Beh, anche questa è fatta. Quando l’età avanza – con vorticoso mulinare di pedivelle – appuntarsi una metaforica medaglia sul petto è inevitabilmente motivo di orgoglio. Quindi, portate pazienza: anche questa Gran Fondo Internazionale Gimondi di Bergamo – la seconda consecutiva – è fatta. E pure bene, se mi consentite il naufragare nel dolce mare della vanagloria. Ventisette minuti in meno rispetto all’edizione precedente non è mica roba da buttare ai porci.
Anche perché – e i colleghi pedalatori lo sanno bene – la seconda edizione è sempre più insidiosa di quella del debutto. Le “prime volte” portano con sé l’entusiasmo del neofita che qualcuno, un po’ meno elegantemente, chiama il “culo del principiante”. E tutto quello che arriva, comunque vada, è tutto guadagnato.
Ripetersi è sicuramente più difficile. E quest’anno lo è stato di più. Perché per tutta la giornata della vigilia ha piovuto da fare schifo. Perché in 130 chilometri di corsa non abbiamo visto un raggio di sole. Perché faceva un freddo becco (e ai mille metri del Selvino anche di più) a tal punto che quando ti buttavi in discesa, non potevi fare a meno di rimpiangere la fatica della salita. Perché l’umidità, me lo ha detto un tecnologicissimo compagno di avventura, superava addirittura l’80 per cento. Capirete fin troppo bene, di conseguenza, perché l’aver migliorato di 27 minuti il tempo dell’anno precedente è tanta roba. Al punto da farmi pensare (ma senza troppo dirlo in giro) che l’anno scorso ero stato proprio una pippa megagalattica.
La Gran Fondo Gimondi, per quanto mi riguarda, è seconda soltanto alla Maratona Delle Dolomiti dell’amico Michil Costa. Per fascino, percorso e organizzazione. Le salite verso il Colle del Gallo, Selvino, Costa d’Olda e Forcella di Bura sono pedalabili, certo, ma ti tirano il collo per la lunghezza. Il falsopiano (molto falso, poco piano) della Val Taleggio è

Il momento della partenza
una spettacolare immersione nella natura più selvaggia, con il fiume che scorre impetuoso accanto a te e la montagna che sembra debba caderti addosso ad ogni colpo di pedale. E poco importa se non c’erano i raggi del sole a infiltrarsi come lame in quei canyon naturali. La discesa che porta verso Brembilla – perché mica si vive di sole salite, perdinci – è una sfida al coraggio: larga, ben tenuta (quasi ovunque) ma molto tecnica, fatta di tornanti da prendere per il verso giusto se non si vuole correre il rischio di finire nel dirupo.
Il tratto meno affascinante, per quelli che hanno scelto la media di 130 chilometri, è forse quello che porta dall’abitato di Brembilla fino al traguardo di Bergamo passando per quella cintura periferica che risponde ai nomi di Almè, Ponteranica e compagnia bella. Eppure, per chi aveva già messo nelle gambe 111 chilometri di fatica, era bello pure quello, con i cartelli del -15, -10 e via via a scendere che rappresentavano comunque un’iniezione di entusiasmo.
L’organizzazione, poi, è spettacolosa. Solo chi si occupa di manifestazioni sportive – in questo mondo dove se non hai un Suv sotto il sedere e uno smartphone in mano non sei nessuno – conosce quante difficoltà deve affrontare un Comitato organizzatore, a cominciare dalla viabilità. Già, perché pare che solo l’idea di portare un po’ di pazienza per una mattina di maggio, sia una violazione ai dieci comandamenti scolpiti nella pietra. Dacci la nostra coda quotidiana, anche se soltanto per andare a prendere il giornale all’edicola un chilometro più sotto. Erano 800 i volontari e il personale delle Forze dell’Ordine schierati ad ogni incrocio, ad ogni punto pericoloso, ad ogni rotonda e, per quanto mi riguarda, il loro lavoro è stato splendido. Soprattutto nel tratto tra Almè e Bergamo (che è una città di 120 mila abitanti, mica un borgo rurale del Molise) quando li ho visti spalettare con grande severità sul muso dei soliti presuntuosetti che pretendevano di infilarsi ovunque. A dispetto degli avvisi che da settimane si potevano trovare ovunque. Beh, per noi che siamo soliti sentirsi suonare il clacson dietro le spalle ad ogni piè sospinto, queste sono piccole grandi soddisfazioni. E per tutto il resto, useremo quella famosa carta di credito.

E quello dell’arrivo
Resterebbe il protagonista, quel Felice Gimondi che ha vinto tutto, che dà il nome alla corsa e che ancora adesso, da bergamasco fino al midollo, un po’ si emoziona quando il gruppo gli scivola accanto e lo saluta con l’affetto che soltanto i grandi hanno saputo meritarsi. Per tutti un “ciao”, un “andate piano che è lunga”, una simbolica pacca sulle spalle. Ha pedalato per un bel po’ di chilometri, dicono le cronache, avvolto nella sua tuta Bianchi (come la mia fantastica bicicletta, peraltro) perché le gambe, fin che le hai, bisogna usarle.
Un po’ quello che mi sono detto sotto lo striscione d’arrivo, dopo essermi applaudito tutt’altro che metaforicamente per aver concluso la prova (i soli complimenti sinceri fino in fondo, se ci pensate). Per evitare gli imbarazzi della “seconda volta” non avevo posizionato il computer sul manubrio e non avevo neppure guardato l’orologio. Soltanto la app del telefonino, nella tasca posteriore della maglietta, aveva continuato a funzionare. E quando l’ho guardata, bloccata su un tempo migliore di quello che mi aspettassi, beh, è stato un bel momento. Avevo già pronte un sacco di scuse che, mal che vada, tirerò fuori l’anno prossimo. Perché io, qui, ci torno…
Ernesto Galigani






