamento esclusivamente in se stesso, del tutto indifferente al giudizio e ai pensieri di chi sta ntorno. La solitudine degli uomini che non sono primi, verrebbe da dire parafrasando lo scrittore.

Mi viene però da spendere le solite parole, tutt’altro che di circostanza, sulla sicurezza della manifestazione, uno degli elementi fondamentali per non trasformare un divertimento in una roulette russa. A parte la Maratona Dles Dolomites, che rappresenta l’impossibile vetta cui aspirare e non solo metaforicamente, la Gran Fondo Gimondi è un esempio di come sia possibile organizzare manifestazioni tanto imponenti (oltre 4mila partenti) in completa e totale sicurezza. Fin dentro la città di Bergamo al mezzodì di una domenica di maggio, con tanto di staffette motociclistiche a scortare avanti e indietro gruppetti di ciclisti. Negli ultimi 15 chilometri ci sono più rotonde sulla strada per Bergamo che margherite nei campi, eppure la bravura di questi formidabili volontari ci ha consentito a tutti noi di non alzare il piede dell’acceleratore neppure una volta, fino a chiudere quel tratto con quasi 40 di media. Un esempio, lo diciamo senza retropensieri o interessi, per tanti organizzatori improvvisati che magari ti riempiono la pancia di pennette alla fine della corsa ma che prima hanno risparmiato sul numero del personale da mettere in strada.

L’ultimo pensiero va a Felice Gimondi, sempre al cancelletto di partenza. La sua presenza, avvolta nei caldi colori della Bianchi, è tanto carismatica quanto rassicurante per tutti. Non andassimo a 40 all’ora verrebbe voglia di dargli una pacca sulla spalla, quando lo si incrocia alle prime rampe del Pasta. Che gli dei del ciclismo ce lo mantengano in gloria e salute.

Ernesto Galigani

e.galigani@laprovincia.it

 

 

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