Ma quanto corrono i tempi che corrono

di Ernesto Galigani

E’ curioso, il bipolarismo che avvolge il mondo del ciclismo amatoriale. Mettersi in mutandoni attillati e pedalare come forsennati per ore sotto la pioggia o il sole, infatti, viene visto con benevolenza, se non addirittura con sincera ammirazione. Suggestive immagini di manager di grandi gruppi, capitani d’industria, serissimi baroni universitari, polverosi giornalisti con l’adipe scolpito, vengono sempre più spesso date in pasto all’opinione pubblica con stravagante nonchalance. Qualcuno, poi- lo avrete visto in tivù o sui giornali – ha persino deciso di utilizzare la propria immagine di italiano in gita su due pedali per pubblicizzare un brand. Ma mica cibo per gatti o gli insaccati sottovuoto un tanto al chilo, si capisce, ma prodotti che sembrano puntare a un target superiore, più “alto”, più cool. E comunque inversamente proporzionale – e qui sta la prima stranezza – all’essenza stessa del ciclismo, sport povero e popolare per definizione, non foss’altro perché è l’unico nel quale non è previsto il pagamento di un biglietto di ingresso.

Forse c’è dell’involontaria esagerazione in queste parole, probabilmente legato al fatto di avere un occhio più attento alle cose di casa propria. Ma, così a memoria, provate a tirarvi in mente brand pubblicizzati da manager-sciatori (sport di ricchi e per ricchi, probabilmente) o da industriali- cavallerizzi (sport di superircchi e per supericchi, di sicuro). O, ancora, da cantanti in pantaloncini da calciatore e maniglie dell’amore da pensionato. No, non è cosa…

Ciclista amatoriale sinonimo di successo,

In Valle Imagna, provincia di Bergamo

dunque, quasi che la pedalata – compresa quella mostruosamente trascinata su per impervi tornanti montani – sia la metafora dell’uomo moderno, che deve sputare l’anima per arrivare in cima ma che, in qualche modo, ce la può sempre fare. Moda del momento, si capisce (e ci tacciamo subito per non cadere nella sociologia un tanto al chilo) che si trasla, quasi inevitabilmente, nel fiorire di manifestazioni dedicate (le mie amatissime Gran fondo), nel proliferare di aziende a tema (a cominciare da quelle di abbigliamento e accessori) e nel rinnovato glamour delle aziende ciclistiche di casa nostra. Entrare in certi negozi di bicicletta – che infatti tendono a chiamarsi store, al posto del vecchio “ciclista” – è come varcare la soglia di una gioielleria. Altro che puzza di copertoni, anziani signori con il mozzicone penzolante e la tuta blu da operaio macchiata di catena… Adesso ti trovi a fare i conti con ex ciclisti (veri) in divisa d’ordinanza, modelli cari come il fuoco montati su palchi piattaforme che è impossibile trattenere la voglia, macchinari supertecnologici azionati a colpi di bottoni colorati che ti restituiscono il velocipede come nuovo.

 

Ebbene, a un quadro tanto fascinoso e patinato fa da contraltare l’altra faccia della medaglia. Che è quella che sperimentiamo tutti noi sulle strade. Già, perché appena finito di mostrare al figliolo scapestrato l’immagine del grande industriale che scala il Pordoi in punta di sella, l’italiano medio scende in garage, si riappropria della sua metallica metà e si lancia a capofitto nella giungla di asfalto che tanto odia perché tanto ama. E al primo incrocio, al primo ciclista che incrocia – magari proprio quello che ha ammirato in tv, che ne sa lui, del resto? – ecco una bella strombazzata, un bel vaffa di grilliana memoria, un invito a raggiungere i parenti che hanno già dato su questa terra. Per non parlare delle gare ciclistiche – giovanili e non – che segnano il calendario di questo periodo. Tutti incolonnati all’incrocio, sbuffanti e imprecanti con lo stewart in pettorina gialla che invita ad aspettare cinque minuti cinque il passaggio (rapidissimo) dei ragazzi in bicicletta. E io ho un impegno, e questa è una vergogna, e con tutte le strade che ci sono dovete venire proprio qui a rompere i maroni… Poi si va a casa, ci si stravacca sul divano con il retrogusto di salsiccia grigliata ancora nel palato e la birra saldamente stretta nell’altra mano per guardare il Giro d’Italia che ricomincia. E lì a discettare di tattiche, di gambe che non girano, di notti brave dei campioni che poi è normale che si riducano così, mica fanno più vita da professionisti. E poi il doping (che si vergognino, buttano giù di tutto)e poi il motorino elettrico nascosto nei tubolari, e quello che lo ha spinto in salita perché se no mica ce la faceva… E tutti Cassani per una manciata di giorni.

Fenomenologia dell’italiano medio, insomma. Metafora dell’uomo qualunque che ama lo sport e che in fondo lo detesta. Simbologia della fatica ma l’unica che viene accettata, alla fine, è quella del divano con la pancia in libertà e le gambe sollevate. Ce ne faremo una ragione ma, quando in tivù comparirà in body l’uomo dei tempi che corrono, sarà inevitabile un sorrisino sotto i baffi.

e.galigani@laprovincia.it

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