Non ci sarebbe neppure bisogno dei numeri per certificare quello che un ciclista conosce benissimo. Pedalare è meravigliosamente bello ma può far male alla salute. I cervelloni delle statistiche ci dicono, elaborando dati neppure troppo aggiornati, che ogni giorno almeno un ciclista muore sulle strade italiane. Al netto di cadute, clavicole a pezzettini e ginocchia sbriciolate sull’asfalto. Il paragone fa venire i brividi ma è come se ogni anno sparisse un intero gruppo di partecipanti al Giro d’Italia e al Tour de France messi insieme.
E’ vero che tutti i ciclisti sono automobilisti e che, al contrario, non tutti gli automobilisti sono ciclisti. Con tutto quello che ne consegue. Ma non sarà certo questo umile blog a dar fiato alle trombe della “guerra santa di liberazione del ciclista”, attorcigliandosi così in una patetica guerra tra poveri all’inutile caccia del più virtuoso. Fatica sprecata, non foss’altro perché almeno sulle strade “uno conta uno” e si porta appresso tutto il suo carico di esperienza. Fuori dai denti, un cretino resta un cretino sia che pedali come Fausto Coppi o che guidi come Hamilton e per forza anestetizzarlo in un gruppo sarebbe la solita forzatura dialettica da Bar Sport.
Restano i fatti, quelli sì indiscutibili. E se il bilancio è così tragicamente in aumento il perché è fin troppo evidente. I frequentatori delle strade sono sempre di più e le strade, al contrario, sempre più inadeguate. Se si vuole evitare che una banalissima provinciale si trasformi in una giungla, quasi che la sopravvivenza sia una questione darwiniana più che un diritto profumatamente retribuito a colpi di tasse, basterebbe renderle sicure. Il più possibile, si capisce, perché gli idioti delle due (quattro, sei, otto) ruote continueranno ad esistere anche se avessero a disposizione per loro soli un’autostrada a otto corsie.
Già, renderle sicure. C’è un terribile episodio di cronaca che è emblematico di come questa classe politica – a metà tra la supercazzola del Conte Mascetti e il menefreghismo del marchese del Grillo – affronta (meglio, non affronta) il problema della sicurezza stradale. Problema che, in una ipotetica scala di priorità amministrativa, viene subito dopo l’area verde per i cani e appena prima delle strategie per arrestare il brusco calo del numero delle api. A Galbiate, un paese a due passi da Lecco, un ciclista di 50 anni è morto per le conseguenze di una caduta. Pedalava in discesa (la stessa discesa che affrontò Purito Rodriguez vincendo il Giro di Lombardia a Lecco) insieme ad alcuni amici. Dicono le cronache che il ciclista, davanti ad una buca più profonda delle altre, si sia improvvisamente scansato, urtando inavvertitamente l’amico di fianco e cadendo pesantemente a terra. Quindici giorni di ricovero per la tremenda botta alla testa e poi il decesso.

Il luogo dell’incidente. Guardare a destra, le condizioni della strada (dal sito LeccoNotizie)
E’ del tutto evidente, per chi ha percorso e percorre quella strada provinciale, che le condizioni dell’asfalto (non solo in quel tratto, a onor del vero) siano incompatibili con qualsiasi attività a più ruote. Ma se un automobilista può lasciarsi la sospensione, un ciclista può lasciarsi la vita.
Sono passati quattro mesi da quella tragedia. Ma la strada è ancora nelle stesse terribili condizioni di allora. Uno degli amministratori, interpellato dai giornali, ha risposto bellamente che non ci sono i soldi per asfaltare quella strada e che comunque anche i ciclisti devono essere prudenti. Roba da fare accapponare la pelle, se ci pensate. Che una strada debba essere sicura (soprattutto se stiamo parlando di una discesa al dieci per cento) non è una concessione. E’ la base di partenza per qualsiasi discussione, un po’ come chiedere a un politico di essere onesto. Non dovrebbe essere una virtù da sbandierare ma una precondizione per accedere al “servizio pubblico”.
Ma è pure un sacrosanto diritto, davanti al quale non può reggere alcuna giustificazione di bilancio. Lo Stato viene pagato dai cittadini per asfaltare le strade, curare gli ammalati e istruire i ragazzi. Il resto è noia.
Parlare poi di prudenza è davvero un’imprudenza verbale. Che vuol dire? Che in discesa devono scendere dalla bicicletta? Che devono fare il giorno prima una ricognizione sul percorso? Che devono immaginare l’esistenza di buche profonde dieci centimetri? Che devono stare a casa loro? Parole che si scontrano malinconicamente con quel tentativo di mandare sempre più ciclisti (e pedoni – runner) per le strade: perché si toglie l’inquinamento, perché si migliora lo stato di salute delle persone e perché, dietro questi sportivi della domenica c’è anche un discreto giro di affari, uno dei pochi mercati ad essere in crescita.

La strada: a sinistra il doppio rattoppo e le buche
Dicono: sono discorsi populisti, da “acqua sporca buttata nel water insieme al bambino”, da disfattisti, da criticoni in servizio permanente effettivo. Sarà anche vero (e non lo è) ma per darsi una risposta basterebbe fare un saltino nel sito internet dell’ufficio strade di qualsiasi cantone svizzero. Si troverà una dettagliata spiegazione su come devono essere asfaltate le strade con tanto di disegno per i più duri di comprendonio. Si potrà leggere che, in caso di cantiere successivo (dal tubo del gas alla fognatura alla fibra ottica) le aziende sono tenute a ripristinare l’asfalto. Ma non con un banale rattoppo laddove si è scavato. No, asfaltando l’intera carreggiata fino alla mezzeria, proprio per evitare la formazione di “scalini” che potrebbero poi risultare pericolosi. Appositi esperti hanno il compito di verificare, di non pagare in caso di lavoro non eseguito a regola d’arte con tanto di “espulsione” per le successive gare di appalto.
Per quanto cercherete nel mondo virtuale svizzero, invece, non troverete mai nessuno che vi dirà che la colpa degli incidenti ciclistici, a ben pensarci, è di quel signore che sedeva sul sellino della bicicletta anziché trascinarsela a mano. Così, per prudenza.
Ernesto Galigani
e.galigani@laprovincia.it






