La seconda puntata del diario della Maratona dles Dolomites
LE DONNE. Sì, proprio le donne. Sapeste quante ne ho incontrate, mentre pedalavo. Erano quasi mille alla partenza. E sulle rampe del Pordoi, del Sella, del Gardena ho letto mille nomi scritti in stampatello sui pettorali. Renate, Petra, Greta, Astrid, Inge… Nomi duri, scolpiti nelle gambe e nei visi seri come lo sono quelli delle donne del Nord, per nulla addolciti dai capelli biondi che escono malandrini dai caschi. Sono in molti a guardare con sospetto e diffidenza le donne che vanno in bicicletta. Che errore madornale. Se il ciclismo è sofferenza, tenacia e grinta… è ovvio che siano tantissime le donne in bicicletta. La fatica è per definizione femmina, sin dagli albori della vita. Eppure, ammassi parafilosofici a parte, la più simpatica – compagna di viaggio per non più di un paio di tornanti – è stata una ragazza incrociata mentre scambiava parole strane con un amico a bordo strada che l’aveva riconosciuta. Al mio sguardo interrogativo – e chissà come l’avrà capito tra occhiali neri, bandana d’ordinanza e casco calato sulla testa – mi ha rassicurato: “Questo è ladino, non tedesco”. Non che per me ci fosse particolare differenza ma, nel breve scorrere di un centinaio di metri e di qualche battuta di circostanza, mi è parso di cogliere l’intera essenza della gente di questa terra, così fiera del proprio appartenere, della propria radice, del proprio territorio. E che invidia dissimulata a fatica tra quelli come noi, che a malapena sanno il cognome del vicino di pianerottolo e non parliamo del nome perché sul citofono del condominio spesso c’è soltanto un numero: “Appartamento 12”.
IL SINDACO. Lui, invece, l’ho incontrato a metà della salita del Pordoi. Fino a quel momento i nostri contatti erano stati attraverso i social. Un simpatico messaggio dopo un mio post su questo blog e un paio di frasi di reciproco incoraggiamento. Del resto, mai avrei pensato – e chissà poi perché – che il sindaco di Stazzona, Marco Pedrazzoli, fosse anche un appassionato di bicicletta. Geometra di professione, sindaco per spirito di servizio in un paese di neppure 700 anime, e per l’appunto,ciclista per passione. Sarà perché in tanti anni di giornalismo ne ho viste di tutti i colori ma, senza offesa, mi ero fatto l’idea che un amministratore pubblico stesse al ciclismo come uno scienziato nucleare a una serata al Billionaire. Sport che offre poca visibilità, che richiama la solitudine e che chiede molto tempo… l’esatto opposto di tanti amministratori della cosa pubblica che cercano i riflettori della cronaca, hanno necessità dell’abbraccio popolare e di tempo ne hanno poco da dedicare ad altro. Pedrazzoli, evidentemente, è una piacevole eccezione. E che eccezione: il tempo di due chiacchiere lungo i tornanti e lui era già tre biciclette avanti. Ha scelto il percorso classico da 55 chilometri che ha coperto con un tempo davvero eccellente. Chapeau e riconferma assicurata.Un sindaco ciclista vale di più.

La preparazione del pettorale
L’ALLENAMENTO. Quelli come il cronista, che nel ciclismo cercano soltanto il divertimento e non più la prestazione, conoscono un solo metodo di allenamento: mettersi in bicicletta e pedalare, il più a lungo possibile e su pendii il più ripidi possibili. Quando ce la fai senza sentire la necessità di chiamare il 118, beh, significa che sei allenato. Nessuna tabella, nessuna ripetuta, nessun massaggio pre o post preparazione visto che non si tratta di un lavoro ma soltanto di un passatempo. Ma anche nel variegato mondo dei cicloturisti ci sono quelli che, al contrario, pianificano ogni cosa. Un altro dei privilegi dello stare nella prima griglia – insieme agli invitati e a quelli bravi – è quello di ascoltare i discorsi che si intrecciano prima del via. Ce ne fosse uno che ammettesse di essere in forma ed essere lì per vincere. Neppure per idea: ad ogni corsa, sembra che ci sia stata un’epidemia di influenze, sciatalgie, tendiniti rotulee, disturbi inguinali. Il tempo dello sparo dello starter e, immancabilmente, tutti questi malanni – di stagione e non solo – spariscono d’incanto: tutti lì a manetta, con il 53 ben piazzato e i muscoli che picchiano duro anche sulla prima salita. Scaramanzia, forse. Ma un po’ di rabbia, a noi mortali, rimane, per la miseria. E’ proprio il caso di ucciderci già nella culla?

