La mia Maratona dell’Amore

di Ernesto Galigani

C’è un particolare che unisce tutti i 9.500 partecipanti alla Maratona dles Dolomites, la più importante Gran Fondo per amatori che giust’appunto una settimana fa ha celebrato la trentunesima edizione. Un filo sottile, certo banale per chi non mastica di pedivelle, ma che rende tutti i partecipanti uguali davanti alla nostra divinità pagana, ovvero la bicicletta.

Alberto Sorbini di Enervit con Michil Costa

Complice la fortuna di essere alla terza esperienza consecutiva – Michil santo subito, mi viene da dire – ho avuto anche quest’anno la possibilità di toccarlo con mano e di farci un paio di pensieri sopra (non di più, sia mai…). Ma non mi riferisco solo al giorno della corsa, quando ogni barriera sociale e geografica si abbatte quasi naturalmente sulle rampe che portano alle cime più maestose del ciclismo, quanto piuttosto alla conferenza stampa che precede la competizione. A condurla, accanto all’organizzatore Michil Costa, ci sono sempre ospiti illustri, quelli che con la loro presenza certificano l’eccezionalità dell’evento.

 

 

Lo scorso anno, qualche frequentatore di questo blog lo

Fabrizio Ravanelli, dalla Juve alla bici

ricorderà, c’era Miguel Indurain. Quest’anno era la volta di Bradley Wiggins (uno che ha vinto il tour de France e ha fatto il record dell’ora, per capirci), di Fabrizio Ravanelli, l’idolo di noi juventini che da quel maggio del 1996 inseguiamo il sogno più ambito e più negato, di Paolo Bettini che proprio ad un Lombardia di Como colse una delle vittorie più belle della sua luminosa carriera. A colpirmi è stato però Paolo Kessisoglu, ex delle Iene, la metà alta della coppia comica Luca e Paolo che ha presentato il festival di Sanremo. A parte la singolarità dell’ uomo di spettacolo in bicicletta – senza offesa, ma le due ruote sono l’antitesi dell’effimero – sono state le sue parole a lasciare un segno. Illustrando la genesi dei suoi primi colpi di pedale, ha detto, parola più parola meno: “Un giorno un amico mi ha invitato a partecipare a una partita di golf.  Il giorno successivo, un altro mi ha portato in bicicletta. Alla fine delle due giornate, ho restituito mazza e palline. Sono salito in bicicletta e non sono più sceso. La fatica che ho provato non ha prezzo”.

 

Le stesse parole che, al netto del golf, potrei raccontare io. Le stesse parole che potrebbero pronunciare tutti quelli che vanno in bicicletta e che non trovano altro vocabolo a giustificazione del loro sconclusionato amore per le due

Paolo Kessisoglu con Michil Costa

ruote che non sia “fatica”. Ma è una fatica ben diversa da quella del posto di lavoro, del lavoro domestico “prestato” alla moglie (e viceversa, si capisce), dello stesso vivere. E’ una fatica che si potrebbe definire quasi trascendente, se non si temesse di sfiorare la blasfemia. Che riempie il cuore e l’anima, che aiuta ad affrontare la vita e la professione in modo diverso e certo migliore. Perché se sei un vip di quelli che si sono affermati nel mondo delle professioni, e scegli di passare cinque ore in sella ad una bicicletta a sputare l’anima anziché portare il “lato B” in qualche atollo delle Maldive, beh, un po’ deve essere vero.

 

Non è un caso che Michil Costa, l’organizzatore di questa Maratona, ogni anno decida di assegnare un “nome” alla corsa. Un giochino che non è affatto un giochino per catturare qualche risatina a buon mercato o per tirarsela un po’. Se si sceglie una parola come “Amore” – era lo

Le mani d”oro di Daniela per fissare il pettorale sulla maglietta di gara

slogan dell’edizione numero 31 – si comprende fin troppo bene che il marketing non centra niente. E se si approfondisce un pochino la storia di questa corsa nata come sfida estrema e ora diventata un evento da 6 ore di diretta Rai, si scopre che l’amore è per tutto quello che la bicicletta si porta dietro: la riscoperta di un’ecologia sana (lo sapete che in Alta Badia non si trova un cestino a pagarlo oro eppure non c’è un rifiuto per strada?), la lotta estrema e spesso faticosa per difendere le proprie radici e la propria terra, come dimostra la battaglia (vinta) per la chiusura una volta la settimana del passo Sella ai mezzi motorizzati. Se non fosse che ci ha già pensato uno scrittore francese, si potrebbe tranquillamente parlare di “ciclosofia”.

E poi ci sarebbe l’aspetto agonistico che

In griglia alle 5.45 del mattino: ci sono 4 gradi

agonistico, in realtà, non è. Alla Maratona dles Dolomites vincono tutti quelli che si presentano alle 5.30 del mattino alla partenza con una temperatura di quattro gradi quattro, quelli che scavallano i passi dolomitici posti tutti a oltre duemila metri, quelli che si buttano in discesa battendo i denti perché non hanno il tempo di fermarsi a mettere la mantellina che devono vincere la loro personale battaglia con se stessi. Quelli che maledicono gli organizzatori per aver posto a 4 chilometri dal traguardo un “muro” adatto soltanto ai gatti (e così si chiama, quella salita da 363 metri al 19 per cento fisso di pendenza) e accidenti che nessuno salta le transenne per darti una spinta.

 

Quelli che salgono gli undici chilometri e rotti del passo Falzarego con gli abeti da una parte e gli abeti dall’altra (ma saranno poi davvero abeti?) riempiendosi la testa di un silenzio che quasi stordisce; quelli che davanti al cartello di inizio salita del Pordoi non si spaventano mica delle frasi che ci stanno scritte sopra (a cominciare dall’indicazione dei 33 tornanti 33) e che anzi, in cuor loro, se lo dicono pure che qualche tempo fa, proprio come sta facendo ora lui, su quella stessa strada ci passarono anche Coppi e Bartali (magari ad altra velocità, ma che importa?). Quelli che iniziano il passo Sella (il più difficile, per me) rinunciando a pensare alle pendenze che stanno per arrivare e godendosi, al contrario, quei monti pallidi colorati di rosso “che una cosa così tu non l’hai vista mai”.

Quelli che, agli ultimi cinquecento metri di corsa, si stirano la maglietta con le mani come i ciclisti veri, sollevano la testa tronfi del loro essere arrivati e si riempiono il cuore dei battimani della gente che sta oltre le transenne. Non applaudono il tuo pettorale, certo, ma la tua fatica portata a termine. Eppure basta questo per far scivolare giù dagli occhi, opportunamente protetti dalle lenti da sole e dal sudore, una lacrimuccia di stupida ma sincera commozione. Che sconfina in un’insana ondata di effimero entusiasmo (questo concedetemelo) quando si scopre dal tabellone e dall’sms del servizio cronometrico che hai impiegato dieci minuti in meno dell’anno precedente. Qualche volta, bisognerebbe pur dirlo a quelli che fanno la “caccia al ciclista” sulle strade, ci si può essere tanto amore anche in un colpo di pedale. Grazie Michil. Anzi, giulan.

e.galigani@laprovincia.it

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