di Ernesto Galigani
La domanda, per quanto retorica, è tutt’altro che banale: questo territorio – quello che fa riferimento al lago di Como e ai suoi due rami di manzoniana memoria – ama davvero il ciclismo? Non il ciclismo dei grandi, si capisce, che quello piace proprio a tutti per il semplice fatto che affonda nella cultura popolare, che non chiede biglietto di ingresso e che regala emozioni forti. E che, soprattutto, non conosce problemi di latitudine.

Le ultime pedalate sul Muro di Sormano, fino al 27% di pendenza
No, ci riferiamo al ciclismo amatoriale, a quello della domenica, a quello che un po’ pomposamente viene definito delle manifestazioni di “gran fondo” e che in questo blog siamo soliti raccontarvi visto direttamente dai pedali. Lo spunto arriva dalle due gran fondo, per l’appunto, che sono andate in scena l’8 ottobre: una a Como, organizzata da Gazzetta-Rcs il giorno successivo al Giro di Lombardia dei professionisti e l’altra a Lecco, voluta da fratel Agostino del Don Guanella, appassionato di due ruote come pochi. E già la coincidenza, senza neppure pensarci un attimo, induce qualche perplessità: due gran fondo, su due percorsi da urlo, nella stessa giornata a venti chilometri di distanza l’una dall’altra, quasi a dividersi il popolo del ciclismo della domenica? Chi scrive ha puntato su Como, ma – se non ci fosse stata questa incredibile sovrapposizione – avrebbe volentieri partecipato anche a quella di Lecco. Ne avrebbero guadagnato tutti, a partire dagli organizzatori che, anziché 1.500 partecipanti a testa, avrebbero potuto ragionevolmente puntare al raddoppio.

La partenza della Gran Fondo del Giro di Lombardia a Como

La meraviglia del lago di Como a Bellagio
Oddio, non siamo certo stati i soli a notare questo sgambettarsi a vicenda che, senza troppo dilungarci, è frutto di una situazione nata male e finita peggio. Con i “comaschi” che non potevano certo modificare il giorno del Giro di Lombardia (e della relativa corsa per gli amatori) e i “lecchesi” che – con altrettante buone ragioni – avevano fissato la data della loro corsa con largo anticipo, già nel mese di gennaio. Il compromesso ha portato al rispetto della contemporaneità (inevitabile per ovvie ragioni di programmazione e organizzative) con due percorsi diversi e senza sovrapposizioni (già, perché inizialmente il Ghisallo era l’attrazione principale di entrambe le corse). Ma è ovvio che nessuno ha potuto gioire fino in fondo di questa soluzione, a cominciare proprio dagli amatori.
Se si volesse infierire bisognerebbe parlare anche dell’accoglienza che le due città – un termine volutamente generico per includere forze dell’ordine, amministratori comunali e provinciali – hanno riservato a questi appuntamenti. E che sono stati vissuti – almeno, questa è l’impressione di chi ha corso – quasi con fastidio, lo stesso che si prova quando si deve andare dal dentista anche se si vorrebbe essere a mille miglia di distanza. Entrambi i percorsi sono stati modificati per le pressioni dei sindaci: a Como è stata tolta l’ultima salita del San Fermo perché avrebbe creato problemi alla circolazione (sic), a Lecco si è scelta una via alternativa per raggiungere la Valsassina a causa di una frana sulla strada che da Bellano portava in Valvarrone. E, ancora, al Giro di Lombardia per amatori gli organizzatori sono stati costretti a costringere i partecipanti a correre in mezzo alle auto, slalomeggiando tra gli scalmanati turisti della domenica. Dei pericoli sul tratto tra Nesso e Como, sulla salita e la discesa di Civiglio e, soprattutto, sul tratto cittadino con le transenne rimosse e le auto del tutto incuranti di ogni prudenza (con tanto di incidente a 500 metri dal traguardo) abbiamo già raccontato nell’articolo apparso su “La Provincia” e che potete rileggere su questo blog. Lo stesso, tuttavia, raccontano coloro che hanno partecipato alla Gran Fondo lecchese, con analoghe testimonianze di pericoli scampati.
La sensazione, soprattutto per chi come chi scrive, ha partecipato ad altre gran fondo (dall’Emilia Romagna al Trentino Alto Adige passando per Bergamo, terra di ciclisti indomiti) è che siano state due occasioni sprecate. Perché i percorsi delle Gran Fondo lombarde – comasche e lecchesi, in particolare – non sono secondi a nessuno con salite entrate nella memoria di tutti, indipendentemente dall’amore per il ciclismo. Ghisallo, Sormano, Civiglio, Sormano sono nomi noti a livello internazionale ed è un vero peccato che vengano banalizzati in questo modo, vissute come un pedaggio quasi inevitabile da pagare anziché una grande opportunità economica e turistica. Come avviene, per esempio, a Corvara in occasione della Maratona Dles Dolomites, una corsa che è diventata un colossale giro d’affari per gli operatori turistici, in attesa della neve invernale e della riapertura degli impianti da sci. O sul Lago di Garda, dove queste manifestazioni si moltiplicano anno dopo anno e hanno come minimo le stesse mire turistiche di questo territorio. Tutti stupidi?
Se avessimo posto una domanda del genere agli organizzatori il giorno successivo alle due manifestazioni lariane avremmo sicuramente avuto una risposta più o meno così: “L’anno prossimo? Non se ne parla neppure”… C’è da sperare che il tempo stemperi la mortificazione delle tante persone che hanno lavorato per offrire un’alternativa allo shopping sul lungolago (dagli organizzatori ai volontari, dai vigili urbani alla protezione civile) e che gli amministratori – a tutti i i livelli – comprendano almeno un pochino che non si vive di sole automobili. E che si può pensare, allargando il discorso, non soltanto ai sensi unici da modificare, alle buche da chiudere (magari), al verde da sacrificare al cemento perché non basta mai. Ma anche alle corsie preferenziali per chi va in bicicletta (ci sono a Londra, potrebbero benissimo esistere anche a Como e Lecco, credeteci), ai blocchi dei centri storici, ai mezzi pubblici da incentivare per indurre i cittadini a lasciare l’auto in un bel parcheggio di interscambio a pedaggio ridotto. Discorsi che, su queste colonne e non solo, rappresentano la normalità e non certo un’eccezione. E che, chissà perché, trovano sempre ampi consensi e roboanti dichiarazioni di principio. Ma poi, quando finisce la conferenza stampa e si risale in auto, basta il primo ciclista sul proprio percorso per spingere la mano sul clacson. Dimenticando tutto, a cominciare dalla buone maniere.
e.galigani@laprovincia.it






