E’ oggettivamente intrigante l’idea del conto alla rovescia sulla home page del sito ufficiale della Maratona Dles Dolomites, con tanto di orologio conta ore, minuti e secondi. Ma, a pensarci bene, anche un po’ inquietante perché l’impressione – per un amatore, ovviamente – è che il tempo scorra un po’ troppo veloce. Del resto Einstein e la sua teoria sulla relatività dell’incidente del tempo non è esattamente un patrimonio esclusivo degli studiosi di fisica.
Questa mattina, l’orologio segnava il meno 12 (giorni) alla partenza. Più che sufficiente per far salire ansia ed adrenalina e mettere ciascuno dei 9.300 fortunati partecipanti (beh, togliamoci una manciata di semi professionisti) di fronte al dilemma di ogni anno: “Ce la farò?”. Bella domanda, certo, lasciata a fluttuare nell’aria e nella mente di ciascuno. Del resto, che qualcosa stia rapidamente cambiando lo si intuisce anche dalla stessa pagina internet: le news si susseguono a ritmo più rapido, viene messa on line la brochure di presentazione, viene mostrata l’anteprima della “divisa da gara” (bellissima, come sempre). E, soprattutto compare il video di Davide Cassani che mostra a tutti noi come si deve scalare il Giau, montagna simbolo della corsa che – se fosse unica – non spaventerebbe più di tanto e che invece, ahinoi, è soltanto una delle tante imprese della mattinata di corsa.

Alla Culmine di San Pietro allenandomi per la Maratona Dles Dolomites
L’aspetto che più inquieta noi poveretti dalla pedivella pesante è il fatto che lui riesca a chiacchierare – senza neppure il fiatone – mentre si inerpica per pendenze medie che superano il 9 per cento. Lo ammetto, quando comincia a dissertare di frequenza cardiaca, cadenze di pedalata e rapporti, io alzo bandiera bianca… La mia spettacolosa Bianchi ha un solo gruppo di rapporti che uso sia per certi tironi senza neppure un cavalcavia sia per il Pordoi, il cardiofrequenzimetro non lo uso perché mi innervosisce e la cadenza di pedalata, beh, per quella vado ad occhio che non sbaglio quasi mai. L’importante, come in quella famosa canzone, è finire.
Prima di rubricare questo ammasso di parole alla voce “chissenefrega” (e ne avreste ben donde) potreste chiedervi il perché di questo innamoramento viscerale rispetto a una corsa che non è solo una corsa. Un amore – giusto per riprendere il tema scelto dall’organizzatore Michil Costa – del quale è difficile comprendere le ragioni, se ci si limitasse (e lo fanno tutti i non ciclisti) a considerare la fatica, il dislivello, i tanti chilometri di salita, il tormento nelle parti meno nobili del proprio corpo.
Non so gli altri ma, per quanto mi riguarda, la Maratona dles Dolomites è la sublimazione dell’interazione tra uomo e bicicletta. Non fatevi spaventare dalla parolona buttata lì a sproposito e provate a pensarci: la natura, il silenzio, la fatica e la meraviglia di un creato che, a chiunque lo si debba, ha fatto proprio un bel lavoro.
E, ancora, la Maratona è la rivincita di noi ciclisti, quelli che ogni maledetta domenica – e senza alcuno che ce lo ricordi dall’alto di un film – devono fare i conti con automobilisti incazzati che si strombazzano nella ruota posteriore, con le buche che massacrano le ruote, con la burocrazia italiota che – per non sostituire le lampade bruciate di una galleria – piazzano un bel cartello di divieto di transito per le biciclette. A Corvara, La Villa, San Cassiano è tutta un’altra vita. Per una settimana il mondo va alla rovescia: a comandare sono le biciclette , che tornano ad essere – come scriveva Montanelli tanti anni fa – “un mezzo per spostarsi da un punto all’altro” e non “un oggetto senz’anima, per musei e studi fotografici,l da cavalcare due volte l’anno per farsi ritrarre in una posizione diversa dalle solite”.
Michil Costa, per chi avesse voglia di gustarsi il suo delizioso blog, lo teorizza da tempo e lo ribadisce ogni giorno. La bellezza non può prescindere dalla bicicletta, per una serie di ragioni che non possono essere catalogate sbrigativamente alla voce ecologia. Così come alla voce ecologia non può essere rubricata la battaglia vinta contro i motori, ai quali – tutti i mercoledì di luglio e agosto – sarà interdetto il passaggio al passo Selva. Piacerebbe molto, a noi che viviamo nell’area più densamente popolata d’Europa, che fossero molte più persone a ricordarselo. Il paesaggio, magari non maestoso come quei sassi dorati delle Dolomiti, non ci fa difetto. A fregarci è quella stramaledetta fretta, quella voglia di correre sempre e comunque fino a sfinirsi e a perdere persino il significato ( e la destinazione finale) di quelle corse sfrenate.
Non è un caso, non può essere un caso che alla Maratona Dles Dolomites, a questa edizione come a quelle precedenti, siano iscritti – accanto a tanti campioni di ogni sport – anche molti esponenti di primo piano della cultura, della grande industria, della new economy e persino del giornalismo, segno evidente – lo dico per noi addetti ai lavori – che allora “c’è vita anche su Marte”. Non occorre essere manager d’alto bordo per andare in bicicletta. Ma se vai in bicicletta anche l’essere manager ne riesce meglio. E pazienza se – noi che manager non siamo ma semplici giornalisti pedalanti – ci presenteremo all’appuntamento più stanchi e stressati di quanto vorremmo, con la testa piena di pensieri e preoccupazioni. Ma con la voglia, per una giornata, di buttare tutto al macero. Questo sì che è amore.
Ernesto Galigani
e.galigani@laprovincia.it






