Lo Squalo (dell’Adriatico)

D’accordo, battezzarmi “giornalista pedalante” è stato un peccato di vanità (per il pedalante, è ovvio). Ma a tutto c’è un limite. E nella settimana finale del Giro d’Italia bisogna accontentarsi di qualche manciata di chilometri della Valdengo-Bergamo (che spettacolo di percorso, ragazzi) facendo contemporaneamente un salto all’indietro, al weekend che l’ha preceduta.

Già, perché mi piace raccontarvi della “Gran Fondo degli Squali” (www.granfondosquali.it)  splendida granfondo arrivata alla terza edizione, con partenza dall’Acquario di Cattolica (da cui il nome) e arrivo a Gabicce Monte (quindi in salita). Ci sono andato per tanti motivi e Nibali, lo squalo dello stretto, non c’entra. Provo ad elencarli in ordine assai sparso:

  • volevo scoprire se, sette giorni dopo la Gf Gimondi, sarei stato in grado di affrontare un’altra Gran Fondo.
  • La Nove Colli l’ho già fatta due volte e, a dirla tutta, ho l’impressione che se la tirino un po’. Meglio saltare un paio di turni.
  • Era un’ottima preparazione in vista della Maratona dles Dolomites, dove invece, non se la tirano per niente e non mi stancherò mai di farla (a gamba piacendo)
  • Mi piaceva l’idea di trascorrere un lungo fine settimana coccolato dal mio amico Stefano nel suo Hotel Dory di Riccione (il paradiso dei ciclisti, provare per credere)
  • Al via saremmo stati soltanto in 2.400 e, per di più, con una partenza più “umana” fissata alle 8 del mattino.
  • Conoscevo alla perfezione il percorso, che mastico ogni estate che Dio manda in terra da vent’anni a questa parte.
  • E proprio perché conoscevo i luoghi, volevo testare le mie gambe su strade che, per l’appunto, le gambe le stroncano. Un “mangia e bevi” continuo per 145 chilometri, tra salite brevi ma con pendenze al 15 per cento e discese altrettanto brevi e a rotta di collo.

Ce ne era a sufficienza, dunque, per dare un senso compiuto a una Gran Fondo che è andata ad impreziosire il mio personalissimo (sia pur modesto) palmares, ritagliandosi un posto di primo piano. Il risultato, come al solito, è l’ultima cosa che conta (non è vero, ma fa figo dirlo): 6 ore e una manciata di minuti a 23 chilometri e rotti di media. Che, per le mie gambe, va benissimo così. Al netto delle buche, era invece da ciucciarsi le dita come quello delle patatine, invece, lo spettacolare percorso,

Ritrovo in griglia a Cattolica

immerso nel verde dell’entroterra romagnolo. Gradara, Morciano di Romagna, Mercatino Conca. E poi le salite, a partire da quella del Monte Altavelio, con pendenze importanti e interamente esposta al sole. Poi, ancora, la risalita verso Urbino (11 chilometri nel bosco al 5 per cento medio di pendenza) e poi i continui su e giù fino al chilometro cento. Lì, con le gambe ormai ingolfate e tanti amici alle prese con i crampi, la salita più insidiosa, cui non rende onore il gentile nome di Belvedere Fogliense. Perché di gentile, manco a dirlo, non c’è nulla: 2 chilometri e mezzo con pendenze costantemente superiori al 10-12 per cento. Con tutto quello che ciò significa dopo aver percorso così tanti chilometri. Ed è stato proprio lì, a dirla tutta, che ho incontrato tanti “colleghi” appiedati, nascosti dietro le scuse più improbabili. Dal classico salto di catena al giramento di testa, dalla borraccia vuota non-è-che-ne-hai-una-di-avanzo? fino al moscerino nell’occhio e chissà come avrà fatto ad infilarsi se hai gli occhiali da sole. Oddio, il cinguettio degli uccellini l’ho sentito anch’io, dentro quel bosco, ma qualche collega di cordata mi ha poi assicurato che non era il frutto allucinogeno dell’acido lattico nelle gambe.

 

Il villaggio di partenza

Poi il passaggio a Mondaino, con il pavè a scorticare quello che hai di più prezioso e quindi Tavullia e il Monte Luro, a casa di Valentino Rossi per scivolare fino a Pesaro, tra località dai nomi che – in altre circostanze – farebbero pure ridere: da Babbucce a Cattabrighe. Ma da ridere non c’è voglia e tempo: cominciano gli ultimi quindici chilometri della strada panoramica del San Bartolo. Un angolo di Puglia selvaggia con la strada che – tutta in salita, ovviamente – costeggia una scogliera meravigliosa che si butta nel mare, teatro due anni fa di una splendida cronometro del Giro d’Italia. E’ un’area protetta che ha come capitale Fiorenzuola di Focara, dei cui abitanti non sia sa se siano più orgogliosi di comparire nella Divina Commedia di Dante Aligheri oppure di avere un baretto strategicamente sistemato in piazza e nel quale Marco Pantani si fermava sempre per un caffè (e una foto) di ritorno dal Carpegna.

Acquario di Cattolica

Infine il traguardo di Gabicce Monte che a ben guardare, senza dirlo troppo in giro, ne avresti ancora un po’ nelle gambe e forse avresti potuto spingere qualche dente più duro.

Ma importa poco davanti al rituale di sempre. Fatto di maglie sudate, di piadine e sarde che vanno via molto più del pane (ma a me, senza offesa, solo l’idea mi faceva venir voglia di rimettere tutti i gel di giornata), di applausi per tutti, di medaglie e di miss, di biciclette e di resurrezioni improvvise come quello che hai superato dieci chilometri prima con una faccia che neppure Lazzaro in agonia e che ora gigioneggia al telefono con la moglie fingendo che sia stata una passeggiata. Passando per l’amatore-professionista che non conosce gli ossimori ma, in compenso, ha già fatto la doccia e sta cercando con lo sguardo altezzoso dove è finito il pullmino della sua squadra.

Una gran fondo che merita di essere frequentata, in ogni caso. Perché, a dispetto delle strade davvero malmesse e che gridavano vendetta al cielo, alla fine si è pur sempre in Romagna. Dove anche la fatica – vuoi per il sole, vuoi per la gente – ha un sapore diverso.

Ernesto Galigani

e.galigani@laprovincia.it

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