Sulla linea di partenza
L’ATTESA. E, visto che siamo in griglia, vi racconto che cosa succede prima della partenza. Bisogna essere nella rispettiva posizione almeno mezzora prima della partenza. Ovviamente, quando mancano 50 minuti allo starter delle 6.30, siamo già tutti lì o quasi. Ma sulle Dolomiti, a quell’ora antelucana, fa un freddo boia e non ci sono le ammiraglie con i direttori sportivi e i factotum a dare assistenza. Simpatiche hostess corrono lungo le transenne a distribuire caffè e te caldo, certo, ma tutto finisce lì. Bisogna arrangiarsi con l’abbigliamento, tenendo presente che di lì a una manciata di minuti mantelle, mantelline e magliette pesanti non serviranno più, perché la temperatura si sarà alzata e la strada… anche.
Quelli bravi li riconosci anche da questi particolari. Sono lì in griglia avvolti in mantelline trasparenti ultimo modello che, mi hanno spiegato, fanno tanto astronauta ma mantengono al caldo i preziosi muscoli. Hostess personalizzate – spesso sono mogli assonnate e rassegnate – li seguono al di là della transenna, pronti a interpretarne ogni più recondito desiderio. Vuoi un’altra tazza di caffè, amore? Hai freddo, devo prenderti i gambali? E’ il caso di cambiare la ruota? E avanti di questo passo. A quindici minuti dal via, comincia la svestizione. Prima la parte inferiore di questa specie di tuta termica e poi, a seguire, il giubbetto, il manicotto e pure il cappellino. Il tutto affidato alle già citate hostess, pronte a farne fagotto e a recapitare tutto a casa, pronte per la domenica successiva. Comincia quindi la verifica del computer di bordo (chiamarlo contachilometri suona retrò), la misurazione della pressione delle gomme (“la strada è umida, toglierei mezza atmosfera ma se poi si riscalda?”). Infine il via che è una liberazione per noi (che guardiamo). Ma la domanda sulle atmosfere della ruota ci resta, mentre diamo i primi colpi di pedale. E pensare che noi usiamo il pollice per capire se la gomma è gonfiata a sufficienza… Dilettanti allo sbaraglio.

La bellezza delle Dolomiti
LA NOSTRA ATTESA. Noi ciclisti della domenica, infatti, siamo più alla buona. Alle 4.45 del mattino, una volta appurato che non piove – sia lodato il Mercalli e le sue previsioni perfettamente azzeccate – ed aver messo le gambe sotto il tavolino della camera per la colazione non rimane altro da fare che indossare la divisa d’ordinanza, infilare i manicotti e coprirsi con la mantellina antivento. Punto e a capo, con tanto di prova per verificare che – nel caso si debba toglierla – trovi posto nella tasca posteriore della divisa, insieme agli Enervit e al telefonino. In griglia, poi, ci si limita a tenersi ben stretta la mantellina, sperando che il tempo scorra in fretta e che il freddo risparmi i muscoletti. La gomma? Beh, l’abbiamo gonfiata la sera prima. Il cambio? Beh, quello abbiamo e quello ci teniamo che siano le salite delle Dolomiti o la ciclabile dietro il condominio. E la nostra personalissima hostess, manco a dirlo, è già tornata a dormire perché chiederle di stare un’ora al freddo prima di tornarsene a casa a piedi per 4 chilometri – tanto è la distanza dalla “ciasa” dove siamo ospitati alla linea di partenza – sarebbe motivo più che sufficiente per dare sostanza a una eventuale richiesta di separazione per colpa.
IL MURO DEL GATTO. Qualche accenno ve lo avevo già fatto all’inizio. E’ una salita cortissima e carogna, con pendenze vicine al 20 per cento, lunga trecento metri e dintorni. Un muro posto poco prima del traguardo, ciliegina sulla torta di una sfacchinata infinita per le montagne delle dolomiti. Capita a tutti, una volta arrivati a Corvara, di andare a fare una ricognizione sul posto, memore degli avvertimenti di chi ci è già passato. I giorni precedenti sono pieni di ciclisti che salgono il Muro. E c’è pure chi, come il sottoscritto, lo fa due volte di fila, giusto per prendere confidenza. O per farsi coraggio, che poi è la stessa cosa. Manco a dirlo, l’autostima esce sempre rafforzata da queste prove. Perché preso così, a “secco”, il Muro è certo faticoso ma nulla di più. Non c’è ciclista che metta il piede in terra e neppure che pensi di essere costretto a farlo.
La cosa cambia il giorno della gara, quando quel Muro – chissà come e chissà perché – improvvisamente si è fatto più ripido. Saranno le transenne che ne riducono la carreggiata. Saranno gli spettatori che ti urlano di tutto nelle orecchie. Saranno le telecamere di Rai Tre, poste proprio in cima al cocuzzolo con il preciso intento di spernacchiare chi metterà il piede a terra, rinunciando metaforicamente al proprio orgoglio. O, semplicemente, la fatica già fatta lungo cento chilometri di salite e discesa si concentra tutta lì, in quei trecento metri da incubo che rappresentano l’ultimo ostacolo prima della gloria. Sono in molti a mettere il piede a terra. E la scena è sempre la stessa. Partenza lanciata ad illudersi, andatura presto rallentata, bicicletta

Il momento dell’arrivo
che procede a zig zag, sguardo speranzoso verso il pubblico (modello “Non costringetemi a chiedervi di spingere, fatelo da voi e senza chiedermelo”) e, qualche volta, scarpina che si stacca dal pedalino e poggia sull’asfalto, come un marinaio che scopre all’improvviso di aver visto la terra. Poco male, si capisce. Se è vero che un giocatore non si giudica da un calcio di rigore, figuriamoci un ciclista alle prese con una salita di quel genere.
Mi accorgo di aver “cazzeggiato” per tremila parole. Certamente sono troppe e avrò perso per strada metà dei miei due lettori. Dal mio punto di vista, sono ancora troppo poche. Le rileggo e mi accorgo che avrei molto altro da dire. Poi attacco il Tour de France alla televisione e ascolto Purito Rodriguez (secondo alla tappa di Lecco-Pian dei Resinelli dietro a Rebottini) che annuncia il suo ritiro a fine anno: “Ma in queste due ultime salite del mio ultimo tour de France darò il massimo. Ho ancora tanta voglia di soffrire”. Già, dice proprio così. Di aver voglia di soffrire. In quella frase c’è il ciclismo. Dei grandi e, più modestamente, anche di noi “piccoli”.
Ernesto Galigani
e.galigani@laprovincia.it






