Ci sarebbe molto da scrivere sulla Gran Fondo Lombardia organizzata da Rcs Sport tra mille difficoltà. E lo faremo nei prossimi giorni. Questa mattina su “La Provincia di Como” ho provato a mettere insieme qualche considerazione, sia sulla corsa alla quale ho avuto il piacere e l’onore di partecipare sia sui problemi di convivenza (quasi impossibile) con le automobili e, forse, con la stessa città di Como. Spero, in cuor mio, che Paolo Bellino – direttore generale di Rcs Sport – non si arrenda e riproponga la corsa anche il prossimo anno. Ma, come detto, ne riparleremo. In questa sede, mi permetto sottoporre l’articolo de La Provincia.

La pagina de “La Provincia di Como” con un grazie a Nicola Nenci
di Ernesto Galigani
C’è la ciclista che arriva dalla Spagna (o bisogna già chiamarla Catalogna?) e non sta più nella pelle alla sola idea di pedalare nella storia e che, sulle rampe finali del Ghisallo, si mette a cantare a squarciagola per farlo sapere a tutti, ma proprio a tutti. C’è la volontaria (carinissima) della Croce Rossa di Lipomo che sulle rampe impossibili del muro di Sormano – laddove almeno la metà dei partecipanti sceglie di salire a piedi – regala un sorriso giovane e innocente, quasi a dirti senza parole che c’è del bello anche nella sofferenza. C’è l’inglese di Londra che, insieme ai suoi amici, sgrana gli occhi davanti all’azzurro del cielo, al blu del lago ripetendo come un mantra che “it’s wonderful”. Difficile dargli torto, anche se si è nati a queste latitudini e le strade del Gran Fondo Lombardia le conosci buca per buca, come i nomi delle vie: lo sky line di queste terre non ha eguali.
E proprio per tutti questi motivi – che da soli valgono il prezzo del pettorale e ti fanno benedire la saggia decisione di essere uno dei protagonisti – sale la rabbia al pensiero dell’altra faccia della medaglia. Lo sappiamo, nella vulgata generale che fa di tutta l’erba un solo fascio, siamo il sassolino nella ruota di chi va di fretta, protetta dalle lamiere supersicure del suo Suv.; il “cantiere in movimento” che ti costringe a rallentare.
Però, sarebbe bello sapere che cosa avrà mai avuto tanto urgente da fare, l’automobilista che alle 7.45 di una domenica di ottobre cerca di intrufolarsi nel serpentone di duemila cicloamatori appena partito da Como e che si accinge a doppiare la rotonda di Tavernerio- Albese. E ci piacerebbe sapere che cosa aveva dimenticato sul fornello quell’altro che, una manciata di chilometri più avanti, non resiste alla tentazione zaloniana di calare i suoi palmi sul clacson, godendo di un suono tanto liberatorio (per chi lo provoca) quanto irritante (per chi lo subisce).
Il bello e il brutto, insomma, di una corsa che Como – ma forse è soltanto l’impressione di chi scrive – dà la sensazione di sopportare, come un’influenza qualsiasi che prima o poi passa da sola e magari neppure torna più. Ma non dà certo la sensazione di amare, coccolare e difendere con i denti come vorrebbe – se non proprio la passione – almeno il buon senso. Perché il Lombardia, quello dei professionisti del sabato e degli amatori della domenica, significa alberghi pieni (non ci crederete, ma i ciclisti dormono e qualche volta si portano appresso pure le famiglie), bar che faticano a tenere il ritmo dei caffè, ristoranti che si riempiono d’un botto. Per non parlare del fatto che uno “spottone” di due ore come quello di sabato – con l’elicottero a mostrare che Como è bella quando è bella – giustifica già in partenza ogni disagio.

La partenza dal lungolago: alba appena sorta
Vista da dentro, la corsa è un frullatore di emozioni, di fatica, di sorrisi, di divertimento e anche di paura. Quando la strada scende dal muro di Sormano e porta verso Nesso,tutti pensano che il più sia fatto. E invece no, perché quei venti chilometri su e giù che portano a Como (una banalità ciclistica) sono l’ostacolo più difficile da superare. Non c’è neppure il tempo di buttare l’occhio oltre il guard rail e illuminarsi d’immenso con lo show silenzioso del lago. C’è da evitare la macchina che vuole passare anche se non c’è spazio, c’è da maledire l’autista del furgone (che ci fa un furgone la domenica mattina?) che ha una fretta del diavolo ed è disposto a scarnificarti un polpaccio stringendoti sul muretto piuttosto che correre il rischio di graffiare la sua preziosa vernice bianca nell’incrocio con l’altro mezzo.
Così come fanno paura gli ultimi cinque comodi chilometri, inseguiti per una intera mattinata e che – una volta che ti ci trovi in mezzo – ti vien voglia di tornare nel bosco del triangolo Lariano ad ascoltare le strofe stonate dalla nostra amica spagnola. Auto che sbucano da ogni incrocio, transenne distrutte, pedoni che ti guardano male e gli organizzatori che, poverini, hanno sicuramente fatto il massimo viste le circostanze e le pressioni cui saranno stati sottoposti per finire più in fretta possibile. Solo una volta tagliato il traguardo, si finisce per capire il senso delle parole dello speaker che ha passato la mezzora prima delle partenza a metterti in guardia dal traffico e a ribadire che il tempo massimo era di sei ore e poi, raus, tutti in balìa delle lamiere. Era un messaggio in codice: probabilmente intendeva sei minuti.
e.galigani@laprovincia.it






