Più che tristezza, lo confesso, provo un po’ di rabbia nel leggere le cronache seguite alla scomparsa di Michele Scarponi, il ciclista dell’Astana travolto e ucciso praticamente sull’uscio di casa da un automobilista disattento, uno di quelli che (sia pure al netto della sua autentica disperazione) manco gli passa per la testa che la strada è un poco anche degli altri e che se deve svoltare… beh, svolta e basta tanto-non-arriva-nessuno.
Da un lato ci sono i giornalisti sportivi che provano a raccontare chi era questo esemplare professionista, già fuori a sudare alle 8 del mattino dopo essere rientrato la sera prima da una corsa a tappe. Dall’altra i quotidiani generalisti che per “andare oltre” – la frase cult che ogni caporedattore pronuncia al povero giornalista di turno – tolgono le ragnatele dai dati Istat, scavano nei meandri di Internet per poi tentare di sorprenderci con la sentenza che a Ragusa e Sassari ci sono 400 metri di piste ciclabili ogni cento chilometri. E a te, dall’altra parte del video, manco ti passa per la testa che la pista ciclabile non c’entra proprio nulla con la morte di Scarponi. Ma ve lo vedete un corridore professionista che fa fatica a rimanere nei limiti di velocità delle automobili mentre percorre una pista ciclabile, accanto al bimbo alle prime pedalate o alla nonna, che cerca faticosamente di provare a fare le ultime?

Michele Scarponi con Marina Romoli: abitavano a poche decine di chilometri di distanza. (Foto tratta da Sportfair.it)
Resisto alla tentazione del benaltrismo da salotto buono, ma è del tutto evidente che la questione, se si vuole imboccare questa strada, è mal posta. I quattro lettori di questo blog sanno benissimo che questo argomento è una costante, fino a rischiare – qualche volta l’ho pensato – di diventare pedante.
#savethecyclist è, per fare un esempio, il titolo di un articolo pubblicato su queste colonne di nulla nel settembre dell’anno scorso. Raccontava della morte di un ciclista comasco per colpa di una buca e della costernazione di facciata degli amministratori pubblici di quel territorio, secondo i quali l’asfaltatura di una strada pericolosa e più volte segnalata, non era in cima alle priorità. Altri pipponi di buon senso sono poi comparsi (compreso quello sui lampioni fulminati in due gallerie lecchesi che non vengono sostituiti e ‘fanculo i ciclisti) ma il concetto è sempre quello. Chi va in bicicletta viene considerato un utente, per così dire, “minore”. Uno di quelli i cui interessi possono essere messi tranquillamente in fondo ad un immaginario elenco di priorità. Prima di una strada da rattoppare, di un lampione da sostituire, di un viale da allargare, di un centro storico da chiudere c’è sempre , per l’appunto, “ ben altro”. Nell’effluvio di nulla che contraddistingue il “troppo parlare” spicca, perlomeno, l’intervista all’ex presidente del Consiglio, Romano Prodi che al Tg5 di domenica, invitato alla solita omelia che profuma di valium, ha invece sorpreso tutti. E il suo discorso può essere riassunto più o meno così: “Le strade fanno schifo, anche per questo i ciclisti muoiono”,
E poi c’è il capitolo automobilisti, nel senso più ampio del termine. Non tutti gli automobilisti (anzi, molto pochi) sono ciclisti mentre, a parti invertite, tutti i ciclisti sono anche automobilisti. E il problema di quelli che non conoscono la realtà della bicicletta è la mancanza di una vera educazione. Al buon senso prima ancora che all’intolleranza. Non ho alcuna voglia di tornare a discettare di arrapati ventenni con l’ormone incontrollabile che smanettano su what app mentre cercano di guidare. O di adulti paciarotti che “che saranno mai un paio di bicchieri di vino, ti ricordi quella volta che eravamo così bevuti da non ricordarci neppure la strada fatta…” e giù a ridere. O, ancora, di donne che infilano la rotonda con una mano sola sul volante e l’altra ben stretta sull’oggetto del comando… Credo che sia stato detto tutto, comprese le solite litanie sul ciclista che non sta al suo posto, che magari pedala affiancato ad un altro, che non si ferma ai semafori rossi, che gli puzzano i piedi e di certo non ha niente da fare perché se no mica andrebbe in giro a far fatica quando ci sono le piste di Madesimo che attendono…
Ecco, tutto questo mi ha un po’ stufato. Perché alla fine a morire sono sempre e solo i ciclisti: Scarponi era solo, stava nella sua corsia, non c’era un semaforo all’orizzonte e l’unica precedenza doveva essere data dall’autista di quel furgone. Il quale, pover’uomo anche lui, è stato tradito dalla mentalità che hanno messo in zucca a tutti noi insieme alla patente: “Non arrivano macchine dall’altra parte, vai pure”. Già, ma dall’altra parte arrivava un ciclista. Lo ha raccontato a chi scrive (trovate il suo racconto in questo blog) anche Marina Romoli che nel Lecchese venne fatta volare via da una macchina che ignorò la precedenza. Da allora è su una sedia a rotelle e, come rievocava su La Gazzetta dello Sport, lei lo Scarponi lo conosceva bene. Bisognerebbe proprio farlo capire a tutti che ogni domenica, su ogni incrocio, in ogni rotonda, ad ogni semaforo, in tutte le svolte, c’è sempre un ciclista che arriva.
Ernesto Galigani
e.galigani@laprovincia.it






