Se il ciclismo è davvero amatoriale

Beh, è fin troppo chiaro che ne parlo in evidente conflitto di interessi. Ma credo che siano in molti – tra gli amatori – a farsi quella che è una domanda senza risposta: fino a che punto è lecito spingersi nella ricerca della prestazione? E non mi riferisco affatto al doping che, considerata età, curriculum e prospettive, sarebbe una pratica a metà tra il ridicolo ed il patetico.

No, assai più prosaicamente mi riferisco a quello che tanti chiamano allenamento ma che per il sottoscritto – e spero per molti altri – rappresentgran-fondoa solo un’uscita in bicicletta. Lo chiedo ai miei quattro lettori perché ogni giorno, da inevitabile frequentatore di blog e siti per appassionati di ciclismo, vengono raggiunto – o mi imbatto, cambia poco – in tantissimi guru della pedalata, esperti dell’allenamento, ex professionisti che sono pronti a dispensare (spesso a pagamento, come ovvio) consigli, strategie e tabelle. Senza contare quello che si trova nel mare magnum della rete: basta cliccare “allenamento ciclismo amatoriale” su un qualsiasi motore di ricerca per trovare centinaia e migliaia di rispondenze.

E’ chiaro che un atleta giovane ha bisogno di una preparazione mirata e scientificamente collaudata. Ma è pur vero che solitamente è inserito in una squadra agonistica e quindi non ha certo bisogno di andare a scandagliare le risorse del web. Dunque, questo tipo di proposte sono destinate proprio a noi vecchietti, a ciclisti della domenica (e di ogni altro giorno possibile) che si illudono di poter barattare la propria feroce determinazione con qualche risultato agonisticamente accettabile. Quasi che quelle micidiali ricette (20 ripetute, trenta chilometri agili, dieci con il 53) fossero la piscina di Cocoon, quel fantastico film di qualche anno fa nel quale un gruppo di ospiti di una casa di riposo scopre la fontana della giovinezza salvo poi accorgersi che non basta saltare staccionate a 90 anni per sentirsi felici.

Il discorso ci porterebbe lontano. Ci si potrebbe persino spingere a dire che il macinare tabelle di allenamento in qualche caso è addirittura il primo passo verso l’abbattimento di ogni barriera psicologica e deontologica. Ma non è il caso di avventurarsi in questo labirinto.

Per quanto mi riguarda credo che nella parola “amatoriale” ci sia già la risposta più semplice ed immediata alla nostra voglia di ciclismo. L’alimentazione è ovviamente importante – trascinare cento chili sulle rampe del Ghisallo sarebbe oggettivamente un gratuito esperimento di masochismo – così come la pratica costante della bicicletta è condizione essenziale per presentarsi al via delle gran fondo (io le pratico) con una qualche speranza di poterle terminare prima che il sole tramonti. Ma mi fermo lì. Davanti agli inviti a seguire le tabelle di allenamento, mi viene da sbadigliare. La fatica mi piace da morire, scollinare un passo alpino con la maglietta madida di sudore e il cuore gonfio di orgoglio regala sensazioni uniche, viaggiare a 40 di media in gruppo è adrenalina pura… Ma credo che per arrivare a tutto ciò non ci si debba trasformare in robot (pure vecchio modello, vista l’anagrafe). Basta scendere in garage, staccare la bicicletta dal chiodo, mettersi in strada e pedalare. Perché, come dice il ciclista allo strizzacervelli che lo tormenta alla ricerca delle turpi ragioni della sua infelicità, “a me non serve la terapia ma una bicicletta”. Appunto.

Ernesto Galigani

e.galigani@laprovincia.it

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