L’altro “Lombardia”

L’aspetto più brutto del ciclismo, se visto da chi lo pratica foss’anche solo da amatore, è la lettura di certe cronache giornalistiche del giorno dopo. Scorrere i resoconti di tanti miei colleghi, è esercizio al quale non mi sottraggo – più dovere che per diletto – ma che mi fa tremendamente incazzare. Già, perché li ho visti e li vedo, nelle sale stampa delle corse o in certi studi televisivi mentre, sgranocchiando la patatina d’ordinanza e sorseggiando un “calice di quello buono”, danno un’occhiata distratta al maxischermo e, infilati nei loro pantaloni taglia 56 che non riescono neppure a contenere il prepotente strabordare delle pance, si accingono a intingere la penna nel calamaio del veleno. “Non aveva la gamba”, gigioneggia l’uno. E l’altro, serioso e sprezzante: “Troppi soldi, non fa vita da atleta”. E giù un altro spritz tutto d’un sorso, ma che buffet da pezzenti questi organizzatori, l’anno prossimo non ci vengo più…

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Aspettando il Giro di Lombardia

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I corridori stanno arrivando

20161001_133829_resized 20161001_133936_resized 20161001_142552_resizedD’accordo, per scrivere di ippica non bisogna necessariamente essere stati dei cavalli. Ma se sapessero, questi signori, quanto le loro cronache sono lontane dal comune sentire della gente – con una “g” sola, perché parlare di “tifosi” nel ciclismo è pleonastico – sicuramente lascerebbero un po’ della loro sicumera nel chiuso del loro stabiello della redazione.

Sabato c’era il “Lombardia”, la corsa monumento più bella del mondo, nello scenario più bello del mondo, con una copertura mediatica che farebbe sussultare dall’invidia metà delle località turistiche del mondo e che invece, a queste latitudini, provoca persino fastidio per le strade chiuse dieci minuti prima del passaggio della corsa e riaperte dieci minuti dopo… “Porca miseria, proprio adesso che mi chiude il supermercato, e la mozzarellina di bufala quando lo prendo?…”. Ebbene, sarebbe bastato stare in cima al Passo di Valcava, a 1336 metri di altezza, la cima Coppi di questa corsa, per rendersi conto di che cosa chiedono i tifosi a quei ragazzi in bicicletta, tanto magri da sembrare anoressici se non si sapesse che quelle gambette sono fatte di acciaio. Ho visto attempati signori incoraggiare i due ciclisti in fuga come se il traguardo fosse dietro la curva (uno era Caruso, dell’altro nessuno ne aveva la più pallida idea ad eccezione del signore che si era mangiatola Treccani della due ruote, ma chissenefrega). E ho visto quegli stessi signori applaudire con lo stesso entusiasmo il gruppone arrivato dopo quattro minuti. E fare lo stesso venti minuti dopo, quando dalla curva sono spuntate le sagome sudaticce degli ultimi della fila, stravolti dalla fatica: “Dai che li riprendi”, gridavano tutti, battendo le mani e non dimenticando mai un “bravo” che – raccontata ai colleghi dello spritz – sarebbe certo sembrata una presa per i fondelli. E che invece era uno slancio di sincera partecipazione emotiva. Perché con il cuore si pedala e con il cuore si apprezza la fatica di chi pedala.

Sarebbe bastato vedere con i propri occhi – come mi è capitato – lo sguardo pieno di riconoscenza di quel corridore in maglia blu che, ultimo degli ultimi, ha sollevato il viso dal manubrio volgendosi verso la signora che l’aveva così semplicemente incoraggiato. Nei suoi occhi c’era la riconoscenza. In quelli della signora la consapevolezza che non c’è proprio nulla di cui vergognarsi quando si scala una salita di dieci chilometri con gli ultimi tre attorno al 17 per cento di pendenza.

Ma questo è difficile da capire se non si è coinvolti. Ho la fortuna di intuirlo perché sono un “giornalista pedalante” che cazzeggia di ciclismo (quello della domenica) ma che non disdegna i suoi bei chilometri in bicicletta. E la salita della Valcava, sabato mattina, me la sono fatta tutta d’un fiato con la mia Bianchi(na), insieme ad un manipolo di temerari.

Il bilancio può essere sintetizzato così. Tifosi in bicicletta: 10, tifosi in moto 30, tifosi in macchina 100 dove le cifre danno l’idea delle percentuali e non certo dei numeri assoluti, assai più sostanziosi se si escludono quelli delle due ruote. Sorpassi subiti: 8 (e questi sono veri). Sorpassi effettuati: 10. Ciclisti costretti a mettere il piede a terra: 2, tra cui una ragazza piegata letteralmente su se stessa a metà del muro (18 per cento) che costrinse Fignon a fare altrettanto in un Lombardia del 1990. “Tutto bene, serve aiuto?”. E lei, con un filo di voce: “No, vai pure, per me è troppo…”

Ciclisti al limite del collasso: 1, che zigzagava con la sua mountain bike e lo zainetto giallo in spalla, roba da avvertirlo “ehi, guarda che ti sto sorpassando a destra”. E lui, con la testa dondolante a dire “sì” che l’ultimo rantolo di fiato l’avrebbe risparmiato per qualcosa di più serio. Incoraggiamenti: a decine, tra cui quello serio e compito di un neofita del ciclista che – proprio sul muro che dà l’inizio agli ultimi tre chilometri di sofferenza – mi ha detto: “Tranquillo, tra un po’ spiana…”. Come se non sapesse che duemila metri di quelle rampe sono l’equivalente di 50 di pianura.

Tifosi stranieri: come se piovesse, a cominciare da un simpatico ragazzo francese armato di spray color fucsia (vernice e pennello non si usano più) che mi precedeva tagliando i tornanti per scrivere sull’asfalto il nome del suo “Bardet”, francesino di belle speranze quarto al traguardo di Bergamo. Con un occhio all’asfalto e l’altro, assai più vigile, alle macchine “de la Police” che sia mai mi mettono dentro per imbrattamento. Premio per lo sforzo più inutile: il tifoso italiano di Villella (un altro dei grandi protagonisti) che ha scelto uno spray dall’improbabile colore verde scuro per spingere il suo mito. Peccato che, sull’asfalto, non si vedesse nulla.

Tifosi italiani: un’altra marea, distribuiti soprattutto lungo gli ultimi tre chilometri tra panini freddi, birra e coca cola. Tifosi italiani furbi: tutti quelli radunati allo scollinamento – proprio sotto le orribili antenne delle televisioni – che, prima di fare festa agli atleti, l’hanno fatta al baracchino delle salamelle e delle birre. Il primo odore che si avvertiva, una volta arrivati in cima, non era quello dell’olio canforato ma quello della barbecue. Non propriamente un balsamo per chi si è scarozzato quel po’ po’ di salita invocando tutti i santi del cielo.

Premio alla perfidia agli organizzatori che, a poco più di due chilometri dalla vetta dalla Valcava, hanno piazzato un bel cartello rosa per informare i corridori che, al traguardo, da lì in poi sarebbero mancati altri cento chilometri. Bell’incoraggiamento, non c’è che dire. Come andare ad un funerale per informare i parenti del compianto che, tranquilli, prima o poi sarebbe toccato anche a loro. Premio (bis) agli organizzatori per essere riusciti a far scucire dalla Provincia di Lecco (o di Bergamo, poco importa) una manciata di euro per asfaltare gli ultimi 50 metri prima del passo, che erano ridotti ad un percorso di guerra, quasi una presa in giro alle migliaia di cicloturisti (e ciclisti veri) che quella salita la fanno tutti i giorni da marzo a ottobre e che si sono chiesti per tutta l’estate: “Ma ci vuole così tanto per buttare un mezzo camion di asfalto?”. No, ci voleva il Lombardia e se le 70 righe precedenti non vi sono bastate, beh, questo è un bel motivo per continuare a organizzare il Lombardia. Che il Dio del ciclismo l’abbia in gloria. Giornalisti compresi.

Ernesto Galigani

e.galigani@laprovincia.it

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